L’ESPOSIZIONE DEI SOFISTI E DELLA SOFISTICA IN SESTO EMPIRICO
Carl Joachim Classen
L’ESPOSIZIONE DEI SOFISTI E DELLA SOFISTICA

IN SESTO EMPIRICO

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Solo raramente Sesto parla dei Sofisti come di un gruppo, i cui compo-

nenti sostengono concezioni, opinioni o dottrine unitarie1. Sono infatti

raggruppati sotto una denominazione comune solo i seguenti argomenti e

procedimenti: da un lato l’argomentazione sulla negazione del movimento

(M ix 195)2, che egli rimprovera prima di tutto a Diodoro Crono, da lui

qualificato σοφιστής3 (PH ii 245, cfr. Μ x 68), così come le sue tesi

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sono qualificate λόγοι σοφιστικοί (PH ii 245; Μ x 112; 118) e il suo argo-

mentare σοφίζεσθαι (M x 99), dall’altro un determinato procedere (ovvero

il dire, nella discussione, che si deve porre una ipotesi: M III 4), che egli

attribuisce ai Sofisti, in questo caso senza aggiungere la propria approva-

zione o la propria critica. Analogamente egli impiega anche σοφιστεύειν

in modo neutrale (σοφιστής, σοφισταὶ εἶναι)4, mentre caratterizza con

σοφίζεσθαι un procedimento argomentativo disonesto, come insegna la

connessione con καὶ παρ ̓ ἀμφιβολίαν βούλεται ἡμᾶς πλανᾶν (rimpro-

verato a Diodoro: Μ x 99, cfr. PH ii 24). Analogamente σοφιστικός e

σοφιστικώς hanno una valenza negativa5 e, in particolare, σόφισμα e

σοφίσματα6. Ad essi Sesto dedica una estesa sezione del secondo libro

degli Schizzi Pirroniani, ma solo per mostrare che i dialettici (i quali distin-

guono ἀληθεῖς e ψευδεῖς λόγοι, associano i σοφίσματα agli ψευδεῖς λόγοι

e li definiscono λόγοι πιθανοὶ καὶ δεδολιευμένοι [PH ii 229]), si affati-

cano inutilmente nelle loro confutazioni (PH ii 235; 236; v. anche 246;

247; 255), perché, secondo l’opinione del dialettico stesso, né il vero né

il falso possono essere riconosciuti (PH ii 235)7. Nel contempo Sesto

usa σόφισμα anche per indicare una prescrizione medica, nella quale un

termine viene impiegato in due diversi significati (la cui ambiguità può

pertanto essere smascherata dal medico8), o un ragionamento che va

distinto da un argomento manifestamente posto in maniera corretta, dun-

que un ragionamento ingannevole (PH ii 254; 255).

Anche la scelta degli autori di cui Sesto parla è degna di nota; egli

non menziona né Antifonte né Ippia, mentre cita, accanto a Gorgia,

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Prodico e Protagora, anche Seniade ed entrambi gli eristi Eutidemo e

Dionisodoro, senza qualificare nessuno di costoro come “sofista”; questa

caratterizzazione è da lui riservata a Diodoro Crono.

Negli Schizzi Pinoniani Sesto, dopo l’esposizione dell’essenza, dei

fondamenti, del criterio di verità e del fine della scepsi, e dopo la discus-

sione dei tropi dell’ἐποχή e delle più importanti formulazioni usualmente

impiegate dagli Scettici, ha ancora occasione, al termine, di chiarire la

differenza tra la posizione da lui sostenuta e quelle di altri, tra queste

in primo luogo la filosofia di Eraclito, poi quella di Democrito, poi la

posizione dei Cirenaici, di Protagora e infine la filosofia dell’Accademia.

Dopo essersi occupato soltanto brevemente di Democrito e dei Cire-

naici (PH i 213-214 e 215), Sesto si dedica molto estesamente a Protagora

(PH i 216-9). Egli parte dalla sua nota massima, secondo cui l’uomo è

misura di tutte le cose9, spiega μέτρον mediante κριτήριον, e χρήματα

mediante πράγματα, parafrasa la proposizione con le parole «l’uomo è

il criterio di tutte le cose, di quelle che sono, che sono (così), di quelle

che non sono, che non sono (così)» e constata in conclusione che Pro-

tagora in tal modo pone (come reale) solo ciò che appare a ciascuno,

introducendo così la relatività. Per chiarire la differenza dai Pirroniani,

aggiunge ulteriori spiegazioni.

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Dapprima attribuisce a Protagora la tesi per cui la materia è in co-

stante flusso (secondo la quale le cose sempre fluiscono e sempre al loro

posto subentra qualcosa di nuovo, i sensi mutano e si modificano a se-

conda dell’età e degli altri stati corporei), e nella materia sono insiti

λόγοι, ragioni per ogni fenomeno (così che le cose possono essere tutto

ciò che appaiono), e gli uomini, nelle loro percezioni, dipendono dalle

condizioni in cui di volta in volta si trovano. L’uomo diviene in tal modo

criterio, perché le cose che gli appaiono sono, e perché sono ciò che gli

appaiono, giacché questo apparire dipende dallo stato dell’uomo, mentre

le cose, tramite i λόγοι che in esse sono insiti, possono essere tutto ciò

che esse appaiono10.

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Quello che qui Sesto attribuisce a Protagora corrisponde in larga

misura a ciò che si trova nel Teeteto platonico: il frammento con la sua

interpretazione, anche se Sesto, nella sua prima valutazione, si serve di

terminologia più tarda, ὕλη ῥευστή11, si trova parafrasato nel Teeteto

(152 d 2-153 D 7)12, e così la tesi della dipendenza della percezione

dallo stato dell’uomo (166 b 5-c 2; c 2-167 b 4). Al contrario la formula-

zione, degna di nota, τοὺς λόγους [...] ὑποκεῖσθαι ἐν τῇ ὕλῃ (ΡΗ i 218,

cfr. 219) appartiene a Sesto (o alla sua fonte), che con ciò vuole chiara-

mente far intendere che la materia sottoposta al flusso rende possibile

un λόγον διδόναι13.

Non si dovrebbe trascurare l’ultima proposizione: Sesto sottolinea

in chiusura che Protagora δογματίζει14 in riferimento a cose, che sono

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nascoste e sulle quali gli Scettici si trattengono dal dare un giudizio,

ἀδήλων ὄντων καὶ ἡμῖν ἐφεκτῶν. E probabile che egli impieghi intenzio-

nalmente un termine di cui Protagora faceva uso in riferimento agli dei,

per fondare la sua propria ἐποχή (D.-K. 80 b 4: ἀδηλότης)15.

Mentre dunque Sesto qui tratteggia, almeno a grandi linee, la posizio-

ne di Protagora, per differenziarla dalla scepsi, e nel fare ciò indica chiara-

mente le sue debolezze e i suoi difetti, nella sua polemica contro i logici

egli si serve del (presunto) rifiuto di Gorgia di ogni forma di essere solo per

attribuirgli in primo luogo anche la tesi che l’intelletto non esiste, per con-

frontare poi questa tesi con quella opposta e con ciò sollevare il problema

di come si debba decidere tra le due (PH ii 57)16. Dopo aver riconosciuto

la possibilità dell’esistenza dell’intelletto e aver fatto ulteriori concessioni,

Sesto ritorna nuovamente a Gorgia (PH ii 59), il quale, dal momento che

afferma che nulla esiste, dovrebbe avere un intelletto diverso da quello di

Eraclito; Gorgia è nominato ancora una terza volta (PH ii 64), ora in riferi-

mento alla sua tesi, secondo cui non ci si può attenere né alle percezioni

sensoriali, né all’intelletto. Senza esporre in dettaglio la tesi di Gorgia o

anche solo descriverla concisamente, Sesto se ne serve come di una conce-

zione generalmente nota, senza approvarla o rifiutarla, in quanto utile alla

sua argomentazione.

A Seniade17 infine, già inizialmente annoverato tra coloro che ne-

gano l’esistenza di un κριτήριον (PH ii 18, non in D.-K.), Sesto ritorna

65

ancora una volta sulla sua discussione del καθ' ὅ (del “secondo cui”:

ii 76), ma solo per mettere in luce delle difficoltà: se si concede non solo

che la rappresentazione (φαντασία) può essere concepita e compresa, ma

che inoltre rende possibile che gli oggetti siano giudicati in base a essa,

si deve prestar fede a ogni rappresentazione, anche a quella di Seniade,

secondo il quale nessuna φαντασία è affidabile: con ciò si sollevano le

questioni, se tutte le rappresentazioni non siano della stessa specie e se

esse, in quanto criteri, siano affidabili, o se lo siano solo alcune di esse

e altre no (PH ii 76-7). Di nuovo Sesto descrive la posizione di Seniade

a grandi linee, sebbene questi sia altrimenti del tutto sconosciuto. Ma

a lui importa evidentemente il contenuto della concezione di volta in

volta esposta, non il suo sostenitore, ed egli presenta chiaramente la sin-

gola dottrina senza inquadrarla da un punto di vista cronologico; pertanto

resta un problema aperto, se Seniade sia annoverato a ragione tra i

Sofisti.

Nei libri contro i mathematikoi (M i-vi), che hanno per scopo una

polemica contro le singole scienze, manca ogni accenno ai Sofisti. Molto

più estesamente Sesto polemizza con Seniade, Protagora e prima di tutto

Gorgia nel primo libro contro i logikoi, mentre nel secondo segue solo

un nuovo breve accenno a Seniade (M viii 5); nel primo libro contro i

physikoi si trova invece un importante passaggio sulla proposizione prota-

gorea riguardante gli dei (M ix 55-7).

Entrambi i libri contro i logici sono dedicati alla confutazione delle

più importanti dottrine delle scuole più influenti del tempo, in primo

luogo quelle degli Stoici. Dapprima Sesto solleva il problema, se esista

un κριτήριον ἀληθείας (M vii 27-28), tratta l’essenza del κριτήριον

(M vii 29-37) e dell’ ἀλήθεια (M vii 38-45) e menziona svariate opinioni

e concezioni riguardo al criterio di verità. Tra coloro che ne negano l’esi-

stenza, dopo Senofane, egli nomina, Seniade, Anacarsi, Protagora, Dioni-

sodoro, Gorgia, Metrodoro, Anassarco e Monimo (M vii 48): Seniade è

trattato per secondo, forse perché più anziano di Protagora18; di lui

Sesto delinea brevemente le tesi più importanti sulla teoria della cono-

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scenza: tutto è falso (πάντα ψευδῆ), ogni rappresentazione e opinione è

ingannevole (πᾶσαν φαντασίαν καὶ δόξαν ψεύδεσθαι); segue poi la sua

concezione ontologica: tutto ciò che diviene, diviene dal non essere e

tutto ciò che si corrompe, si corrompe nel non essere (M vii 53). Subito

dopo Sesto pone questa tesi come più o meno identica a quella di Seno-

fane, ne valuta le conseguenze19 e adduce a suo fondamento l’incapacità

dei sensi, dei quali dice in conclusione: δείκνυνται ψευδεῖς. Con quali

prove o argomenti Seniade abbia sostenuto questa affermazione, non è

purtroppo detto da Sesto; egli si limita piuttosto alla constatazione con-

clusiva πάντα ἄρα τὰ πράγματά ἐστιν ψευδῆ (Μ vii 54).

Più tardi Sesto, nel trattare le difficoltà che risultano dalle supposi-

zioni dei dogmatici riguardo alla percezione sensibile, torna ancora su Se-

niade (M vii 388). Egli cita la sua tesi πάσαν (scil. φαντασίαν) ψευδῆ dap-

prima in forma concisa, per poi confutare la concezione di Protagora

prima di ritornare nuovamente a Seniade (M vii 399). Se infatti tutte le

rappresentazioni sono false e nulla è vero, (anche l’affermazione) “nulla

è vero” è vera. Questo significa che se nulla è vero, c’è qualcosa di vero;

in tal modo Seniade e i suoi seguaci sono indotti al contrario della loro

affermazione, secondo cui tutte le rappresentazioni sarebbero false, e non

vi sarebbe proprio nulla di vero nell’ambito di ciò che è.

Qui Sesto non si limita a questa constatazione, ma aggiunge una

esplicita motivazione: non è in generale possibile che qualcuno, il quale

affermi che una singola cosa è falsa, non stabilisca allo stesso tempo anche

qualcosa di vero. E evidente che la scepsi propria di Sesto si distingue

chiaramente dalla posizione di Seniade, che oggi non è più possibile deter-

minare con sicurezza, dato che abbiamo a disposizione solo la testimo-

nianza in questione20. Sino a che punto questa possa essere considerata

attendibile, lo si potrà chiarire solo attraverso un esame della discussione

delle posizioni di Gorgia e Protagora.

Nel trattare le opinioni di Gorgia e di Protagora Sesto percorre di

volta in volta vie diverse. Nella sezione in cui tratta le opinioni dei

67

dogmatici sul criterio, si rivolge dapprima a coloro che mettono in discus-

sione il criterio della verità in generale. Inizialmente cita alcuni versi di

Senofane, il famoso frammento 34 D.-K., lo commenta e giunge alla con-

clusione che secondo Senofane non vi sarebbe alcun criterio di verità,

perché nella natura (φύσις) delle cose indagate (ζητούμενα), non c’è nulla

di percepibile21; poi tratteggia — come mostrato — a grandi linee la

posizione di Seniade concludendo che, ad avviso di quest’ultimo, tutto

è falso; infine mette in bocca allo scita Anacarsi una argomentazione più

lunga, la quale dimostra che né il competente né l’incompetente possono

giudicare in maniera competente e perciò non può neppure esserci alcun

criterio di giudizio o criterio di verità22.

Come in due dei casi precedenti Sesto comincia anche l’esposizione

delle tesi di Protagora con un accenno all’inquadramento storico datone

da altri23. Segue un conciso resoconto delle due tesi più importanti, se-

condo cui tutte le percezioni e le opinioni sono vere, e la verità è qualcosa

di relativo, con la motivazione che tutto ciò che appare a un singolo è

per lui immediatamente esistente. Resta un problema aperto se risalga

a Protagora solo la motivazione e Sesto ricavi da essa la tesi principale,

o se anche questa possa essere attribuita a Protagora; in appoggio alla

suddetta motivazione Sesto cita infatti la proposizione iniziale dello

scritto di Protagora24. A favore della correttezza di questa proposizione

68

egli porta come ulteriore prova la sua contraria, l’ ἀντικείμενος λόγος,

poi trae le conseguenze per diversi gruppi di soggetti percipienti (quali

i folli, i dormienti, i bambini, gli anziani) e di oggetti percepiti (percezioni

di folli); segue infine la conclusione generale secondo cui ciascuno è affi-

dabile riguardo a ciò che percepisce nella situazione in cui si trova. Da

ciò risulta per Sesto la determinazione precisa della posizione di Prota-

gora: egli rifiuta il criterio perché rifiuta l’esistenza assoluta di qualcosa,

cioè l’esistenza indipendente dal soggetto che percepisce (e dunque anche

la possibilità dell’errore).

A questo punto si pongono due questioni: qual è il rapporto tra que-

sta esposizione 1) con la più antica tradizione sulle dottrine di Protagora,

e 2) con la specifica trattazione di Sesto negli Schizzi Pirroniani. Prima

di trattare questi problemi è ancora necessario dare un rapido sguardo

alle successive osservazioni di Sesto su Protagora.

Nell’ultima parte del primo libro contro i logici Protagora viene an-

noverato, insieme con Epicuro, tra coloro che conferiscono validità a tutti

i φαινόμενα (M vii 369 in opposizione a Democrito). Poco più tardi Sesto

riferisce la tesi di Protagora che ogni percezione è vera (M vii 38825) e

la rifiuta ricollegandosi a Democrito e Platone (M vii 389), in quanto essa

contraddice se stessa. In questo caso Sesto non si contenta di presentare

brevemente la prova; egli fa rilevare con forza che dire che ogni perce-

zione è vera contraddice ciò che agli uomini sembra vero ed appare

chiaro; molte percezioni, al contrario, sono erronee, e per consolidare

quest’ultima tesi si serve di un gran numero di esempi e argomenti

(M vii 390-400). Tuttavia egli non si rivolge più — a mio avviso — contro

la posizione sostenuta da Protagora.

Anche nel i libro contro i fisici Sesto cita più volte Protagora nella

sezione sull’esistenza degli dei, nella quale egli ha occasione di parlare

69

anche di Prodico26 e di allievi di Sofisti, come Crizia27. Già nell’introdu-

zione cita Prodico per la tesi che gli antichi videro delle divinità in tutto

ciò che dà impulso alla vita (e la corrispondente spiegazione per il culto del

pane, del vino e di altri beni: M ix 18); questa tesi è nuovamente introdotta

in seguito (M ix 52), mentre, per comprovare l’ateismo di Crizia (dopo

Diagora di Melo: 53), Sesto cita un lungo brano dal suo Sisifo (54). L’attri-

buzione a Teodoro della qualifica di ateo, con il soprannome ό άθεος, è tal-

mente naturale, che è sufficiente un breve accenno al suo scritto sugli dei

(53); per Protagora invece Sesto si richiama anche qui espressamente ad al-

tri, riferisce alla lettera la sua decisiva affermazione di non poter dire nulla

sugli dei, e aggiunge, quale conferma, alcune osservazioni sul giudizio di

morte pronunciato contro di lui e sul naufragio che lo ha portato alla morte,

poi alcuni versi dai Siili di Timone. La citazione di Protagora si trova con-

servata anche in Diogene Laerzio e (in parte) in Platone, Cicerone, Filo-

demo, Diogene d’Enoanda, Eusebio ed Esichio, e viene confermata da pa-

rafrasi in Filostrato e altri; nessuno pertanto avrà dubbi sulla sua autenti-

cità, tanto più che il contenuto corrisponde alla posizione gnoseologica di

Protagora e la formulazione corrisponde al suo stile28.

70

Torniamo ancora a considerare il primo libro contro i logici. Mentre

Sesto, trattando di Protagora negli Schizzi Pirroniani, parla solo di ciò

che appare all’uomo (τὰ φαινόμενα: PH ι 216; ὅσα πᾶσι φαίνεται: 218;

ἃ [...] φαίνεσθαι δύναται: 219), nella seconda trattazione egli pone ac-

canto alle φαντασίαι anche le δόξαι (analogamente accanto a φανέν anche

δόξαν)29. In tal modo egli va oltre ciò che Protagora intendeva con la

sua tesi, ma non si discosta dall’interpretazione a essa data da Platone

e Aristotele30. Anche se Sesto qualifica φαντασίαι e δόξαι come ἀληθεῖς,

non segue l’uso linguistico di Protagora, ma quello dei suoi interpreti

e, quando fa annoverare a Protagora la verità tra i πρός τι, si serve di

una categoria originariamente aristotelica, più tardi impiegata dagli scet-

tici quale ottavo tropo. Qui va immediatamente oltre l’argomento con

la considerazione della tesi opposta e passa alla discussione delle perce-

zioni, facendo seguire subito il riassunto conclusivo, e limitandosi dunque

all’aspetto gnoseologico, negli Schizzi Pirroniani, invece, mette in rilievo

non solo certe concordanze con i Pirroniani, ma spiega i presupposti

ontologici per mostrare le differenze dalla scepsi pirroniana. Mentre vede

la differenza dagli Eraclitei nelle loro asserzioni dogmatiche (nella for-

ma e nel contenuto), la differenza da Democrito nelle sue asserzioni

circa la non esistenza di qualità e la realtà del vuoto e degli atomi e,

in definitiva, si distingue dai Cirenaici per una diversa definizione del

τέλος31, nel caso di Protagora gli appare evidentemente necessario trat-

tare i fondamenti materiali (cosa a cui rinuncia anche per l’Accademia

platonica e i medici: PH i 220-35; 236-41). Con ciò queste proposizioni

acquistano un particolare significato, come ha visto giustamente F. De-

71

cleva Caizzi. Ella ha non solo stabilito correttamente la comprensione

linguistica di ὕλη ῥευστή attraverso il rimando al parallelo nel terzo libro

(iii 115), ma ha anche mostrato come sia probabile che Sesto si rifaccia

qui ad una versione più tarda, un ampliamento o una modifica della dot-

trina protagorea («elaborata in avanzata età ellenistica, in un ambiente

vicino al materialismo di tipo atomistico e con connessioni ed interessi

di tipo medico»)32, che gli agevola la descrizione della differenza tra la

posizione protagorea e quella scettica; bisogna dire “agevola”, non

“rende possibile”, perché una differenza sussiste comunque nel momento

in cui Protagora afferma che tutte le sensazioni (per il singolo) sono vere,

mentre gli Scettici si astengono anche da un simile giudizio.

Se Platone va oltre le tesi sostenute da Protagora per scoprirne le

debolezze e criticarle, autori più tardi sembrano averle completate, am-

pliate o precisate. Sesto comunque non si limita a riportare con l’obietti-

vità di uno storico le dottrine di Protagora, ma le riformula, le interpreta,

le modifica in modo tale che risultino utili e funzionali alla sua valuta-

zione e alla sua polemica.

Nel primo libro contro i logici Sesto conclude l’esposizione di Prota-

gora con un accenno a Eutidemo e Dionisodoro, per i quali l’essere e

il vero avrebbero fatto parte dei relativi (M vii 64), ma senza trattare

di nuovo gli aspetti in cui essi si distinguono dagli Scettici33, e si ri-

volge poi a Gorgia che, a suo dire, appartiene allo stesso gruppo di coloro

che hanno abolito il criterio, anche se non ha mosso le stesse critiche

di Protagora. In seguito formula brevemente le tre tesi centrali di Gorgia:

che nulla è — che se anche qualcosa è, non è concepibile per l’uomo,

certamente non è esprimibile e non è comunicabile ad altri (dove per

Gorgia si tratta del senso predicativo di essere, non di giudizi d’esi-

stenza).

72

Subito dopo Sesto fa un resoconto dettagliato dell’argomentazione

di Gorgia; un secondo resoconto si trova nello scritto pseudoaristotelico

De Melisso Xenophane Gorgia. Entrambe le versioni sono state spesso

confrontate l’una all’altra, e la maggioranza degli studiosi ha ritenuto

l’Anonimo una fonte affidabile; ma anche Sesto ha trovato i suoi so-

stenitori34.

Si tratta pertanto di verificare quali tratti siano riconducibili con

sicurezza a Sesto, quali appartengano piuttosto a Gorgia e che cosa ne

risulti per la comprensione e la valutazione dell’esposizione dei Sofisti

da parte di Sesto. Prima di tutto le formulazioni con le quali è descritto

il procedere di Gorgia, accanto a inserzioni come φησίν (ὁ Γοργίας: 77;

85), mostrano che Sesto lo presenta senza muovere alcuna critica — come

è solito fare l’Anonimo —35, introducendolo con ἐπιλογίζεται (66)36 e,

73

più tardi, annunciandolo con forme verbali al futuro37. Numerose sono

le espressioni di cui Sesto si serve nella resa dei singoli passaggi argomen-

tativi di Gorgia. Gran parte di queste non si distinguono dalle formula-

zioni abitualmente impiegate da Sesto, alcune si trovano anche nel reso-

conto dell’Anonimo. Più importanti sono tuttavia i punti di accordo con

ciò che si trova nei discorsi rimasti di Gorgia; essi infatti ci autorizzano

a concludere che Sesto si muove — anche se in singoli casi può usare

formulazioni autonome — nell’ambito del vocabolario impiegato da Gorgia.

Così si trovano formulazioni più meno identiche là dove si constata

che uno stato di fatto o un’affermazione, una supposizione (una supposta

azione) o una conclusione sono impossibili, in Sesto: οὐδὲ... δύναται (71)

ο οὐ δύναται (76), in Gorgia stesso: ἀδύνατον (Hel. 6, Pal. 12, anche

con πάντως: Pal. 13; 31), ἀδύνατα (Pal. 23) ο οὐδέτερον... δυνατόν

(Pal. 23). Accanto a queste Gorgia impiega comunque anche ἄπορον

(Pal. 11 al comparativo) e ἄπορα (Pal. 10) come οὐκ εὐπόρως ἔχει

(Hel. 11) e οὐχ οἷόν τε (Pal. 25, ν. anche Hel. 19)38. Mentre in Sesto

si trovano solo una volta ἐξ ἀνάγκης ὀφείλειν (71) e κατ’ ἀνάγκην

συμβήσεται (77), Gorgia ha accanto ad ἀνάγκη (Pal. 4) ἔδει (Pal. 6

come richiesta, 11 e 12 come possibilità concessa) una quantità di espres-

sioni che caratterizzano qualcosa come manifesto, verosimile, invero-

simile, naturale, non sorprendente, facile, difficile, o nuovo39; simili

74

espressioni mancano naturalmente in Sesto, perché obiettivamente non

hanno alcun posto in un’argomentazione sull’essere e il non essere. In-

vece anche Sesto ha occasione di rilevare che qualcosa è manifesto

(συμφανές: 74), sensato (κατὰ λόγον: 77; ὁμόλογον: 75) o conseguente

(ἕπεται: 76; ὑγιὲς καὶ σῷζον τὴν ἀκολουθίαν: 78), usa tuttavia, come

avviene anche per “non sensato”, “non possibile” (ἄτοπον: 67; 70; 80;

82, v. 73; ἀναιρετικά... ἀλλήλων: 72) o “contrario al senso” (ἀπεμφαῖνον:

79), non solo espressioni che non sono attestate nei resti delle opere

di Gorgia, e possono invece essere elencate tra gli usi linguistici del

suo tempo40, ma anche espressioni che molto verosimilmente appar-

tengono a un’epoca più tarda e in parte sono impiegate particolarmente

volentieri proprio da Sesto41; di alcuni termini che ci si aspetterebbe

si avverte addirittura l’assenza nel resoconto di Sesto, come ad esempio

σημεῖον ο ἄδηλον42.

Anche là dove vengono tratte conclusioni o mosse obiezioni, si tro-

vano molte analogie, ma anche notevoli divergenze. Comuni a Gorgia

e al resoconto di Sesto sono: ὥστε (Pal. 11; M vii 69; 79, v. anche 70),

ἄρα (Pal. 7; 12, in Sesto sempre οὐκ ἄρα: M vii 66; 67; 68; 71; 73; 78;

80; 82; 84; 86), τοίνυν (Pal. 11, in Sesto anche sempre negato: M vii 67

(ci.); 70 (due volte); 72; 75), οὕτως (Pal. 29, M vii 69: (καὶ) οὕτως).

Accanto a queste Gorgia presenta: οὖν (Hel. 7); οὐκουν (Pal. 26), οὐκοῦν

(Pal. 12), οὐδήπου (Pal. 26); solo parzialmente simile a un εἰ... ὥσπερ...

οὕτω (Pal. 3, cfr. Hel. 14) è un conclusivo ὥσπερ... οὕτως in Sesto

75

(M vii 77; 81. v. anche 84: καθάπερ... οὕτως e 86: ὅν τρόπον... οὕτως...

ὥστε)43.

Per quanto riguarda le congiunzioni si trova in Gorgia e nel reso-

conto di Sesto solo καὶ μὴν οὐκ (οὐδέ): Pal. 16; 17; 21 e Μ vii 68; 70;

71; 74; Gorgia impiega inoltre καὶ γὰρ οὐδέν (Pal. 32), τὸ δὲ <δή> λοιπόν

(Pal. 19; 24; 33) e per l’introduzione di un’opinione generale ἀλλὰ μήν

γε, di un argomento rifiutato in precedenza (in forma di una concessio)

ἀλλὰ δή (Pal. 7; 8; 18) ο καὶ δὴ τοίνυν (Pal. 7; 11) ο di un’obiezione

ἀλλά (Pal. 7; 8; 9; 11; 12 e altri) e ἀλλ’ ἴσως (Pal. 14), quando non

incomincia espressamente con φήσει τις (Pal. 9), εἴποι τις (Pal. 15) ο

φήσεις ἴσως (Pal. 23). In Sesto si trovano inoltre quali formulazioni intro-

duttive o preparatorie: οὐ μὴν ἀλλά (M vii 76), καὶ δή (Μ vii 67), καὶ

ἄλλως (Μ vii 67; 73; 81) e κατὰ τὰ αὐτά (Μ vii 12, incerto καὶ <μὴν>:

Μ vii 78)44. Una volta Sesto alleggerisce il suo resoconto formulando

una domanda circa la possibilità di una supposizione (M vii 83); nelle

orazioni di Gorgia simili domande sono frequenti45.

Comuni al resoconto di Sesto e alle orazioni di Gorgia sono infine

anche accenni al proprio ulteriore modo di procedere o alla conclusione

di un’argomentazione46. Con ciò possiamo porre termine al nostro con-

fronto e trarre un bilancio.

Il vocabolario di Gorgia appare molto più ricco e variegato in con-

fronto a quello di Sesto, che tende a usare continuamente singole formu-

lazioni (ἄτοπον, οὐκ ἄρα) e preferisce evidentemente impiegare espres-

76

sioni per lui correnti piuttosto che quelle originarie di Gorgia. Da questo

non risulta però manifestamente alcuna modificazione o addirittura stra-

volgimento del contenuto. Si possono constatare simili modificazioni an-

che nel vocabolario, quando si tratta non del modo di argomentare, ma

del contenuto?

Si può in questa sede rinunciare all’enumerazione e alla trattazione

di quei vocaboli che sono sicuramente da attribuirsi all’uso linguistico

preplatonico. Per alcuni termini non si può essere sicuri se essi possano

risalire all’epoca di Gorgia, come ad esempio παραπέμπειν (vii 81), che

si trova anticamente solo in un significato diverso da quello in cui lo

impiega Sesto47, ο γενητός (M vii 68; 71), che è attestato con certezza

solo per Aristotele, mentre è incerto in Platone (Tim. 28 b e c); ἀγένητος

viene invece impiegato già da Parmenide (b 8, 3 D.-K.) e anche da Empe-

docle (b 7 D.-K.), cosicché neppure γενητός si può negare a Gorgia; anche

διαιρετός, si trova già in Parmenide (b 8, 22 D.-K.), cosicché si può attri-

buire a Gorgia anche ἀδιαίρετος.

Diversamente stanno le cose per quei termini che sono attestati solo

a partire da Platone o da Aristotele e comunque nella filosofia ellenistica

o anche più tardi. Ποιότης si trova solo in un luogo nel Teeteto (182 a 7-9),

dove Socrate si scusa espressamente per il termine inconsueto; così ποσόν

e κριτήριον sono talmente rari in Platone che si esiterà ad attribuirli a Gor-

gia48, per quanto formazioni in -ηριον siano già frequenti al suo tempo.

Forse l’argomentazione di Gorgia viene distorta mediante l’uso di simili

termini, probabilmente posteriori. H.J. Newiger cerca di mostrare che

in M vii 73 soltanto μέγεθος e σῶμα appartengono all’argomentazione

originaria, mentre Sesto non ha molto da dire sul ποσόν e il συνεχές,

77

anzi non fa altro che variare stilisticamente la distinzione di ἕν e ὄv49.

Qui si pone la questione, se proprio Gorgia non trovasse diletto in simili

variazioni, in formulazioni dal suono analogo. Non sono forse ricche di

simili formulazioni le sue argomentazioni nelle orazioni per Elena e Pala-

mede? Dunque proprio la proposizione costruita parallelamente ποσὸν μὲν

καθεστὼς διαιρεθήσεται, συνεχὲς δὲ ὂν τμηθήσεται sarà da attribuire a

Gorgia piuttosto che a Sesto.

Κριτήριον è naturalmente per Sesto una parola chiave, che egli im-

piega in sede introduttiva e conclusiva (M vii 65 e 87, anche 81); ma

tanto il κρίνειν quanto la κρίσις hanno un ruolo così importante in Parme-

nide e anche in Melisso, che è possibile tutt’al più non riconoscere a

Gorgia l’uso della singola parola (κριτήριον), ma non il contenuto. Anche

qui pertanto l’argomentazione non procede alla cieca50, ma completa,

mediante un parallelo, formulazioni diversamente strutturate.

Si trova per la prima volta in Aristotele γεννητικός, che qui appare

in un contesto visibilmente influenzato da un linguaggio più tardo (M vii

71), come insegna ὑπάρξεως μετέχειν, che è amato da Sesto come ἐξ

ἀνάγκης (ο κατ’ ἀνάγκην) ὀφείλειν51. Newiger ha però mostrato in

questo caso che proprio la seconda parte dell’argomentazione, per cui l’es-

sere non può venire dal non-essere, ha una corrispondenza presso l’Ano-

nimo (979 b 30-33: divenire dal non-essere), e dunque si rivela gor-

giana52. Anche ἐμπεριέχειν (M vii 69 più volte) è attestato per la prima

volta in Aristotele, come sono tardi tutti i composti con ἐμπερι, mentre

περιέχειν si trova già nel linguaggio dei primi filosofi greci. Sesto usa

entrambi i termini senza visibili differenze, cosicché l’impiego del compo-

sto tardo non ha alcun significato particolare53.

78

Se ora ci volgiamo a considerare il vocabolario che emerge solo nei

secoli successivi (dopo il 300 a.C.), incontriamo termini dell’uso comune

come ἵπτασθαι (M vii 79) ο ἐγκύρησις (M vii 85), che sono da distinguere

da quelli che appartengono alla terminologia dei filosofi più tardi e sono

particolarmente amati da Sesto, quali ἀκατάληπτος, παραστατικός, μηνυ-

τικός e ὑπόπτωσις ο che sono frequenti solo in Sesto, come ἀνέξοιστος

e ἀνεπινόητος e usi come ὑπάρξεως μετέχειν ο τὰ ἐκτός ὑποκείμενα54.

Accanto a due ο tre luoghi nei quali compaiono singoli vocaboli tardi,

le espressioni certamente estranee a Gorgia sono più frequenti all’inizio,

dove Sesto si serve evidentemente del proprio linguaggio per riassumere

brevemente in sede introduttiva la dottrina di Gorgia (M vii 65), e nell’ul-

tima sezione, in cui egli non solo nell’introduzione ricorre nuovamente

ad ἀνέξοιστος (M vii 83), ma nell’intero paragrafo 85 usa formulazioni

autonome. A ragione Newiger ha espresso il suo scetticismo a proposito

di questi passaggi55, facendo tra l’altro notare il sorprendente uso del

linguaggio, in cui rientra anche l’impiego di ποιότης.

Da un bilancio delle osservazioni linguistiche risulta che il resoconto

di Sesto segue in ampia misura non solo il linguaggio di Gorgia, ma anche

il suo modo di argomentare, che, anziché limitarsi al necessario, non ri-

sparmia aggiunte o ripetizioni e nel complesso dunque appare reso adegua-

tamente da Sesto, anche se l’eccessiva minuziosità non incontra la nostra

approvazione.

Come risultato della nostra analisi dell’esposizione dei Sofisti fatta

da Sesto Empirico si può dunque stabilire che egli conosce il significato

spregiativo di σοφιστής, σοφιστικός e σοφιστεύειν, ma non sceglie queste

qualificazioni per quei pensatori che noi siamo soliti considerare “sofisti”.

Neppure li tratta come un gruppo che sostenga le stesse tesi o si serva

degli stessi metodi nell’argomentazione o nella dottrina, ma ne sceglie

solo alcuni, anche quasi totalmente dimenticati, se le loro vedute gli

79

sembrano adatte a contrapporre significativamente la propria posizione

alla loro, in parte forse anche perché teme confusioni o indebite equi-

parazioni.

L’intento di Sesto è pertanto non solo quello di far emergere chiara-

mente le posizioni dei singoli filosofi, ma anche quello di distinguerle

chiaramente dalla propria. Nel far ciò naturalmente non si comporta come

un moderno storico della filosofia, tanto poco quanto Aristotele; non si

rende però colpevole di alcuna falsificazione o facile semplificazione. Piut-

tosto si rifà in parte agli scritti dei Sofisti trattati, in parte anche a quelle

delle loro formulazioni che egli poteva trovare in autori più tardi, e si

appoggia nel contempo a interpretazioni quali quelle che si potevano tro-

vare in Platone e Aristotele; infine egli prende in considerazione anche

le discussioni e le controversie più tarde e non ha timore di far uso anche

del vocabolario del suo tempo. Questo può infastidire il lettore moderno

e sembrargli scorretto, sebbene anche i moderni storici della filosofia non

possano fare a meno di usare la lingua del proprio tempo. In ogni caso

l’esposizione dei suddetti Sofisti, Gorgia, Protagora e Seniade, nonché

Prodico, Dionisodoro ed Eutidemo da parte di Sesto Empirico può essere

considerata unilaterale (riguardo alla scelta dei punti di vista), ma in certo

qual modo affidabile per quel che riguarda il contenuto*.

1.
Sexti Empirici Opera, i-iii, edd. H. Mutschmann, I. Mau, Leipzig 1914-

1958, IV: Indices, coll. K. Janáček, Leipzig 19622.
2.
[...] oἱ μέν ἔφασαν εἶναί τί τινος αἴτιον, οἱ δὲ μὴ εἶναι, οἱ δὲ μὴ μᾶλλον εἶναι

ἢ μὴ εἶναι [...] μὴ εἶναι δὲ οἱ τὴν μεταβλητικὴν καὶ τὴν μεταβατικὴν κίνησιν ἀνελόντες

σοφισταί. In PH i 221 Sesto intende gli interlocutori di Socrate nei dialoghi platonici.

Si veda anche F. Caujolle-Zaslawsky, Sophistique et scepticisme, in B. Cassin (éd.),

Positions de la sophistique, Paris 1986, pp. 149-65, pp. 152-6, la cui notazione gene-

rale (p. 152) secondo la quale l’uso sestano di «“sophiste” et les termes apparentés

offre un contraste total avec celui de Platon» è inesatta e fuorviante; la sua meraviglia

riguardo al fatto che Protagora, Gorgia e altri non vengano qualificati σοφισταί

(p. 153) è infondata, come mostra l’uso linguistico di Aristotele, cfr. C. J. Classen,

Ansätze, Würzburg 1986, pp. 191-215, anche pp. 175-90 (Senofonte).
3.
Cfr. PH ii 245 (sull’argomentazione anche iii 71 e M i 311); M x 68 (senza

nome: PH ii 244; iii 66). Come insegnano M x 99, 112 e 118, è l’argomentazione che

Sesto intende caratterizzare tramite questa qualificazione, non la negazione del

movimento stesso, cfr. anche F. Caujolle-Zaslawsky, op. cit., pp. 153-4; su Dio-

doro, cfr. K. Döring (Hrsg.), Die Megariker, Amsterdam 1972, pp. 28-44 e 124-39;

D. Sedley, Diodorus Cronus and Hellenistic Philosophy, «Proceedings of the Cam-

bridge Philological Society», cciii, n.s. xxiii (1977) pp. 74-120; G. Giannantoni,

Il Κυριεύων λόγος di Diodoro Crono , «Elenchos», ii (1981) pp. 239-72; J. Vuill-

in
, Nécessité ou contingence. L’aporie de Diodore et les systèmes philosophiques, Paris

1984; H. Weidemann, Das sogenannte Meisterargument des Diodoros Kronos und der

aristotelische Möglichkeitsbegriff
, «Archiv für Geschichte der Philosophie», lxix (1987)

pp. 18-53.
4.
Μ ii 18: all’incirca nel significato di «essere teorici, che non conoscono la

prassi del discorso, ma solo la teoria».
5.
Cfr. accanto ai luoghi già citati (PH ii 245; M x 112; 118) M ii 108 e xi 7.
6.
PH i 208; ii 229-55 passim; in base all’indice di Janáček il termine non si

trova negli scritti piὐ tardi.
7.
Cfr. inoltre PH ii 244-6; 247-50; 251-5.
8.
PH ii 237-8; nella discussione del secondo caso Sesto impiega invece λόγος

(239-40), cfr. anche 241; 246.
9.
Cfr. anche H. Diels-W. Kranz (Hrsgg.), Die Fragmente der Vorsokratiker,

Berlin 1952, 80 b 1; v. anche M. Untersteiner (a cura di), I Sofisti, i, Firenze 1949,

pp. 72-6. Questa massima è stata interpretata in molti modi, sulla mia interpretazione

cfr. «Rivista di Filosofia», lxxx (1989) pp. 163-88; ulteriore letteratura è elencata

in «Elenchos», vi (1985) pp. 132-5, importante: M. F. Burnyeat, Protagoras and Self-

Refutation in Plato’s ‘Theaetetus’
, «Philosophical Review», lxxxv (1976) pp. 172-95,

ristampato in St. Everson (ed.), Epistemology, Cambridge 1990, pp. 39-59. Κριτήριον

è già impiegato in Plat. Theaet. 178 b 5-7 (e unitamente ad αἰσθητήριον in Aristot.

metaph. K 6. 1063 a 1-3), κριτής prima in Theaet. 160 c 8-9; sul significato di κριτή-

ριον come “strumento di giudizio” cfr. G. Striker, Κριτήριον τής ἀληθείας, «Nach-

richten der Akad. der Wissensch. in Göttingen», Phil.-Hist. Kl. 2 (1974) pp. 51-110,

part. 52-7, anche per i successivi sviluppi del significato; sull’impiego in Sesto cfr.

K. Janáček, Sextus Empiricus’ Sceptical Methods, Praha 1972, pp. 63-72; A. A. Long,

Sextus Empiricus on the Criterion of Truth, «Bulletin of the Institute of Classical

Studies», xxv (1978) pp. 35-49; J. Brunschwig, Sextus Empiricus on the kriterion:

The Skeptic as conceptual legatee
, in J. M. Dillon-A. A. Long (eds), The Question

of Eclecticism
, Berkeley 1988, pp. 145-75.
10.
217-9: φησὶν οὖν ὁ ἀνὴρ τὴν ὕλην ῥευστήν εἶναι, ῥεούσης δὲ αὐτῆς συνεχῶς

προσθέσεις ἀντὶ τῶν ἀποφορήσεων γίγνεσθαι καὶ τὰς αἰσθήσεις μετακοσμεῖσθαί τε καὶ

ἀλλοιοἢσθαι παρά τε <τὰς> ἡλικίας καὶ παρὰ τὰς ἄλλας κατασκευὰς τών σωμάτων,

λέγει δὲ καὶ τοὺς λόγους πάντων τῶν φαινομένων ὑποκεῖσθαι ἐν τῇ ὕλῃ, ὡς δύνασθαι

τὴν ὕλην ὅσον ἐφ ̓ ἑαυτῇ πάντα εἶναι ὅσα πάσι φαίνεται. τοὺς δὲ ἀνθρώπους ἄλλοτε

ἄλλων ἀντιλαμβάνεσθαι παρὰ τὰς διαφόρους αὐτῶν διαθέσεις‧ τὸν μὲν γὰρ κατὰ φύσιν

ἔχοντα ἐκεῖνα τῶν ἐν τῇ ὕλῃ καταλαμβάνειν ἃ τοῖς κατὰ φύσιν ἔχουσι φαίνεσθαι δύναται,

τὸν δὲ παρὰ φύσιν ἃ τοῖς παρὰ φύσιν. καὶ ἤδη παρὰ τὰς ἡλικίας καὶ κατὰ τὸ ὑπνοῦν

ἢ ἐγρηγορέναι καὶ καθ ̓ ἕκαστον εἶδος τῶν διαθέσεων ὁ αὐτὸς λόγος, γίνεται τοίνυν

κατ ̓ αὐτόν τῶν ὄντων κριτήριον ὁ ἄνθρωπος‧ πάντα γὰρ τὰ φαινόμενα τοῖς ἀνθρώποις

καὶ ἔστιν, τὰ δὲ μηδενὶ τῶν ἀνθρώπων φαινόμενα οὐδὲ ἔστιν. Mentre Sesto dapprima

pone l’accento sulla relatività (PH i 216: καὶ διὰ τοῦτο τίθησι τὰ φαινόμενα ἐκάστῳ

μόνα, καὶ οὕτως εἰσάγει τὸ πρός τι), manca un corrispondente accenno nella proposi-

zione conclusiva (i 219, così M vii 389-90); tuttavia Sesto mette in risalto questo

aspetto anche nella seconda trattazione, sia nella presentazione della posizione di Pro-

tagora (M vii 60) sia nella sua conferma attraverso l’ἀντικείμενος λόγος (vii 61) e nella

spiegazione per mezzo di esempi (vii 62-3). Perciò non si può considerare la formula-

zione in PH i 219 come l’unico riassunto valido della dottrina di Protagora dato da

Sesto (di altro avviso K.-M. Dietz, Protagoras von Abdera, Bonn 1976, pp. 107-9);

anche M. F. Burnyeat, Protagoras and Self-Refutation in Later Greek Philosophy,

«Philosophical Review», lxxxv (1976) pp. 44-69, p. 46 nota 3, mette giustamente

in rilievo che in Sesto «traces of relativism coexist with reports to the effect that

Protagoras held that every appearance is true simpliciter (chiefly M vii 60-4; cfr. also

PH i 216)»; egli comunque limita la sua discussione a M vii 389-90, dunque a formu-

lazioni che non sono con totale certezza attribuibili a Protagora. G. Β. Kerferd,

The Sophistic Movement, Cambridge 1981, p. 107 pensa al contrario che PH i 216

rappresenti «the objectivist view of Protagoras’ doctrine», cita però il testo di Sesto

(diversamente da D.-K. 80 a 14) solo a partire da 218, senza tuttavia prendere in

considerazione la proposizione sopra citata da 216.
11.
Questo vale prima di tutto per la formulazione εἰσάγει τὸ πρός τι, che è pre-

parata da Aristot. metaph. Γ 6. 1011 a 19-20, cfr. O. Foss, The Pigeon’s Neck, in

Classica et Mediaevalia F. Blatt... dedicata, Kopenhagen 1973, pp. 140-9, part. p. 146

nota 8; Platone cita il frammento in Theaet. 152 a 2-4 e offre in seguito la sua inter-

pretazione.
12.
Cfr. in proposito l’Anonymer Kommentar zu Platons ‘Theaetet’ (Papyrus 9782),

edd. H. Diels-W. Schubart (“Berliner Klassikertexte” ii) Berlin 1905, pp. 45-9

(in proposito H. Tarrant, Scepticism or Platonism?, Cambridge 1985, pp. 79-82),

cfr. inoltre Aristot. metaph. K 6.1063 a 17-28; su Sesto cfr. F. Decleva Caizzi,

La “materia scorrevole”. Sulle tracce di un dibattito perduto, in J. Barnes and M. Mi-

gnucci (eds), Matter and Metaphysics, Napoli 1988, pp. 425-70, part. pp. 459-61, e,

su PH ii 218, pp. 466-70.
13.
Come ho ora modo di vedere, anche G. Cortassa, La problematica del-

l’uomo-misura in Sesto Empirico
, «Atti dell’Accademia di Torino», cvii (1973) pp.

783-816, part. 792-7, intende la formulazione in questo senso.
14.
Sul significato di δογματίζειν e soprattutto di δόγμα cfr. J. Barnes, The Be-

liefs of a Pyrrhonist
, «Proceedings of the Cambridge Philological Society», ccviii n.s.

xxviii (1982) pp. 1-29, part. 6-12 ( = «Elenchos», iv (1983) pp. 5-43, part. 15-28),

anche sull’essenza dell’ἐποχή pirroniana, cfr. ora Id., Pyrrhonism, Belief and Causa-

tion. Observations on the Scepticism of Sextus Empiricus
, (“Aufstieg und Niedergang

der römischen Welt”, 36, 4), Berlin 1990, pp. 2608-95, part. 2609-11 e 2626-37.

Sulla posizione della scepsi cfr. ora M. F. Burnyeat, The sceptic in his place and time,

in R. Rorty et al. (eds), Philosophy in History, Cambridge 1984, pp. 225-54; M. Frede,

The Skeptic’s Belief e The Skeptic’s Two Kinds of Assent and the Question of the Possibility

of Knowledge
, in Id., Essays in Ancient Philosophy, Oxford 1987, pp. 179-200 e 201-22.

Solo in un secondo tempo mi è stata accessibile l’importante esposizione di J. Barnes,

The Toils of Scepticism, Cambridge 1990, cui rinvio caldamente.
15.
Ἄδηλον si trova anche nel nuovo frammento di Protagora, si veda in propo-

sito J. Mejer, The Alleged New Fragment of Protagoras, «Hermes», c (1972) pp. 175-8

(ristampato in C. J. Classen (Hrsg.), Sophistik, Darmstadt 1976, pp. 306-11); critico

a riguardo P. Woodruff, Protagoras on the unseen. The evidence of Didymus, in Κ. I.

Boudouris (ed.), The Sophistic Movement, Athens 1984, pp. 80-7 e, piὐ diffusamente,

Id., Didymus on Protagoras and the Protagoreans, «Journal of the History of Philoso-

phy», xxiii (1985) pp. 483-97.
16.
Sulla trattazione piὐ approfondita di Sesto cfr. infra pp. 72-8; letteratura su

Gorgia è elencata in «Elenchos», vi (1985) pp. 114-20, da allora: Gorgias von Leon-

tini, Reden, Fragmente und Testimonien,
hrsg. v. Th. Buchheim, Hamburg 1989 (qui

anche la letteratura piὐ recente); i frammenti anche in M. Untersteiner (a cura

di), I Sofisti, ii, Firenze 1949, pp. 36-146.
17.
Letteratura su Seniade è elencata in «Elenchos», vi (1985) p. 140; da allora

J. Brunschwig, Démocrìte et Xéniade, Proceedings of the 1st International Congress

on Democritus, Xanthi 1984, pp. 109-24 (sull’argomentazione di Seniade e la rea-

zione di Democrito).
18.
La cronologia della vita è incerta e non può essere dedotta dalla successione

in Sesto (di diverso avviso, anche se con prudenza, K. v. Fritz, s.v. Xeniades (n. 1),

in RE ii 9 (1967) col. 1438), che nomina Anacarsi dopo Senofane e Seniade.
19.
M vii 53-4. Egli conclude: οὐδὲ διακριτικόν τι τούτων (delle cose) ἔσται

κριτήριον, cfr. in proposito J. Brunschwig, op. cit. (supra, nota 17), pp. 111-7 con

rimando a G.E.R. Lloyd, Polarity and Analogy, Cambridge 1966, pp. 113-4.
20.
Cfr. inoltre viii 5, dove Sesto descrive concisamente la posizione di Seniade:

μηθὲν εἶναί φησιν ἀληθές.
21.
M vii 49-52.
22.
M vii 53-4 e 55-9; l’argomentazione messa in bocca ad Anacarsi merita di es-

sere interpretata in maniera piὐ penetrante di quanto fatto da J. F. Kindstrand, Ana-

charsis. The Legend and the Apophthegmata
, Stockholm 1981, pp. 49-50, che ricorda

prima di tutto il frequente supposto collegamento degli Scettici con i Sette Saggi,

tra i quali talvolta fu annoverato anche Anacarsi. Si dovrà piuttosto pensare al dictum,

tramandato in diverse versioni, τοὺς Ἔλληνας ἀμαρτάνειν, ὅτι παρ' αὐτοῖς οἱ μὲν

τεχνῖται ἀγωνίζονται, οἱ δ ' ἀμαθεῖς κρίνουσιν (Kindstrand A 42 D-E = Gnomologium

Vaticanum 14
e Appendix Vaticana 1.1, v. anche Kindstrand 42 A; B-C; F).
23.
vii 60 καί Πρωταγόραν [...] ἐγκατέλεξάν τινες τῷ χορῷ [...], cfr. vii 49:

Ξενοφάνης [...] κατά τινας εἰπών, 55: Ἀνάχαρσις ὡς φασίν ὁ Σκύθης (probabilmente

da non riferire solo all’origine) e in chiusura (64): καὶ τούτῳ δὴ κινεῖσθαι (coni. Mut-

schmann) τινὲς ὑπενόησαν τὸ κριτήριον (W. Ηειντζ, Studien zu Sextus Empiricus, Halle

1932, pp. 97-8 legge: καὶ τοῦτον δὴ κινεῖν) e analogamente τοιοῦτοι δὲ γεγονέναι

λέγονται καὶ οἱ περὶ τὸν Εὐθύδημον. Evidentemente Sesto qui non lavora direttamente

sulle fonti, ma sulla base di un’altra esposizione.
24.
Come titolo nomina qui οἱ καταβάλλοντες, che secondo M. Untersteiner,

I Sofisti, i, Milano 1967, p. 36 è “un titolo tardivo”. Il termine, tuttavia, diffi-

cilmente è stato coniato da Sesto, come risulta dal suo impiego di καταβάλλειν, v.

invece Democr. 68 b 125 (D.-K.).
25.
Πᾶσαν ἀληθῆ φαντασίαν, v. anche 389 e la confutazione a 390 (autoconfuta-

zione, cfr. in proposito G. Cortassa, op. cit., pp. 797-813; M. F. Burnyeat, Protago-

ras cit.
) come le ulteriori obiezioni mosse dagli Scettici, che sono possibili e sensate

solo se si estende il significato di φαινόμενα a δόξαι e si lascia cadere il riferimento

alla singola persona.
26.
Μ ix 18; 51; 52. Letteratura su Prodico è elencata in «Elenchos», vi (1985)

pp. 126-8.
27.
M ix 54, cfr. anche PH iii 218. Se i versi citati in M ix 54 appartengano a

Crizia è oggetto di discussione: cfr. A. Dihle, Das Satyrspiel “Sisyphos”, «Hermes»,

cv (1977) pp. 28-42, approvato da E. Pöhlmann, Sisyphos oder der Tod in Fesseln,

in P. Neukamm (Hrsg.), Tradition und Rezeption, München 1984, pp. 7-20; contrario

D. Sutton, Critias and Atheism, «Classical Quarterly», xxxi (1981) pp. 33-8; da

ultimo M. Winiarczyk, Nochmals das Satyrspiel Sisyphos, «Wiener Studien», c (1987)

pp. 35-45; anche B. A. Kyrkos accoglie il brano nella sua raccolta di frammenti

(Antiphon-Kritias-Anonymus lamblichi, Ioannina 1988, pp. 106-8).
28.
Cfr. D.-K. 80 b 4 (Eus. praep. evang. xiv 3, 7 e Diog. Laert. ix 57), cfr. an-

che 80 a 23 (Platone, Cicerone, Filodemo, Diogene d’Enoanda), 80 a 3 (Esichio),

80 a 2 (Filostrato); una lista piὐ dettagliata è fornita da K. M. Dietz, op. cit.,

pp. 132-3 (la menzione di Timone è tuttavia fuorviarne, perché si tratta della cita-

zione in Sesto); si veda da ultimo J. Mansfeld, Protagoras on Epistemological Obstacles

and Persons
, in B. Kerferd (ed.), The Sophists and their Legacy (“Hermes”, Einzel-

schritten xliv), Wiesbaden 1981, pp. 38-53, part. pp. 38-43 e 51-3; O. Gigon, II

libro ‘Sugli dei’ di Protagora
, «Rivista di storia della filosofia», xl (1985) pp. 419-48,

part. 438-48; A. Magris, L’ “illuminismo” greco, in Μ. Capasso et al. (a cura di),

Studi di filosofia preplatonica, Napoli 1985, pp. 209-51, part. pp. 217-22 (su ἄδηλος

cfr. anche supra nota 15).
29.
M vii 60; comunque non nell’ἀντικείμενος λόγος né laddove egli trae le con-

seguenze per i fuori di senno e i dormienti (M vii 61-3): nelle formulazioni conclusive

egli impiega accanto a τὰ φαινόμενα anche τὰ ὑποπίπτοντα (da lui altrimenti preferite)

e τὰ λαμβανόμενα.
30.
Cfr. la mia interpretazione in «Rivista di Filosofia», lxxx (1989) pp. 172-9

e 179-83.
31.
PH i 210 e 212; 213-4 (cfr. in proposito F. Decleva Caizzi, Democrito in

Sesto Empirico
, in F. Romano (a cura di), Democrito e l'atomismo antico, «Siculorum

Gymnasium», n.s. xxxiii (1980), pp. 393-410); 215; Sesto vede un’ulteriore diffe-

renza dai Cirenaici nel fatto che costoro sostengono che τὰ ἐκτὸς ὑποκείμενα hanno

un’essenza non esperibile, gli Scettici rinunciano anche ad un giudizio del genere.
32.
F. Decleva Caizzi, La “materia sconevole” cit., p. 469; a p. 468 ella rileva,

a ragione, che la versione modificata della tesi di Protagora fu accettata da Sesto

o dalla sua fonte pirroniana «perché utile a differenziare, tramite la componente onto-

logica, la posizione protagorea da quella scettica».
33.
Nel capitolo introduttivo li nomina tra coloro che si occuparono solo di logica

(vii 13) accanto a Pantoide, Alessino, Eubulide (che possono essere annoverati tra i

Megarici) e Brisone. Dionisodoro è da lui citato piὐ tardi ancora una volta (vii 48); su

questo ed Eutidemo cfr. G. B. Kerferd, The Sophistic Movement cit., pp. 53-4.
34.
B. Cassin, Si Parménide, Lille 1980, p. 22 offre uno sguardo d’insieme (qui

anche un’edizione del testo, pp. 637-43, cfr. anche pp. 429-565) comunque non soddi-

sfacente; cfr. J. Mansfeld, De Melisso Xenophane Gorgia. Pyrrhonizing Aristotelianism,

«Rheinisches Museum», cxxxi (1988) pp. 239-76, part. 239 nota 1 ( = J. Mansfeld,

Studies in the Historiography of Greek Philosophy, Assen 1990, p. 200 nota 1); v.

inoltre J. Barnes, The Presocratic Philosophers, London 19822, pp. 173-4; G. Maz-

zara
, Gorgia. Ontologo e Metafisico, Palermo 1982; J. Mansfeld, Historical and Philo-

sophical Aspects of Gorgias “On What is Not”
, in L. Montoneri-F. Romano (a cura

di), Gorgia e la sofistica, «Siculorum Gymnasium», n.s. xxxviii (1985), pp. 243-71,

part. pp. 243-4 (= J. Mansfeld, Studies cit., pp. 97-8). Sulla corrispondenza della

tecnica dimostrativa nello scritto di Gorgia περὶ τοῦ μὴ ὄντος e nelle sue orazioni

cfr. O. Gigon, Gorgias “Über das Nichtsein”, «Hermes», lxxi (1936) pp. 186-213,

part. pp. 190-2 ( = O. Gigon, Studien zur antiken Philosophie, Berlin 1972, pp. 73-5);

G. E. R. Lloyd, op. cit., pp. 119-21; G. Mazzara, op. cit., pp. 43-57, passim-, A. A.

Long
, Methods of Argument in Gorgias’ ‘Palamedes’, in K. Boudouris (ed.), The

Sophistic Movement
, cit., pp. 233-41.
35.
Cfr. e.g. 979 a 34-979 b 19, e H. J. Newiger, Untersuchungen zu Gorgias’

Schrift über das Nichtseiende
, Berlin 1973, pp. 39-56.
36.
Usato spesso da Sesto, cfr. anche εὐεπιλόγιστον (M vii 75); l’Anonimo im-

piega συλλογίζεται (979 a 18), cui fa precedere συνθεὶς τὰ ἐτέροις εἰρημένα (979 a 14).

Ciò fa sorgere il problema, se Gorgia abbia, come Ippia, raggruppato dottrine piὐ

antiche; una risposta positiva è data giustamente da J. Mansfeld, Aristoteles, Plato

and the Preplatonic Doxography and Chronography
, in G. Cambiano (a cura di), Sto-

riografia e dossografia nella filosofia antica
, Torino 1986, pp. 1-59, part. p. 6 (= J.

Mansfeld, Studies cit., p. 27).
37.
66: ὡς παραστήσει, ὡς παραμυθήσεται, ὡς καὶ τοῦτο διδάξει 68: ὡς δείξομεν,

73: ὡς παρασταθήσεται, 78: ὡς παραστήσομεν. Paralleli dalle opere di Sesto sono elen-

cati da K. Janáček, Indices, s.v. δείκνυμι (p. 62), παραμυθοῦμαι (p. 174), παρίστημι

(p. 176), cfr. anche i suoi Prolegomena to Sextus Empiricus, Olomouc 1947, pp. 55-6.
38.
Nell’Anonimo si trovano ad es. ἀδύνατον: 979 b 34 e οὐχ οἷόν τε: 980 b 9-10.

Il confronto della lingua dell’Anonimo con quella di Sesto, operato da Janáček in

un contributo redatto in lingua ceca, cfr. K. Janáček, Rozbor zpráv o filosofii Gor-

giove
, «Listy Filologické», lix (1932) pp. 13-20; 99-104; 225-32, mi è stato accessi-

bile solo in un secondo tempo; esso può servire, a chi abbia la necessaria competenza

linguistica, per il controllo delle mie osservazioni.
39.
Accanto a ἔδει cfr. in Gorgia: δεῖ (Hel. 9; Pal. 24; 33 (2x)): χρή (Hel. 1; 13;

20; Pal. 1; 20; 25; 34) e τέον (Hel. 6), nell’Anonimo: δεῖν 980 a 9, ἀνάγκη 979 a 18;

37 (negato); b 11 (negato); 33. Manifesto: οὐκ ἄδηλον: Hel. 3; Pal. 19; δήλον: Hel. 3,

cfr. anche δήλον ὅτι: Hel. 7; δηλονότι: Pal. 11; 12; φανερόν: Pal. 24; 36; ἄν ἦν φανερά:

Pal. 8, cfr. 12; φανερός: Pal. 10; verosimile: εἰκός Hel. 5, cfr. anche 7; inverosimile:

οὐκ εἰκός: Pal. 9, cfr. Pal. 10 πολεμεῖ, cfr. anche ἄπιστον: Pal. 11, cfr. 14; 21; natu-

rale: πέφυκε: Hel. 6; 18, cfr. Pal. 1; non sorprendente: τί θαυμαστόν: Hel. 19; facile:

ράδιον: Pal. 23: εὔπορος... κρίσις: Pal. 35; difficile: χαλεπόν: Hel. 8; nuovo: καινὸς

ὁ λόγος: Pal. 26. Nell’Anonimo si può rimandare solo a ἄδηλον (980 a 18) e ὡς δὴ

θαυμάσιόν γ’ ἂν εἴη (979 b 7).
40.
Questo vale per κατὰ λόγον, ἕπεται, ἄτοπος, ma su ἐξ ἀνάγκης ὀφείλειν cfr.

K. Janáček, Prolegomena cit., p. 35.
41.
Συμφανής, ὁμόλογος (forse piὐ antico), ὑγιές καὶ σῷζον τὴν ἀκολουθίαν,

ἀναιρετικόν, ἀνεμφαῖνον.
42.
Su σημεῖον cfr. Pal. 31, prima in Melisso: b 8 (D.-K.); ἄδηλον è evitato da

Sesto nel suo resoconto, a differenza dell’Anonimo (es. 980 a 18 F), evidentemente

perché per lo scettico ha un significato tecnico, cfr. in proposito G. Cortassa, τὸ

φαινόμενον
e τὸ ἄδηλον in Sesto Empirico, «Rivista di filologia e di istruzione clas-

sica», ciii (1975) pp. 276-92; ἄδηλον negato in Gorgia: Hel. 3; Pai. 19, cfr. δήλον;

Hel. 3.
43.
Nell’Anonimo si trova piὐ volte ὥστε (979 a 27; b 18; 980 a 5; 18; b 6; 16;

30), non invece ἄρα, οὐκ ἄρα, τοίνυν, οὐκοῦν, oὐ δήπου, si trovano invece εἰ δὲ μὴ...

ἀλλ’ ὥσπερ... οὕτω (980 a 14-5) ὥσπερ... οὕτως (980 b 1-2) καὶ οὕτως (979 a 31), οὐδ’

οὕτως (979 b 5; 15), οὕτως οὖν (980 b 17), inoltre εἰ οὖν, ὃ οὖν ecc. (979 b 26; 33;

980 b 3; cfr. 979 b 27). Sull’uso di alcune particelle, prima di tutto sulle variazioni

nel loro impiego in Sesto, si trovano utili osservazioni in K. Janáček, Prolegomena

cit.
, pp. 17-29.
44.
Οὐ μὴν οὐδέ: 979 b 26; οὐδὲ μὴν οὐδ’: 979 b 30; καὶ γάρ: 979 b 10; 980 a 12-3.
45.
Πῶς ἂν... εἴη... δυνατός: Hel. 19; πῶς ἄν γένοιτο: Pal. 6; πῶς δ’ ἂν ἐφύλαξα:

Pal. 10; τίς οὖν ἂν...: Pal. 8; τίς γὰρ ἂν ἕλοιτο: Pal. 14; τίς οὖν... ξύνοιδε: Pal. 11;

nell’Anonimo: 980 a 19-b 5.
46.
Sul proprio modo di procedere: Hel. 2; 5; 8; 9; 15; Pai. 4 (domanda); 5; 6;

13; 22; 27; 28; conclusione di un’argomentazione: Hel. 15: εἴρηται, Pai. 21: δέδεικται,

così Sesto M vii 75.
47.
Anche ἀνερμήνευτος, in Sesto al singolare, è già attestato in Euripide (Hyps.

fr. 1 IV 18 Bond), ma usato in altro significato; Sesto lo mette qui accanto ad ἀνέξοι-

στος (prima in Plutarco, poi tre volte in Sesto) e ἀκατάληπτος (frequente nei filosofi

di età ellenistica) nella proposizione introduttiva, che è formulata nel suo proprio

linguaggio (cfr. G. Calogero, Studien über den Eleatismus, Darmstadt 1970, ediz.

orig. Roma 1932, p. 172 e nota 1); ληπτός si ha solo da Platone in poi, ma altri

composti si trovano prima, cfr. C. D. Buck-W. Petersen, A Reverse Index of Greek

Nouns and Adjectives
, Chicago 1948, p. 504.
48.
Ποσόν: soph. 245 d 9; Phil. 24 c 3; 6; 7; d 3; 5; κριτήριον: resp. 582 a 6;

Theaet. 178 b 6; cl; leg. 767 b 5.
49.
H. J. Newiger, op. cit., p. 83, cfr. anche le riflessioni di O. Gigon, op. cit.,

pp. 198-9 (= Id., Studien cit., p. 82).
50.
H.J. Newiger, op. cit., p. 144.
51.
Cfr. K. Janáček, Indices, s.v. ὕπαρξις (pp. 236-7) e ἀνάγκη (p. 18).
52.
H.J. Newiger, op. cit., pp. 64-5: Anonymus 979 b 30-3.
53.
Per περιέχειν cfr. l'Index di W. Kranz, Die Fragmente der Vorsokratiker cit.,

iii, p. 348 s.v. e K. Janáček, Indices, s.v. (pp. 179-80), lì anche ἐμπεριέχειν (p. 88).

J. Mansfeld argomenta (Historical and Philosophical Aspects cit., pp. 261-2 = Studies

cit.
, pp. 115-6), che questa sezione dipende dal Parmenide di Platone (138 a-b), dove

compaiono solo περιέχειν e περιέχεσθαι.
54.
Su ἵπτασθαι cfr. Lucian, sol. 7; ἐγκύρησις è attestato per la prima volta in

Filodemo, su ἀκατάληπτος e παραστατικός cfr. l’Index di M. Adler, s.v. (Stoicorum

Veterum Fragmenta
, iv, Leipzig 1924, p. 11; 112); μηνυτικός e ὑπόπτωσις si trovano

per la prima volta in Filone (cfr. S.V.F. in fr. 676), su Sesto cfr. inoltre gli Indices

di K. Janáček.
55.
Op. cit., pp. 163-6.
*.
Debbo un cordiale ringraziamento a B. Centrone (Roma) per essersi assunto

l’onere della traduzione.


Carl Joachim Classen . :

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