Questioni scettiche. Letture introduttive al pirronismo antico.

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Questioni scettiche. Letture introduttive al pirronismo antico.

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Capitolo primo

GLI SCETTICISMI ANTICHI: UNO SCHIZZO INTRODUTTIVO

1. Cercare di scrivere una nota introduttiva in merito allo scetticismo an-

tico una trentina di anni fa, agli inizi degli anni Settanta del secolo passato,

non avrebbe certo comportato problemi di spazio. Sul piano dei contenuti

ci si sarebbe potuti trincerare dietro un clima generale - vagamente e spes-

so imprecisamente post-hegeliano - di svalutazione delle cosiddette filoso-

fie ellenistiche, scetticismo incluso1. Di conseguenza, diciamo pure ‘a ca-

duta’, a causa di una scarsità frutto di quel meccanismo di rimozione dei te-

mi non alla moda o pregiudizialmente ritenuti non interessanti che si rivela

quasi costante nella storia degli studi, anche l’analisi della letteratura se-

condaria sull’argomento avrebbe richiesto uno sforzo non certo sovrumano.

Poche paginette, insomma, sarebbero bastate, forse anzi avanzate2.

Purtroppo - o si dovrebbe piuttosto dire, con un certo compiacimento, per

fortuna - le cose non stanno più così3. A partire proprio dalla data che sopra

ricordavo, infatti, si è assistito a un revival quantitativamente e soprattutto

qualitativamente rilevante degli studi dedicati alle filosofie ellenistiche in ge-

nerale, oramai libere da ipoteche negative e assurte nuovamente a oggetto

d’indagine di prim’ordine, soprattutto per gli stimoli intellettuali che esse of-

frono e per le sorprendenti affinità che mostrano rispetto a tematiche e me-

todologie care anche alla ricerca filosofica contemporanea4. In quest’atmo-

sfera di rinnovato vigore interpretativo l’attenzione degli studiosi si è posa-

ta, in più sensi e in molteplici direzioni, anche - e aggiungerei ovviamente,

visto l’elevato tasso di problematicità teoretica e storiografica, che le carat-

terizza - sulle questioni relative all’evoluzione e allo statuto concettuale

dello scetticismo antico. Ciò è accaduto in modo così vasto e capillare, che

‘fotografare’ lo sforzo ermeneutico degli specialisti negli ultimi trent’anni

nello spazio breve di questo che vuole essere uno schizzo informativo di-

venta difficile, quasi impossibile se si vuole a ogni costo perseguire l’idea-

le astratto di una esaustività assoluta. Ecco perché ho deciso di percorrere

una strada diversa. Sacrificando forse qualcosa sull’altare della pretesa

completezza, opterò per un lavoro di selezione - non arbitraria, spero - ca-

pace di mettere in luce innanzi tutto uno snodo storico e teorico di prima-

ria importanza, illustrato sempre e comunque attraverso il rinvio puntuale

sia ad altri temi di particolare rilievo sia naturalmente ai più significativi

studi, che di volta in volta hanno rappresentato a mio avviso tappe impor-

tanti nell’ambito del dibattito specialistico sullo scetticismo antico.

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2. Come ha giustamente sottolineato David Sedley, il primo nodo da

sciogliere, soprattutto qualora si intenda davvero evitare qualsiasi frain-

tendimento o qualsiasi superficiale lettura e utilizzazione del patrimonio

scettico antico, è quello di una corretta delimitazione del campo di indagi-

ne. Occorre insomma preliminarmente chiedersi che cosa si possa e si deb-

ba intendere per scetticismo, in modo da determinare in modo coerente e

conseguente anche quando collocare la prima apparizione di questo atteg-

giamento filosofico5. Se a questa domanda rispondessimo assimilando ‘de-

bolmente’ la scepsi alle molte, ma per nulla sistematiche, dichiarazioni ed

espressioni di dubbio o ignoranza formulate sia da poeti sia da filosofi agli

albori della tradizione culturale occidentale, dovremmo popolare la storia

dello scetticismo antico di pallide figure, magari attribuendo loro il titolo

onorifico di ‘precursori’. Potremmo allora chiamare in causa - come pure

sembrano aver fatto alcune fonti antiche, colpite da isolati e pessimistici

pronunciamenti sulla debolezza delle nostre capacità gnoseologiche o sui

limiti invalicabili della nostra condizione mortale e per ciò stesso ‘effime-

ra’ - i nomi illustri di Omero o dei Sette Sapienti; di Archiloco o di Euri-

pide; di Senofane, di Parmenide o di Zenone eleatico; di Eraclito o di Em-

pedocle; di Ippocrate o di Democrito, per chiudere naturalmente con So-

crate o con lo stesso Platone6. Accettare questo tipo di interpretazione, tut-

tavia, significherebbe dissolvere la specificità di quella corrente filosofica,

che probabilmente non raggiunse - meglio: non volle raggiungere - mai la

struttura consolidata di una scuola o hairesis, ma che rappresenta un mo-

vimento, una corrente di pensiero o agoge7, cui possono essere attribuite

almeno due note distintive di fondo:

  • a. la convinzione che il vero scettico persevera senza sosta nella ricer-

    ca e insieme permane nell’aporia, un abito che arriva quasi a caratterizzarsi

    come un vero e proprio fine o telos in senso forte;
  • b. la capacità di supportare questo atteggiamento di interminabile, in-

    cessante apertura mentale mediante una sistematica raccolta o, se neces-

    sario, una opportuna invenzione di argomenti volti a mostrare l’impossi-

    bilità e/o l’infondatezza di qualsiasi pretesa conoscitiva cristallizzata in

    dogmi.
  • Se scegliamo questa seconda opzione ermeneutica, possiamo evitare

    pericolosi regressi all’infinito nella nostra caccia alle origini dello scettici-

    smo antico e individuare anzi un ambito cronologico e concettuale ben

    preciso, entro cui tale atteggiamento si impose e consolidò: si tratta del di-

    battito epistemologico ed etico innescato fra IV e III sec. a.C. dalle rifles-

    sioni di Pirrone (360-270 a.C.) da una parte e di Arcesilao (315-240 a.C.)

    dall’altra8.

    3

    3. Il richiamo alla auctoritas non di uno, ma di ben due ‘padri fondato-

    ri’ non è affatto fatto di tentennamenti attribuzionistici o di confusioni in-

    terpretative. Essa impone piuttosto, a qualsiasi ricostruzione che voglia dir-

    si storicamente attenta e consapevole, la necessità di fare i conti con l’esi-

    stenza di almeno due forme diverse di scetticismo, fra loro non coinciden-

    ti, anzi spesso fra loro apertamente rivali e segnate entrambe da una storia,

    da un’evoluzione interna non priva di scossoni, niente affatto lineare.

    Fortunatamente si tratta di una questione di ‘tassonomia storiografica’

    complessa, senza dubbio anche immediatamente spinosa sul piano teorico,

    ma non arbitrariamente inventata dagli esegeti moderni o contemporanei9.

    Le radici della consapevole separazione di due tipi di scetticismo, infatti,

    sono già antiche. Ne abbiamo testimonianza evidente e perspicua in un no-

    to passo di Gellio (NA XI, 5, 6), che scrive:

    Vetus autem quaestio et a multis scriptoribus Graecis tractata, an quid et

    quantum Pyrronios et Academicos philosophos intersit.

    La prima domanda che questo brano suscita riguarda, credo, il valore

    esatto, cronologicamente puntuale, da attribuire all’aggettivo vetus: quan-

    to è ‘vecchia’ la questione relativa alla differenza fra accademici e pirro-

    niani? Possiamo dire che sin dalla ‘data di nascita’ cui accennavamo in

    precedenza, sin dal binomio Pirrone/Arcesilao, vi sia stata consapevolez-

    za di questa differenza? Possiamo insomma sostenere che già con queste

    due figure archetipiche si ponga il problema della commensurabilità o in-

    commensurabilità di due atteggiamenti scettici?

    Per rispondere a tale quesito, occorre accennare, seppur in estrema sin-

    tesi, alle posizioni dei due patres appena ricordati.

    4.Cominciamo da Pirrone, soprattutto perché la sua figura suscita una

    domanda preliminare, che, benché possa suonare paradossale, condiziona

    tutta l’analisi della successiva storia del versante pirroniano dello scettici-

    smo antico: fu Pirrone davvero pirroniano?10 Il dibattito in merito a questo

    difficile quesito è stato lungo e storicamente fecondo11. Credo tuttavia che

    le conclusioni di Fernanda Decleva Caizzi prima e - seppur con sfumature

    diverse, in alcuni casi molto diverse - di Richard Bett poi consentano di da-

    re una risposta seccamente negativa12. La posizione di Pirrone, così come

    sembra emergere da varie testimonianze antiche, non appare affatto inte-

    ressata a perseguire senza sosta il vero, nella persuasione forte, però, di non

    poter dire nulla di definitivo sulla realtà. Al contrario, stando soprattutto al

    resoconto di Aristocle, egli sembra pronunciarsi in modo dogmatico sulla

    4

    natura delle cose, che vengono negativamente etichettate come “senza dif-

    ferenze, senza stabilità, indiscriminate”13. Proprio la tesi di una radicale e

    intrinseca indeterminatezza delle cose o pragmata, che condiziona la no-

    stra disposizione, lasciandoci “senza opinioni, senza inclinazioni, senza

    scosse” e cui consegue “per prima cosa l’afasia, poi l’imperturbabilità”, in-

    duce a pensare a un Pirrone per nulla scettico, quanto piuttosto sostenitore

    di una sorta di ‘metafìsica negativa o indifferentista’, che sul piano episte-

    mico non si appaga dell’affermazione dubitativa (e già socratica?), secon-

    do cui “noi non conosciamo nulla”, ma tende piuttosto a dichiarare senza

    esitazione che “non c’è nulla da conoscere”14. Al di là di ogni dibattito, che

    pure potrebbe essere alimentato da una lettura diversa delle testimonian-

    ze15, credo che a conferma indiretta di questa interpretazione ‘dogmatica’

    di Pirrone possa essere addotta la constatazione per cui, per lungo tempo e

    comunque sicuramente fino al I sec. a.C., l’etichetta dossografica di ‘pir-

    roniano’ non sembra assumere alcuna valenza scettica16.

    Certo, qualcuno potrebbe obiettare che molti degli episodi e alcune del-

    le opinioni o doxai, che costituiscono l’ossatura della vita laerziana dedi-

    cata a Pirrone ci mostrano un Pirrone assolutamente privo di convinzioni

    definite in campo etico, pronto anzi a negare forza e valore assoluti a con-

    cetti basilari come quelli di bene e male17. Almeno su questo piano, dun-

    que, bisognerebbe riconoscergli legittimamente la ‘patente’ di scettico, al

    punto da giustificare anche la ben nota accusa di inattività o apraxia im-

    plicitamente adombrata in alcuni comportamenti a lui attribuiti dalla tradi-

    zione aneddotica18. A parte ogni contro-obiezione fattuale riscontrabile in

    altri filoni dossografici, non pregiudizialmente ostili alla figura e all’atti-

    vità filosofica oggettivamente ‘strana’, non classificabile di Pirrone19, an-

    che in questo caso si può addurre come testimonianza indiretta la sua col-

    locazione, accanto ad altri autori poco noti e comunque diciamo così ‘ete-

    rodossi’ rispetto alle scuole di provenienza, nel novero dei ‘moralisti’20.

    Alla nostra iniziale, solo apparentemente paradossale domanda sull’e-

    ventuale pirronismo di Pirrone, allora, possiamo in definitiva rispondere

    negativamente, citando a sostegno la conclusione di Jacques Brunschwig:

    “Pirrone non fu il primo pirroniano. Il primo pirroniano fu Timone, il più

    noto degli immediati discepoli di Pirrone”21.

    5. Nonostante il quadro teorico di indeterminatezza metafisica della

    realtà sopra ricordato e nonostante le classificazioni storiografiche tenden-

    zialmente dogmatiche riconducibili con certezza o con buona verosimi-

    glianza a Pirrone invitino a escluderlo dalla famiglia scettica, non è man-

    cato chi, già fra gli autori antichi, ha cercato invece di accreditarne l’ap-

    5

    partenenza alla suddetta famiglia, trasformandolo addirittura nel punto di

    riferimento più netto o addirittura nella sorgente prima dell’atteggiamento

    scettico di Arcesilao. Le due figure-archetipo da cui abbiamo preso le mos-

    se verrebbero così non solo rese perfettamente commensurabili, ma addi-

    rittura si collocherebbero in un rapporto gerarchico di dipendenza, a tutto

    vantaggio di presunte radici pirroniane della filosofia scettica tout court22.

    Grazie a una riutilizzazione sottilmente ironica della nota immagine ome-

    rica della Chimera, Arcesilao diventerebbe quindi una sorta di mostro: da-

    vanti Platone, in mezzo Diodoro, ma dietro Pirrone. Senza poter entrare

    qui in una disamina dettagliata, bisogna tuttavia dichiarare con forza che

    di fronte a questa raffigurazione possiamo e dobbiamo nutrire ragionevoli

    dubbi. Essa deriva infatti da fonti probabilmente ostili ad Arcesilao, ovve-

    ro: a) Timone, interessato invece, per motivi che esamineremo meglio fra

    poco, a sottolineare la totale assenza di originalità dell’accademico, la cui

    filosofia verrebbe a ridursi a un poco coerente patchwork di posizioni fra

    loro diverse e difficilmente conciliabili23; b) o ancora Aristone di Chio,

    preoccupato di separarlo nettamente da quella (comune) tradizione socra-

    tica che egli vorrebbe tutta e solo pro- e pre-stoica24; c) o infine autori più

    tardi - Numenio soprattutto, che raccoglie i versi di entrambi, ma anche

    Sesto Empirico, come vedremo in dettaglio più avanti, o ancora Agostino



    - malevoli al punto da sfruttare l’immagine polimorfa per accreditare la fa-

    vola di un presunto esoterismo di Arcesilao25.

    Se vogliamo impostare in modo corretto l’indagine sulla natura e sulla

    portata dello scetticismo accademico dobbiamo spostare la nostra atten-

    zione su altre fonti, meno prevenute e capaci di farci cogliere in re le dif-

    ferenze di impostazione, di background filosofico, perfino di sensibilità

    teoretica fra Pirrone e Arcesilao. In questa direzione - soprattutto per re-

    cuperare a pieno la dimensione del rapporto intercorso fra Arcesilao e gli

    stimoli di pensiero a lui antecedenti o contemporanei, nonché per apprez-

    zare i confini della sua originalità filosofica - di fondamentale importanza

    si rivela di nuovo la testimonianza di Cicerone, che davvero ci mette sulla

    strada giusta quando scrive (de or. III 17, 67):

    Arcesilas primum, qui Polemonem audierat, ex variis Platonis libris sermoni-

    busque Socraticis hoc maxime arripuit, nihil esse certi, quod aut sensibus aut ani-

    mo percipi possit.

    La direzione indicata dalle parole di Cicerone è inequivocabile: per ca-

    pire Arcesilao e la sua filosofia occorre stabilire una continuità di metodo,

    priva di qualsiasi frattura, in primo luogo con Socrate26 e naturalmente poi

    6

    con Platone, interpretato soprattutto alla luce di quella sorta di slogan che

    è il ‘discutere nell’un senso e in quello contrario’ come vera essenza del fi-

    losofare, che consente immediatamente di recuperare la forza e il caratte-

    re aporetico dei cosiddetti dialoghi giovanili di Platone, come anche di al-

    cuni suoi scritti più tardi, primo fra tutti il Teeteto. Su questa medesima li-

    nea va collocato anche lo sforzo più generale messo in atto da Arcesilao

    per individuare tracce di quel modo di intendere la filosofia - segnato dal-

    la vigorosa sottolineatura della debolezza gnoseologica dell’uomo (cfr. ad

    es. Cic. Varro 44-45) - ancora più indietro rispetto alla tradizione socrati-

    co-platonica. Probabilmente con lui, quindi, nasce una lettura che potrem-

    mo dire ‘inclusiva’ della storia della filosofia precedente, segnata da un ve-

    ro e proprio ‘appello ai presocratici’, inseriti in lunghe e variegate liste di

    presunte genealogie dell’atteggiamento scettico27.

    Un esercizio filosofico quale quello appena descritto, che pure nasce

    genuinamente dalla prospettiva del verum invenire velle (cfr. Cic. Luc.

    76), non può che finire con il proporre e rafforzare l’esperienza della

    ugual forza o isostheneia delle tesi opposte su di un medesimo tema, ren-

    dendo più solido, quasi ‘abituale’ il ricorso alla tecnica dello in utramque

    partem disserere
    , con l’inevitabile approdo a una sospensione generaliz-

    zata del giudizio su tutto, al più radicale peri panton epechein28. Essendo

    questi i punti di riferimento positivi dell’atteggiamento filosofico di Arce-

    silao, bisogna giustamente abbandonare la lettura esclusivamente dialetti-

    ca - ovvero anti-stoica - del suo pensiero (così come di quello di Carnea-

    de, come vedremo fra breve), che, sulla scia di una forse fin troppo fortu-

    nata e (meccanicamente) ripetuta interpretazione avanzata da Pierre

    Couissin, molti studiosi (soprattutto in ambito anglosassone) avevano ab-

    bracciato sino a non molti anni fa, trasformandola in una sorta di rigida

    ‘ortodossia’29. È stato merito di Anna Maria Ioppolo30 aver guarito questo

    settore di studio del pensiero antico da ogni cedimento alla ‘couissinite’,

    mettendo in evidenza come alla base delle opzioni filosofiche di Arcesilao



    sicuramente anche anti-stoiche - vi siano tesi genuinamente socratiche

    (soprattutto il rifiuto di concedere al saggio la possibilità di opinare). Esse

    appaiono legate anche a un retroterra accademico comune condiviso a

    quanto pare con lo stesso Zenone stoico31, affidate per di più a una di-

    scussione serrata, che fa uso di una terminologia non originariamente ed

    esclusivamente stoica, ma più antica e ancora una volta aperta a un uso e

    riuso comune alle due scuole accademica e stoica. Oltre a una serie di

    espressioni tecniche di primo piano in ambito epistemologico e morale (si

    pensi ad esempio a epecho-epechein, kathekon/katorthoma32), quest’ulti-

    ma osservazione viene fatta valere dalla Ioppolo in modo particolare per lo

    7

    stesso criterio di azione proposto da Arcesilao, il “ragionevole” o eulogon.

    Esso, frutto di una presa di posizione positiva e non mero artificio dialet-

    tico, dovrebbe consentire anche allo scettico accademico di sfuggire al-

    l’accusa di apraxia, già evocata a proposito di Pirrone, proponendo un mo-

    dello di comportamento, che in modo naturale (physikos) indirizza verso il

    bene come ciò che è proprio o oikeion, passando unicamente per il legame

    ‘meccanico’ della rappresentazione e del relativo impulso33 e offrendo del-

    l’azione che ne scaturisce una giustificazione post factum.



    6. La svolta scettica impressa alla storia dell’Accademia da Arcesilao

    non si esaurisce con lui. Dopo il suo scolarcato, sempre e comunque anche

    in funzione anti-stoica, è Carneade (214-129 a.C.) la personalità che mag-

    giormente si impegna in una polemica non priva di affermazioni in propria

    persona,
    benché ‘parassitarla’ soprattutto rispetto alle conclusioni di Cri-

    sippo34. Una scarna, ma significativa notizia riportata da Diogene Laerzio

    (IV 62) sembra confermare quest’ultimo punto senza ombra di dubbio:

    Lesse con molta cura le opere degli stoici e, particolarmente, quelle di Crisip-

    po, anzi contraddiceva con tanta equità alle loro tesi e conseguiva tanto successo,

    che soleva dire: ‘Nulla io sarei se non fosse esistito Crisippo’.

    Nonostante il carattere dialettico, ad hominem delle sue conclusioni, è

    possibile tuttavia intravedere in Carneade una sorta di attenuazione della

    posizione radicale assunta da Arcesilao, soprattutto perché egli sembra

    ammettere per il saggio l’occasionale cedimento all’assenso e alla formu-

    lazione di opinioni, con un ridimensionamento della portata assoluta della

    sospensione del giudizio35. Questo atteggiamento meno categorico sembra

    dettato dalla volontà di evitare ogni paralisi dell’agire36, ancorato a un cri-

    terio, quello del pithanon, che pone in atto la necessità di tenere conto, nel-

    la nostra attività gnoseologica, del fattore tempo e addirittura di una valu-

    tazione graduale e progressiva dell’attendibilità delle nostre rappresenta-

    zioni. Determinante diventa, in questo caso, interpretare correttamente il

    senso e il valore teorico del pithanon. Se, attribuendo a esso un senso spe-

    ciale e direi ‘tecnicizzato’, lo intendiamo e traduciamo come ‘persuasivo’,

    ‘capace di convincerci’, allora, come è stato affermato riassuntivamente, si

    deve concedere che Carneade “sembra decisamente reticente nel tracciare

    qualsiasi stabile connessione fra le caratteristiche di un’impressione che

    rende qualcosa convincente e la reale verosimiglianza del suo essere ve-

    ro”37. Se invece, seguendo l’uso comune nonché la strada già tracciata da

    Cicerone nella sua resa latina e senza naturalmente caricare di alcuna for-

    8

    za veritativa il termine, consideriamo pithanon equivalente a ‘probabile’ o

    ‘verosimile’ e se per di più diamo alla raccomandazione carneadea di “se-

    guire” unicamente quelle rappresentazioni che siano “probabili, non di-

    stratte e ben ponderate” anche un peso statisticamente forte, allora, contro

    una certa vulgata particolarmente diffusa fra gli esegeti di area anglosas-

    sone, possiamo concludere sostenendo che “Carneade era probabilista, an-

    che nel senso di probabilità statistica”38.



    7. Comunque si voglia sciogliere questo difficile nodo interpretativo,

    resta indubitabile che la posizione complessiva di Carneade, ovviamente

    anche per il fatto di non essere stata mai messa per iscritto, si presta a es-

    sere letta in direzioni diverse. Di fatto questo è ciò che accadde fra i suoi

    immediati successori, che si divisero in due ‘partiti’ ben distinti: l’uno, che

    faceva capo a Clitomaco (187-110 a.C.)39, fautore di un’immagine di Car-

    neade quale campione di uno scetticismo radicale, unicamente impegnato

    in un agone dialettico con i rivali stoici; l’altro, legato alla figura di Me-

    trodoro di Stratonicea (nato intorno al 160 a.C.), più disposto a riconosce-

    re un lato per così dire positivo della filosofia di Carneade e dunque a mi-

    tigarne le conclusioni scettiche40. Di particolare interesse e di difficilissi-

    ma esegesi, nel contesto più generale dell’appropriazione dell’eredità teo-

    rica carneadea, è la posizione di Filone di Larissa (154-83 a.C.), che, nel

    bene e nel male, sembrerebbe rappresentare un vero punto di svolta all’in-

    terno della storia dell’Accademia scettica41. Senza entrare nel merito del-

    le molte questioni che i testi con certezza riconducibili a Filone sicura-

    mente sollevano, mi limito qui a riassumere alcuni aspetti salienti della più

    recente e completa monografia a lui dedicata da Charles Brittain42. Nel suo

    tentativo di mettere ordine e di fornire un quadro di sviluppo coerente del-

    l’evoluzione teorica filoniana, Brittain individua tre fasi:



    1. la prima di adesione senza riserve alla lettura clitomachea, radical-

    mente scettica del pensiero di Carneade (cfr. Cic. Luc. 98-104);



    2. la seconda di ripensamento e di progressivo avvicinamento all’inter-

    pretazione rivale di Metrodoro, pronta a rendere meno drastica l’opzione

    scettica carneadea e a limitarne di conseguenza la portata al solo ‘dogma’

    della akatalepsia (cfr. Luc. 78 e 148), per lasciare quindi aperta la porta al-

    la formulazione di opinioni;



    3. infine una terza fase, caratterizzata dalla pubblicazione dei cosiddet-

    ti Libri romani, che, restringendo more Socratico la querelle scettica solo

    alla disamina di dottrine filosofiche in reciproco contrasto, rende la pre-

    sunta incomprensibilità delle cose funzionale alla sola accettazione del cri-

    terio stoico della rappresentazione comprensiva

    9

    Questo ‘indebolimento’ avrebbe inoltre come conseguenza quella di la-

    sciare spazio a forme di conoscenza considerate evidenti e sottratte al do-

    minio tecnico delle dottrine filosofiche e di rivendicare per la storia del-

    l'Accademia un’unità sottratta alla rigida proposta di una totale akatalepsia.





    8. Al di là della possibile determinazione della posizione filoniana, si

    devono registrare alcuni fatti gravidi di conseguenze per i successivi svi-

    luppi dello scetticismo, anzi meglio degli scetticismi antichi. All’altezza di

    quella che Brittain indica come seconda fase della ‘carriera scettica’ di Fi-

    lone, si assiste a una doppia frattura. Da una parte Antioco di Ascalona (il

    cui floruit va collocato intorno al 100 a.C.) rifiuta ogni compromissione di

    quella che egli considera la genuina vena dell’Accademia con i germi ‘se-

    diziosi’ dello scetticismo43. Lungi dall’essere accettabile o quanto meno

    ‘riformabile’, quest’ultimo va quindi combattuto e totalmente eliminato, in

    quanto pernicioso nemico dell’unità dogmatica della scuola di Platone, te-

    nuta in piedi senza soluzione di continuità piuttosto in ambito aristotelico

    e stoico. È Antioco, insomma, ad assumersi il compito di ‘dogmatico Ca-

    ronte’, perché, come testimonia Sesto Empirico (PH I 235), egli

    traghettò la Stoa nell’Accademia, tanto che sul suo conto si diceva che tratta-

    va temi filosofici stoici all’interno dell’Accademia: dimostrava infatti che in Pla-

    tone vi sono i dogmi degli stoici.

    Dall’altra parte abbiamo invece la decisa presa di posizione di Enesi-

    demo44. Lasciando da parte ogni giudizio definitivo sulla sua ‘affiliazione’

    originaria di scuola45, egli sembra essere disgustato dallo spettacolo filo-

    sofico offerto ai suoi giorni da una Accademia che si dice scettica, ma la

    cui prassi filosofica gli sembra piuttosto “una lotta di stoici contro stoici”

    (cfr. Fozio., bibl. Cod. 212, 170a14-16), con una pericolosa apertura verso

    la possibilità di un contatto con il reale gnoseologicamente positivo, ben-

    ché limitato al pithanon. Né il presunto scetticismo radicale propugnato

    dal partito clitomacheo né quello mitigato di un Metrodoro o più ancora il

    presunto fallibilismo di un Filone possono insomma essere considerati ve-

    ramente privi di elementi dogmatici o alieni dal surrettizio cedimento ad

    affermazioni positive sulla natura delle cose. Non è allora all’interno del-

    la storia dell’Accademia che può essere rinvenuto il lievito genuino del-

    l’atteggiamento scettico. Occorre cercare altrove un ‘padre fondatore’, un

    protos heuretes, in una tradizione davvero incontaminata da qualsiasi sco-

    ria dogmatica. Per questo anche Enesidemo, come già Arcesilao, va a cac-

    cia di un precursore, verosimilmente diverso e lontano dalla pletora di fi-

    10

    losofi chiamati in causa in ambito accademico, unico e ‘vergine’ dal pun-

    to di vista dello sfruttamento storiografico. Si volge allora alla figura di

    Pirrone, significativamente assente dalle genealogie accademiche, che tut-

    tavia interpreta in modo funzionale ai suoi interessi, eliminando ogni pos-

    sibile cenno o cedimento al dogma e trasformandolo in una sorta di idea-

    le, di figura-limite. E probabile che in questa sua operazione di ‘recupero

    archeologico’ egli si sia servito, almeno in parte, di alcuni parametri inter-

    pretativi già messi in atto, rispetto a Pirrone, dal suo interessato ‘profeta’

    Timone, pronto a celebrare nel maestro il grado massimo della sophia, in-

    tesa forse, in funzione consapevolmente anti-socratica, nel senso di un’e-

    sasperata negazione di qualsiasi accesso conoscitivamente fondato alla ve-

    ra realtà delle cose46.



    9. Ci mancano purtroppo dati testuali certi e attendibili, per poter rico-

    struire le vicende della tradizione pirroniana nel lasso di tempo che va dal-

    la morte di Timone (320-230 a.C. ca.) alla comparsa di Enesidemo. Ac-

    canto al tentativo - operato sì sulla base di una costruzione diadochistica

    risalente già a Ippoboto e Sozione, ma per la verità non troppo riuscito - di

    salvaguardare un’ininterrotta continuità di tale movimento filosofico (cfr.

    DL IX 115-116)47, abbiamo una presa di posizione opposta. Sappiamo in-

    fatti, ancora e sempre dallo stesso passo di Diogene Laerzio, che Menodo-

    to - noto medico empirico, da collocare intorno alla metà del II see. d.C. -

    aveva consapevolmente spezzato ogni continuità della tradizione pirronia-

    na, dichiarando che Timone “non ebbe alcun successore, ma l’indirizzo

    [agoge] si interruppe fino a quando Tolemeo di Cirene lo ristabilì”48. L’in-

    tento di questa presentazione, al di là di qualsiasi questione di attendibilità

    storiografica, che non rappresenta certo la principale preoccupazione degli

    ‘storici della filosofia’ nel mondo antico, è chiaro. Il revival del pirronismo

    è da attribuire all’ambiente della medicina empirica, all’interno del quale

    viene inserito, senza soluzione di continuità, lo stesso Enesidemo. Questo

    legame esclusivo fra pirronismo e medicina empirica49, diventa in Meno-

    doto aperto e violento rifiuto di qualsiasi precursore ufficiale del puro scet-

    ticismo - tranne Pirrone, quem laudat (minodotus), come si legge in Gale-

    no50 - e costituisce probabilmente una consapevole riproposizione dell’at-

    teggiamento polemico diffuso in ogni verso dei Silli di Timone.

    Al di là di qualsiasi valutazione positiva o negativa del tentativo di si-

    stemazione storiografica proposto da Menodoto, quello che in ogni caso

    appare evidente è la funzione di primo piano che va riconosciuta a Enesi-

    demo, nella direzione della costruzione di un paradigma di puro scettici-

    smo pirroniano. Se incrociamo questo dato con quello che abbiamo in pre-

    11

    cedenza detto a proposito della sua opzione filosofica anti-accademica,

    possiamo legittimamente concludere che è proprio con lui che si pone per

    la prima volta e in modo consapevolmente polemico la vetus quaestio da

    cui abbiamo preso le mosse, relativa alla differenza fra accademici e pir-

    roniani e al loro diverso modo di essere e sentirsi scettici. Al riguardo il

    giudizio, abbastanza duro e non certo ‘neutro’, di Enesidemo ci è stato for-

    tunatamente conservato da Fozio (cfr. bibl. Cod. 212, 169b36ss.): qui la

    valutazione nettamente negativa del dogmatismo mascherato dei suoi riva-

    li dell’Accademia non si limita certo a una dichiarazione di principio. Es-

    sa viene a trasformarsi in un modo nuovo di intendere l’atteggiamento

    scettico e contemporaneamente di metterlo in pratica nella disputa filoso-

    fica. Fra i molti contributi originali, che pure possono essere riconosciuti

    alla polemica anti-dogmatica enesidemea51, mi limito qui a segnalare quel-

    lo che a mio avviso ha lasciato maggiormente il segno, anche nella suc-

    cessiva Wirkungsgeschichte52. Mi riferisco a quella metodologia sistema-

    tica di raccolta dei possibili logoi, fra loro opposti ma insieme isoi quanto

    a credibilità, che sfocia nella messa a punto non solo dei dieci tropi per la

    sospensione del giudizio53, ma anche degli otto modi atti a smantellare

    ogni pretesa esplicativa avanzata dagli ‘aitiologisti’54. Su tale strada - chia-

    ramente tracciata, sul versante pirroniano dello scetticismo, da Enesidemo



    si pone dopo di lui, in modo ancor più agguerrito e con una profondità

    teoretica ancor più feconda, Agrippa. Egli elabora infatti cinque tropi

    (diaphonia-regresso-relatività-ipotesi-diallele)55, pensati per bloccare ogni

    manovra dogmatica, condannata all’aporia e privata di vie d’uscita filoso-

    ficamente coerenti e giustificabili56.



    10. Arrivati a questo punto del secolare sviluppo e intreccio delle no-

    stre due correnti scettiche - ovvero nel lasso di tempo compreso fra I e II

    secolo d.C. -, siamo di nuovo costretti a fare i conti con testimonianze e

    notizie, che non sono abbondanti né sempre lineari e coerenti57.



    10.1
    Per restare sul versante pirroniano, ad esempio, nulla di assoluta-

    mente definitivo possiamo dire in merito a figure come quelle di Mnasea

    e Filomelo, citati in un passo di Numenio, perché impegnati, forse attra-

    verso una personale reintepretazione delle posizioni di Timone, nel tenta-

    tivo di strappare addirittura Arcesilao dalla tradizione accademica per tra-

    sformarlo in uno scettico ‘puro’, ovvero in un pirroniano pronto a negare

    sussistenza non solo al vero e al falso, ma anche e soprattutto direi al pitha-

    non
    58 Né siamo più fortunati nel caso di Teodosio, singolare personaggio,

    forse medico empirico di tendenze scetticheggianti vissuto verosimilmen-

    te prima di Sesto Empirico. Nei suoi Capitoli scettici egli arriva a negare

    12

    la possibilità stessa che qualcuno possa dirsi pirroniano: vista l’impossibi-

    lità di comprendere il ‘moto spirituale’ o kinema tes dianoias e quindi la

    “disposizione” o diathesis di chicchessia, infatti, la denominazione ‘pirro-

    niano’ può essere accolta solo analogicamente, nella misura in cui si segua

    il modo di vita del ‘modello-Pirrone’59. Non si può escludere che questo

    rigido caveat venga enunciato da Teodosio nell’ambito di una querelle at-

    tuale, che lo vede impegnato a combattere contro chi invece vedeva pro-

    prio in Pirrone, verosimilmente sulla scia di Timone e di Enesidemo, la

    massima auctoritas cui rifarsi per legittimare il proprio atteggiamento

    scettico. Si potrebbe pensare, in questo caso, soprattutto a Menodoto, il

    quale sembra muoversi esattamente in questa direzione, sullo sfondo del-

    la più generale opzione storiografica già ricordata in precedenza, che lo

    porta a legare la rinascita e la continuazione della tradizione scettico-pir-

    roniana al suo innesto sul terreno fecondo della medicina empirica60.



    10.2 Sul versante accademico-scettico possiamo invece appoggiarci in

    particolare alle figure di Plutarco (46-120 d.C. ca.) e di Favorino (vissuto

    fra I e II see. d.C.)61. Anzi, a voler essere ancora più precisi, per quanto ri-

    guarda Plutarco abbiamo a disposizione in alcuni casi unicamente dei nu-

    di titoli, che testimoniano tuttavia, senza ombra di dubbio, il suo interesse

    per la questione relativa alla differenza delle due anime dello scetticismo

    antico. Essa viene analizzata probabilmente con l’intento da una parte di

    ribadire una lettura unitaria della storia dell’Accademia, dall’altra di acco-

    gliere una forma non radicale di scetticismo, che si identifica con l’esi-

    genza della massima cautela e con l’assenza di ogni precipitazione nella

    formulazione di giudizi definitivi su alcuni aspetti della realtà. Un simile

    atteggiamento, sorretto anche da un antiempirismo preoccupato di non ri-

    conoscere validità conoscitiva cogente alle sensazioni, consente inoltre di

    integrare nel quadro unitario dell’evoluzione accademica anche figure ap-

    parentemente ‘eterodosse’, soprattutto quella di Arcesilao, la cui fisiono-

    mia filosofica viene significativamente illustrata, anche attraverso una po-

    sitiva accettazione della dottrina della epoche, e ‘difesa’ in dettaglio, so-

    prattutto rispetto all’accusa di apraxia, nell’Adversus Colotem62.

    Più ricca e meglio definibile pare invece la posizione assunta da Favo-

    rino, la cui presenza è forse da riconoscere già dietro il testo di Gellio da

    cui siamo partiti63. Stando soprattutto agli elementi che si lasciano coglie-

    re nella testimonianza offerta, in modo non certo neutrale e benevolo, da

    Galeno nel suo de optima doctrina, Favorino - in una serie di scritti che

    vanno dal Plutarco, al Contro Epitteto, all’Alcibiade, ma anche in virtù di

    un rinnovato, serio interesse per la tropologia pirroniana, soprattutto ene-

    sidemea attestata dai suoi Tropi pirroniani, in dieci libri - sembra accredi-

    13

    tarsi come esponente di primo piano di quegli accademici neoteroì, che so-

    stengono con forza la tesi di una sostanziale affinità fra i due indirizzi scet-

    tici. Assumendo come solido punto di partenza quella che egli considera la

    base comune dello scetticismo degli accademici ‘più antichi’ - individua-

    ta sin da Arcesilao, ma poi anche in Carneade, nella capacità di argomen-

    tare pro e contra, destinata a sfociare in un inevitabile stallo di logoi op-

    posti e dunque in una sospensione del giudizio intesa come impossibilità

    di definire alcunché o aoristia64 - Favorino elabora, ancora e sempre in

    funzione anti-stoica65, una sua originale posizione. Egli fonde “ingegnosa-

    mente il probabilismo di Carneade, il fallibilismo filoniano e l’uso pirro-

    niano di un linguaggio non assertorio” e ritorna “a posizioni scettiche ri-

    gorose, come quella di non ‘pronunciarsi in modo certo su nessuna co-

    sa’”66. Si tratta di una scelta che si affida soprattutto a cautele e riserve lin-

    guistiche (cfr. in tal senso un passo di Gellio: ΝΑ XI, 5, 8) non distanti, nel-

    le intenzioni di Favorino, dall’analoga strategia messa in atto dai pirronia-

    ni per ‘annunciare’ i loro pathe, senza cadere in alcuna forma forte, inten-

    zionalmente ontologica di ‘filosofia del linguaggio’67.







    10.3 Accanto alla posizione di Favorino, che appare come il promotore

    di un’operazione ermeneutica consapevolmente volta a conciliare le due cor-

    renti scettiche accademica e pirroniana, non bisogna tuttavia dimenticare

    che - nel lasso di tempo di cui ci stiamo occupando (fra I e II see. d.C.) - an-

    che sul versante della filosofia dogmatica più di un pensatore (da Seneca a

    Epitteto, da Galeno a Luciano) sembra aderire in modo esplicito - e spes-

    so malevolo - all’idea di una sostanziale indistinzione dei due indirizzi, ac-

    comunati in un giudizio di radicale stroncatura quali nemici di ogni crite-

    rio di verità e negatori della vivibilità stessa della vita quotidiana68.





    11. Contro entrambe le tendenze appena ricordate si muove il ‘quadro

    storiografico’ costruito da Sesto Empirico, ultima voce a noi nota della tra-

    dizione pirroniana69. La sua risposta alla vetus quaestio è chiarissima. Es-

    sa può essere ricostruita non solo grazie ai numerosi punti dei suoi scritti

    in cui egli attacca l’atteggiamento di dogmatismo negativo o l’errata me-

    todologia di indagine dell’Accademia scettica70, ma anche e soprattutto in

    virtù di una sezione compatta dell’ultima parte dei Lineamenti pirroniani,

    che vale senz’altro la pena analizzare più da vicino e con maggiore dovi-

    zia di particolari, quasi a mo’ di conclusivo commentario alla secolare vi-

    cenda che si è tentato di ricostruire nelle pagine precedenti.

    Sesto, infatti, chiude il primo libro dei Lineamenti pirroniani, dedicato

    all’esposizione del “discorso generale” intorno alla filosofia scettica, esa-

    minando brevemente “la distinzione fra quest’ultima e le filosofie che le

    14

    vengono collocate accanto, per intendere più chiaramente l’indirizzo efet-

    tico” (cfr. PH I 209). Suo punto di partenza appare il presupposto genera-

    le di una ‘non-continuità’ filosofica del pirronismo, che lo porta a sottoli-

    neare sempre e comunque l’originalità assoluta della sua agoge71. Vale la

    pena notare subito che l’intento polemico, sotterraneo, ma costante, è pro-

    babilmente rivolto - soprattutto, ma non solo - contro l’opposto metodo

    storiografico, che abbiamo visto esser proprio dell’Accademia scettica,

    sin dal suo iniziatore Arcesilao preoccupata di mettere in rilievo piuttosto

    una sostanziale omogeneità della tradizione scettica, le cui radici affon-

    derebbero addirittura nella filosofia presocratica (cfr. supra, § 5). Nel cor-

    so della trattazione, dopo aver sgombrato il campo, nell’ordine, da ogni

    pericoloso avvicinamento della sua scepsi alle posizioni (dogmatiche) di

    Eraclito (PH I 210-212), di Democrito (PH I 213-214), dei cirenaici (PH

    215) e di Protagora (PH I 216-219), Sesto dedica la trattazione quanti-

    tativamente più ampia e qualitativamente più impegnata proprio all’esa-

    me della filosofia accademica (PH I 220-235). Il punto di partenza del-

    l’analisi sestana è costituito dall’affermazione di alcuni anonimi pensato-

    ri (tines), i quali “ritengono che la filosofia accademica sia identica allo

    scetticismo”. E diffìcile dire con certezza chi siano questi anonimi pensa-

    tori. Benché non si possa escludere che si tratti di filosofi, verosimilmen-

    te accademici, cronologicamente lontani da Sesto, rimane storiografica-

    mente attraente l’ipotesi formulata da Anna Maria Ioppolo, secondo cui

    “tra i tines cui allude Sesto vi [sarebbero] anche Favorino e i suoi segua-

    ci”72. Comunque sia di questa ipotesi, che renderebbe certamente ‘attua-

    le’ il lavoro sestano di personale ricostruzione storiografica, l’analisi pro-

    cede, almeno inizialmente, in modo cronologicamente ordinato. Essa par-

    te infatti dall’Accademia antica e mette subito a tema la figura di Platone

    (PH I 221-225). Delle tre interpretazioni ricordate da Sesto (ovvero: 1. al-

    cuni ritengono che Platone sia dogmatico; 2. altri aporetico73; 3. altri an-

    cora in parte aporetico, in parte dogmatico; cfr. al riguardo anche DL III

    51-52), la prima e la terza concedono sin dall’inizio ciò che si vuole mo-

    strare: Platone non può essere annoverato fra gli scettici. Quanto alla se-

    conda, che equivale a porsi la domanda “se egli sia assolutamente scetti-

    co”, lo stesso Sesto dichiara di averla affrontata più estesamente in un al-

    tro suo scritto per noi perduto, i Commentarii, a evidente dimostrazione

    del fatto che essa rappresenta ai suoi occhi un problema filosoficamente

    rilevante. Egli non vuole tuttavia passare completamente sotto silenzio la

    questione e pertanto propone la sua soluzione. Essa mira a negare la pa-

    tente di ‘scettico perfetto’ a Platone, richiamandosi a due auctoritates, ov-

    vero in accordo con Menodoto ed Enesidemo, i maggiori sostenitori di ta-

    15

    le “posizione (filosofica)”74. Appoggiandosi all'auctoritas di Timone (frr.

    59 e 60 Diels e Di Marco) e insistendo su di un profondo dissenso com-

    portamentale e filosofico, Sesto dedica quindi una breve digressione a una

    delle figure spesso chiamate in causa - soprattutto in ambito accademico



    fra i ‘precursori’ dello scetticismo: Senofane. L’insieme delle conside-

    razioni avanzate gli consente infine di ribadire che il carattere occasio-

    nalmente aporetico di determinati passi non è garanzia sufficiente per an-

    noverare Platone fra gli scettici - quelli veri, almeno. Egli ha infatti man-

    cato l’appuntamento con il vero “punto di partenza della costituzione

    scettica”, ovvero “il contrapporre a ogni discorso un discorso uguale:

    muovendo di qui, infatti, sembra che finiamo con il non abbracciare opi-

    nioni dogmatiche” (PH I 225).

    Con un ‘salto’ che sorprende, Sesto, anziché occuparsi della fase im-

    mediatamente successiva a Platone, quella dell’Accademia di mezzo ini-

    ziata da Arcesilao, passa a esaminare la posizione di Carneade e Clitoma-

    co (PH I 226-231). È difficile spiegare le ragioni di questa inversione cro-

    nologica. Si potrebbe pensare a una sorta di ‘attrazione compositiva’: poi-

    ché il Platone aporetico attaccato nei paragrafi precedenti era probabil-

    mente proprio quello descritto e ‘sponsorizzato’ dall’Accademia nuova,

    quest’ultima viene a essere, quasi senza soluzione di continuità, il natura-

    le e più immediato bersaglio della critica sestana. Non si può comunque

    trascurare il fatto che agli occhi di Sesto - come vedremo subito - Arcesi-

    lao sembra meritare un posto a sé rispetto al restante ‘coro’ degli accade-

    mici e che dunque l’inatteso scarto espositivo potrebbe servire a farne me-

    glio risaltare la parziale vicinanza al pirronismo75. Al di là di qualsiasi pe-

    culiarità compositiva, appare in ogni caso evidente, come confessa lo stes-

    so Sesto in PH I 231, che vi sarebbe molto da dire sulla differenza che sus-

    siste fra il vero scetticismo pirroniano e la presunta scepsi accademica di

    matrice carneadea76. Visto il carattere necessariamente sintetico dei Linea-

    menti,
    però, Sesto si limita in questa sede a enunciare seccamente alcuni

    elementi di divergenza. Egli dà la precedenza a quelli più sfumati. Trovia-

    mo allora nell’ordine:



    a) l’ammissione iniziale di un apparente punto comune, costituito dal-

    la conclusione per cui “tutte le cose sono incomprensibili”, che tuttavia

    verrebbe intesa, da Carneade e seguaci, come un’asserzione sulla vera na-

    tura delle cose e dunque come il caposaldo di un radicale dogmatismo ne-

    gativo (cfr. già PH I 1-3), dai pirroniani come il semplice annuncio di un

    pathos soggettivo e temporaneo (cfr. anche PH I 200);



    b) l’accusa per cui l'Accademia nuova, nella valutazione dei beni e dei

    mali, attribuisce “una preferibilità oggettiva ad una cosa rispetto ad un’al-

    16

    tra”77, mentre i pirroniani accettano passivamente e non dogmaticamente

    le norme di condotta dettate dalla vita comune (koinos bios), nessuna del-

    le quali essi ritengono più probabile esser più buona di un’altra (cfr. anche

    PH I 23-24, nonché infra, cap. VI);

    c) laddove i pirroniani, fondandosi camaleonticamente sui discorsi for-

    mulati dai dogmatici al riguardo, considerano le phantasiai come sostan-

    zialmente equivalenti sul piano della credibilità, i membri dell’Accademia

    nuova ritengono di poter fissare una sorta di gerarchia fra rappresentazio-

    ni, che sale da quelle solo probabili, a quelle probabili e ben ponderate, per

    finire con quelle probabili, ben ponderate e non soggette a distrazione78.

    Sesto conclude quindi con la differenza più netta o marcata e per indi-

    care il massimo punto di distanza rispetto all’Accademia nuova ricorre a

    una sottile distinzione semantica fra due significati del verbo peithesthai.

    Egli riserva al proprio indirizzo il senso debole di “lasciarsi guidare”, con

    la stessa passività che caratterizza la relazione pedagogica maestro-allie-

    vo. A Carneade e Clitomaco, invece, attribuisce quello - chiaramente dog-

    matico - di “assentire”, con la stessa forte inclinazione e il medesimo per-

    sonale coinvolgimento tipico del dissoluto di fronte a chi lo istiga a una vi-

    ta sregolata. L’assenza di ‘obiettività storiografica’ in Sesto appare eviden-

    te. Egli, infatti, non prende neppure per un attimo in considerazione la pos-

    sibilità - del tutto evidente e probabilmente fondata, almeno a giudicare da

    alcune testimonianze, risalenti soprattutto a Clitomaco - di una lettura in-

    tegralmente dialettica delle presunte asserzioni epistemologiche di Car-

    neade. Nel complesso l’insieme di questi temi non appare tuttavia discus-

    so in profondità, non vengono cucite insieme notizie provenienti da fonti

    diverse - come invece ad es. nel caso di Platone o Arcesilao - né infine tra-

    spare l’esigenza di rispettare doveri di obiettività e piena attendibilità sto-

    riografica79.

    Il confronto con la tradizione scettico-accademica si fa più serrato e fi-

    losoficamente rilevante proprio nel momento in cui viene messa a tema la

    figura di Arcesilao (PH I 232-234). I paragrafi dedicati all’iniziatore e

    “capo” dell’Accademia di mezzo rappresentano un estratto dossografico

    composito. Esso, basandosi su fonti diverse, seleziona il materiale relati-

    vo ad Arcesilao disponendolo in una sorta di crescendo. Si parte così con

    la delineazione degli elementi di massima vicinanza concettuale. Forse

    anche riprendendo conclusioni di suoi predecessori (in particolare Mnasea

    e Filomelo? cfr. al riguardo supra, § 10.1), Sesto dichiara infatti che, al pa-

    ri dei pirroniani, Arcesilao:



    a) si astiene da qualsiasi asserzione sulla sussistenza o insussistenza

    delle cose;

    17

    b) non dà preferenza alcuna in base a credibilità o mancanza di credi-

    bilità, ma attua una radicale sospensione del giudizio, una epoche peri

    panton;




    c) infine, pone proprio tale epoche come fine o telos, senza tuttavia ag-

    giungere che alla sospensione si accompagna il conseguimento dell’im-

    perturbabilità80.

    Segue quindi la registrazione delle differenze, prima meno marcate (si

    pensi all’allusione a una tesi di Arcesilao, secondo cui le sospensioni par-

    ticolari sarebbero da considerarsi beni e i particolari assensi mali)81 e poi

    sempre più radicali82. Non senza tradire un certo imbarazzo, infatti, Sesto

    sembra preoccupato soprattutto di chiamare in causa la differente inten-

    zionalità semantica che, rispetto a quelle pirroniane, anima le affermazio-

    ni di Arcesilao. Queste ultime non rispondono a quei criteri meramente fe-

    nomenici e a quel dire non dogmatico che caratterizza il vero scetticismo.

    Esse sono pronunciate piuttosto tenendo l’occhio alla costituzione ontolo-

    gica del reale83. Data questa premessa, perfino la punta apparentemente

    più avanzata del presunto scetticismo di Arcesilao, la sua già menzionata

    teoria della sospensione, viene letta, senza restrizione o qualificazione al-

    cuna, come difesa di un bene assoluto, cui è da contrapporre, come male

    altrettanto assoluto, la concessione dell’assenso in ogni sua forma. L’ulte-

    riore prova del fatto che Arcesilao sarebbe in realtà “una sorta di dogmati-

    co di secondo grado”84 non solo viene presentata, come in precedenza, tra-

    mite un’espressione ipotetica85, ma viene anche più chiaramente posta sot-

    to l’autorità di altri86. “Dicono” (phasin), infatti, che Arcesilao è solo in

    apparenza pirroniano, mentre la sua vera natura sarebbe quella di un dog-

    matico. Egli sfrutterebbe infatti le proprie doti aporetiche, che dovrebbero

    rappresentare la ‘scorza’ pirroniana, solo al fine di saggiare meglio le qua-

    lità dei discepoli cui trasmettere i dogmi di Platone. A sostegno di questa

    accusa di ‘esoterismo’, Sesto cita il noto verso di Aristone di Chio (=SVF

    I 344), che abbiamo avuto già modo di esaminare (cfr. ancora supra, § 5)

    e che ai suoi occhi “non allude ad un insegnamento esoterico di Arcesilao,

    ma alle componenti eclettiche della sua dottrina”87, in quanto mira piutto-

    sto a rimarcare la non originalità del suo pensiero.

    Saldato il conto anche con il presunto dogmatismo di Arcesilao e coe-

    rentemente con la ripartizione proposta in PH I 220 Sesto chiude la tratta-

    zione della filosofia di ascendenza platonica con l’esame della quarta e del-

    la quinta Accademia, probabilmente citate solo per amore di completezza.

    La sua testimonianza è infatti in entrambi i casi estremamente sintetica, al

    punto da essere giudicata quasi oscura da alcuni interpreti88. La si potreb-

    be qualificare come semplicemente assertoria, ovvero priva di qualsiasi

    18

    sottile argomentazione a giustificazione della distanza dal pirronismo di

    queste due fasi accademiche. Il loro carattere dogmatico, del resto, è per lui

    assolutamente evidente (prodelon, come viene infatti precisato in PH I

    235) e questo gli consente di recidere in modo drastico ogni possibile le-

    game con coloro che ai suoi occhi avevano solo usurpato il titolo di veri

    scettici: i membri, in ogni tempo e luogo, della Platonica familia.

    Al di là di qualsiasi valutazione positiva o negativa, è con questa tratta-

    zione di Sesto Empirico, stando almeno alle testimonianze a nostra dispo-

    sizione, che vien detta l’ultima parola sulla vetus quaestio della differenza

    fra accademici e pirroniani. Dopo - a poco a poco, in virtù anche di una

    progressiva occupazione dello spazio filosofico tardo-antico da parte di

    correnti decisamente dogmatiche, soprattutto, ma non solo, cristiane - la

    ‘vena scettica’ sembra esaurirsi, così come sembra scomparire ogni inte-

    resse a tracciare sottili distinzioni concettuali e metodologiche fra i due in-

    dirizzi, al punto che essi finiscono con l’essere anzi accomunati, in modo

    spesso approssimativo, quali indegni usurpatori del titolo stesso di ‘filo-

    sofo’ all’interno dell’ultima e più coriacea roccaforte del paganesimo: quel

    neoplatonismo tardo, che tanta influenza avrà sulla successiva storia della

    filosofia occidentale89.

    19

    NOTE

    1 La questione dell’influsso di Hegel sulla svalutazione delle filosofie ellenistiche è

    complessa e non risolvibile secondo prese di posizione nette e forse pregiudiziali, tanto me-

    no nel caso del ruolo da lui riconosciuto allo scetticismo antico. Su questo aspetto mi li-

    mito ad alcuni essenziali rinvìi: cfr. Verra 1981; Cambiano-Repici 1998; Isnardi Parente

    1998; Varnier 1998; Ferrini 2002a; Biscuso 2005. Per un panorama più ampio delPimpat-

    to storiografico di epicureismo, stoicismo e scetticismo nella storia degli studi da Bayle a

    Hegel cfr. soprattutto Bonacina 1996; un cenno, infine, meritano altri due filoni interessanti

    della ricezione scettica: a. quello relativo alla figura di Nietzsche, per cui rinvio almeno a

    Bett 2000a; b. quello sulla possibile attualità del pirronismo, originalmente riproposta (ad

    esempio da Naess 1968; Cavell 1979; Fogelin 1994) o criticamente esaminata, nel con-

    fronto soprattutto con pensatori contemporanei (come Odo Marquard, Hans Albert o Ri-

    chard Rorty: cfr. Flückiger 2003; o come alcuni esponenti di spicco della riflessione epi-

    stemologica odierna: cfr. e.g. Lammenranta 2006).

    2 Questa osservazione non deve tuttavia suonare come una svalutazione di pagine im-

    portanti, ormai divenute ‘classiche’, dedicate allo scetticismo antico prima di quella data.

    Penso in particolare ai contributi di: Hirzel 1883; Natorp 1884; Bevan 1913; Brochard

    1923(2); Credaro 1889-1893; Goedeckemeyer 1905; Mills Patrick 1929; Robin 1944; Dal

    Pra 19752; von Fritz 1963; Stough 1969; Dumont 1985(2); Conche 1994.

    3 Una tappa fondamentale, anzi una vera svolta in questo senso è rappresentata dalla

    pubblicazione di Giannantoni 1981a (che contiene anche una prima bibliografia sistemati-

    ca sullo scetticismo greco: cfr. Ferraria-Santese 1981, proseguita poi da Misuri 1990). Do-

    po questa sorta di ‘lavoro-spartiacque’, fra i molti contributi dedicati a una ricostruzione

    generale dello scetticismo antico, meritano di essere ricordati: Groarke 1990; Bächli 1990;

    Ricken 1994; Cossutta 1994; soprattutto Hankinson 1995 e Chiesara 2003, mentre più sbi-

    lanciate in senso teoretico-epistemologico che storico paiono le pagine di Bailey 2002. In-

    teressanti indicazioni offrono anche alcuni capitoli all’interno di più ampie ‘storie della fi-

    losofia’: cfr. soprattutto Görler 1994; si vedano inoltre: Celluprica 1993; Hossenfelder

    19952; Brunschwig 1997a e 1997b; Frede 1999, nonché singoli contributi ospitati in volu-

    mi miscellanei o Atti di convegni dedicati in senso lato alla ‘tradizione scettica’, come ad

    es. Bumyeat 1983; Voelke 1990; Scepticism 1990; “Elenchos” 1992; Sihvola 2000. Per

    un’accurata rassegna degli studi pubblicati negli ultimi dieci anni in particolare sulla tradi-

    zione pirroniana cfr. ora Wittwer 2005.

    4 Fra gli studi di insieme, oltre al pionieristico Long 1974 e ai volumi degli Atti dei va-

    rii “Symposia Hellenistica” editi dal 1980 in poi, meritano al riguardo di essere ricordati:

    Flashar-Gigon 1986; la fondamentale raccolta di testi debitamente commentati in Long-

    Sedley 1987; più recentemente le seguenti monografie: Sharples 1996; Lévy 1997; Magris

    2001 nonché soprattutto la corposa messa a punto a più mani in Algra-Barnes-Mansfeld-

    Schofield 1999.

    5 Cfr. Sedley 1983, sp. pp. 9-10, nonché pp. 20-23 in merito al vocabolo skeptikos, sul-

    le cui prime occorrenze e sul cui significato in diverse fonti cfr. anche: Janáček 1979;

    Striker 1980, sp. p. 54, n. 1; Decleva Caizzi 1992a, sp. pp. 296-306, con ulteriore biblio-

    grafia. Non andrebbe mai dimenticata, inoltre, la differenza molto netta che sussiste fra lo

    scetticismo antico e quello moderno, post-cartesiano, e contemporaneo: su questo aspetto

    cfr. almeno Burnyeat 1997a e Bett 1988; importanti indicazioni si trovano anche in Hiley

    20

    1987 e Barnes 1990a, mentre una tendenza (non condivisibile) ad annullare tale differenza

    si ritrova in Fine 2000a e 2003.

    6 Cfr. il lungo elenco presente in Diogene Laerzio (=d’ora in poi DL) IX 71-73 (sulla te-

    stimonianza diogeniana relativa allo scetticismo antico cfr. almeno i lavori di Decleva Caiz-

    zi 1992b e Barnes 1992) e ancora alcuni passi di Cicerone (ad es.: Varro 43-45; Luc. 13-15

    e 72-76; sulla variegata testimonianza ciceroniana negli Academica utilissime indicazioni

    offrono non solo le pagine di Lévy 1992, ma anche i saggi raccolti in Inwood-Mansfeld

    1997; meno condivisibile Thorsrud 2002 per i rapporti di Cicerone con il suo retroterra scet-

    tico-accademico) e Plutarco (soprattutto: adv. Col. 1121f-1122a; per un primo orientamen-

    to sulla sua testimonianza cfr., oltre a De Lacy 1953, almeno: Opsomer 1998; Warren 2002a;

    Bonazzi 2003a, sp. cap. VI, pp. 219-232; Donini 2002; Ioppolo 2004a e Ferrari 2005), do-

    ve pullulano precursori dello scetticismo accademico. Sulla questione cfr. inoltre Brittain-

    Palmer 2001; qualche utile spunto già in Graeser 1978; Zeppi 1984; Calvo Martínez 1992.

    Per un confronto fra l’atteggiamento di Cicerone e quello di Sesto cfr. anche Spinelli 2006;

    un discorso a sé meriterebbe infine la figura di Senofane, su cui mi limito a rinviare alle ac-

    curate considerazioni di Lapini 2003, sp. pp. 39-72; cfr. anche Ioli 2003a.

    7 Che la collocazione dossografica del pirronismo e la sua qualifica di hairesis o meno

    rappresentassero ad esempio un problema già agli occhi delle fonti antiche lo mostrano be-

    ne almeno due passi di Diogene Laerzio (I 20) e di Sesto Empirico nei suoi Lineamenti pir-

    roniani
    (=d’ora in poi PH: I 16-17): sulla questione cfr. almeno Giannantoni 1981b, non-

    ché ora Bonazzi 2003a, sp. cap. I, pp. 26-39 e Ioli 2003b.

    8 Per i testi riconducibili a questi due autori cfr. rispettivamente Decleva Caizzi 1981a

    e Mette 1984, pp. 41-94.

    9 Fra i cui contributi ricordo qui soprattutto: Graeser 1978; Striker 1981; Decleva Caiz-

    zi 1986; Ioppolo 1994a; Striker 2001.

    10 Per rispondere adeguatamente a tale quesito occorrerebbe accennare alla formazio-

    ne filosofica di Pirrone, che - secondo uno dei suoi più recenti interpreti: cfr. Brunschwig

    1999, sp. p. 242 - dovrebbe chiamare in causa, al di là del problematico richiamo a Briso-

    ne (su cui cfr. Berti 1981, nonché ora Bett 2000b, pp. 165-169), quanto meno: Democrito

    e la prima tradizione democritea (in particolare Anassarco, con possibili legami cinici: cfr.

    soprattutto Decleva Caizzi 1984 e ora, sulla sua scia, Chiesara 2003, sp. pp. 4-14; utili in-

    dicazioni anche in Bett 2000b, sp. pp. 152-165, nonché in Lévy 2001, sp. pp. 300-304 e

    Warren 2002b; per l’influsso cinico si veda in particolare Brancacci 1981) e anche possi-

    bili influssi orientali (oltre ai classici contributi di Piantelli 1978 e Flintoff 1980, cfr. anche

    Garfield 1990 e ora soprattutto Bett 2000b, sp. pp. 169-178). Recentemente ancora Bett

    (ivi, sp. pp. 132-140) ha ipotizzato - senza tuttavia poter citare a sostegno fonti esplicita-

    mente sbilanciate in tale direzione - che la posizione di Pirrone abbia un qualche legame,

    forse addirittura una certa dipendenza dalla raffigurazione della realtà sensibile fornita da

    Platone in alcuni suoi dialoghi (soprattutto Repubblica e Teeteto).

    11 Come è facile immaginare, esso ha dato luogo a letture diverse, spesso addirittura

    contraddittorie del pensiero di Pirrone: per un primo orientamento cfr. Reale 1981; Görler

    1994, sp. pp. 736-740, nonché ora Brunschwig 1999, p. 241, n. 36.

    12 Oltre a Decleva Caizzi 1981a (da integrare con: Decleva Caizzi 1981b e Decleva

    Caizzi 1996a), cfr. Reale 1981; Long-Sedley 1987, sp. vol. 1, pp. 16-18; Hankinson 1995,

    sp. pp. 59-64; Bett 2000b, sp. cap. 1; Bailey 2002, sp. cap. 2.2. La sfumatura dogmatica del

    pensiero di Pirrone sembra emergere anche da altre testimonianze, di carattere più marca-

    tamente etico: cfr., a puro titolo di esempio, un noto e discusso passo tratto dagli Indalmoi

    di Timone (=Pyrrho T. 62 Decleva Caizzi). Su questa importante testimonianza torna ora,

    21



    giungendo a conclusioni diverse e offrendo ulteriori indicazioni bibliografiche, Svavarsson 2002

    il quale presenta anche una nuova, interessante, tendenzialmente ‘soggettivistica’ ri-

    lettura globale della posizione di Pirrone in Svavarsson 2004.

    13 Cfr. Aristocl. ap. Eus. praep. ev. XIV 18, 1-4 (=F. 4 Chiesara=Pyrrho T. 53 Decleva

    Caizzi, da cui traggo la traduzione); sul passo cfr. ora Chiesara 2001, sp. pp. 20-21 e 86-

    109, con discussione della bibliografia precedente.

    14 Cfr. Decleva Caizzi 1986, p. 177.

    15 In tal senso andrebbero ricordate soprattutto: a. l'interpretazione ‘fenomenalistica’

    del pensiero di Pirrone, già avanzata da Zeller, anche in virtù di una proposta di correzio-

    ne al sopracitato testo di Aristocle, e in tempi più recenti, dopo l’adesione di Stough 1969,

    nuovamente difesa, ad es., da Stopper 1983; Brennan 1998 (cfr. ora anche Castagnoli 2002,

    sp. pp. 443-448); b. quella ‘etico-pratica’, già propria di Brochard 19232 e oggi sostenuta

    soprattutto da Ausland 1989 e Brunschwig 1999 (sp.: II. Pyrrho); c. quella ‘pragmatica’,

    che arriva ad avvicinare Pirrone a James, difesa da Sakezles 1993.

    16 In proposito cfr. soprattutto la testimonianza ciceroniana in de or. IlI 17, 62 (=Pyrrho

    T. 69 M Decleva Caizzi).

    17 Cfr. paradigmaticamente DL IX 61 (=Pyrrho T. 1 A Decleva Caizzi).

    18 Cfr. soprattutto gli aneddoti trasmessi in DL IX 62-64 (=TT. 6 e 10 Decleva Caizzi;

    la fonte è qui Antigono di Caristo =F. 3 e 2A Dorandi). Quello dell’accusa di apraxia e del-

    le risposte elaborate da entrambi i versanti dello scetticismo antico è tema di grandissimo

    interesse teorico, ancora oggi. Per un primo orientamento sul dibattito - oltre all’acuta ri-

    costruzione di Striker 1980 e ai ‘classici’ contributi di M. Frede, M. Burnyeat, J. Barnes,

    ora raccolti in Burnyeat-Frede 1997 - rinvio ad alcuni recenti lavori, che offrono anche più

    o meno dettagliate analisi della bibliografia precedente: Annas 1998; Vogt 1998; Ioppolo

    2000; Wlodarczyk 2000, sp. pp. 40-56; Fine 2000b; Bonazzi 2002; Ribeiro 2002; Laursen

    2004; per un’analisi più approfondita dell’intera questione cfr. inoltre infra, cap. VI.

    19 Dietro questo tentativo di difesa della figura di Pirrone dalla “cattiva stampa” che lo

    circondava (l’espressione è in Rescher 1980, p. 214, n. 1), vi è sicuramente Enesidemo,

    esplicitamente citato ad es. in DL IX 62 (=T. 7 Decleva Caizzi). Più in generale sulla ricca

    aneddotica relativa a Pirrone cfr. ora Bett 2000b, sp. cap. 2.

    20 Ancora una volta è Cicerone a fornirci in proposito un quadro chiaro e apparente-

    mente inequivocabile: cfr. soprattutto Cic. Luc. 130 (=T. 69 A Decleva Caizzi).

    21 Brunschwig 1999, p. 247, che sfrutta soprattutto le conclusioni già raggiunte in

    Brunschwig 1994b.

    22 La tesi di un Arcesilao ‘proto-pirroniano’ sembra ora riproposta, seppur con la mas-

    sima cautela, da Schofield 1999, sp. pp. 324-325.

    23 Cfr. frr. 31 e 32 Di Marco, nonché Decleva Caizzi 1986 e Di Marco 1989, sp. pp.

    182-186.

    24 Cfr. SVF I 343 e 344; sulla questione cfr. anche Ioppolo 1980, sp. pp. 26-29.

    25 Cfr. rispettivamente per Numenio il fr. 25, 19-25 Des Places; per Sesto PH I 234,

    nonché infra, § 11; per Agostino sp. contra Academicos III, XVII, 38 (su cui interessanti

    indicazioni offrono fra gli altri Ferretti 1990 e ora le utili osservazioni introduttive di Ca-

    tapano 2005). Sulla probabile derivazione di tale infondata lettura da Antioco di Ascalona

    cfr. almeno Lévy 1978 e Glucker 1978, sp. pp. 296-306.

    26 A livello paradigmatico si potrebbe ricordare l’affermazione socratica riportata nel-

    la Apologia (38a). Sulla presenza e sull’utilizzazione di Socrate nella tradizione scettica cfr.

    almeno Shields 1994; Ioppolo 1995; Glucker 1997; Opsomer 1998, sp. cap. 3; Warren

    2002a; Cooper 2004, sp. cap. 4.

    22



    27 Ai nomi ricordati in precedenza (cfr. supra, § 2 e n. 6), si aggiungano quelli di Anas-

    sagora e Metrodoro di Chio. Un discorso a sé meriterebbe l’eventuale ruolo di precursore at-

    tribuibile a Protagora (accostato anche, fra l’altro, a Pirrone: cfr. Pyrrho TT. 23-27 Decleva

    Caizzi): in proposito mi limito a rinviare a Decleva Caizzi 1990; Rossetti 1990; utili spunti

    anche in Harte-Lane 1999. Sull’uso di auctoritates del passato come segno di atteggiamen-

    to positivo e non meramente dialettico cfr. più in generale Schofield 1999, p. 329, n. 16.

    28 Cfr. anche DL IV 28, su cui cfr. tuttavia Long 1986, sp. pp. 444-445.

    29 Le tesi di Couissin (cfr. Couissin 1929a e 1929b) sono ad esempio accolte, con sfu-

    mature diverse, da Burnyeat 1997b; Striker 1980 e 1981; Bumyeat 1997c; Schofield 1999.

    30 Cfr. soprattutto Ioppolo 1986 (con le osservazioni di Annas 1988 e di Maconi 1988);

    sulla sua scia si veda anche Hankinson 1995, sp. cap. V.

    31 In tal senso decisivo sembra l’influsso di Polemone, non a caso forse esplicitamente

    ricordato nel brano ciceroniano menzionato in precedenza (de or. III 17, 67). Sul probabi-

    le influsso di Platone, soprattutto attraverso il Teeteto, cfr. anche Ioppolo 1990; per ulteriori

    indicazioni bibliografiche cfr. anche Görler 1994, sp. pp. 821-824.

    32 Sul probabile retroterra aristotelico di questi due ultimi vocaboli insiste giustamente

    Alesse 2000, sp. p. 259.

    33 Sull'inutilità dell’assenso ai fini del compimento dell’azione insiste soprattutto un

    passo di Plutarco (adv. Col. 1122a-d; cfr. anche, in Sesto, Adversus Mathematicos=M VII

    158), correttamente ricondotto ad Arcesilao dalla Ioppolo: cfr. Ioppolo 1986, sp. pp. 134-

    146 e ora Ioppolo 2000, in cui vengono esaminate e discusse anche posizioni diverse al ri-

    guardo, come quelle di Lévy 1992 e 1993a; Opsomer 1998; Schofield 1999. Sulla teoria

    dell’azione in Arcesilao torna ora Trabattoni 2005, che insiste in particolare sul suo ‘debi-

    to’ nei confronti della posizione di Platone.

    34 Ancora una volta mi sembra utile rinviare all’equilibrata ricostruzione d’insieme of-

    ferta in Ioppolo 1986, sp. cap. VIII. Per la raccolta delle testimonianze cfr. Mette 1985,

    pp. 53-141.

    35 Cfr. ad es. Cic. Luc. 67; nella stessa direzione si veda anche la seconda delle posi-

    zioni scettiche ricordate in Luc. 32, da accostare a un passo di Numenio (fr. 26, 105-111

    Des Places).

    36 Fra i possibili rinvii testuali mi sembra opportuno segnalare almeno alcuni passi di

    Cicerone (Luc. 104 e 31) e Sesto Empirico (MVII 166-175).

    37 Long-Sedley 1987, vol. 1, p. 459; cfr. anche Bett 1989, nonché Glucker 1995.

    38 Görler 2000, pp. 76-77, che discute anche altre interpretazioni; per un utile résumé

    in merito alle diverse letture del pithanon di Carneade cfr. anche Niiniluoto 2000, pp. 158-

    164 e relative note.

    39 Per le testimonianze che lo riguardano cfr. ancora Mette 1985, pp. 142-148.

    40 Cfr. soprattutto Cic. Luc. 78; interessante appare anche la posizione espressa da Ca-

    tulo in Cic. Luc. 148, su cui si è sviluppato di recente un dibattito fra Mansfeld 1997 e Lévy

    1999. Più in generale sulle figure di alcuni accademici cosiddetti ‘minori’ (Lacide, Carma-

    da e appunto Metrodoro) cfr. ora Lévy 2005.

    41 Per la raccolta delle testimonianze cfr. Mette 1986-1987, pp. 9-24, nonché ora Brit-

    tain 2001, pp. 345-370 (=Appendix: Testimonia on Philo); una prima ricostruzione globale

    del suo pensiero si può trovare in Tarrant 1985.

    42 Cfr. Brittain 2001; la sua ricostruzione non è tuttavia esente da critiche, soprattutto

    per quanto riguarda l’esistenza e la consistenza di quella che egli, non senza forzature te-

    stuali e interpretative, individua come terza fase nello sviluppo del pensiero di Filone: al ri-

    guardo cfr. almeno le recensioni critiche di Tarrant 2002 e Ioppolo 2003.

    23



    43 Per questa immagine cfr. Cic. Luc. 13-14. Più in generale sulla figura di Antioco, ol-

    tre alla raccolta delle testimonianze in Mette 1986-1987, pp. 25-63 e all’accurato lavoro di

    Glucker 1978, mi limito a rinviare all’equilibrata trattazione di Barnes 1989; utili spunti di

    riflessione anche in Görler 1994, sp. pp. 938-980.

    44 Non solo non esistono certezze sulla collocazione cronologica di Enesidemo (co-

    munque attivo nel I sec. a.C.), ma ancora manca, purtroppo, un’edizione delle testimo-

    nianze che lo riguardano: cfr. in proposito Decleva Caizzi 1990-1992.

    45 Contro la tradizionale considerazione di Enesidemo come inizialmente membro del-

    l'Accademia si è espressa Decleva Caizzi 1992c, le cui conclusioni sembrano ora rafforza-

    te da Polito 2002; a favore della vulgata cfr. invece Mansfeld 1995.

    46 A Sesto Empirico dobbiamo la raffigurazione di Timone quale prophetes del verbo

    pirroniano: cfr. Μ I 53; sulla questione sempre utili si rivelano le conclusioni di Decleva

    Caizzi 1986; cfr. anche Hankinson 1995, sp. pp. 69-73.

    47 Si tratta di un passo importante e difficile da interpretare, su cui tuttavia non posso

    qui soffermarmi; per un riassuntivo status quaestionis mi limito a rinviare ad Aronadio

    1990, sp. pp. 222 e 229-233.

    48 DL IX 115; cfr. anche Glucker 1978, sp. pp. 351-354 e Giannantoni 1981b.

    49 Molti sono i testi e i lavori monografici che si potrebbero e dovrebbero in proposito

    chiamare in causa: per un primo orientamento tematico e bibliografico cfr. ora Chiesara 2003 sp. pp. 102-104.

    50 Cfr. Gal. subf. emp. 84, 13; sulla ‘ferocia canina’ di Menodoto cfr. già Brochard

    1923(2), p. 313; più in generale sulla testimonianza di Galeno relativa allo scetticismo cfr.

    almeno DeLacy 1991; cfr. anche Hankinson 1991, nonché alcune utili osservazioni di Bar-

    nes 1991.

    51 Essi possono essere ricostruiti - non completamente, invero - leggendo il breve con-

    tributo di Pérez 2000, in più punti tuttavia lacunoso e non perspicuo; cfr. piuttosto Chiesa-

    ra 2003, sp. pp. 112-153, la quale sembra dal canto suo dilatare la presenza di Enesidemo

    all’interno degli scritti di Sesto Empirico, esagerando la portata della dipendenza di questo

    rispetto a quello e seguendo in questo caso, per sua esplicita dichiarazione, le conclusioni

    di Polito 2004.

    52 Si pensi in particolar modo ancora a Hegel, che attribuiva un peso fondamentale al-

    la tropologia scettica non solo nel Rapporto dello scetticismo con la filosofia e nelle Le-

    zioni sulla storia della filosofia,
    ma anche in altri testi, ora analizzati da Biscuso 2005, sp.

    cap. IV.

    53 Essi erano forse originariamente solo nove? Così sembra attestare Aristocle, la cui

    testimonianza e la cui attendibilità al riguardo viene ora nuovamente difesa da Chiesara

    2002. Sulla tropologia scettica cfr. più in generale Chatzilysandros 1970; Striker 1983; so-

    prattutto Annas-Barnes 1985, nonché infra, cap. II

    54 Sulla polemica neo-pirroniana contro il concetto di causa cfr. infra, cap. IV.

    55 Essi, stando ancora a Sesto (PH I 178-179), sembrano essere ulteriormente riducibi-

    li a due soli tropi, che rappresenterebbero “l’ultimo distillato del liquore scettico” (così

    Hankinson 1995, p. 189).

    56 Sulla struttura e sulle implicazioni logico-filosofiche della ‘rete scettica’ costituita

    dai tropi di Agrippa cfr. in particolare Barnes 1990b; egli allarga l’analisi anche ai due tro-

    pi ricordati nella nota precedente in Barnes 1990c. Sul valore filosoficamente ancora at-

    tuale del ‘diallele’ cfr. infine Jacquette 1994.

    57 Per ragioni di spazio non mi occuperò qui di altre voci importanti, che pure si po-

    trebbero inserire in modo non marginale nel dibattito. Penso soprattutto all’Anonimo

    24

    commentatore al Teeteto di Platone, la cui posizione solleva problemi di non poco conto

    in merito sia all’esatta collocazione cronologica - che gli studiosi fanno oscillare fra I

    sec. a.C. e II sec. d.C. - sia alla valutazione della fase scettica della storia dell’Accade-

    mia e alla differenza concettuale che essa sembra mostrare rispetto all’atteggiamento pir-

    roniano. Per un primo orientamento al riguardo mi limito a rinviare al recente studio di

    Bonazzi 2003b.

    58 Cfr. il fr. 25, 67-71 Des Places di Numenio.

    59 Cfr. DL IX 70 (=Pyrrho T. 41 Decleva Caizzi); si veda anche Barnes 1992, sp. pp.

    4284-4289, nonché, per una diversa interpretazione della posizione di Teodosio, Ioppolo

    60 pp. 64-65.

    61 Cfr. supra, § 9. Più in generale sulla figura e sulle linee di fondo della posizione fi-

    losofica di Menodoto mi limito a rinviare alla pregevolissima ricostruzione di Frede 1990;

    per un’interpretazione diversa del suo ‘empirismo medico’ e dei suoi rapporti con la tradi-

    zione scettico-pirroniana cfr. Perilli 2004.

    62 Nel loro caso si può cautamente supporre che avessero come punto di riferimento,

    pur con sfumature e argomentazioni diverse, Filone di Larissa: cfr. in proposito soprattut-

    to Donini 1986, p. 224, n. 38. Per altri titoli e riferimenti relativi a tale dibattito rinvio a:

    Dörrie-Baltes 1993, Baustein 84.

    63 Per questi aspetti della posizione plutarchea rinvio alle opportune considerazioni di

    Bonazzi 2004 e 2005; cfr. anche alcune precisazioni offerte da Opsomer 2005.

    64 Per la ricostruzione sommaria del pensiero di Favorino, oltre al contributo di Bari-

    gazzi 1966, indispensabili si rivelano alcuni lavori di Anna Maria Ioppolo, le cui conclu-

    sioni ho cercato qui di riassumere: cfr. al riguardo soprattutto Ioppolo 2002, nonché Iop-

    polo 1993 e 1994a; qualche utile indicazione anche in Holford-Strevens 1997 e ora in

    Opsomer 1998, sp. cap. 5; Bonazzi 2003a, sp. cap. IV, pp. 158-170.

    65 L’uso di questo vocabolo sembra evocare chiaramente terminologia condivisa anche

    dalla tradizione pirroniana: cfr. ad es. per Enesidemo la testimonianza di Fozio (bibl. Cod.

    212, 170al2-13 e 22-24); ancora DL IX 106; infine, nel corpus sestano, PH I 198, nonché

    PH I 28; M VIII 298 e XI 111.

    66 Su questo aspetto dello scontro che sembra coinvolgere quanto meno, nell’ordine,

    Plutarco-Epitteto-Favorino-Galeno utili indicazioni offrono Opsomer 1998, sp. pp. 213-

    240 e ora Ioppolo 2002, sp. pp. 56-59.

    67 Cfr. ancora ivi, rispettivamente pp. 49 e 51, nonché Opsomer 1998, p. 61.

    68 II rinvio più pertinente e paradigmatico al riguardo è la lunga sezione dei Lineamen-

    ti pirroniani,
    che Sesto dedica all’analisi e alla spiegazione dettagliata delle phonai scetti-

    che: cfr. PH I 187-209, nonché Spinelli 1991 e soprattutto infra, cap. V.

    69 Attenzione particolare meriterebbero anche il più volte citato Numenio (cfr. soprat-

    tutto i frr. 24-28 Des Places), così come il relativamente ignoto Alessandro di Damasco (sul

    cui ruolo cfr. Donini 1981).

    70 Al di là della probabile professione medica, non si hanno notizie certe in merito al-

    la sua provenienza e alla sua esatta collocazione cronologica (floruit: 180-220 d.C.?): sul-

    la questione si veda almeno House 1980. Sulla trasmissione e sulla fortuna dei suoi scritti

    cfr. ora Floridi 2002.

    71 Per queste due accuse mi limito qui a ricordare, rispettivamente, PHI 1-4 da una par-

    te e PH II 84; III 1; Μ IX 1-4; Μ V 49 dall’altra, anche se i rinvìi al riguardo potrebbero

    moltiplicarsi.

    72 Su questo tema cfr. anche Viano 1981, p. 567; per alcune interessanti osservazioni di

    dettaglio sulla chiusa di PH I cfr., oltre a Janáček 1977, Flückiger 1990, sp. pp. 102-113.

    25

    Ioppolo 1994a, p. 92; cfr. anche Holford-Strevens 1997, pp. 216-217 e, sempre sul-

    l’identità dei tines, Cortassa 1990, p. 2713, n. 45.

    73 Sul termine aporetikos cfr. Decleva Caizzi 1992a, sp. pp. 307-313, che discute e cri-

    tica anche alcune conclusioni avanzate da Woodruff 1988.

    74 Sui motivi paleografici, stilistici e concettuali che sottostanno alla mia proposta di

    correzione - in PH I 222 - del tradito †katapermedoton† in kathaper <hoi peri>

    Men<o>doton
    mi limito a rinviare a Spinelli 2000a; per alcune considerazioni ulteriori sul

    passo in questione cfr. anche Lévy 2001, sp. pp. 309ss.; Brunschwig 2003; Ioli 2003b, sp.

    pp. 416-417, n. 59; Bonazzi 2003c, sp. pp. 183-185; Dillon 2004 e soprattutto Dye 2004,

    che contrasta inoltre la “tendenza all’ipercritcismo” evidente in Perilli 2004, sp. pp. 105ss.,

    ribadita (seppure in modo più sfumato) in Perilli 2005. Più in generale sul tema Plato scep-

    ticus
    esistono analisi di pregevole fattura, fra cui segnalo Annas 1994; Lévy 1990 e 1993b;

    Bonazzi 2003a, sp. pp. 148-158 e 2003c; Ioppolo 2004b.

    75 Per una spiegazione diversa cfr. Ioppolo 1992, p. 173.

    76 Essa riceve molto più spazio nella sezione dossografica sul criterio nel primo libro

    del Contro i logici: cfr. in part. M VII 159-189, la cui prospettiva di analisi, e - almeno in

    parte - le cui fonti paiono comunque diverse rispetto a PH I.

    77 Ioppolo 1992, p. 175.

    78 Essi sfrutterebbero in tal caso, dialetticamente, precedenti classificazioni, forse cri-

    sippee secondo Lévy 1997, p. 199; cfr. anche supra, § 6, nonché Allen 1994.

    79 Cfr. anche supra, § 7 e per il duplice tipo di assenso soprattutto Frede 1987b, non-

    ché Bett 1990. Per la mancata obiettività storiografica sestana in questi paragrafi cfr. infi-

    ne soprattutto Ioppolo 1992; si vedano anche Lévy 1997, pp. 200-201 e Palmer 2000, sp.

    p. 363.

    80 Quest’ultima precisazione sembra inserita da Sesto come una sorta di personale no-

    ta a pié di pagina. Se da una parte essa conferma forse che la dottrina dell' epoche non ha

    unicamente origine e carattere dialettici, dall’altra indubbiamente “assolutizza quello che

    per Arcesilao è un momento obbligato del processo di ricerca, ma non è il fine” (Ioppolo

    1986, p. 160). Né si può escludere che essa serva a lasciar trasparire la differente imposta-

    zione dello scetticismo accademico rispetto a quello di matrice pirroniana, da intendere co-

    me “una ricetta di felicità, e non una mera igiene dell’intelligenza filosofica” (Brunschwig

    1997b, p. 578; cfr. anche Long-Sedley 1987, vol. 1, p. 447).

    81 Si noti tuttavia come tale affermazione avesse originariamente una funzione esclusi-

    vamente dialettica, anti-stoica: cfr. perciò Ioppolo 1986, p. 59.

    82 Viene comunque omesso qualsiasi accenno alla sua dottrina dello eulogon, su cui cfr.

    M VII 158; cfr. anche Hankinson 1995, pp. 86-91.

    83 Più esattamente: hos pros ten physin, dove per physis Sesto intende “la vera essen-

    za delle cose”, forse deliberatamente ignorando che anche Arcesilao aveva dato di questo

    concetto un’interpretazione molto vicina alla a-doxastica hyphegesis physeos accolta da

    Sesto in PH I 23-24: cfr. al riguardo la sopracitata testimonianza di Plutarco in adv. Col. 1122c-d.

    84 Hankinson 1995, p. 85.

    85 PH I 234: “se poi si deve credere a ciò che si dice sul suo conto...”. Essa è priva di

    ogni traccia di credulità da parte di Sesto, il quale pare volersi limitare alla registrazione di

    semplici ‘dicerie’: cfr. Ioppolo 1992, p. 182.

    86 Segno indiretto di una presa di distanza? Sulla possibile identità medioplatonica di

    questi “altri” cfr. Dörrie 1987, p. 430.

    87 Ioppolo 1992, p. 184; cfr. anche Hankinson 1995, p. 75.

    26

    88 Cfr. al riguardo già Robin 1944, p. 131.

    89 Sulle relazioni fra scetticismo e neoplatonismo, oltre al contributo di Wallis 1987, ri-

    mando ora alla trattazione, ricca anche di ulteriori rinvìi bibliografici, di Bonazzi 2003a, sp.

    cap. I, pp. 13-55.

    Colgo l’occasione per ringraziare Francesca Alesse, Mauro Bonazzi, Anna Maria Iop-

    polo e Alessandro Linguiti, che, dopo aver letto una prima versione di questo contributo,

    mi hanno fornito utili indicazioni e suggerimenti.



    Emidio Spinelli . :

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