Questioni scettiche. Letture introduttive al pirronismo antico

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Questioni scettiche. Letture introduttive al pirronismo antico

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Capitolo secondo

  • I DIECI TROPI SCETTICI
  • 1. Introduzione
  • Il primo impulso che si lascia cogliere dietro questo contributo è lega-

    to alla volontà di mettere in discussione una proposta interpretativa - a dir

    poco ‘ardita’ o meglio, come vedremo, poco fondata, ma comunque sor-

    prendentemente mai analizzata a fondo né sottoposta a una sana forma di

    confutazione, neppure da parte dei più acuti e noti studiosi dello scettici-

    smo antico - che mira a individuare una presunta pagina pirroniana all’in-

    terno della ricca storia relativa all’influsso e alla fortuna della dottrina ari-

    stotelica delle categorie, di cui possono essere sicuramente individuate

    tappe importanti non solo nell’ambito ‘canonico’ della tradizione peripa-

    tetica antica e tardo-antica, ma anche in contesti filosoficamente più ampi

    e cronologicamente più estesi1.

    Se infatti accogliessimo l’ipotesi formulata da Pappenheim nel suo (or-

    mai datato) commento ai paragrafi dedicati ai dieci tropi scettici nei Li-

    neamenti pirronianì
    (=PH) di Sesto Empirico, dovremmo riconoscere che

    furono proprio “le categorie aristoteliche quelle che la scepsi seguì nella

    formazione dei tropi non meramente soggettivi”. E questo non solo perché

    “già il numero complessivo dei tropi, dieci, rinvia alle categorie”, ma so-

    prattutto per il fatto che “la cosa stessa condusse la scepsi a utilizzare le

    categorie o, forse più esattamente, le categorie si fecero valere di per sé

    nell’osservazione delle opposizioni percettive. Soggetto e oggetto della

    percezione, infatti, sono sostanze, (individualità) ousiai, e rappresentano

    pertanto la prima e più importante categoria”, che dunque si lascerebbe ri-

    conoscere all’opera dietro il primo tropo2. Una volta formulato questo as-

    sunto, Pappenheim tenta di suffragare il suo tentativo di analisi, secondo

    lui “non del tutto ingiustificato”3, rintracciando una serie di affinità fra sin-

    gole categorie e altri modi della sospensione del giudizio: così la “qua-

    lità”/poion sarebbe il punto di riferimento del secondo, del terzo e del

    quarto dei tropi nell’ordine sestano; e ancora il “relativo’/pros ti dell’otta-

    vo; il “dove”/pou del quinto; il “quando”lpote del nono; la “quantità”/po-

    son del settimo; e infine, con qualche arzigogolo interpretativo e con qual-

    che coraggioso salto, l'“avere”/echein del sesto.

    Oltre la constatazione immediata e difficilmente contestabile, per cui

    molte di queste presunte ‘affinità’ sono per la verità più enunciate che ef-

    28

    fettivamente dimostrate, l’ipotesi di Pappenheim sembra essere tutt’altro

    che solida anche per motivi di mancata corrispondenza strutturale cate-

    gorie/tropi, che non appare completamente verificabile in nessuna delle

    due direzioni. Da una parte, infatti, egli è costretto ad ammettere che non

    tutte le categorie sono operanti al fondo dei tropi scettici, visto che man-

    ca un riscontro diretto quanto meno nel caso del “giacere”/keisthai,

    dell’“agire”/poiein e del “patire”/paschein4. Dall’altra il carattere del tut-

    to peculiare del decimo tropo, che nulla ha a che fare con le percezioni

    sensoriali e con le presunte opposizioni che le caratterizzano, gli impone

    di riconoscerne l’estraneità rispetto a qualsiasi sovraordinato schema ca-

    tegoriale. Né si può tacere un altro fatto, che mina decisamente la forza

    del nesso categorie/tropi, ovvero che lo stesso Sesto non vi accenna mai,

    in nessun punto e con nessun artificio neppure indiretto. Si tratta di un si-

    lenzio - esplicito e insieme per così dire rumoroso - per nulla trascurabi-

    le, di fronte al quale Pappenheim cerca di sfuggire, elevando contro lo

    scetticismo sestano un’accusa spesso riproposta. Anche in questo caso

    Sesto sarebbe vittima di una grave contraddizione, nel senso che egli fa-

    rebbe senz’altro uso di concetti e termini (dogmatici, dovremmo aggiun-

    gere) immediatamente utili al suo scopo polemico, salvo poi dichiararli

    inesistenti o comunque impossibili in altri punti e contesti della sua ope-

    ra. Forte di questo suo assunto e insistendo perfino su alcuni - ipotetici,

    ma inesistenti - calchi verbali dai capitoli 2 e 4 delle Categorie, Pap-

    penheim rincara la dose: “della scepsi si potrebbe conclusivamente dire

    che, sebbene essa non potesse e volesse costituire ‘una propria dottrina

    delle categorie’5, ne avrebbe ciononostante rinvenuta una corrispondente

    alla propria intenzione e l’avrebbe parimenti posta alla sommità del pro-

    prio insegnamento”6.

    Al di là degli elementi di dissenso e di esplicita critica che già ho fat-

    to trasparire qua e là nelle precedenti considerazioni introduttive, si po-

    trebbe semplicemente e più radicalmente ricordare, contro l’interpreta-

    zione di Pappenheim, un altro fattore di insuperabile incommensurabilità

    fra le ragioni filosofiche forti che stanno dietro lo schema categoriale ari-

    stotelico e il dichiarato disincanto ontologico che accompagna, per loro

    stessa ammissione, tutte le espressioni utilizzate dai pirroniani nella lo-

    ro polemica antidogmatica. Insomma, se “presumibilmente si concorda

    in genere sul fatto che la dottrina delle categorie di Aristotele comporta

    l’assunzione che c’è un qualche schema classificatorio tale per cui tutto

    ciò che è, tutte le entità,
    possono essere divise in un numero limitato di

    classi ultime”7, risulta davvero difficile, se non impossibile attribuire an-

    che ai tropi scettici la stessa funzione, chiaramente ancorata alla convin-

    29

    zione di poter sapere e dire esattamente come stanno le cose nella realtà

    che ci circonda.

    L’insieme delle considerazioni sin qui svolte potrebbe tuttavia apparire

    ancora troppo superficiale o comunque non del tutto sufficiente per demo-

    lire l’attendibilità dell’ipotesi di parallelismo strutturale categorie/tropi

    avanzata da Pappenheim. Per raggiungere quest’ultimo obiettivo, dunque,

    è forse opportuno percorrere un’altra strada, sicuramente più efficace, an-

    che se oggettivamente più lunga e forse pedante, per arrivare a mostrare

    come vada correttamente intesa e storicamente contestualizzata la dottrina

    scettica dei tropi riportata da Sesto Empirico. In questo caso forse più che

    in altri, infatti, occorre evitare la formulazione di giudizi estemporanei,

    fondati unicamente su vaghe assonanze o superficiali rispondenze. Così,

    solo affidandosi a un’analisi dettagliata dell’intera sezione dei Lineamenti

    pirroniani
    che riguarda i dieci tropi, sarà possibile far emergere sia la loro

    genuina struttura, sia i reali debiti che Sesto e le sue fonti contraggono ri-

    spetto alla tradizione filosofica che li ha preceduti e rispetto alla quale es-

    si si sentono legittimati ad assumere un atteggiamento di parassitario e non

    certo neutrale sfruttamento concettuale o terminologico. Nelle pagine che

    seguono, dunque, cercherò di offrire un commento selettivo, ma insieme il

    più possibile puntuale, di PH I 31-163, nella convinzione di poter esibire

    in tal modo, de facto e quasi ostensivamente, una chiara confutazione di

    qualsiasi tentativo di ricondurre uno dei più importanti (e genuinamente

    scettici) capitoli dello sforzo filosofico pirroniano sotto l’ombrello perico-

    losamente dogmatico della tradizione peripatetica8.

  • 2. Per una giustificazione iniziale della tropologia scettica

    (
    PH I 31-35)
  • Dopo aver indicato nella pratica della sospensione del giudizio o epo-

    che
    la strada, sottratta tuttavia a qualsiasi rigida connesione del tipo cau-

    sa-effetto, per giungere all’imperturbabilità o ataraxia (cfr. PH I 28-29),

    Sesto ritiene opportuno soffermarsi a lungo sulle molteplici vie che con-

    ducono a sospendere il giudizio. Ribadendo quanto già accennato in PH I

    8, egli pone quale radice generalissima dell’atteggiamento sospensivo

    l’antitesi riscontrabile fra le cose opragmata - un termine volutamente ge-

    nerico che serve ad abbracciare, spiega subito Sesto, apparenze fenomeni-

    che e noumeniche, stati di cose o prodotti di pensiero. La forza di tali op-

    posizioni viene sottolineata attraverso alcuni esempi divenuti canonici nel-

    l’ambito della polemica scettica. Vengono così citati nell’ordine:

    30

    - quello della torre, tutto interno alla ‘dissonanza’ o diaphonia fenome-

    nica e poi ripetuto nel corso dell’illustrazione del quinto tropo (cfr.

    PH I 118);



    - quello costituito dallo scontro di tesi opposte sull’affermazione o ne-

    gazione di un atteggiamento provvidente da parte della divinità, di

    stampo puramente noumenico e ripreso all’inizio di PH III (cfr. sp. i

    §§ 9-12), con una soluzione pirroniana tipicamente ‘conformistica’;



    - infine quello che insiste sull’apparente incompatibilità fra il dato fe-

    nomenico del colore bianco della neve e il sillogismo anassagoreo che

    costringe a pensarla come nera9.

    Il senso del reciproco contrasto riscontrabile fra dati fenomenici e nou-

    menici viene inoltre reso ancora più radicale quando Sesto mette in guar-

    dia da una precipitosa concessione dell’assenso perfino di fronte a un lo-

    gos
    - chiamiamolo: (a) - forte, vigoroso e apparentemente inconfutabile.

    Anche in tal caso, infatti, nulla esclude che in un futuro più o meno pros-

    simo e comunque a noi ancora ignoto possa essere elaborato un argomen-

    to opposto - diciamo: (b) - dotato di ugual forza persuasiva e dunque in

    grado di bilanciare in tutto e per tutto (a). Con tipico intento polemico ad

    hominem,
    Sesto aggiunge l’ovvia constatazione secondo cui ciò accade si-

    stematicamente nell’alternarsi stesso delle varie scuole filosofiche e delle

    loro teorie, l’una dialetticamente capace di ‘superare’ l’altra10.

    La delineazione di questo quadro generale delle antitesi che inducono

    alla sospensione del giudizio serve da introduzione alla presentazione ana-

    litica dei singoli modi o tropoi. Si tratta delle varie argomentazioni speci-

    fiche e degli strumenti tecnici che la tradizione scettica cui Sesto attinge ha

    elaborato nel corso della sua storia per raggiungere la epoche. Nei para-

    grafi successivi (36-163), essi verranno descritti senza nessuna presunzio-

    ne di assolutezza dogmatica, ma solo in modo convenzionale, quasi arbi-

    trario (thetikos) e auspicabilmente plausibile (kata to pithanon), sia rispet-

    to al loro numero esatto, sia riguardo alla loro forza euristica o dynamis12.

  • 3. Mettendo ordine fra i tropi (PH I 36-39)
  • Le prime righe di PH I 36 offrono subito molteplici elementi alla ri-

    flessione e all’indagine. Innanzi tutto, tramite alcune scelte linguistiche

    Sesto sembra avvalorare l’idea che l’insieme dei modi che egli sta per di-

    scutere sia patrimonio comune o ‘convenzionale’ del suo indirizzo filoso-

    fico13 e che egli si limiti a recepirli quasi passivamente “dagli scettici più

    antichi”. Il carattere anonimo di tale indicazione pone il problema della pa-

    31

    ternità dei tropi. La presenza del comparativo potrebbe forse essere inter-

    pretata come un’allusione addirittura a Pirrone e Timone14. Credo tuttavia

    che il confronto con un altro passo sestano e il succinto resoconto di Ari-

    stocle costituiscano elementi sufficienti ad avvalorare la convinzione co-

    munemente accolta di una paternità enesidemea15. È ragionevole suppor-

    re, in ogni caso, che Enesidemo non inventò dal nulla i tropi, ma fu forse

    il primo a raccogliere sistematicamente una mole notevole di materiale più

    antico, risalente addirittura a filosofi presocratici16. Il suo intento era di

    classificare in maniera organica le opposizioni possibili fra il modo in cui

    un oggetto appare (senza distinguere pregiudizialmente se alla percezione

    sensibile o intellettuale) e ciò che esso è in realtà o secondo natura (pros

    ten physin
    ; physei). L’importanza di questo lavoro di ‘assemblaggio’ fu ta-

    le ai fini del raggiungimento della epoche che i tropi divennero quasi il ca-

    vallo di battaglia della polemica scettica17. La loro diffusione e la centra-

    lità che essi dovevano rivestire è del resto confermata da alcuni fatti. Essi

    sopravvivono infatti in ben cinque versioni diverse.

  • 1. La più antica è quella di Filone di Alessandria (de ebr. 169ss.), mol-

    to sintetica e caratterizzata da un marcato interesse teoretico, che spinge

    Filone stesso a citare i tropi in un contesto e con intenti molto diversi da

    quelli propri della loro originaria formulazione18.
  • 2. La seconda è frutto di un breve résumé offerto da Aristocle nel cor-

    so della sua polemica antiscettica (ap. Eus. praep. ev. XIV 18, 11-12)19.
  • 3. La terza è appunto quella sestana, che appare come la più completa

    e ricca20.
  • 4. La quarta è conservata nel libro IX delle Vite dei filosofi di Diogene

    Laerzio, anch’essa molto compressa e verosimilmente proveniente da fon-

    te diversa da quella cui attinge Sesto (DL IX 78ss.)21.
  • 5. L’ultima, infine, è la tarda compilazione bizantina attribuita a Eren-

    nio, di valore non eccelso e forse dipendente da Filone22.
  • A questi dati si aggiungono tracce dell’interesse nutrito nei confronti

    della tropologia pirroniana anche da autori antichi vicini allo scetticismo o

    al probabilismo accademico, come ad esempio Plutarco e Favorino23.

    Non intendo qui riproporre un confronto preliminare e sistematico fra

    questi vari resoconti, soprattutto fra i tre filosoficamente più rilevanti (Fi-

    lone, Sesto, Diogene)24. La scelta più produttiva sembra essere piuttosto

    quella suggerita da Hankinson: concentrarsi sulla versione fornita da Se-

    sto, “integrata, dove filosoficamente rilevante, da Diogene e Filone”25.

    Sesto fissa a dieci il numero dei tropi, che sembrano indurre alla epo-

    che
    26. Egli aggiunge che essi sono sinonimicamente denominati anche lo-

    goi,
    ovvero argomenti in senso più ampio, o typoi, cioè schemi o figure ar-

    32

    gomentative27. Quasi a mo’ di introduzione e sommario, ne viene subito

    fornito l’elenco completo, di cui tuttavia, come già si diceva, occorre far

    uso thetikos (cfr. PH I 38). Sesto, unico fra le nostre fonti, propone quindi

    due ulteriori tentativi di schematizzazione.

  • 1. Il primo (PH I 38) raggruppa i modi a seconda che essi abbiano a che

    fare solo con il soggetto giudicante (i primi quattro)28; solo con l’oggetto

    giudicato (il settimo e il decimo); o infine con entrambi (il quinto, il sesto,

    l’ottavo e il nono).
  • 2. Il secondo, dando per scontati sia l’elenco completo sia la sistema-

    zione appena menzionata, propone una sorta di struttura piramidale29. Al

    vertice troviamo, quale genere sommo, il tropo della relazione, cui sono

    subordinati rispettivamente, quali sue specie, i tre raggruppamenti descrit-

    ti in PH I 38 e quali sue infimae species i dieci modi nella loro totalità30.
  • Di questa classificazione può essere offerto un comodo schema rias-

    suntivo31:

    È difficile dire a chi risalgano questi sforzi di sistemazione organica dei

    tropi. L’origine enesidemea dell’elenco completo sembra fuori dubbio.

    Evidenti appaiono anche, però, alcune modifiche apportate da Sesto (o

    dalla sua fonte), ad esempio riguardo:

  • - all’ordine di presentazione;
  • - alla probabile inserzione - quale ottavo tropo (cfr. PH I 135-140 e in-

    fra,
    4.8) - del modo della relatività di Agrippa in luogo di quello origina-

    riamente enesidemeo32.
  • Anche la prima suddivisione in tre grandi gruppi presente in PH I 38

    potrebbe risalire a Enesidemo. Specificamente attribuibile a Sesto sembre-

    rebbe invece la successiva schematizzazione gerarchica33. Egli pare so-

    vrapporla a quelle precedenti, con l’intento di assegnare, verosimilmente

    sulla scia di Agrippa, un ruolo privilegiato alla relatività34.

    33

    Al di là di schemi e partizioni, quello che davvero interessa è la forza

    o capacità persuasiva dei tropi. Essa sembra scaturire da un meccanismo

    oppositivo standard, che può essere così rappresentato35:

  • 1. un certo oggetto (x) appare dotato di una caratteristica (c) in una spe-

    cifica situazione (s), ovvero: x appare c in s
  • 2. x appare c* in s*;
  • 3. c e c* sono insieme logicamente incompatibili (sia nel senso di una

    stringente contraddittorietà, sia in quello di una più generica contrarietà)

    ed equipollenti;
  • 4. non abbiamo inoltre alcun mezzo per dare la preferenza a s rispetto

    a s* (o viceversa);
  • 5.dunque non potendo stabilire cosa x sia in sé ci troviamo nella ne-

    cessità di sospendere il giudizio sulla sua vera natura36.
  • Occorre infine notare, a scanso di equivoche accuse di dogmatismo na-

    scosto, che la rilevazione sistematica dell’opposizione fra (1) e (2) non ri-

    sponde ad alcuna preconcetta teoria scettica. Come infatti ricorderà Sesto

    più avanti (cfr. PH I 210), in polemica con la visione enesidemea del pir-

    ronismo come ‘scorciatoia’ verso l’eraclitismo, “l’apparire di aspetti con-

    trari rispetto alla medesima cosa non è un dogma degli scettici, ma un fat-

    to che colpisce non solo gli scettici, ma anche gli altri filosofi e tutti gli al-

    tri uomini”.

  • 4. La lista dei ‘modi’: coordinate storiche, struttura argomentativa,

    obiettivi polemici
  • 4.1 II primo tropo (PH I 40-78)
  • È facendo leva sul fatto appena ricordato che si possono organizzare,

    entro lo schema standard sopra ricordato, i contrasti specificamente ricon-

    ducibili ai singoli tropi. Il primo di essi si fonda sul conflitto di “rappre-

    sentazioni” (phantasiai) che si presenta di fronte al medesimo oggetto in

    animali fra loro diversi. O meglio, come lascia intendere chiaramente la

    ricca esemplificazione sestana, esso fa leva sulla differenza percettiva ri-

    scontrabile fra l’uomo da una parte e gli animali cosiddetti irrazionali dal-

    l’altra. Ricorrendo a un tipo di argomentazione dalle radici antiche, quan-

    to meno eraclitee o protagoree, il cui influsso si è fatto sentire costante-

    mente in ambito epistemologico fino ai nostri giorni, Sesto non pretende

    certo di dire quali siano di volta in volta i contenuti delle rappresentazioni

    dei singoli animali portati ad esempio37. Egli si limita piuttosto a inferire

    34

    la loro diversità rispetto a quelle umane38. Ciò avviene a partire dalle in-

    negabili differenze riscontrabili rispettivamente:

  • a. nelle modalità di riproduzione e generazione (PH I 41-43), con esem-

    pi di matrice e provenienza dogmatica molto varia, ma spesso riconducibi-

    li come fonte alla Historia animalium di Aristotele, forse utilizzata da Se-

    sto attraverso la mediazione di compilazioni scettiche a lui antecedenti;
  • b. nella costituzione fisica, soprattutto degli organi di senso (PH I 44-

    49: vista; 50: tatto e udito; 51: olfatto; 52: gusto);
  • c. nelle cose oggetto di scelta, perché benefiche o piacevoli, o di rifiu-

    to, perché fonte di dolore o dispiacere (PH I 55-58); anche in questo caso

    le opposizioni, massimamente evidenti, come si legge in PH I 55, vengo-

    no costruite sfruttando materiale dogmatico più antico e di differente va-

    lore e peso39.
  • Quest’ultimo accorgimento va valutato più da vicino, poiché svolge un

    ruolo centrale per l’esatta comprensione della strategia polemica sestana.

    Lungi dal costituire un limite interno, la parassitaria utilizzazione di tesi

    dogmatiche conferma una serie di caratteristiche di fondo del logos scettico:

  • 1. esso è rigorosamente ad hominem;
  • 2. in quanto tale non viene assunto come vero e logicamente necessi-

    tante per chi lo usa semplicemente quale arma dialettica;
  • 3. infine esso può variare a seconda dell’obiettivo polemico e assume-

    re forza diversa a seconda della malattia dogmatica che si propone di cu-

    rare, come preciserà Sesto nella chiusa dei Lineamenti40.
  • Appare dunque legittimo concludere che i seguaci del pirronismo “non

    si interessano della validità delle loro argomentazioni ma della loro effica-

    cia.
    Un’argomentazione ‘buona’, per i pirroniani, è un’argomentazione

    che funziona - un’argomentazione che è efficace nel produrre la sospen-

    sione del giudizio”41.

    Ribadita, in apertura di PH I 59, l'inevitabilità della epoche, Sesto ri-

    corre ad alcuni dei modi di Agrippa per escludere ogni possibilità di supe-

    rare i sopracitati conflitti di rappresentazioni. Essendo infatti parte in cau-

    sa della diaphonia, non potremo certo preferire noi stessi e le nostre ca-

    ratteristiche percettive a quelle degli animali, pena un palese vizio di cir-

    colarità. Del resto, anche volendo concedere la preferibilità del genere

    umano, aggiunge Sesto, potremo farlo solo in due modi: o senza dimo-

    strazione (ma allora - resta implicitamente inteso - non saremo degni di

    fede) o con una dimostrazione. Anche questa seconda alternativa, però, ri-

    sulta impercorribile: infatti si mostrerà che la dimostrazione non sussiste

    affatto42. Anche se sussistesse, comunque, o sarebbe per noi non apparen-

    te e dunque non degna di fede, o sarebbe una delle cose apparenti e dun-

    35

    que, in quanto anch’essa oggetto di indagine al pari di tutte le altre cose

    apparenti, non potremmo servircene come criterio valido di discriminazio-

    ne, pena di nuovo una viziosa circolarità43.

    Dopo aver integrato e rafforzato la dynamis del primo tropo mediante

    il ricorso alla tropologia più recente di Agrippa, Sesto aggiunge un’ulte-

    riore ‘coda’ polemica. In PH I 62-78, infatti, vengono messi a confronto

    l’uomo e quello fra i cosiddetti animali irrazionali che appare meno degno

    di valore: il cane44. L’intento del passo è dichiaratamente e pesantemente

    polemico, poiché mira a ridicolizzare un gruppo di dogmatici boriosi e su-

    perbi. Essi, formulando ragionamenti pieni di sottigliezza, sostengono la

    superiorità della nostra specie animale rispetto alle altre45.

    Non è questa la sede per entrare nei dettagli della serrata argomenta-

    zione sestana né per ripercorrere la lunga storia della fortuna filosofica del-

    le considerazioni pirroniane relative al ‘cane di Crisippo’46. Sarà suffi-

    ciente ricordare, per lo scopo che ci siamo prefissi, che nulla autorizza a

    concedere la preferenza alle nostre rappresentazioni rispetto a quelle degli

    altri animali: l’unico elemento che ci resta è la registrazione di differenze

    non dirimibili. Allora è a portata di mano la conclusione scettica, che da

    questo momento in poi accompagnerà come un disincantato refrain tutti i

    tropi sestani: dovremo limitarci a dire come qualcosa ci appare, sospen-

    dendo invece il giudizio sulla sua vera natura.







    4.2 II secondo tropo (PH I 79-90)

    Per rendere ancora più efficace il proprio attacco antidogmatico Sesto

    accetta di ragionare per assurdo. Così, mettendo da parte i risultati già rag-

    giunti grazie alle argomentazioni del primo tropo, egli imposta la tratta-

    zione del secondo concedendo - disserendi causa e in via meramente ipo-

    tetica - la superiorità di discernimento epistemologico della specie umana.

    La sua obiezione è chiaramente espressa sin dalle prime righe di PH I 78:

    tale presunta superiorità si rivela insussistente, date le enormi differenze ri-

    scontrabili sia fra un singolo individuo e l’altro, sia fra i vari gruppi o po-

    poli in cui si divide l’umanità. Ancora una volta Sesto attinge a piene ma-

    ni alla ricca esemplificazione rinvenibile nelle opere dei suoi avversari

    dogmatici47. Senza abbandonare il terreno di una polemica ad hominem,

    inoltre, egli sfrutta ben note teorie di alcuni di loro, come ad esempio:



    - quella che divide l’uomo in anima e corpo, comune patrimonio dog-

    matico, nonostante la diaphonia subito riscontrabile al momento del-

    l’individuazione della reciproca essenza di tali due elementi (PH I 79);

    36

    - quella della composizione umorale degli organismi viventi, causa a

    sua volta di rappresentazioni, così come di appetiti e rifiuti, recipro-

    camente divergenti (PH I 80-81);



    - quella che vede riflesse nel corpo le qualità dell’anima (PH I 85), lar-

    gamente radicata nel mondo antico in quello “sguardo fisiognomico”,

    che “denuncia ambizioni da sapere antropologico totale”48.



    paragrafi dedicati al secondo tropo si popolano così di strani e bizzarri

    casi. Essi stanno ad attestare tanto evidenti diversità corporee (PH I 80-

    84), per forma o peculiare composizione individuale49, quanto notevoli

    differenze ‘psicologiche’ o ‘intellettuali’ (kata ten dianoian), che sono re-

    se manifeste dall’innegabile e indisputabile oscillazione dei gusti indivi-

    duali, più volte cantata in ambito letterario (PH I 85-86)50. Di fronte allo

    stesso oggetto, infatti, alcuni, mossi da determinate sensazioni e rappre-

    sentazioni, provano piacere, mentre altri, seguendo sensazioni e rappre-

    sentazioni diverse, sono vinti dal disgusto. Esiste un modo per dirimere

    questo dissenso, giungendo a stabilire cosa per natura sia l’oggetto di par-

    tenza? Sesto è l’unico fra le nostre fonti a porsi il problema. Egli propone

    una soluzione dilemmatica51:

  • a. o accordiamo fiducia indistintamente a tutti gli uomini e alle loro

    conflittuali rappresentazioni;
  • b. o accordiamo fiducia solo ad alcuni di loro, con l’ulteriore opzione

    fra il primato assegnato ad alcuni fra i cosiddetti saggi (b1) o alla maggio-

    ranza (b2).
  • Di (a) Sesto si sbarazza facilmente (PH I 88). Tale soluzione, infatti, da

    una parte costringerebbe allo sforzo impossibile di coprire l’infinità delle

    opinioni umane. Dall’altra essa sarebbe condannata a concedere la con-

    temporanea verità di proposizioni contraddittorie, il che è logicamente

    inammissibile52.

    La duplice alternativa adombrata in (b), invece, viene analizzata più a

    lungo53. Qualora si voglia accettare (bl), si cadrà o sotto il tropo della

    diaphonia, essendo indecidibile il contrasto, ad esempio, fra Platone ed

    Epicuro (PH I 88); oppure sotto quello del diallele, poiché chi è parte in

    causa di una diaphonia non può in alcun modo pretendere di esserne allo

    stesso tempo l’elemento risolutivo (PH I 90). Se invece si dà credito a (b2),

    si rischia di fare la figura degli sciocchi. Ammettiamo pure che nell'ambi-

    to delle nostre conoscenze si riuscisse a fissare ciò che i più gradiscono o

    respingono. Resterebbe ciononostante sempre aperta la possibilità che a

    noi sfugga un qualche caso, statisticamente rilevante se non decisivo, di

    popolazioni le cui rappresentazioni di ciò che è piacevole o doloroso, ad

    esempio di fronte al morso della tarantola, sono diametralmente opposte

    37

    rispetto a quelle a noi note (PH I 89). L’argomentazione sestana può forse

    apparire ingenua e indurre al sorriso il lettore contemporaneo, così perva-

    sivamente abituato a convivere con la decantata scientificità delle scienze

    statistiche. Se però applichiamo un banale principio di contestualizzazio-

    ne storica, dobbiamo forse riconoscerne la cautela e l’opportunità. Non bi-

    sogna infatti dimenticare che Sesto scriveva “millesettecento anni fa,

    quando le nozioni di campionatura statistica e di probabilità non erano an-

    cora state elaborate. Inoltre, nella sua epoca il mondo conosciuto si am-

    metteva fosse solo una piccola parte del mondo effettivo”54.







    4.3 Il terzo tropo (PH I 91-99)





    Con un andamento espositivo che restringe sempre più l’oggetto di in-

    dagine, Sesto dichiara di voler concentrare l’analisi dedicata al terzo tropo

    su di un solo esponente della specie-uomo: il sophos o saggio, su cui han-

    no costruito mitiche e fantastiche teorie i dogmatici55. In verità il seguito

    della trattazione mette in campo opposizioni rilevabili non unicamente nel-

    l’apparato percettivo del sophos, ma proprie di un qualunque individuo56.

    Al di là di questa piccola incongruenza, l’obiettivo ultimo di Sesto ap-

    pare evidente. Come si legge in PH I 99, demolire l’attendibilità dei sensi

    non è che il primo passo verso la distruzione di ogni ‘fede’ empiristica.

    Quest’ultima è infatti fondata proprio sulla continuità e perfetta compati-

    bilità epistemologica fra sensi e intelletto, entrambi incapaci in realtà di

    cogliere la vera natura delle cose e confinati dunque al mero piano delle

    apparenze57.

    Nonostante l’esplicita volontà di limitare la batteria degli esempi, tutti

    di provenienza dogmatica58, in ossequio al generale tono ‘ipotipotico’ dei

    Lineamenti (PH I 94), la via per raggiungere tale obiettivo pare scandita in

    due tappe.

  • A. La prima passa per l’illustrazione delle differenze reciprocamente

    individuabili fra le varie sensazioni (PH I 92-93): vista/tatto, con l’esem-

    pio tratto dalla pittura, più volte utilizzato e passibile di interpretazioni di-

    verse e contrastanti59; gusto/vista; olfatto/gusto; vista/totalità degli altri

    sensi; vista-tatto/olfatto.
  • B. La seconda si concentra sulla ridda di sensazioni che di fatto si sca-

    tena nel caso di un solo, assolutamente ‘quotidiano’ oggetto: la mela60. Tre

    sono le ipotesi enunciate e discusse in proposito da Sesto:
  • B.1 o la mela possiede una sola qualità, percepita diversamente a se-

    conda dei vari sensi (l’analogia chiamata a sostegno in PH I 95 è quella

    38

    dell’unica acqua, che pure si differenzia nei vari organi delle piante, o del-

    l’unica aria, che pure dà luogo alla molteplice varietà dei suoni negli stru-

    menti musicali);

    B.2 o essa ne ha più di quelle che noi siamo in grado di percepire con

    il nostro limitato apparato sensoriale (questa inferenza61 viene rafforzata in

    PH I 96 dalla considerazione della condizione di menomazione percettiva

    che di fatto sperimenta sin dalla nascita il sordomuto);

  • B.3 oppure le qualità che essa rivela sono perfettamente commisurate

    alle nostre potenzialità percettive.
  • Quest’ultima alternativa viene fatta scaturire da un’ideale obiezione

    dogmatica (cfr. PH I 98). Essa si basa sul postulato di una sorta di ‘armo-

    nia prestabilita’ fra sensi e sensibili, imposta da un superiore principio or-

    dinatore: la natura. Sesto ne contesta tuttavia la legittimità euristica e per-

    fino la sussistenza, vista l’impossibilità di dirimere - tanto a livello di sen-

    so comune quanto sul piano filosofico - la diaphonia sorta fra i dogmati-

    ci stessi in merito al concetto di natura o physis62.

    L’ugual forza persuasiva delle ipotesi appena ricordate avvolge nell’o-

    scurità la presunta essenza della mela, così come di qualsiasi altro ogget-

    to della percezione sensibile. Essa serve quindi adeguatamente allo scopo

    ultimo della tropologia scettica, inducendo necessariamente alla sospen-

    sione del giudizio.







    4.4 II quarto tropo (PH I 100-117)



    Dai sensi - come ammoniva il terzo tropo - si ricavano indirimibili

    conflitti di apparenze. Nonostante questa perentoria conclusione, Sesto

    decide di fermare ora la propria attenzione su ognuna delle sensazioni o

    addirittura di generalizzare il proprio discorso al punto da lasciarle tutte

    da parte. Per questo il quarto tropo insiste sulle opposizioni o discrepan-

    ze, riscontrabili entro il medesimo senso, rispetto alle “circostanze” (pe-

    ristaseis).
    Questo termine, alquanto generico, viene subito sinonimica-

    mente rimpiazzato da Sesto con “disposizioni”63. Il vocabolo diathesis,

    una sorta di terminus technicus della medicina e della biologia sin dai

    tempi di Erofilo64, indica lo stato corporeo (ancor più comprensivamente:

    la disposizione psico-fisica) del soggetto giudicante. La ricca esemplifi-

    cazione fornita da Sesto richiama in proposito ben dieci diverse condi-

    zioni65. Esse vengono presentate - tutte, tranne, come vedremo, un’unica,

    strana eccezione - secondo schemi oppositivi, che sono nell’ordine i se-

    guenti.

    39

    1. Secondo natura/contro natura, PH I 101-103 - Un caso specifico di

    questa diathesis, che comunque non ne esaurisce le possibili manifesta-

    zioni, come sembrerebbe invece far supporre l’esposizione di Filone e di

    Diogene Laerzio, è l’opposizione sano/malato66. Si noti inoltre come Se-

    sto si dedichi, in PH I 102-103, a smantellare la tesi di alcuni (anonimi)

    dogmatici, forse gli stessi cui si alludeva nell’ambito del secondo tropo,

    convinti che lo stato innaturale, dovuto a una determinata commistione di

    umori, sia causa del contrasto di apparenze rispetto agli oggetti esterni.

    Contro di loro viene sollevata una duplice obiezione, che è stata così op-

    portunamente riassunta: “il loro appello presuppone, arbitrariamente, che

    solo condizioni innaturali o abnormi influiscano sulle apparenze di un os-

    servatore; ed essi non sono in grado di fornire motivi per preferire un tipo

    di natura rispetto a un altro”67. Va sottolineato, infine, come l’attacco se-

    stano metta capo a una conclusione relativistica. Essa viene dialettica-

    mente sfruttata
    non solo qui, ma anche successivamente in PH I 104, nel-

    l’analisi dei contrasti percettivi legati all’opposizione sonno/veglia. Tale

    utilizzazione non implica tuttavia automaticamente che Sesto accolga po-

    sitivamente quella conclusione, né che la confonda con la genuina posi-

    zione pirroniana68.



    2. Sonno/veglia, PH I 104 - Sulle differenti rappresentazioni derivanti

    da tali due opposti stati avevano già richiamato l’attenzione altri autori, a

    partire da Platone69, e altri ancora le avrebbero nuovamente sfruttate, an-

    che con sfumature ‘scetticheggianti’, nell’ambito della filosofia moderna

    (basti pensare al ruolo che questo problema gioca all’inizio del ‘viaggio’

    cartesiano verso il dubbio iperbolico).



    3. Vecchiaia/giovinezza, PH I 105-106.



    4. In moto/in quiete, PH I 10770.



    5. Odio/amore, PH I 108.



    6. Indigenza/sazietà, PH I 109.



    7. Ubriachezza/sobrietà, PH I 109.



    8. Predisposizioni, PH I 110 - È questo l’unico contesto in cui non vie-

    ne esibita in modo esplicito alcuna coppia di opposti. In ogni caso, si può

    supporre che un’opposizione di fondo esista, non sul piano della simulta-

    neità, quanto piuttosto fra la condizione di partenza (ad esempio la per-

    manenza all’interno delle terme per un certo lasso di tempo, con la con-

    nessa sensazione di tepore) e quella successiva (nel caso in questione: l’u-

    scire nell’atrio dei bagni, con la conseguente sensazione di freddo). Non si

    può negare, tuttavia, come l’accenno alle prodiatheseis risulti alquanto

    problematico, al punto che si è pensato a una (maldestra) interpolazione,

    forse operata direttamente da Sesto71.

    40

    9. Coraggio/paura, PH I 111 - Anche in questo caso si tratta di oppo-

    ste condizioni e relative reazioni già individuate da autori precedenti, an-

    che se utilizzate e risolte in modo del tutto diverso72.



    10. Piacere/dolore, PH I 111.

    Le discrepanze così lungamente elencate sono il frutto, ancora una vol-

    ta, di ampi ‘saccheggi’ da precedente materiale dogmatico. Sulla loro ori-

    gine precisa il dibattito resta aperto. Alcuni hanno infatti supposto una de-

    rivazione atomistico-democritea, altri protagorea, altri ancora direttamen-

    te enesidemea73. Quello che rende peculiare la trattazione sestana, co-

    munque, non è solo la ricchezza degli esempi (non sovrapponibili sic et

    simpliciter
    a quelli filoniani e laerziani), ma il fatto che egli si preoccupi

    di argomentare a lungo e dettagliatamente contro la possibilità di accor-

    dare in modo definitivo la nostra preferenza a una delle rappresentazioni

    legate alle conflittuali disposizioni sopra menzionate. Il suo attacco è in

    tal senso duplice.

  • 1. PH I 112-113: chi pretende di giudicare e decidere dell’anomalia si

    trova o in una qualche disposizione o in nessuna. Quest’ultima alternativa

    è palesemente assurda, poiché sempre e comunque siamo svegli o addor-

    mentati, in moto o in quiete e così via. Secondo la prima ipotesi, del resto,

    il presunto giudice non potrà affatto essere imparziale, poiché egli, ‘con-

    dizionato’ dalla propria disposizione, tenderà a concedere la propria prefe-

    renza alle rappresentazioni che sono a quella conformi74.
  • 2. PH I 114-117 (cfr. fr. 1126 Hülser): questa seconda obiezione appa-

    re modellata sulla falsariga della tropologia di Agrippa75. Essa viene lar-

    gamente utilizzata da Sesto - molto spesso in funzione anti-stoica - in tut-

    to PH.
  • Su di un piano più generale, occorre rilevare che la catena dilemmatica

    ricostruibile in base a tale obiezione, giustamente considerata “degna di

    nota per la sua complessità, per la cura con cui Sesto la articola e per l’e-

    levato livello di astrazione al quale essa procede”76, costituisce una delle

    più caratteristiche armi della polemica scettica. Essa lancia infatti una sfi-

    da seria e profonda contro qualsiasi tentativo ‘fondazionistico’ dei dogma-

    tici77 e mira a promuovere un atteggiamento di estrema cautela epistemo-

    logica, che sfoci ‘naturalmente’ nella sospensione del giudizio78. Specifi-

    camente piegata alle esigenze del quarto tropo, poi, l’argomentazione ser-

    ve a rimarcare l’impossibilità di ricorrere in modo euristicamente produt-

    tivo alla dimostrazione e al criterio. Essi infatti, rimandando circolarmen-

    te l’una all’altro l’onere della propria fondazione, non consentono di tro-

    vare alcuna via d’uscita definitiva di fronte all’opposta e ugual forza delle

    rappresentazioni connesse alle varie disposizioni umane.

    41

    4.5 II quinto tropo (PH I 118-123)

    Dopo aver trattato del blocco omogeneo costituito dai primi quattro tro-

    pi, tutti relativi al soggetto giudicante, Sesto passa ora a esaminare il pri-

    mo dei modi che hanno a che fare con l’interazione fra soggetto giudican-

    te e oggetto giudicato. Una notazione di Filone (de ebr. 183) parrebbe sta-

    bilire una continuità di polemica ad abundantiam rispetto al quarto tropo.

    Anche ammesso che si possa dar preferenza a uno dei cinque sensi (po-

    niamo: la vista), subentra la variabilità di condizione e la mutevolezza del-

    l’oggetto esterno a minarne l’attendibilità e a rendere così impossibile la

    determinazione univoca e assoluta della physis di alcunché.

    Il quinto tropo fonda la propria efficacia su tre diversi elementi79. Più

    esattamente si insiste sulla diversità:

  • - di condizioni, e correlate rappresentazioni, che si registrano a secon-

    da degli intervalli, ovvero della varietà in grandezza dello spazio in-

    terposto fra osservatore e oggetto osservato (PH I 118)80;
  • - dei luoghi, ovvero del contesto o contorno spaziale in cui una cosa

    viene a trovarsi (PH I 119);
  • - delle posizioni, ovvero delle differenti inclinazioni angolari (epikli-

    seis
    ) sotto cui qualcosa si presenta alla nostra vista (PH I 120).
  • Per rafforzare la necessità della sospensione del giudizio, derivante dal

    fatto che ciascuno di noi non può mai trovarsi fuori da un intervallo o da

    un luogo o da una posizione e quindi è giocoforza parte integrante della

    diaphonia che rispetto a quelli si genera, l’esposizione sestana - come già

    osservato nel caso di precedenti tropi - fa tesoro di esempi tratti da testi

    e argomentazioni di parte dogmatica. Non tutti i casi invocati a sostegno

    sono ugualmente appropriati e convincenti81. Alcuni di essi, tuttavia, era-

    no cavalli di battaglia della lotta contro le illusioni legate alla percezione

    sensibile82. Significative da questo punto di vista sono le allusioni: al por-

    tico, forse con intento ironicamente anti-stoico; alla nave; al remo spez-

    zato83; e soprattutto al caso, più volte richiamato da Sesto, della torre e

    delle differenti forme geometriche che essa mostra a seconda della vici-

    nanza o lontananza del punto di osservazione (cfr. il caso già visto in PH

    I 32 e inoltre M VII 208 e 414). Il fatto che questo esempio venga lunga-

    mente discusso da Lucrezio (IV 353-363) e che anche altro materiale del

    quinto tropo sembra riconducibile a matrice epicurea ha fatto supporre,

    legittimamente a mio avviso, che Sesto stia qui trasformando in armi del-

    la polemica scettica tesi che originariamente erano state proposte da Epi-

    curo e dai suoi seguaci. Essi le avevano utilizzate, come è noto, per di-

    mostrare che non nelle sensazioni, di per sé sempre vere, risiede l'errore,

    42

    ma nel giudizio che noi affrettatamente aggiungiamo a quanto la perce-

    zione sensibile ci offre84.

    La parte conclusiva della trattazione sestana (PH I 122-123) contiene

    l’unico tentativo giunto sino a noi - una sorta di argomento “metateoreti-

    co”85 - di concludere in modo logicamente cogente (e chiaramente dipen-

    dente dalla tropologia di Agrippa) all’impossibilità di preferire qualcuna

    delle rappresentazioni prodotte a seconda di luoghi, intervalli o posizioni

    e reciprocamente in conflitto fra di loro. L’argomentazione di Sesto si pre-

    sta in questo caso a una comoda schematizzazione:

    Il palese regresso all’infinito condanna allo scacco ogni richiamo alla

    dimostrazione e raccomanda invece l'epoche sulla vera natura dell’ogget-

    to osservato, del quale occorre limitarsi a registrare le apparenze nella lo-

    ro indirimibile diversità.







    4.6 II sesto tropo (PH I 124-128)



    Il sesto tropo è ancora collocato all’intersezione fra soggetto giudican-

    te e oggetto giudicato. Nell’uno e nell’altro, infatti, sussistono mescolan-

    ze, rispettivamente o interne (ovvero di membrane, liquidi, effluvi di va-

    43

    pore o genericamente di sostanze peculiari e relative ai vari organi di sen-

    so86) o esterne, dettate dalla differente composizione dell’aria o dell’acqua

    (PH I 125). La presenza di tali mescolanze o epimigai impedisce una per-

    cezione sensibile pura e assoluta degli oggetti esterni e costringe a limita-

    re le proprie affermazioni al modo in cui ci appaiono le varie commistio-

    ni. Questa conclusione scettica potrebbe essere superata solo se si desse un

    qualche strumento affidabile tramite cui ‘filtrare’ le mescolanze e giunge-

    re alla vera realtà delle cose. Nonostante le pretese dogmatiche, però, non

    esiste alcun candidato, che possa efficacemente svolgere questo ruolo: non

    i sensi (PH I 127, ove la polemica è verosimilmente antiepicurea) e nep-

    pure l’intelletto (PH I 128)87. Quest’ultimo, infatti:

  • dipende totalmente dai sensi88;
  • indipendentemente dalla collocazione anatomica che si voglia dare

    al cosiddetto egemonico89, viene a trovarsi in luoghi fisici caratterizzati

    dalla mescolanza di umori diversi, che finiscono per condizionarne il fun-

    zionamento, se non addirittura per ottunderne del tutto le potenzialità90.
  • La conclusione del tropo, invitando all’epoche, nega come al solito che

    si possa stabilire alcunché sulla physis degli oggetti esterni. Ciò non im-

    plica tuttavia che si debba rinunciare a dire come essi appaiono, natural-

    mente non in sé, ma a seconda delle mescolanze in cui vengono a trovarsi

    implicati91.







    4.7 II settimo tropo (PH I 129-134)



    È il primo dei tropi che insiste in modo specifico sulle condizioni del-

    l’oggetto giudicato, più esattamente sui tipi di composizione diversi che

    entrano in gioco nella sua formazione. Esso non pretende tuttavia di avere

    valenza universale, poiché “è già abbastanza che il modo funzioni nel ca-

    so di alcune qualità - abbastanza che esso funzioni, per dire, rispetto a co-

    lori e cose simili”92.

    Le argomentazioni di Sesto trovano una sostanziale unità nel richiamo

    alla quantità, che costituisce il minimo comun denominatore dei diversi

    esempi addotti93.

    Fra questi, alcuni derivano dalla tradizione medica antecedente Sesto94.

    Il richiamo al campo della medicina, del resto, diviene esplicito in PH I

    133. Qui l’espressione introduttiva (“in generale”, katholou) lascia inten-

    dere che secondo Sesto il lavoro di attenta mistura dei composti proprio

    della farmacologia costituisce una sorta di genere comune - o in ogni ca-

    so massimamente rappresentativo - di riferimento, rispetto al quale i casi

    44

    citati in PH I 129-132 altro non sono che casi specifici95. Si può infine no-

    tare come anche altri fra gli esempi menzionati da Sesto rivestano una va-

    lenza medica. Essi insistono infatti sulla funzione terapeutica - o all’in-

    verso apportarice di malattia - di alcune sostanze: in generale il cibo, più

    in dettaglio l’elleboro e il vino96.

    La registrazione dell’anomalia nelle rappresentazioni derivanti dai

    composti presenti nell’elenco sestano, le cui proprietà di base non pos-

    sono essere definite in modo univoco e assoluto, mette capo a una con-

    clusione che va interpretata conformemente alle cautele linguistiche più

    volte evidenziate da Sesto, in PH I 132, infatti, leggiamo che siamo au-

    torizzati a dire soltanto cosa sono argento, marmo, sabbia, ecc. in senso

    relativo, ma non per natura (physei), poiché il settimo tropo getta nella

    confusione qualsiasi asserzione sulla reale esistenza (hyparxis, PH I 134)

    degli oggetti esterni97. Mi sembra chiaro che in una simile affermazione

    il valore da attribuire al verbo essere non sia quello ontologico-esisten-

    ziale, ma quello fenomenologico-ostensivo, su cui Sesto insisterà - non a

    caso, credo - subito dopo, in PH I 13598. Alla luce di tale possibile lettu-

    ra, dunque, mi pare difficile attribuire a questo tropo una funzione posi-

    tivamente assertoria. Eventuali affermazioni dal colore a prima vista

    ‘dogmatico’, infatti, vanno piuttosto interpretate dialetticamente, come

    efficaci contro-tesi ad hominem, rispetto alle quali il coinvolgimento dei

    neo-pirroniani resta nullo99.



    4.8 L’ottavo tropo (I 135-140)

    Come già accennato in precedenza, questo tropo sembra assumere una

    duplice funzione nel resoconto sestano: da una parte rientra nell’elenco

    standard dei dieci modi, dall’altra viene chiamato a svolgere il ruolo di

    ‘genere sommo’, cui tutti gli altri sarebbero riconducibili (cfr. supra, PH I

    39, sp. sezione 3). Sesto è probabilmente l’autore di questa proposta di or-

    dinamento, che per la verità non appare del tutto coerente e richiede qual-

    che ipotesi esplicativa. Si può convenire sul fatto che Sesto appare con-

    vinto di una possibile struttura comune a tutti i tropi, esprimibile in termi-

    ni di relatività delle apparenze. Da questo punto di vista l’ottavo tropo “of-

    fre una descrizione generale della struttura di tutti i modi enesidemei”100.

    Se questo è vero, allora ha una qualche legittimità la proposta di riformu-

    lare la catena argomentativa dei dieci modi secondo il seguente schema101:



    1. x appare c relativamente a s;



    2. x appare c* relativamente a s*;

    45

    3. può essere vero o (1) o (2), non entrambe;



    4. non è possibile decidere a favore di (1) né di (2);



    5. dunque dobbiamo sospendere il giudizio sulla vera natura di x.

    Al di là di queste notazioni, altri elementi nel testo paiono confermare

    che nel caso dell’ottavo tropo ci troviamo di fronte a una rielaborazione e

    personale inserzione sestana, che si muove ‘assemblando’ liberamente ele-

    menti consolidati della tradizione pirroniana102.

    Vediamo in primo luogo le considerazioni di apertura di PH I 135103.

    Nel tentativo di spiegare il vero senso da attribuire alla conclusione se-

    condo cui “tutte le cose sono relative” - nel duplice senso del rapporto con

    il soggetto giudicante da una parte e con le cose giudicate dall’altra - Se-

    sto chiama in causa un principio generalissimo del pirronismo, quello già

    ricordato del valore fenomenologico del verbo essere/ einai. Questo preli-

    minare caveat consente sempre e comunque, di fronte a qualsiasi voce o

    asserzione scettica, un’automatica interscambiabilità/traducibilità fra esse-

    re e sembrare, einai e dokein104.

    In secondo luogo, altre tracce di una non perfetta amalgama di que-

    sti paragrafi rispetto alla restante tropologia emergono in PH I 136. Qui

    Sesto sembra rinviare alla proposta di schematizzazione avanzata in se-

    de di presentazione generale dei tropi. In realtà, però, la sua descrizio-

    ne presuppone una tassonomia diversa da quella ricavabile da PH I 38-

    39 e offre piuttosto elementi di analogia con il modo della relatività di

    Agrippa105.

    In terzo luogo, nel momento in cui Sesto decide di fornire ragioni più

    specifiche (cfr. lo idiai iniziale in PH I 137) a sostegno della onnicom-

    prensiva relatività delle cose, egli non ricorre alla consueta batteria di

    esempi e casi singolari in contrasto, che invece fanno bella mostra di sé in

    tutti gli altri modi. La sua esposizione si dilunga invece per due paragrafi

    (137-139) in sei distinte argomentazioni astratte, i cui punti di partenza

    sono sempre rappresentati da categorie concettuali proprie delle scuole

    dogmatiche combattute da Sesto. Comunque si voglia ordinare l'insieme

    degli oggetti esistenti, accordando la preferenza a questa o quella dottrina

    filosofica, torna a imporsi sempre e comunque la relatività, meglio l’ap-

    parenza di relatività, di tutte le cose. Gli snodi dell’argomentazione sesta-

    na sono i seguenti.



    1. Partendo dalla bipartizione che distingue le cose in assolute (meglio

    dotate di una differenza propria, individuante) e relative106, Sesto pone il

    seguente dilemma:



    (a) o le cose assolute non sono diverse da quelle relative, ma allora so-

    no identiche a esse, perciò relative anch’esse;

    46

    (b) o esse sono diverse, ma allora per dirle tali le si deve porre in rela-

    zione alle altre cose rispetto a cui si dicono diverse, perciò esse an-

    che sono relative.



    2. Al secondo argomento è sottesa una classificazione (forse di stampo

    peripatetico), che ordina tutte le cose secondo una scala gerarchica di ge-

    neri e specie, che tuttavia possono essere intesi solo se posti in reciproca

    relazione.



    3. Sorte non migliore tocca alla distinzione che pone ogni cosa come o

    evidente o non-evidente e che viene equiparata senza scarti a quella signi-

    ficante/significato, ovvero a nozioni impensabili per sé, ma che si impli-

    cano reciprocamente107.



    4. e 5. Pensare di dividere le cose in simili/dissimili o uguali/disuguali

    apre la strada alle medesime aporie, in quanto tutti questi concetti rientra-

    no nella sfera dei relativi.



    6. Lo schema argomentativo dell’ultimo ‘attacco’ di Sesto è diverso e

    sembra far leva su di un caso particolare di autoconfutazione o peritrope108.

    Due sono le tesi in conflitto:



    (A) quella scettica, secondo cui “tutte le cose sono [=appaiono] relative”;



    (B) all’opposto quella dogmatica, per cui “non tutte le cose sono rela-

    tive”, e dovremmo sottintendere: “anzi, alcune sono assolute, e fra

    queste c’è anche la vostra tesi (A)”.

    La contro-obiezione dogmatica verrebbe tuttavia ad autocontraddirsi,

    in quanto restringendo la stessa affermazione (A) ai soli scettici, finireb-

    be per ammettere che essa è relativa solo a chi la pronuncia. Si noti tutta-

    via che il ragionamento sestano non appare del tutto lineare e logicamen-

    te cogente109.

    Infine, a definitiva conferma della peculiarità della versione sestana

    dell’ottavo tropo, basta il confronto con le altre fonti. Senza ripercorrere in

    dettaglio le caratteristiche dei resoconti offerti da un Filone o da un Dio-

    gene Laerzio110, è sufficiente sottolineare come entrambi parlino di un al-

    tro modo,
    che si incentra non sulla nozione di relatività, quanto sul con-

    fronto o giustapposizione fra le cose (contrarie). L’ipotesi più verosimile

    per render conto di questa discrepanza è stata formulata da Jonathan Bar-

    nes: “dobbiamo supporre, piuttosto, che il modo della Relatività che com-

    pare in Diogene e Filone sia il modo enesidemeo; e che Sesto o la sua fon-

    te rimpiazzò questo originario modo con il modo di Agrippa”111. Si ag-

    giunga che forse Sesto riassume anche, in PH I 137-139, le specifiche ar-

    gomentazioni addotte da Agrippa a sostegno del tropo della relatività, al

    quale Sesto aveva già assegnato una funzione egemonica nell’ideale albe-

    ro delle relazioni reciproche fra i tropi112.

    47

    4.9 II nono tropo (PH I 141-144)

    Questo tropo, omesso da Filone e sulla cui esatta collocazione numeri-

    ca all’interno della lista dei modi sussistevano comunque contrasti113, è co-

    struito a partire dalle opposte rappresentazioni prodotte a seconda della

    quantità di occorrenze di un determinato evento nel corso cumulativo del-

    la nostra esperienza. L’attacco sestano, sostanziandosi per lo più di teorie

    prese in prestito dai dogmatici, mostra il consueto carattere dialettico e

    conclude infine efficacemente alla sospensione del giudizio114. Lo schema

    da esso presupposto si può facilmente ricavare da PH I 144:

    Gli esempi addotti da Sesto sembrano abbracciare ambiti fra loro di-

    versi116.

  • 1. Da una parte abbiamo infatti i casi di contrasto fra ciò che appare ra-

    ramente e ciò che tutti i giorni è sotto i nostri occhi (rispettivamente: co-

    meta e sole, in PH I 141117; oro e acqua, in PH I 143).
  • 2. Dall’altra troviamo quelli legati a eventi, in cui ci imbattiamo per la

    prima volta o che all’opposto sono per noi del tutto familiari (il terremoto,

    il primo ‘contatto’ con la distesa del mare o la bellezza di un corpo uma-

    no: PH I 142).
  • Pur di raggiungere il proprio obiettivo polemico, infine, Sesto ricorre a

    due ‘esperimenti mentali’. Da una parte egli finge l’ipotesi di un sole che

    diventa fonte di immediata e sicura sorpresa qualora compia le proprie fun-

    zioni con la medesima rarità dell’apparizione di una cometa. Dall’altra pro-

    pone di invertire idealmente il valore attribuibile ad acqua e oro, pensando

    a un mondo in cui essi siano, contro ogni consuetudine attuale, rispettiva-

    mente rarissima e diffusissimo. Una tale strategia si inserisce coerentemen-

    te nel piano polemico di Sesto, al punto da essere apertamente sfruttata an-

    che in altre occasioni (cfr. già PH I 34 e inoltre III 233-234). Essa riesce ai

    suoi occhi a indurre alla epoche, perché crea un’efficace situazione di equi-

    pollenza, di ugual forza delle tesi in lizza, indipendentemente dal fatto che

    l’una si riferisca a un fatto reale, l’altra solo a una condizione ipotetica118.

    48

    4.10 II decimo tropo (PH I 145-163)

    Quasi a voler indicare programmaticamente il campo di riferimento di

    questo tropo, Sesto dichiara subito che esso focalizza la propria attenzio-

    ne “soprattutto” (malista) - una precisazione che potremmo completare

    aggiungendo “rispetto a tutti gli altri modi” - su questioni di etica. Per eti-

    ca bisogna qui intendere, in senso ampio, “lo studio del valore in generale

    e non esclusivamente del valore morale119, che costituirà oggetto di più

    approfondita disamina sia in PH III 168ss. sia nel Contro gli etici (M XI).

    Al di là di qualsiasi considerazione di carattere generale su tali importanti

    sezioni del corpus sestano120, credo convenga concentrare qui l’attenzione

    sulla struttura e sul significato del decimo modo all’interno della tropolo-

    gia sestana.

    Prima di analizzare in dettaglio singoli punti, vale forse la pena ricor-

    dare che, come e più che negli altri modi, i molti esempi utilizzati da Se-

    sto si rifanno a precedente materiale dogmatico121. Come si conviene a una

    trattazione sintetica quale quella offerta nei Lineamenti - si legge espres-

    samente in PH I 163 - gli esempi addotti non esauriscono di certo il cam-

    po di tutti i possibili casi di conflitto. E ciò pare confermato dal fatto che

    in altri punti della sua opera, Sesto richiama casi diversi, talora coinciden-

    ti con quelli assemblati da Diogene Laerzio a sostegno della sua versione

    del decimo tropo (che viene indicato come quinto in DL IX 83). Nono-

    stante tale esplicito carattere selettivo, il raggio d’azione dei ‘prestiti’ se-

    stani appare particolarmente ampio. Esso spazia infatti dalle occasionali

    citazioni letterarie122 alle disposizioni di legge.

    La selva di esempi messa in campo da Sesto presenta una fisionomia

    molto ordinata. Essa può essere infatti ricondotta a cinque fattori, gene-

    ratori di conflitti di rappresentazioni, accuratamente ricostruiti in tutti i

    loro possibili incroci (ben quindici!), e dunque capaci di indurre alla epo-

    che
    sulla reale natura degli oggetti o comportamenti presi in considera-

    zione. Così conclude Sesto (PH I 163), dando tacitamente per scontata,

    come di consueto, l’impossibilità di decidere a favore di uno dei punti di

    vista in lizza. Mi pare questa la spiegazione più plausibile del carattere ef-

    fettivamente ‘compresso’ della conclusione del decimo tropo. Annas e

    Barnes, tuttavia, non la ritengono soddisfacente e sottopongono pertanto

    a dura critica il resoconto sestano. Esso sarebbe privo, a loro avviso, di

    quelle convincenti ragioni a sostegno di una conclusione scettica presen-

    ti invece negli argomenti addotti da Filone. Questi ultimi, infatti, “mo-

    strano che su qualsiasi questione di un determinato tipo (una questione in

    cui le apparenze dipendono dal retroterra culturale o una questione in cui

    49

    gli esperti sono stati a lungo in disaccordo) lo scetticismo è la risposta

    della persona ragionevole”123.

    Vediamo allora di analizzare in dettaglio questi cinque fattori, su cui si

    basa l’esposizione di Sesto124.

  • 1. In primo luogo vengono ricordati gli indirizzi, ovvero le scelte di vi-

    ta compiute da singoli personaggi. Sesto menziona qui filosofi dell’indiriz-

    zo cinico, come ad es. Diogene, citato tre volte (in PH I 145; 150, qui con-

    trapposto ad Aristippo cirenaico; e 153, ove compare anche un cenno a Cra-

    tete; a un paradigma proprio dell’immaginario cinico allude evidentemente

    anche il rifermento al tipo ‘faticoso’ di vita scelto da Eracle); o più sempli-

    cemente gruppi umani, definiti per collocazione geografica, ad esempio i

    Lacedemoni (citati due volte, in PH I 145 e 150, qui in opposizione agli Ita-

    lici) o in base alla loro occupazione (cfr. il rinvio al tipo di azioni persegui-

    te da lottatori, gladiatori, PH I 156, e in generale atleti, PH I 158).
  • 2. Troviamo quindi i costumi, assimilabili in toto alla sfera della con-

    suetudine o synetheia (cfr. PH I 146), che si fondano su comuni regole di

    comportamento, la cui trasgressione non implica tuttavia necessariamente

    una punizione o sanzione giuridica. I casi elencati nel corso dell’esposi-

    zione sestana hanno a che fare con peculiari abitudini sessuali (accoppia-

    menti in pubblico, relazioni omosessuali o incestuose, pratica dell’adulte-

    rio), ‘estetiche’ (uso di tatuaggi o vesti di una determinata foggia) o di de-

    vozione familiare o ‘teologica’.
  • 3. Terze nell’ordine abbiamo le leggi, definite come quei patti comuni

    fra cittadini a pieno diritto, la cui trasgressione determina necessariamen-

    te una punizione - una sanzione da codice, potremmo dire. Come già si ac-

    cennava, Sesto mostra di essere a conoscenza di norme giuridiche specifi-

    che in vigore non solo presso vari popoli di stirpe greca (gli abitanti di Ro-

    di, PH I 149) e non (una tribù della Scizia, PH I 149), ma anche (e forse

    soprattutto) presso i Romani. Questa notazione invita a spingersi oltre sul

    piano delle supposizioni125. Qualora infatti si conceda che la ricorrente

    espressione para hemin possa essere interpretata nel senso di “presso di

    noi (scil. Romani)”, ci troveremmo di fronte a un elemento importante a

    sostegno:
  • a. dell’ipotesi di un ‘soggiorno’ a Roma di Sesto;
  • b di un probabile terminus post quem per la cronologia sestana.
  • Più volte (PH I 146, 152, 159) viene infatti ricordata la proibizione le-

    gale dell’adulterio, entrata ufficialmente in vigore nell’ordinamento roma-

    no con la lex lulia (I sec. a.C.). Vengono inoltre menzionate altre leggi ro-

    mane sulla rinuncia al patrimonio paterno, PH I 149, sui rapporti omoses-

    suali, PH I 152, 159, e sessuali con la propria madre, PH I 152, 159, sul

    50

    matrimonio con sorelle, PH I 152, 159, sul divieto di battere un uomo li-

    bero e di buona famiglia, PH I 156, e di commettere omicidio, PH I 156.

  • 4. Come quarto settore di possibili contrasti di rappresentazioni Sesto

    analizza quello delle credenze mitiche, frutto di una radicata accettazione

    di favole e invenzioni soprattutto sulle genealogie degli dei (PH I 150) e

    sui loro comportamenti, spesso ‘immorali’ (tipica in tal senso la menzione

    dei casi di Crono, ricordato in PH I 147 e 154, e di Eracle, PH I 157; o an-

    cora l’accenno alle caratteristiche antropomorfiche, spesso e volentieri ne-

    gative, attribuite alla divinità dai poeti: cfr. PH I 154, 159 e 161, con due

    cenni alle ‘umane’ debolezze di Zeus).
  • 5. L’ultimo fattore preso in considerazione è quello legato alle presup-

    posizioni dogmatiche (dogmatikai hypolepseis). Si tratta delle teorie filo-

    sofiche in senso stretto, più o meno sorrette dal ricorso a giustificazioni di

    tipo logico, come l’inferenza per analogia o la dimostrazione. Di fronte a

    Sesto si apre in questo caso l’ampia distesa delle opinioni dogmatiche sul-

    la natura e il numero dei costituenti ultimi del reale (PH I 147 e 151), sul-

    l’essenza e il destino dell’anima (PH I 151), sull’esistenza e sulla funzio-

    ne della provvidenza opronoia (PH I 151, 155)126, sulla determinazione di

    alcuni valori o disvalori127, sulla corretta rappresentazione degli dei (dei

    quali alcuni dogmatici sottolineano in particolare la moralità e l’impassibi-

    lità: PH I 162) o di determinate creature fantastiche (PH I 162: l’ippocen-

    tauro, di cui alcuni - forse già Aristotele? - negano tout court l’esistenza).


  • 5. A mo ’ di conclusione...

    La disamina attenta del contenuto e delle strategie argomentative all’o-

    pera dietro ciascuno dei dieci tropi - di lontana origine enesidemea, ma di

    più vicina, forte o addirittura originale ascendenza agrippana e forse se-

    stana - sarebbe forse di per sé sufficiente a sgombrare il campo, senza ul-

    teriori mediazioni o conclusivi giudizi, da qualsiasi forzato accostamento

    di queste privilegiate armi scettiche alle distinzioni categoriali aristoteli-

    che. Dietro queste ultime, infatti, opera una dogmatica e incrollabile fede

    in una forma di compiuto ‘correspondentismo ontologico’, sorretto dalla

    convinzione di poter conoscere e di conseguenza ordinare oggetti e stati di

    cose della realtà esterna grazie allo strumento ‘logico’ costituito da ‘classi

    ultime’ sottratte a ogni incertezza o aporia. Questa fede non può in alcun

    modo essere esportata e imposta alla riflessione neo-pirroniana, anche se

    perfino lo sforzo zetetico degli scettici sembra condividere quanto meno il

    generale presupposto di un diffuso realismo filosofico. Mi sembra dunque

    51

    opportuno proporre a mo’ di conclusione le parole di Mario Dal Pra, che,

    richiamandosi a considerazioni già svolte da Charlotte Stough e cercando

    di dare un senso generale alla ricostruzione dei dieci tropi (a suo avviso so-

    stanzialmente enesidemei), così opportunamente scriveva:

    "Evidentemente è presente, in tutte le argomentazioni di Enesidemo, la convin-

    zione che la conoscenza risulti impossibile, se essa deve consistere nella rispon-

    denza delle nostre rappresentazioni ad una realtà che fa da archetipo e che si ri-

    tiene esterna ed indipendente dalle rappresentazioni. Il fatto che tale conclusione

    venga fedelmente ripetuta al termine di ognuna delle dieci argomentazioni dimo-

    stra che lo scetticismo si oppone alla pretesa di raggiungere una verità che, o a ri-

    guardo della varietà delle percezioni o della diversità e del contrasto delle valuta-

    zioni e delle credenze, si ponga come loro definitivo superamento mediante il con-

    seguimento di un archetipo esterno. Anche per Enesidemo, dunque, il realismo co-

    me affermazione di una realtà esterna ed indipendente dalle rappresentazioni è la

    ragione prima e fondamentale dello scetticismo"128.

    52



    NOTE

    1 Cfr. Brochard 19232, p. 259, η. 1. Se anche si prescinde dalla dottrina aristotelica delle ca-

    tegorie nel suo insieme e si circoscrive l’indagine al solo opuscolo attribuito ad Aristotele e in-

    titolato Categorie, non si può non sottolineare la vastità e la ramificazione della sua influenza

    sul pensiero antico e non. Un sintetico panorama della tradizione e dell’interpretazione antica

    delle Categorie si può ricavare da Bodéüs 2001, pp. XI-XLI e passim. La letteratura sui com-

    menti antichi delle Categorie è copiosa e in costante espansione (una bibliografia aggiornata

    al 1990 si trova in Sorabji 1990, pp. 485-524): si vedano, trai titoli più recenti, Luna 2001; Bar-

    nes 2003 e Thiel 2004. L’influsso delle Categorie aristoteliche sul pensiero antico si estende

    d’altronde ben oltre il campo dell’esegesi filosofica in senso stretto e include discipline molto

    diverse tra loro, come la retorica o la teologia. Quanto alla tradizione successiva, non esiste una

    storia complessiva della dottrina delle categorie dall’antichità al pensiero contemporaneo. Per

    un primo orientamento cfr. il contributo (ormai datato) di Trendelenburg 1846.

    2 Per le citazioni cfr. Pappenheim 1881, p. 35.

    3 Cfr. ancora ivi, p. 36.

    4 Cfr. al riguardo ivi, pp. 39-40.

    5 Per quest’affermazione Pappenheim rinvia a Trendelenburg 1846, p. 232.

    6 Così Pappenheim 1881, p. 40.

    7 Così efficacemente si esprime Frede 1987c, p. 29 (corsivo mio).

    8 Prima di affrontare nel dettaglio il commento di questi paragrafi vorrei confessare un

    ‘debito ermeneutico’, che credo condivida qualsiasi interprete della tropologia scettica (cfr.

    di recente anche Mates 1996, pp. 233-234). Nonostante il ricorso ad articoli e contributi di

    altri autori, infatti, apparirà evidente che sia l’impostazione generale sia molte delle nota-

    zioni specifiche presenti nelle pagine seguenti si appoggiano sulla più completa, organica

    e stimolante monografia sui modi pirroniani finora pubblicata: Annas-Barnes 1985. Ag-

    giungo anzi che per alcune questioni, la cui trattazione rischierebbe di essere una mera ri-

    petizione passiva e dunque di appesantire la struttura del contributo, mi limiterò a rinviare

    alle loro analisi e conclusioni, concentrando invece l’attenzione su quei punti che a mio av-

    viso meritano ulteriore indagine e approfondimento.

    9 Cfr. anche Brennan 2000, pp. 75-76, in merito a problemi testuali relativi a quest’ul-

    timo esempio, per cui si veda anche Cic. Luc. 72 e 100.

    10 Sul piano delle occorrenze terminologiche va segnalata la presenza del’espressione

    “da te” (hypo sou, PH I 34), che potrebbe far pensare a un contesto apertamente dialogico.

    Credo si debba inoltre concordare sul fatto che questo ipotetico ricorso a dissensi futuri e

    non ancora sperimentati è sì frutto della più genuina cautela scettica (come sottolinea

    Hankinson 1995, p. 30, respingendo l’accusa che si tratti piuttosto di un “disperato espe-

    diente”), ma sembra allo stesso tempo presupporre una radicata fiducia induttivistica (cfr.

    al riguardo Flückiger 1990, p. 50).

    11 Sulla funzione tecnicamente logica e probabilmente anti-stoica dei tropi richiamano

    l’attenzione Annas-Barnes 1985, p. 21; sul mito filosofico da essi generato cfr. inoltre

    Gaukroger 1995. Un capitolo particolarmente rilevante di tale ‘mito’ è probabilmente co-

    stituito dall’interesse di Hegel, che attribuiva un peso fondamentale alla tropologia scetti-

    ca: al riguardo cfr. ora Biscuso 2005, sp. cap. IV.

    12 Cfr. in proposito quanto Sesto scrive rispettivamente in PH I 38 e 39: è una dichia-

    razione di intenti che, come spero di mostrare nel prosieguo della trattazione, non è affat-

    53

    to insincera. Si noti infine sin d’ora come la sezione dedicata alla tropologia scettica sia

    quella quantitativamente più rilevante all’interno di PH I e come essa sia stata verosimil-

    mente costruita - lo si vedrà di volta in volta più precisamente - sulla base di materiale an-

    tico e unitario: su quest’ultimo punto cfr. in prima istanza Decleva Caizzi 1992a, p. 301.

    13 Cfr. rispettivamente in PH I 36 l'occorrenza dell’avverbio “abitualmente” (synethos)

    e la voce verbale paradidontai, che sottolinea appunto il carattere di trasmissione tradizio-

    nale di tale patrimonio.

    14 Cfr. al riguardo Hankinson 1995, p. 121.

    15 Cfr. soprattutto M VII 345, nonché Frede 1999, sp. p. 281; forti dubbi, soprattutto a

    causa del silenzio mantenuto da Fozio al riguardo, solleva tuttavia Hankinson 1995, pp.

    120-121.

    16 Ricchi rinvii al riguardo in Chatzilysandros 1970.

    17 “Pilastri della scepsi”, come li chiama Pappenheim 1881, p. 24; cfr. anche Striker

    1983 e Román Alcalá 1996, sp. pp. 389-402. Essi non restarono tuttavia l’unico strumento

    critico, come mostra l’esistenza di altri ‘modi’: i cinque e i due, con funzione ricapitolati-

    va, degli scettici più recenti (Agrippa) e ancora gli otto di Enesidemo, rivolti contro gli ‘ai-

    tiologisti’ (cfr. PH I 164ss., nonché infra, n. 83).

    18 Sulla peculiarità del resoconto filoniano cfr. soprattutto Janáček 1981.

    19 Va ricordato che il numero dei tropi è ridotto a nove da Aristocle: l’attendibilità del-

    la sua testimonianza viene difesa ora da Chiesara 2002.

    20 Diverso al riguardo il giudizio di Chiesara 2003, sp. p. 116. Non va comunque esclu-

    sa la possibilità di un resoconto ancor più dettagliato, forse presente nel Torso, ovvero ne-

    gli iniziali libri ora perduti dell’opera più matura di Sesto, M VII-XI: per questa ipotesi cfr.

    almeno Janáček 1963.

    21 Al riguardo cfr. soprattutto Barnes 1992.

    22 E questa la conclusione di Annas-Barnes 1985, p. 27; cfr. anche Schrenk 1989.

    23 Cfr. rispettivamente il titolo plutarcheo n° 158 nel catalogo di Lampria e Gell. NA

    XI, 5, 4-5.

    24 E un compito già assolto a fondo, del resto, da Annas-Barnes 1985, sp. pp. 28-30.

    25 Così Hankinson 1995, p. 155; anche per Mates 1996, p. 233 il resoconto di Sesto

    “è il più lucido e completo”. Diversa la ricostruzione di Chiesara 2003, sp. pp. 116ss., che,

    come già si accennava (cfr. supra, n. 19), privilegia la testimonianza di Aristocle.

    26 Significativa è la presenza di “sembra” (dokei, PH I 36), che priva di qualsiasi forza

    veritativa perfino l’enunciazione e l’uso delle più acute armi della polemica pirroniana.

    27 La versio latina, T, ha infatti figuras; non credo tuttavia occorra correggere il tradito

    typous in topous, come volevano i primi editori sestani e con loro Bury, forse influenzati

    dal sopracitato titolo plutarcheo e dall’uso corrente del termine in senso e ambito peripate-

    tico.

    28 Essi costituiscono un insieme coerente, un “tutto logico” secondo Pappenheim 1881,

    p. 30; di una loro struttura “à tiroirs” parla anche Brunschwig 1997b, p. 576.

    29 Non a caso, forse, esso è introdotto all’inizio di PH I 39 da una formula (palin de),

    tipica nella prosa sestana per indicare un’aggiunta proveniente da fonte o contesto diverso

    da quello precedentemente menzionato: per l’esatto valore di questo artificio stilistico se-

    stano cfr. Spinelli 2003.

    30 Probabilmente l’espressione “tropo della relatività” (ton pros ti tropon) “ha un rife-

    rimento ambiguo: è un nome che vale sia per uno dei dieci modi sia anche per il modo più

    generale”, come suggerisce Barnes 1994, p. 63.

    31 Lo traggo da Annas-Barnes 1985, p. 25.

    54



    32 Quest’ultimo è invece conservato da Filone (de ebr. 186-188) e soprattutto da Dio-

    gene Laerzio (IX 87-88), che lo indica come quello fondato sul confronto con altre cose.

    Sull’intera questione seguo le conclusioni di Barnes 1994, sp. pp. 60ss.

    33 Cfr. PH I 39; contra cfr. tuttavia Barnes 1994, p. 64. Un tentativo analogo di ordi-

    namento fu compiuto da Windelband nel suo Lehrbuch der Gechichte der Philosophie, co-

    me ricorda Dal Pra 1975(2), pp. 363-364.

    34 Occorre in ogni caso riconoscere che nel far ciò Sesto non mostra un’eccessiva cura

    e coerenza, al punto da produrre un risultato “artificiale e sconcertante” (Annas-Barnes

    1985, p. 25; cfr. anche Pappenheim 1881, pp. 44-45).

    35 Per una diversa schematizzazione, che tiene conto del ruolo privilegiato assegnato da

    Sesto al concetto di relatività cfr. Hankinson 1995, p. 156. Seguendo il suggerimento di

    Striker 1983, la Chiesara ritiene possibile individuare “nei tropi due strategie argomentati-

    ve: una, più recente, fondata sull’indecidibilità; l’altra, più antica, sulla relatività delle sen-

    sazioni, nel senso che nessuna di esse è vera. Woodruff [1998 {sic!, ma: 1988}] e Bett

    [2000b] attribuiscono la prima a Sesto, e la seconda a Enesidemo, ipotizzando per que-

    st’ultimo un’influenza platonica e attribuendogli un certo dogmatismo negativo” (Chiesara

    2003, p. 123, n. 62).

    36 Quest’ultima è la conclusione genuinamente pirroniana registrata sia da Sesto, sia da

    Diogene Laerzio. Filone, invece, forse per imprecisione o adattando all’esposizione del tro-

    po una terminologia più vicina al dogmatismo negativo di stampo scettico-accademico, in-

    dica come risultato l’incomprensibilità o akatalepsia delle cose (in generale su questo

    aspetto della testimonianza filoniana cfr. Annas-Barnes 1985, pp. 46ss.).

    37 Limiti e pregi di questa scelta espositiva vengono discussi da Annas-Barnes 1985,

    pp. 40-41. Quanto ai possibili rinvii alle argomentazioni di Eraclito cfr. rispettivamente

    DK 22 B 9, 37 e 61; per una probabile eco protagorea cfr. inoltre un passo in Plat. Theaet.

    154a; per i riflessi nel dibattito moderno e contemporaneo cfr. infine Burnyeat 1990, pp.

    14-15.

    38 II verbo usato, epilogizomai, che potremmo tradurre ‘debolmente’ con “trarre un’in-

    ferenza”, meriterebbe un supplemento di indagine, se non altro per negare che si tratti di

    una “dimostrazione più sicura”, come vorrebbe Chatzilysandros 1970, pp. 59ss.: cfr. per-

    ciò Flückiger 1990, p. 53.

    39 Per opportuni rinvii cfr. Annas-Barnes 1985, pp. 43-44.

    40 Cfr. PH III 280-281 ; su questo atteggiamento terapeutico sestano cfr. almeno Voelke

    1993, nonché Bailey 2002, pp. 137-142.

    41 Annas-Barnes 1985, p. 50.

    42 Qui Sesto allude verosimilmente alle critiche specifiche che saranno dettagliatamen-

    te sollevate in sede logica: cfr. PH II 134-192.

    43 Su alcune possibili contro-obiezioni dogmatiche, così come sui presunti limiti inter-

    ni alla struttura argomentativa del primo tropo - conclusione relativistica più che sospensi-

    va; probabile esistenza, almeno in alcuni casi, di attendibili criteri di preferibilità fra le di-

    verse rappresentazioni - cfr. Annas-Barnes 1985, pp. 52-53.

    44 Questo excursus sestano viene definito “curioso” da Annas-Barnes 1985, p. 47. Si

    tratta in ogni caso di un unicum, come fa notare la Decleva Caizzi, la quale insiste anche

    sulla funzione paradossalmente ‘retorica’ del confronto istituito da Sesto: cfr. rispettiva-

    mente Decleva Caizzi 1993, pp. 303 e 314.

    45 Sul piano terminologico cfr. la presenza dei verbi “prendere in giro” e “prendersi gio-

    co” (katapaizein, hapax in PH I 62, e paizein, PH I 63, che ricompare in PH II 211 ). Quan-

    to al valore delle espressioni usate da Sesto contro i dogmatici “boriosi e pieni di sé”

    55

    (tetyphomenon kai periautologounton, PH I 62) cfr. ancora Decleva Caizzi 1993, p. 306,

    nn. 6 e 7. Si noti infine in PH I 63 heuresilogountes: la voce verbale, che rimanda al vizio

    dogmatico di “formulare ragionamenti capziosi”, ricorre solo in un’altra occasione, M XI

    7, mentre il sostantivo derivato, heuresilogia, compare in PH II 9 e 84. L’analisi dei conte-

    sti di occorrenza consente di considerare tali etichette come termini tecnici utilizzati dagli

    scettici per raffigurare la capziosità logico-argomentativa degli stoici (nella fattispecie di

    esponenti recenti della scuola stoica, forse addirirttura contemporanei di Sesto): cfr. al ri-

    guardo soprattutto Decleva Caizzi 1993, p. 328.

    46 Oltre al lavoro più volte citato della Decleva Caizzi 1993, mi limito a rinviare a:

    Neuhausen 1975; Dierauer 1977; Sorabji 1993; per la fortuna successiva si vedano almeno

    Floridi 1997 e Ferrini 2002b.

    47 Cfr. al riguardo l’espressione “essi dicono” in PH I 80 e l’esplicita dichiarazione di

    PH I 85; per l’unicità o peculiarità di alcune delle versioni attestate da Sesto rispetto ad al-

    tre fonti cfr. le osservazioni di Annas-Barnes 1985, p. 61. La testimonianza sestana appare

    in ogni caso più ricca di materiale rispetto a quella di Filone (un solo esempio in de ebr.

    177)
    o Diogene Laerzio (IX 80-81), il cui numero di esempi è tuttavia difficilmente deter-

    minabile, visto che il testo è probabilmente corrotto in più di un punto.

    48 Sassi 1988, p. 47.

    49 II vocabolo utilizzato sottolinea il carattere ‘idiosincratico’ della composizione umo-

    rale di ciascun individuo (idiosynkrasia, PH I 79 e PH I 81 e 89: si tratta di un terminus te-

    chnicus
    medico); cfr. anche Caujolle-Zaslawsky 1990, sp. pp. 140-143.

    50 Le citazioni sestane si appoggiano in questo caso a brani tratti da Pindaro (fr. 221

    Maehler), Omero (Od. XIV 228, un verso che torna in M XI 44: per l’ipotesi che esso fa-

    cesse parte di una batteria di estratti poetici sfruttata in primo luogo da Enesidemo e da lui

    trasmessa a Sesto cfr. Decleva Caizzi 1996b), Euripide (Phoen. 499-500) e da un anonimo

    poeta tragico (fr. 462 Kannicht-Snell).

    51 Forse sulla scia degli “scettici più recenti”? Per una possibile dipendenza da Enesi-

    demo cfr. supra, n. 50; alla eventualità che Sesto abbia omesso una ‘terza via’ accennano

    infine Annas-Barnes 1985, p. 62.

    52 Stando ai principi degli stessi dogmatici, aggiungerei: per il non coinvolgimento de-

    gli scettici in un simile sistema logico-argomentativo cfr. soprattutto Aubenque 1985; per

    un’interpretazione diversa cfr. tuttavia Rossitto 1981.

    53 II testo purtroppo non pare qui del tutto in ordine (cfr. ancora Annas-Barnes 1985, p.

    63), ma forse PH I 88-90 presenta materiale originale sestano: cfr. già Dal Pra 1975(2), p.

    357, n. 20.

    54 Annas-Barnes 1985, p. 65, i quali citano in appoggio anche un passo del de signis di

    Filodemo.

    55 Soprattutto all’interno della tradizione cinico-stoica: cfr. in proposito Vegetti 1989,

    sp. cap. VIII.

    56 L’esposizione sestana appare ancora una volta ben più ricca e variegata di quella di

    Diogene Laerzio (IX 81), il quale conserva tuttavia terminologia tecnica non solo nel tes-

    suto argomentativo (cfr. il cenno ai “canali percettivi”), ma anche nella conclusione, pirro-

    nianamente basata sul ricorso alla vox tecnica “non più” (ou mallon). Si noti invece che Fi-

    lone omette del tutto il terzo tropo, a parte un breve cenno in de ebr. 178: cfr. al riguardo

    Mansfeld 1988.

    57 Per l’immagine dei sensi quali “guide” (hodegai) della dianoia cfr. anche PH I 128,

    nonché infra, n. 88 e alcune osservazioni in Fine 2003, sp. pp. 360-362; e ancora PH II 63.

    58 E in buona parte poco convincenti, secondo Annas-Barnes 1985, p. 69.

    56



    59 Cfr. ad es. PH I 120 e PH II 70; per alcuni cenni sul dibattito sorto in età antica e

    moderna in merito alla questione cfr. Annas-Barnes 1985, pp. 69-71.

    60 Cfr. anche M VII 103; la testimonianza di Macrobio (sat. VII 14, 20-23) fa supporre

    che esso fosse topico già in ambito scettico-accademico.

    61 Torna il verbo epilogizomai, già utilizzato in PH I 40 e 87, su cui cfr. supra, n. 38.

    62 Non è escluso che Sesto - con una presa di posizione originale (cfr. in proposito Dal

    Pra 1975(2), p. 358, n. 22) - abbia qui di mira l’insanabile opposizione fra spiegazioni te-

    leologiche e non-teleologiche, come suggeriscono Annas-Barnes 1985, p. 75. In ogni caso

    l’argomento di Sesto non mette in discussione l’esistenza di un mondo esterno, pace Ma-

    tes 1996, p. 238: cfr. anche infra, n. 128, nonché supra, cap. I, n. 5.

    63 Diatheseis, cui DL IX 82 affianca più in generale le “variazioni” o parallagai, men-

    tre Filone (de ebr. 178) preferisce parlare di “mutazioni e cambiamenti” (metabolai kai tro-

    pai).
    Dietro l’uso sestano è forse da intravedere una punta di originalità, come lascerebbe

    supporre la precisazione “dicendo/indicando noi...” (legonton hemon).

    64 Cfr. e.g. von Staden 1989, p. 114.

    65 Filone ne ricorda invece solo sette, Diogene Laerzio nove; tuttavia, come è stato op-

    portunamente rilevato da Annas-Barnes 1985, p. 84, l’ultimo degli esempi laerziani non ap-

    pare molto coerente rispetto al resto della trattazione, forse a causa di un guasto testuale, e

    inoltre anche i casi di Teone e dello schiavo di Pericle da lui addotti costituiscono un uni-

    cum
    nella trasmissione del quarto tropo.

    66 Si tratta di un vero e proprio topos, sin dal Teeteto platonico (cfr. 158d).

    67 Annas-Barnes 1985, p. 96, i quali richiamano anche analoghe, radicali critiche mos-

    se da Dummett contro tale “cruda ipersemplificazione”.

    68 Malgrado alcune malevole accuse già reperibili in determinati testi antichi: cfr. ad es.

    Gell. ΝΑ XI, 5, 7-8 e soprattutto An. Comm. Theaet., col. LXIII, 1-40. Su tale questione cfr.

    Annas-Barnes 1985, pp. 96-98 e, per una disamina molto più critica, Barnes 1994.

    69 Cfr. ad esempio Theaet. 158b-c, il cui intento è ovviamente ben diverso dalle con-

    clusioni scettiche di Sesto; per ulteriori rinvii cfr. Mates 1996, p. 240.

    70 Sulla funzione ‘euristica’ della relatività del moto cfr. le osservazioni di Russo 1996,

    p. 107, n. 110.

    71 Cfr. Annas-Barnes 1985, p. 84; per la vicinanza degli esempi addotti a materiale di

    probabile origine medico-metodica cfr. e.g. PH I 238.

    72 Cfr. ad es. le riflessioni platoniche sul coraggio contenute nel Protagora e nel Lachete.

    73 Per queste tre ipotesi cfr. rispettivamente nell’ordine: von Fritz 1963, sp. col. 103;

    Annas-Barnes 1985, p. 85, i quali rinviano a PH I 218-219 e M VII 61-64; Sedley 1992, p.

    26, n. 9.

    74 L’argomentazione, anche se bisognosa di qualche delucidazione aggiuntiva, tiene;

    piuttosto critici sulla sua cogenza sembrano invece Annas-Barnes 1985, pp. 87-88.

    75 Cfr. PH I 117, con l’esplicito rinvio al diallele; Annas-Barnes 1985, p. 89 riterreb-

    bero più appropriato un richiamo al regresso all’infinito. Sul carattere post-enesidemo di

    questa sezione cfr. anche Dal Pra 1975(2), p. 359, n. 23.

    76 Annas-Barnes 1985, p. 89.

    77 Sulle cui contro-argomentazioni, storicamente ‘distese’ dall’approccio teoretico di

    Aristotele in an. post. I, 3 a quello pratico-comportamentale di Wittgenstein in Della cer-

    tezza
    , cfr. Annas-Barnes 1985, pp. 90-92.

    78 Cfr. anche PH I 26ss. e più in generale infra, cap. VI.

    79 Essi non sono per la verità troppo coerentemente amalgamati fra loro, in nessuna del-

    le nostre fonti: cfr. in proposito Annas-Barnes 1985, p. 102.

    57



    80 DL IX 85, che appare in generale meno preciso, oltre a indicare questo tropo come

    settimo anziché quinto, parla non di “intervalli” (diastemata), ma di “distanze” (apostaseis,

    variatio
    di apostemata che si legge anche in Aristocle).

    81 Critiche fondate riguardo agli esempi delle uova, del corallo, del lincurio sollevano

    Annas-Barnes 1985, p. 103.

    82 Ciò valeva già in campo letterario: cfr. ad es. Eurip. Ione, 585-586. Tale sembra del

    resto essere restata la loro forza nel corso della successiva evoluzione del pensiero, dal Car-

    tesio delle Meditazioni fino alla filosofia contemporanea (cfr. il rinvio a Austin in Annas-

    Barnes 1985, p. 104). Non si deve tuttavia credere che una simile battaglia anti-sensistica

    venisse e venga sempre e necessariamente piegata a esiti scetticcheggianti: a puro titolo di

    esempio cfr. al riguardo Plat. resp. 602c-d e Phil. 38c-e; o Plot. enn. II 8; ulteriori rinvii in

    Mates 1996, p. 242.

    83 Va tuttavia segnalato che tale aporia aveva trovato felice soluzione nell’ambito della

    scienza ottica antica, tramite il ricorso alle leggi della rifrazione: cfr. Annas-Barnes 1985,

    p. 107 e più in generale Russo 1996, pp. 79-86. Esse sembrano ignorate dalla polemica

    neo-pirroniana, forse disposta ad attaccare - soprattutto nella sua versione enesidemea -

    non tanto le singole teorie scientifiche specialistiche, quanto piuttosto, in generale, i fon-

    damenti stessi di qualsiasi tentativo di spiegazione causale: cfr. al riguardo PH I 180-186 e

    più in generale infra, cap. IV.

    84 Cfr. al riguardo Annas-Barnes 1985, pp. 104-106.

    85 Così Mates 1996, p. 241; cfr. anche Bailey 2002, pp. 132-133.

    86 In PH I 126 Sesto tratta di vista e udito (omesso, a ragione secondo Annas-Barnes

    1985, p. 114, da Filone nella sua trattazione in de ebr. 190); in PH I 127 di gusto e olfatto,

    lasciando da parte il solo tatto.

    87 Per alcune possibili contro-argomentazioni dogmatiche cfr. Annas-Barnes 1985, p. 117.

    88 Torna qui l’immagine delle “guide” e quindi l’allusione a una sorta di ‘empirismo

    della mente’ largamente condiviso a partire da Democrito - cfr. ad es. DK 68 B 125 - fino

    alle scuole ellenistiche sistematicamente attaccate da Sesto, con l’unica probabile eccezio-

    ne delle correnti platoniche: cfr. in proposito PH I 99, con le utili notazioni in Annas-Bar-

    nes 1985, pp. 116-117.

    89 Nel cuore o nel cervello, tesi entrambe sostenute da un materialismo di fondo e co-

    munque condannate a una diaphonia altrove ricordata e discussa da Sesto: cfr. M VII 349,

    nonché 313.

    90 È quanto potevano ad esempio pensare filosofi di ascendenza platonica e forse an-

    che pitagorica (cfr. al riguardo Filolao, DK 44 B 14?), pronti per questo a celebrare la mor-

    te, sulla scorta ad esempio del Fedone e del Gorgia, come momento positivo di vera libe-

    razione delle genuine forze intellettive dell’uomo dalla prigionia dell’elemento corporeo.

    91 Annas-Barnes 1985, pp. 114-115 paiono molto critici nei confronti di questo risulta-

    to, che a loro avviso aprirebbe la strada “verso uno scetticismo più profondo di qualsiasi

    altro finora raggiunto”, difficilmente armonizzabile, sul piano della struttura argomentati-

    va, con gli altri tropi. Per una valutazione più positiva, che rinvia anche alle posizioni

    espresse da Ryle 1949, cfr. Mates 1996, pp. 243-244.

    92 Annas-Barnes 1985, p. 126.

    93 Strana e difficilmente spiegabile, dunque, appare la nuda menzione, priva di ulterio-

    ri indicazioni, della qualità nelle versioni di Filone (de ebr. 185) e Diogene Laerzio (IX 86:

    il tropo è qui indicato come ottavo anziché settimo). Per l’ipotesi che essa fosse parte inte-

    grante dell’originaria formulazione enesidemea del tropo cfr. Annas-Barnes 1985, p. 123 e

    ora soprattutto Chiesara 2003, p. 121.

    58



    94 Si veda in PH I 129, con ripresa in PH I 132, la citazione della raspatura di corno

    caprino e della limatura d’argento, entrambi utilizzati da Asclepiade di Bitinia, e il riferi-

    mento all’argento, sfruttato ancora prima dal ‘presocratico’ Trasialce: cfr. rispettivamente

    la testimonianza conservata nel trattato Sulle malattie acute di Celio Aureliano: 1106, p. 66

    Drabkin (=p. 82 Bendz); e POxy. 3659, 4-8. Più in generale, sulla dipendenza della tropo-

    logia enesidemea da materiale e argomenti in uso negli ambienti medici (in particolare ales-

    sandrini), cfr. Mills Patrick 1929, sp. pp. 226-227.

    95 Si tratta di un ulteriore elemento a favore dell’unità e della coerenza della trattazio-

    ne sestana, messa invece in discussione da Annas-Barnes 1985, pp. 121-122.

    96 Anche l’analisi delle opposte proprietà del vino trova dei riscontri nella tradizione fi-

    losofica precedente: Annas-Barnes 1985, pp. 120-121 rinviano in proposito al Simposio di

    Epicuro (per cui cfr. Plut. adv. Col. 1109f-1110a), le cui conclusioni suonano tuttavia pie-

    namente relativistiche, piuttosto che scettiche; sempre nella direzione del relativismo si

    muoverà molto più tardi anche Locke, il cui esempio si sofferma però sulle mandorle e non

    sul vino: cfr. Saggio sull’intelletto umano, II, VII, 20, citato e discusso ancora in Annas-

    Barnes 1985, pp. 126-127.

    97 Sul probabile parallelismo fra questa conclusione sestana e l’ottavo tropo nell’elen-

    co di Aristocle insiste Chiesara 2003, p. 121.

    98 Cfr. anche Mates 1996, pp. 244-245. Per una diversa spiegazione optano Annas-Bar-

    nes 1985, p. 124, che vedono nel settimo tropo un attacco “non su questioni ordinarie ma

    su ciò che dovremmo descrivere come affermazioni scientifiche riguardo alla natura delle

    cose”.

    99 Cfr. su questa linea Mates 1996, 244-245; per una spiegazione diversa cfr. ancora

    Annas-Barnes 1985, p. 127.

    100 Annas-Barnes 1985, p. 144.

    101 Cfr. in tal senso Hankinson 1995, p. 156.

    102 A una completa derivazione dell’ottavo tropo di Sesto da Agrippa pensa invece Bar-

    nes 1994.

    103 Cfr. anche PH I 198; 200 e M X 118-19; si veda inoltre Brennan 2000, pp. 77ss. Più

    in generale sulle phonai e sulla ‘filosofia del linguaggio’ scettiche cfr. infra, cap. V.

    104 Cfr. in proposito Spinelli 1995, sp. pp. 164-166; di diverso avviso Bett 1997, pp. 58-59.

    105 Per cui cfr. PH I 167, in cui compare infatti un corretto rinvio interno: “come abbia-

    mo già detto”, scil. proprio in PH I 135-136; sulla questione cfr. Annas-Barnes 1985, p. 142.

    106 Tale bipartizione è accolta a quanto pare - forse disserendi causa? - anche dagli

    scettici: cfr. M VIII 161-163; cfr. anche M X 263. Sull’ambiguità dell’espressione che rin-

    via alle cose relative (ta pros ti), a partire già da Aristotele, insiste Mates 1996, pp. 245-248.

    107 Si noti in quest’ambito il richiamo esplicito, ma anonimo a un noto ‘adagio’ anas-

    sagoreo (DK 59 B 21a): “le cose manifeste sono uno sguardo gettato verso le cose non-evi-

    denti” (opsis ton adelon ta phainomena, su cui cfr. anche M VII 140); si tratta in ogni ca-

    so di una distinzione che era particolarmente sfruttata tanto in ambito medico-razionalisti-

    co quanto dagli stoici.

    108 Per una prima analisi della presenza di tale argomento per contraddizione nella

    storia del pensiero antico cfr. Burnyeat 1976a e 1976b; utili osservazioni anche in Harte-

    Lane 1999; su Sesto in particolare cfr. invece Janáček 1972, pp. 123-129 e soprattutto Ca-

    stagnoli 2000.

    109 Annas-Barnes 1985, p. 141 lo considerano anzi apertamente fallace, in quanto (B)

    non è tale da implicare (A), l’unica relazione logica che renderebbe valida la peritrope.

    59



    110 Cfr. al riguardo Annas-Barnes 1985, sp. pp. 131-138 e per un utile résumé dei di-

    versi tipi di relatività individuati da questi studiosi (epistemologica in Filone; ontologica in

    Diogene Laerzio; semantica in Sesto) cfr. ora Chiesara 2003, p. 122, n. 59.

    111 Barnes 1994, p. 62.

    112 Appare comunque innegabile che il risultato di questo complesso lavoro di cucitu-

    ra e scarto finisca con il produrre “una costruzione disordinata e sciatta interferendo con gli

    originali dieci modi enesidemei” (Barnes 1994, p. 67).

    113 Cfr. DL IX 87, con la fine analisi di Mansfeld 1987.

    114 Cfr. Mates 1996, pp. 249-250; contra Annas-Barnes 1985, pp. 148-149.

    115 Si tratta di caratteristiche che più di ogni altra suscitano discordia di rappresenta-

    zioni, come si può ricavare anche da testi di retorica: cfr. e.g. ad Her. Ill, XXII, 36, cui op-

    portunamente rinviano Annas-Barnes 1985, p. 148, i quali individuano anche altre pro-

    prietà, chiamate in causa ad es. da Democrito in DK 68 B 231 e 241.

    116 Fino al punto di confonderli, secondo Annas-Barnes 1985, p. 147, che per questo ac-

    cordano la loro preferenza all’esposizione più breve, ma più accurata di Diogene Laerzio.

    117 Si noti tuttavia, in merito all’osservazione sestana relativa al sole e alla maggiore

    sorpresa che esso sarebbe in grado di generare, che in PH I 141 l’espressione “di certo” (de-

    pou) sembra tradire una qualche forma di certezza epistemica e dunque avere una carica

    dogmatica non ortodossamente pirroniana; nulla esclude, comunque, che tale affermazione

    altro non sia che l’ennesimo prestito dogmatico cui Sesto ricorre solo disserendi causa.

    118 Secondo Annas-Barnes 1985, pp. 149-150, invece, proprio questa diversità degli sta-

    ti di riferimento delle opinioni in contrasto, una delle quali si fonda sulla mera possibilità,

    renderebbe debole, forse addirittura infondato il ricorso sestano agli ‘esperimenti mentali’.

    119 Annas-Barnes 1985, p. 157.

    120 Per l’atteggiamento di Sesto nei confronti del problema dell’agire, soprattutto così

    come emerge da Μ XI, rinvio alle considerazioni di più ampio respiro svolte in Spinelli

    1995, nonché infra, cap. VI, con ulteriore bibliografia; cfr. anche Bett 1997.

    121 Confesso tuttavia di non trovare ragioni a sostegno della radicale asserzione di An-

    nas-Barnes 1985, p. 158, secondo cui “è difficile evitare il sospetto che egli trovi gusto nel

    carattere oltraggioso di alcune delle nozioni che riporta”; per raggiungere l'epoche è infat-

    ti sufficiente un conflitto fra rappresentazioni, di qualsivoglia tipo esse siano, e dunque non

    necessariamente oltraggiose o fonte di ‘shock’.

    122 Cfr. ad es. da Omero: Il. XXII 201, PH I 150; Od. XXII 423, PH I 157; Il. XVI 459,

    PH I 162.

    123 Annas-Barnes 1985, p. 163; cfr. anche ivi, p. 160.

    124 Così come quella di Diogene Laerzio; diverso lo schema adottato da Filone, che

    omette le credenze mitiche - per una plausibile spiegazione di tale silenzio cfr. Annas-Bar-

    nes 1985, 156 - e sembra quasi dividere in due la propria trattazione, occupandosi prima

    sommariamente di indirizzi, costumi e leggi (de ebr. 193-197) e dedicando quindi molta

    più attenzione all’analisi dei discordanti dogmi proposti “da coloro che sono chiamati filo-

    sofi” (ivi, 198-202).

    125 Più in generale cfr. al riguardo House 1980.

    126 Qui viene esplicitamente ricordato l’atteggiamento sostanzialmente anti-provvi-

    denzialistico della teologia di Epicuro; si noti inoltre che il cenno alla pronoia è l’unico

    esempio per cui la trattazione di Sesto coincide con quella sia di DL IX 84, sia di Filone,

    de ebr. 199.

    127 In PH I 155 il turpe, con citazione dell’indifferenza etica aneddoticamente ricono-

    sciuta ad Aristippo: cfr. SSR IV A 32; in PH I 158 la fama, da alcuni filosofi - verosimil-

    60

    mente cinici - esclusa dal novero dei beni; in PH I 160 l’incesto, esplicitamente approva-

    to da Crisippo, sulle cui non certo convenzionali tesi in materia di relazioni sessuali Sesto

    insiste in più occasioni: cfr. ad es. PH III 243ss.; M XI 189ss.

    128 Dal Pra 1975(2), p. 365. Sulla questione relativa alla corrispondenza fra il modo in

    cui le cose ci appaiono e la loro genuina costituzione ontologica cfr. almeno le notazioni di

    Flückiger 1990, p. 14; più in generale, in merito al problema del pieno realismo presuppo-

    sto anche dalla posizione scettica, oltre all’analisi della Stough ricordata nel testo (cfr.

    Stough 1969), rinvio anche a: Preti 1974; Dal Pra 1975(2), sp. pp. 535ss.; Dal Pra 1981;

    Burnyeat 1982a; Everson 1991; Hankinson 1995, sp. pp. 301-303. Per un approccio diver-

    so - direi quasi opposto, ma non accettabile - cfr. ora Vogt 1998, sp. cap. 2 e soprattutto

    Fine 2003; cfr infine le notazioni di Chiesara 2003, sp. p. 124.

    Ringrazio Riccardo Chiaradonna e Anna Maria Ioppolo, che, dopo aver letto una pri-

    ma versione di questo contributo, mi hanno fornito utili indicazioni e suggerimenti.



    Emidio Spinelli . :

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