Questioni scettiche. Letture introduttive al pirronismo antico

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Questioni scettiche. Letture introduttive al pirronismo antico

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Capitolo terzo

INDUZIONE E DEFINIZIONE: CONTRO LA LOGICA DOGMATICA

1. Per affrontare in modo adeguato il tema di questo capitolo il testo as-

solutamente privilegiato è ancora una volta tratto dai Lineamenti Pirro-

niani
di Sesto Empirico. Si tratta per l’esattezza di alcuni paragrafi del se-

condo libro, che presenta, anche a uno sguardo superficiale, una struttura

estremamente coerente. Dopo alcuni paragrafi iniziali volti a giustificare

in generale la possibilità stessa della ricerca da parte degli scettici1, in que-

sto libro Sesto attacca nell’ordine le nozioni dogmatiche (soprattutto - ma

non solamente - stoiche) di criterio, di vero e verità, di segno, di dimo-

strazione, di sillogismo. E a questo punto, in PH II 204, che viene inseri-

ta una menzione, polemica ma purtroppo assolutamente fuggevole, del

procedimento induttivo, mentre i successivi §§ 205-212 vengono dedicati

alla trattazione, in alcuni punti quasi ironicamente mordace, dello stru-

mento logico della definizione. Queste sezioni dei Lineamenti pirroniani,

per la verità poco studiate dalla critica sestana, credo meritino invece di es-

sere indagate a fondo e commentate in modo analitico, allo scopo di cer-

care risposte convincenti almeno a due dei problemi interpretativi che es-

se sollevano.

A. Il primo spinge innanzi tutto a ricostruire la struttura e l’attendibilità

delle obiezioni sestane (anche in rapporto alla funzione filosofica che gli

autori da lui presi di mira riconoscono alle categorie logiche in questione).

B. Il secondo, che è anche il più ovvio per chiunque decida di investi-

re tempo e dottrina sugli scritti di Sesto, ha sapore ‘dossografico’ e impo-

ne quanto meno il tentativo di individuare le fonti del resoconto sestano,

se e fin dove possibile attraverso un confronto critico con altri testimoni,

coevi e non, anch’essi impegnati a trasmettere e sistemare cognizioni lo-

giche di provenienza più antica2.

2. Cominciamo dunque, dal sintetico, ma densissimo passo conservato

in PH II 204 e ricostruiamone brevemente i contenuti. La sua struttura ar-

gomentativa è semplice e lineare. Senza citare i suoi avversari (celati die-

tro un anonimo “vogliono/’’boulontai), Sesto inizia con l’attribuire loro la

seguente definizione: l’induzione è quel procedimento in virtù del quale si

vuole dare fiducia e plausibilità3 all’universale prendendo le mosse dai

particolari. Su questa base di partenza si innesta l’obiezione di Sesto, che

rispetta una consolidata struttura dilemmatica, cui egli ricorre costante-

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mente in funzione antidogmatica. Chi accetta quella definizione, infatti,

dovrà concedere di esser giunto a stabilire l’universale:

  • (a) o dopo aver percorso tutti i particolari;
  • (b) o dopo averne esaminati solo alcuni.
  • Se vale (b), tuttavia, l’induzione non potrà vantare alcuna solida base,

    sarà nel linguaggio di Sesto “priva di saldezza” (abebaios), dal momento

    che fra i casi non presi in considerazione potrebbe pur sempre nasconder-

    si un possibile contro-esempio, capace di vanificare la pretesa forza onni-

    comprensiva dell’universale4.

    Accogliere (a), del resto; equivale a condannarsi a una sorta di ‘fatica

    di Sisifo’5, poiché risulta impossibile abbracciare assolutamente tutti i ca-

    si particolari, visto il loro carattere numericamente infinito6. Dall’imper-

    corribilità di entrambe le alternative sembra conseguire in modo quasi au-

    tomatico e neutro, come attesta anche l’uso dell’impersonale

    “capita”/symbainei, la mancata saldezza dell’induzione, il suo vacillare7.

    Fin qui il tessuto dell’argomentazione di Sesto, che conviene subito va-

    lutare sia nella sua portata storica, cercando di individuare il reale bersa-

    glio della sua polemica, sia nel suo più ampio significato teorico.

    Da quest’ultimo punto di vista, al di là delle consonanze - in verità dif-

    ficilmente attribuibili a un influsso diretto - che alcuni critici hanno volu-

    to individuare con filosofi moderni8, il confronto più produttivo appare

    senz’altro quello con la critica al metodo induttivo sviluppata da Hume. Si

    tratta di un accostamento già proposto ed esaminato a fondo da Eike von

    Savigny, attraverso un confronto critico fra testi sestani e passi humeani,

    che non è qui il caso di riproporre in dettaglio. Mi limiterò dunque a cita-

    re il suo giudizio conclusivo, che suona a tutto vantaggio del filosofo pir-

    roniano e delle sue obiezioni, di cui von Savigny sottolinea opportuna-

    mente il carattere radicale e privo di compromessi: “l’argomentazione

    complessiva di Hume contro la possibilità di raggiungere una conoscenza

    sicura su stati di cose non sperimentati già si trova anticipata in Sesto mil-

    le e cinquecento anni prima”9. Al di là di possibili influssi diretti della cri-

    tica sestana sulle argomentazioni di Hume10, quello che preme rilevare è

    nell’ordine:

  • a. non tanto un presunto ‘primato cronologico’ da attribuire a Sesto11,

    quanto piuttosto il fatto che, stando alle nostre testimonianze, egli sia l’u-

    nico autore che ci ha trasmesso un’argomentazione anti-induttiva formal-

    mente strutturata, benché estremamente compressa;
  • b. la legittimità teorica di tale attacco pirroniano contro un metodo di

    conoscenza dell’universale, che pretende di coglierlo attraverso la colle-

    zione sistematica dei singoli casi. L’obiezione di Sesto, infatti, conserva il

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    suo peso nei confronti di qualsiasi forma di induzione che non possa dirsi

    perfetta12, ovvero contro ogni procedimento di implicazione induttiva che

    non sappia tenere sotto rigoroso controllo tutti i dati sussunti sotto l’uni-

    versale, senza alcuna possibile eccezione13.
  • Se decidiamo a questo punto di spostare l’indagine sul piano storico e

    cerchiamo di stabilire con chi Sesto stia polemizzando in PH II 204, il no-

    stro compito appare più arduo.

    Guardando alla struttura complessiva di queste sezioni del secondo li-

    bro dei Lineamenti pirroniani, potremmo essere indotti a formulare una

    prima ipotesi. In PH II 213, infatti, appoggiandosi sull’autorità di “alcuni

    fra i dogmatici”, che avevano considerato la dialettica “scienza sillogisti-

    ca, induttiva, definitoria, divisoria”, Sesto sembra voler ricondurre anche

    la propria trattazione sotto il medesimo schema. Egli ammette infatti di

    aver già trattato di sillogismi (cfr. PH II 193-203), di induzione (PH II 204,

    appunto) e di definizioni (PH II 205-212, come vedremo subito) e di ac-

    cingersi ora a esaminare brevemente anche l’ultima sezione della dialetti-

    ca: quella sulla divisione (PH II 213-228). Questa sorta di ‘indice temati-

    co’ corrisponde - a parte l’ordine inverso: divisione, definizione, induzio-

    ne, sillogismo - alla partizione della dialettica offerta nel Didaskalikos di

    Alcinoo14. Si potrebbe dunque supporre che oltre alla forma esterna della

    divisione Sesto possa aver fatto tesoro anche di alcuni elementi contenuti-

    stici del manuale di Alcinoo. Al di là dell’ovvia constatazione secondo cui

    una simile supposizione andrebbe di volta in volta verificata rispetto agli

    argomenti presenti nei singoli ‘capitoli’ sestani, mi sembra verosimile

    escludere tale dipendenza almeno nel caso della induzione o epagoge. Se

    infatti mettiamo a confronto PH II 204 e il passo del Didaskalikos (v. 157,

    44-158, 4 H.=p. 10 Whittaker) in cui l’induzione viene identificata con

    “qualsiasi procedimento che, per mezzo di ragionamenti, va o dal simile al

    simile o dai particolari all’universale; e l'induzione si rivela utilissima per

    mettere in moto le nozioni naturali”, tale confronto induce a una certa cau-

    tela, anzi forse a un ragionevole sospetto. Solo una delle due accezioni del

    metodo induttivo, per l’esattezza quella che implica “un avanzamento nel

    pensiero”15, in una direzione che va dal particolare all’universale, infatti, è

    oggetto di attenzione da parte di Sesto. L’altra, quella che presuppone

    “l’addurre casi particolari”16, sempre con lo sguardo rivolto a ciò che è

    universale, sembra essere invece ignorata17. La polemica sestana passa

    inoltre del tutto sotto silenzio la spiegazione offerta da Alcinoo a giustifi-

    cazione dell’utilità del procedimento induttivo, quel caratteristico pout-

    pourri
    - figlio di un consapevole ‘sincretismo mediopiatonico’ - che me-

    scola un concetto aristotelico (epagoge, appunto) a un verbo di chiara

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    ascendenza platonica (“metter in moto”, anakinein: cfr. Men. 85b), il cui

    oggetto, le “nozioni naturali” o physikai ennoiai, viene espresso mediante

    uno dei più noti termini tecnici del pensiero stoico18.

    Considerazioni analoghe possono essere fatte valere anche nel caso di

    un altro testo legato con ogni verosimiglianza a classificazioni originatesi

    in ambito medioplatonico e volte a riconoscere a Platone “un uso metodi-

    co intensivo dell’epagoge19. Mi riferisco a un passo della Vita di Platone

    di Diogene Laerzio (III 53): la fonte laerziana20 nega anch’essa esplicita-

    mente che l’induzione abbia un solo senso e gliene attribuisce - come Al-

    cinoo - due. Subito dopo, però, in modo per la verità alquanto ingarbu-

    gliato e problematico, le due accezioni sembrano confluire in una defini-

    zione unica, che dovrebbe abbracciarle entrambe: “l’induzione è infatti un

    ragionamento che per mezzo di alcune cose vere conclude in modo appro-

    priato al vero che è simile a esse”21. Né la veste terminologica, né gli ele-

    menti concettuali di spicco di questa definizione (l’accenno alla verità dei

    punti di partenza e di quello di arrivo dell’induzione, così come quello al

    “simile”) sembrano aver nulla a che fare con il resoconto di Sesto. Egli, del

    resto, non accenna neppure ad altre possibili e sottili suddivisioni, lunga-

    mente discusse invece nel testo laerziano, che parla di due usi del logos in-

    duttivo, rispettivamente per la confutazione e per la dimostrazione, e poi

    suddivide quest’ultimo in un’applicazione retorica e in una dialettica. L’u-

    nico, labile e per nulla cogente elemento di affinità compare proprio a pro-

    posito dell’accezione dialettica della epagoge, definita in Diogene Laerzio

    (III 55) come lo stabilimento dell’universale per mezzo dei particolari:

    “l’altro (processo) è proprio della dialettica e per mezzo di esso si dimo-

    stra l’universale con i particolari”; e ancora, poco più avanti: “e la stessa

    proposizione universale è stabilita da alcune proposizioni particolari”; ve-

    ramente poco, per arrivare a postulare una fonte comune e una trattazione

    parallela Sesto/Diogene.

    Scartata questa prima ipotesi di una provenienza medioplatonica della

    tesi sulla epagoge attaccata da Sesto, se ne potrebbe avanzare una secon-

    da, fondata sulla sensazione - tutta da verificare, però - che la formula-

    zione sestana di PH II 204 sia insieme generica e unica nella sua artico-

    lazione concettuale. Pur senza concedere una dipendenza diretta dalla

    trattazione di Alcinoo, si potrebbe allora ipotizzare che essa servisse a co-

    prire entrambi i sensi di epagoge esplicitamente citati nel Didaskalikos.

    Se questo fosse vero e se potesse essere effettivamente attribuita a Sesto

    una più o meno consapevole fusione fra metodo di somiglianza e - per

    dirla con Ross - ‘metodo di avanzamento’, si aprirebbe la strada a una se-

    conda ipotesi, il cui unico punto di appoggio, però, sarebbe legato alla na-

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    tura delle critiche sestane. Su questo piano, un confronto con alcuni pas-

    si del De signis di Filodemo22 potrebbe autorizzare a credere che coloro

    che vogliono “render credibile” l’universale facendo leva sui particolari,

    ovvero attraverso un’inferenza induttiva a base empirica, siano filosofi

    epicurei. Contro di loro Sesto riassumerebbe - e sintetizzerebbe a modo

    suo - obiezioni di derivazione stoica, che miravano a difendere un con-

    cetto di implicazione logicamente necessaria e dunque assolutamente co-

    gente. Nel resoconto filodemeo tali critiche suonavano così: “quando noi

    procediamo per somiglianza, perciò, il processo si rivelerà senz’altro in-

    finito, dal momento che non ci è chiaro se una cosa è tale in quanto (qua)

    tale, con il risultato che l’inferenza è incompleta” (de signis, VI, 36-VII,

    3); e ancora: “ed egli [scil. Dionisio di Cirene] dice che l’aggiunta è vuo-

    ta, che qualora nulla sia in conflitto, allora dovremmo far uso del metodo

    per somiglianza. Come sarà possibile, infatti, stabilire che nulla è in con-

    flitto, né fra le cose che appaiono né fra le cose precedentemente dimo-

    strate?” (de signis, VII, 38-VIII, 7)23. Benché una delle più proficue chia-

    vi di lettura delle argomentazioni sestane sia quella che contempla la pos-

    sibilità di interpretarle come una consapevole e camaleontica utilizzazio-

    ne delle tesi di una scuola dogmatica contro quelle di un’altra, non credo

    che le obiezioni contenute in PH II 204 alludano ad alcuna positiva dife-

    sa di metodologie logiche necessarie. Né tanto meno credo che la defini-

    zione del procedimento induttivo possa nascondere un’allusione alla tesi

    epicurea secondo cui “la somiglianza fra due soggetti è così forte che di-

    venta ‘inconcepibile’ che un predicato essenziale dell’uno non debba ap-

    partenere all’altro”24.

    Ricapitolando, mi sembra legittimo affermare che nessuna delle due

    ipotesi appena discusse, nonostante alcuni (deboli) elementi di verosimi-

    glianza, colga in pieno i punti di riferimento storici e teorici del richiamo

    sestano alla epagoge e il senso esatto delle critiche che egli avanza. Ecco

    perché ritengo necessario esplorare una terza possibilità, che poi si rivela

    la più semplice, la più immediata e quella che più armonicamente si inse-

    risce nel tessuto complessivo dei paragrafi che stiamo esaminando.

    Cominciamo dalla definizione attaccata da Sesto. E ragionevole pensa-

    re che essa non faccia altro che echeggiare - mediatamente, come vedre-

    mo subito - la nota tesi aristotelica espressa nei Topici (I, 12, 105a13-14):

    “induzione d’altra parte è la via che dagli oggetti singoli porta all’univer-

    sale”. Ciò che consente di parlare legittimamente di eco mediata, più che

    di lettura diretta e fedele riproduzione del dettato aristotelico, è il con-

    fronto con un passo del Commento ai Topici di Alessandro di Afrodisia

    (CAG II, 2, 85-87), che presenta più di una corrispondenza con PH II 204.

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    Alessandro, infatti, subito dopo aver parafrasato la sopracitata formula

    di Aristotele (cfr. 86, 9-10), inserisce una breve, ma significativa notazione

    polemica. Egli ritiene (ivi, 10-13) che non parlino correttamente coloro che

    assimilano la epagoge a “un discorso che va dal simile al simile”. L’indu-

    zione in senso proprio, infatti, ha come funzione quella di mostrare l’uni-

    versale, che non può essere equiparato a ciò a partire da cui esso viene col-

    to25. La transizione dal simile al simile, invece, lungi dal rappresentare

    un’altra accezione del metodo induttivo, potrebbe essere piuttosto intesa

    come equivalente all’esempio (to paradeigma)26. Questa breve precisazio-

    ne critica, molto verosimilmente diretta contro troppo ‘eclettiche’ dottrine

    medioplatoniche quali quelle precedentemente menzionate di Alcinoo e

    della fonte di Diogene Laerzio (III 53ss.), consente ad Alessandro di Afro-

    disia di restringere il senso di epagoge mediante la seguente definizione:

    “il discorso che mostra e rende credibile l’universale per mezzo dei parti-

    colari, questo, infatti, è induzione” (86, 13-15). Al di là della notazione che

    Alessandro è l’unico, fra le fonti in lingua greca a nostra disposizione, a ri-

    correre al verbo pistousthai27, significativo mi pare il fatto che sia la restri-

    zione di ambito del metodo induttivo, sia il ricorso alla voce verbale pi-

    stousthai
    si ritrovino in PH II 204. Esso sembra anzi presentare un ulterio-

    re elemento di ‘vicinanza’ rispetto al Commento, le cui argomentazioni

    vanno dunque analizzate ancora più attentamente. Dopo aver accennato al-

    le figure che nei Topici venivano addotte quali esempi di eccellenti cono-

    scitori dell’universale via induzione28, Alessandro nel suo Commento ri-

    corda (86, 19-24) la differenza - già chiaramente enunciata nel testo ari-

    stotelico29 e che egli interpreta “sul piano dell’utile” - fra sillogismo (do-

    tato di necessità, cogenza e maggiore efficacia contro gli amanti del con-

    traddire: cfr. 87, ls.) e induzione, dotata invece di maggior forza persuasi-

    va e chiarezza, in virtù del suo fondarsi sulle particolari cose sensibili, co-

    muni e note a tutti. Ciò gli permette di ribadire (cfr. ivi, 24ss.) che la epa-

    goge,
    avendo a che fare con ciò che è probabile (to pithanon) e non certo

    con ciò che è necessario (to anagkaion), si rivela più debole del sillogismo,

    non essendo in grado di percorrere tutti i casi particolari a causa del loro

    numero infinito, del loro essere adiexiteta (ivi, 27-28). Al di là delle suc-

    cessive osservazioni critiche di Alessandro sui limiti della epagoge, che si

    muovono su di un terreno diverso30, va notato che il richiamo all’impossi-

    bilità di esaminare per via induttiva tutti gli infiniti casi particolari costi-

    tuisce il punto di forza anche del primo corno dell’attacco dilemmatico lan-

    ciato da Sesto. Certo, una tale consonanza non può oscurare la profonda

    differenza dei contesti in cui la critica compare, né la diversa funzione che

    essa viene chiamata a svolgere. Mentre Alessandro di Afrodisia si propone

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    unicamente di restringere l’ambito di validità della epagoge alla sfera del-

    la persuasività (del tutto accettabile nella sua prospettiva filosofica, anche

    se priva della forza necessitante propria della dimostrazione sillogistica),

    Sesto mira dal canto suo a negarle qualsiasi valenza o funzione positiva.

    Se teniamo presente un simile intento, inoltre, possiamo forse dare al

    nostro passo una più armonica collocazione all’interno del piano compo-

    sitivo generale del secondo libro dei Lineamenti pirroniani. Bisogna infat-

    ti ricordare che fin da PH II 195-197 “Sesto [...] volge la sua attenzione

    alla logica peripatetica”31 e, prendendo in esame i presunti sillogismi ana-

    podittici aristotelici, li accusa di cadere in una petitio principii o - più tec-

    nicamente - sotto gli inevitabili colpi del tropo del diallele, poiché in essi

    si pretende di dedurre sillogisticamente conclusioni particolari a partire da

    una premessa universale che, in realtà, a sua volta si basa sulla collezione

    di casi particolari via inductionis32. Mostrata così l’infondatezza degli ana-

    podittici di provenienza peripatetica (e a seguire, per scrupolo di comple-

    tezza, anche di quelli stoici: cfr. PH II 198-203), è verosimile supporre che

    Sesto senta la necessità di completare il proprio attacco anti-peripatetico.

    Ecco dunque spiegata la presenza e il significato di PH II 204, che può es-

    sere considerato come una coda o ripresa di tale ‘attenzione polemica’33,

    volta in questa occasione a demolire quel procedimento induttivo che Ari-

    stotele stesso aveva presentato come condizione necessaria per conoscere

    i primi principi (ta prota)34.

    Che nel redigere questa ‘coda polemica’ Sesto possa essersi servito di

    materiale risalente al Commento ai Topici di Alessandro di Afrodisia po-

    trebbe essere, alla luce delle considerazioni fin qui svolte, quanto meno pro-

    babile (un’ipotesi che, se accettata, risulterebbe gravida di conseguenze per

    la fissazione della cronologia sestana)35. Naturalmente, resta sempre aperta

    un’altra strada. Nulla esclude, infatti, che i due testi siano indipendenti e che

    nell’elaborare la sua critica Sesto abbia costruito uno schema argomentati-

    vo del tutto personale. Ciò potrebbe essere confermato non solo dalla non

    perfetta sovrapponibilità della sua trattazione rispetto a quella di Alessandro

    (o anche a quella di altre presunte ‘fonti’ citate in precedenza), ma anche da

    alcuni indizi lessicali, come la presenza di verbi alla prima persona singola-

    re (cfr. all’inizio “ritengo”/nomizo e in chiusura di paragrafo il parentetico

    “penso”/oimai). E questo dovrebbe spingere a porre nella giusta luce le cri-

    tiche di Sesto: analogamente a quanto accade in altre sezioni dei suoi scrit-

    ti, infatti, esse si rivelerebbero frutto di un’originale presa di posizione nei

    confronti del metodo induttivo, di cui egli - forse un po’ sbrigativamente,

    come mostra l’uso dell’espressione “facile da rigettare”/euparaiteton, un al-

    tro hapax - pretende sia possibile liberarsi con estrema facilità.

    68

    3. Passiamo ora alla sezione dedicata alle definizioni (PH II 205-212=

    fr. 623 Hülser). Sesto dichiara di voler dire solo poche cose su questo ar-

    gomento e appare chiaro fin dalle prime righe di PH II 205 che il suo sarà

    un attacco generalizzato rivolto in linea di principio contro tutti i filosofi

    non pirroniani che si sono occupati di definizioni o horoi, accomunati sot-

    to l’etichetta di dogmatici (hoi dogmatikoi)36. La loro presuntuosa attività

    teoretica viene indicata tramite l’espressione verbale “farsi gran

    vanto’/megaphronein, attestata solo nei Lineamenti pirroniani e forse pre-

    sa in prestito dal lessico polemico enesidemeo37; ancor più esattamente, il

    loro “trattamento logico” delle definizioni38 viene bollato mediante un vo-

    cabolo, “presentazione tecnica” o più precisamente technologia, che, in-

    sieme al verbo correlato technologeo, Sesto usa sempre per stigmatizzare

    l’attitudine dogmatica a creare argomentazioni sottili, astratte o addirittu-

    ra capziose, non solo in campo grammaticale, retorico e geometrico39 ma

    anche e soprattutto logico40. La precisazione aggiunta da Sesto, secondo

    cui è proprio “nella parte logica della cosiddetta filosofia” che i dogmati-

    ci fanno rientrare a pieno titolo la disamina delle definizioni, benché pos-

    sa a prima vista apparire superflua e direi quasi scontata in riferimento al-

    la tradizione scolastica platonica - meglio medioplatonica - e peripatetica,

    si rivela determinante ai fini dell’esatta identificazione del bersaglio stoi-

    co che egli ha di mira in questi paragrafi. Di quali stoici si tratta?

    Una prima risposta può essere azzardata grazie al confronto con una te-

    stimonianza parallela di Diogene Laerzio, che, proprio per il fatto di esse-

    re probabilmente costruita sulla mescolanza di tradizioni diverse, si rivela

    del massimo aiuto41. In DL VII 41 (=fr. 33 Hülser), infatti, leggiamo che

    sulla legittimità o meno di dedicare un capitolo a sé stante anche alla de-

    finizione in senso specifico, allo horikon eidos, si era sviluppato un dibat-

    tito fra gli stoici. Alcuni avevano respinto questa possibilità e avevano

    semplicemente aggiunto una sezione sulle definizioni a mo’ di appendice

    della parte dedicata alla fonetica42; altri invece l’avevano accolta a pieno

    titolo, aggiungendola, accanto a quella che si occupa di canoni e criteri,

    alle sezioni dedicate alla retorica e alla dialettica, e sostenendo che essa

    serve “per la conoscenza della verità: attraverso i concetti, infatti, si affer-

    rano le cose”43. A quale di queste due ‘fazioni’ stoiche44 Sesto sta rispon-

    dendo in questi paragrafi? Quale delle due posizioni stoiche diventa og-

    getto dei suoi attacchi? Poiché si tratta di un problema dossografico di un

    certo rilievo, anche per individuare meglio punti di riferimento e fonti del-

    la trattazione sestana, preferirei affrontarlo subito, anche se questo impo-

    ne di lasciare per un attimo da parte i singoli punti dell’articolata critica

    sestana (conservati in PH II 207-212 - non monoliticamente antistoici,

    69

    pace Prantl - e su cui tornerò in ogni caso nella parte finale di questo con-

    tributo), per concentrarsi invece su PH II 212.

    Qui compaiono due ‘definizioni di definizione’ che stanno lì a ricapi-

    tolare - credo - alcuni (noti e diffusi) bersagli della polemica sestana. Sul-

    la seconda (“un discorso che mostra l’essenza”) credo sussistano pochi

    dubbi attribuzionistici45: essa appare infatti come la registrazione della

    ben nota posizione aristotelica paradigmaticamente espressa, ad esempio,

    nei Topici46.

    Quanto alla prima (“un discorso che ci induce, per mezzo di un rapi-

    do ricordo, al concetto delle cose che sottostanno alle espressioni”), cre-

    do sia invece necessario un supplemento di indagine. In primo luogo oc-

    corre notare come essa ricompaia - benché purtroppo sempre anonima-

    mente - nello pseudo-Galeno: esattamente identica nelle Definizioni me-

    diche
    47 e quasi identica nel capitolo 11 della Historia philosopha, in cui la

    formula di cui ci stiamo occupando sembra esplicitamente presentata co-

    me esempio di “definizione concettuale” o ennoematikos horos, ben di-

    stinta da un altro tipo di definizione, indicata come essenziale (ousiodes)48.

    Quest’ultima testimonianza sembrerebbe confermare che la formula con-

    servata da Sesto allude a una concezione dello horos inteso come “artico-

    lazione linguistica di una generica ‘concezione’ (ennoia)”49. Quanto alla

    sua origine, si può congetturare che essa sia stata coniata da pensatori

    stoici in polemica con la dottrina epicurea50. Gli epicurei, infatti, consi-

    deravano le prenozioni o prolepseis, equiparate non a caso a “ciò che sta

    sotto le parole” (ta hypotetagmena tois phthoggois)51, come verità auto-

    evidenti e afferrabili immediatamente, all’atto stesso dell’enunciazione

    del nome comune che le indica52, senza alcun ricorso a ulteriori specifi-

    cazioni via horos.

    Se tentiamo di ricapitolare gli elementi fondamentali che caratterizzano

    la prima ‘definizione di definizione’ presente in PH II 212, la cui paternità

    stoica pare fortemente probabile, scopriamo che essi sono i seguenti:

  • 1. la forza sinteticamente rammemorativa dello horos·,

    e conseguentemente
  • 2. la sua capacità di renderci noto il concetto che sta dietro la denomi-

    nazione delle cose.
  • Quello che colpisce, in ogni caso, è che la formulazione riportata da Se-

    sto appare lontana tanto dall’asciutta tesi di Crisippo, secondo cui lo horos

    sarebbe “riproduzione di ciò che è proprio”, quanto dalla più articolata

    presentazione di Antipatro, che lo qualifica come “un discorso fondato su

    un’analisi puntuale” (cfr. DL VII 60=fr. 621 Hülser)53. Insomma, più che

    mettere a tema la ricerca di quella caratteristica assolutamente peculiare o

    70

    essenziale in cui anche per gli stoici - o almeno per alcuni di loro in mo-

    do preminente - pare consistere la funzione ‘ontologica’ dell’attività defi-

    nitoria, essa sembra insistere sul ruolo ‘epistemologico’ dello horos54. Am-

    messo che sia così, si potrebbe avanzare l’ulteriore ipotesi secondo cui la

    ‘definizione della definizione’ conservata da Sesto (e dallo pseudo-Galeno

    nei passi sopracitati) risalga direttamente agli anonimi pensatori stoici

    menzionati da Diogene Laerzio in VII 41-42. Come abbiamo già avuto

    modo di ricordare, infatti, erano proprio questi ultimi ad attribuire alla de-

    finizione il potere di farci afferrare le cose per mezzo dei concetti e dun-

    que di promuovere la conoscenza della verità55. A sostegno di tale ipotesi

    possono inoltre essere fatte valere alcune notazioni terminologiche relati-

    ve a PH II 206-207, la cui importanza potrà essere apprezzata a pieno,

    però, solo tornando a esaminare la struttura argomentativa globale delle

    obiezioni sestane.

    Riprendiamo dunque il filo della nostra analisi dalle linee conclusive di

    PH II 205. Dovendo scegliere il tipo di attacco da portare alle definizioni

    tanto osannate dai dogmatici, Sesto non sembra interessato a discutere del-

    la loro validità formale, come conferma il fatto che egli restringe imme-

    diatamente il raggio d’azione della propria critica alla questione ‘pragma-

    tica’ della loro utilità. Anzi, con un ulteriore scarto, che forse rivela l’ori-

    ginalità della sua impostazione, egli invita il proprio lettore56 a considera-

    re tutte le possibili sfumature messe in evidenza dai suoi avversari unica-

    mente sotto due ‘capitoli’. La necessità attribuita dai dogmatici alle defi-

    nizioni sembra infatti scaturire dal fatto che in qualsiasi campo si ricorre a

    esse per due motivi: o per la conoscenza o per l’insegnamento. Una volta

    segnati in questo modo i confini dell’oggetto di indagine, Sesto enuncia il

    proprio piano di attacco: basterà mostrare che le definizioni non servono a

    nessuno dei due scopi appena menzionati, per far cadere in contraddizio-

    ne la fatica dogmatica, già di per sé vana57.

    A questo scopo a partire da PH II 207 vengono accumulati uno dietro

    l’altro - per la verità senza una conseguenzialità perfettamente coerente -

    argomenti specifici e relativi esempi, senza che Sesto si preoccupi di rive-

    lare esplicitamente l’identità dei suoi avversari. Vediamo dunque innanzi

    tutto di esporre gli argomenti, cercando contemporaneamente di capire an-

    che contro chi essi potrebbero essere diretti.

    Il primo degli ambiti in cui le definizioni sarebbero necessariamente

    utili è quello della comprensione (pros katalepsin). La contro-argomenta-

    zione di Sesto si articola in due punti, che egli pretende siano correlati l’u-

    no all’altro (cfr. il kai gar a metà di PH II 207), ma che in realtà sembra-

    no costituire linee di attacco diverse e strutturalmente distinte.

    71

    1. Il primo sembra assumere l’aspetto di un argomento eristico (eri-

    stikos logos):
    chi non conosce l’oggetto di indagine non potrà definirlo,

    mentre chi lo conosce si limita a riformulare ciò che gli è già noto per mez-

    zo di una definizione, che dunque non ha alcuna funzione rivelatrice di

    nuova conoscenza.



    2. Il secondo pone i dogmatici di fronte a una secca alternativa58:

  • a. o essi pretendono di definire tutte le cose e in realtà finiscono per non

    definirne nessuna, poiché non riescono a percorrerle davvero tutte nella lo-

    ro infinità numerica (la loro condanna sarebbe in tal caso quella di un re-

    gresso all'infinito);
  • b. oppure essi ammettono che esistono cose la cui comprensione non ci

    è data tramite definizione e allora nulla esclude che, analogamente, anche

    tutte le altre realtà, senza distinzione alcuna, possano essere conosciute

    senza l’ausilio della definizione.
  • Questa prima batteria di critiche, che non sembra brillare per origina-

    lità, ma solleva questioni epistemologiche ancora vive all’epoca di Sesto59,

    merita attenzione soprattutto per alcune peculiarità linguistiche. Innanzi

    tutto, appare verosimile supporre che l’uso di “comprensione” (katalepsis)

    alluda a polemica anti-stoica60. Se teniamo presente, inoltre, la completa

    interscambiabilità fra “comprendo”/katalambano e “conosco”/gignosko

    che emerge da PH II 207, potremmo essere spinti a mettere in relazione il

    nostro passo proprio con la tesi, più volte ricordata, di quegli stoici men-

    zionati da Diogene Laerzio, secondo i quali l’attività definitoria rappresen-

    ta un contributo “per la conoscenza della verità” (pros epignosin tes

    aletheias).

    Anche contro la presunta necessità delle definizioni a fini didattici

    (pros didaskalian)61 Sesto solleva in PH II 208 un’obiezione molto rapida,

    che fa leva su di un’argomentazione speculare rispetto a quella già incon-

    trata in PH II 207 e analoga a quella cui egli ricorre quando demolisce la

    tesi dell’origine convenzionale del linguaggio. L’attenzione viene richia-

    mata sul momento iniziale, rispettivamente dell’attività di imposizione dei

    nomi e dell’elaborazione delle definizioni. Nel caso dei nomi, infatti, si de-

    ve ammettere che il primo e imprescindibile passo è quello di conoscere le

    cose cui si applicano le espressioni linguistiche, che dunque sono inutili

    per coloro che, pur desiderando apprendere quelle stesse cose, ancora non

    ne hanno conoscenza62. Allo stesso modo, per quanto riguarda le defini-

    zioni si deve riconoscere che se è vero che chi per primo ha conosciuto una

    cosa lo ha fatto senza ricorrere alla definizione, di essa può tranquilla-

    mente fare a meno anche chi, venuto per la prima volta a contatto con quel-

    la stessa cosa, intende apprenderla.

    72

    Con PH II 209 inizia una serie di critiche filosoficamente più consi-

    stenti, il cui legame con quelle appena esaminate, però, non appare com-

    pletamente giustificato, né viene in qualche modo esplicitato da Sesto, che

    si limita a introdurle con un “ancora”/eti, probabile indizio di una compo-

    sizione fatta per aggiunte successive, non del tutto amalgamate fra loro. La

    prospettiva da cui si muovono queste nuove obiezioni è invece molto chia-

    ra. Sesto sembra in primo luogo accogliere in tutto e per tutto (riportando-

    la fedelmente, come mostra il ricorso a verbi alla terza persona plurale:

    “giudicano’’/epikrinousi e due volte “dicono”/phasi) la convinzione dog-

    matica secondo cui la validità di una definizione va giudicata a partire dal-

    le cose che sotto di essa ricadono. Posta questa premessa, si dovrà conclu-

    dere che è viziosa qualsiasi definizione che ricomprenda qualcosa di estra-

    neo a tutti o anche solo ad alcuni dei definienda63.

    A sostegno della conclusione appena menzionata Sesto aggiunge, nel-

    la seconda parte di PH II 209, esempi concreti di definizioni invalide. Non

    si può infatti definire l’uomo “animale razionale immortale”, perché nes-

    suno dei singoli appartenenti al genere umano è dotato di immortalità; né

    “animale razionale mortale grammatico”, perché alcuni uomini non hanno

    - né coltivano, potremmo aggiungere - il dono della grammatica64.

    A queste considerazioni ed esemplificazioni Sesto sovrappone in PH II

    210ss. una serie di obiezioni, che sembrano scaturire direttamente dalla

    sua penna piuttosto che riprodurre passivamente tesi altrui.

    La prima è più radicale - anche se introdotta con la consueta cautela scet-

    tica, contrassegnata dall’uso dell’espressione tecnica “forse”/tacha - era sta-

    ta già sfruttata in precedenza contro il procedimento induttivo: se è vero che

    la definizione si giudica dai casi particolari che essa copre, allora risulterà

    impossibile decidere della sua validità a causa dell’infinità di questi ultimi.

    La seconda sembra quasi una variazione sul tema del momento inizia-

    le dell’apprendimento, che abbiamo già incontrato e che qui viene ripro-

    posta a partire dai casi particolari (ta kata meros): infatti, se il criterio di

    giudizio è costituito dai casi particolari e se questi ultimi vengono cono-

    sciuti prima e indipendentemente rispetto alle definizioni, allora esse non

    servono affatto alla conoscenza né all’insegnamento.

    La terza, infine, sembra allargare l’orizzonte della critica. Essa nega in-

    fatti alle definizioni non solo qualsiasi utilità a scopo conoscitivo o didat-

    tico, ma anche qualsiasi efficacia sul piano della chiarezza comunicativa

    (sapheneia): esse avvolgono gli oggetti da definire nell’oscurità piuttosto

    che far luce su di essi, al punto da risultare addirittura ridicole.

    In PH II 211 troviamo una mordace esemplificazione di questo ruolo ne-

    gativo delle definizioni, su cui Sesto dichiara di voler impiantare una sorta

    73

    di divertissement filosofico, quasi a stemperare la gravitas della sua anali-

    si65. Facendo leva su una delle funzioni tradizionalmente riconosciute alla

    definizione, quella di fornire un discorso in luogo di un nome (cfr. e.g. Ari-

    st., top., I, 5, 102al-2), Sesto si diverte a immaginare una sorta di dialogo

    surreale fra due interlocutori, in cui uno dei due, invece di servirsi sempli-

    cemente di nomi d’uso e senso comune, pretendesse di sostituirli con defi-

    nizioni tecnicamente perfette, ma gravide di conseguenze ridicole. In que-

    sto ipotetico incontro, il nostro curioso interlocutore non porrebbe doman-

    de del tipo: “o uomo, hai per caso incontrato un uomo a cavallo che trasci-

    na un cane?”, ma ricorrerebbe a perifrasi del tipo: “o animale razionale mor-

    tale, capace di ricevere intelletto e scienza, ti si è fatto incontro un animale

    in grado di ridere, a unghia larga, capace di ricevere scienza politica, acco-

    modato con le sue parti sferiformi su di un animale mortale in grado di ni-

    trire e che trascina un animale quadrupede in grado di abbaiare?”. L’effetto

    di scherno che suscita un simile stravolgimento della consuetudine o sy-

    netheia
    linguistica e del carattere assolutamente piano di alcuni suoi termi-

    ni è sotto gli occhi di tutti66. Quel che è più grave, conclude Sesto, è che chi

    si dedicasse incautamente a una simile attività rischierebbe non solo di ca-

    dere nel ridicolo, ma addirittura di perdere la capacità stessa di esprimersi

    su oggetti a tutti noti, come appunto l’uomo; egli si condannerebbe insom-

    ma, nel linguaggio sestano, a un incondizionato silenzio, a una radicale

    aphasia, estremo risultato negativo dell’inutilità della prassi definitoria67.

    Al di là del piacere che può suscitare nel lettore questa forse inconsa-

    pevole, ma senz’altro efficace applicazione sestana del motto epicureo se-

    condo cui “bisogna ridere e insieme filosofare” (cfr. GV 41), credo che gli

    esempi riportati in PH II 211 meritino di essere più accuratamente valuta-

    ti sul piano della loro probabile filiazione storico-filosofica. Da questo

    punto di vista - e concentrando l’attenzione sulla formula definitoria di

    uomo/anthropos68 - una serie di conclusioni possono essere avanzate con

    ragionevole certezza.



    1. In primo luogo sembra legittimo riconoscere dietro l’impianto gene-

    rale della critica sestana l’influsso di Epicuro, il quale, come apprendiamo

    da un passo del Commento anonimo al Teeteto di Platone (col. XXII, 39-

    47), riteneva che “i nomi sono più chiari delle definizioni, e che sarebbe

    davvero ridicolo se, invece di dire ‘Salve, Socrate’, uno dicesse ‘Salve ani-

    male razionale mortale’”69.



    2. Tale analogia di fondo non impedisce di pensare che Sesto abbia rie-

    laborato in modo personale la critica epicurea, facendo ricorso anche ad al-

    tre fonti. Un primo indizio in tal senso potrebbe essere costituito dal fatto

    che egli non si limita alla formula definitoria breve di uomo come “ani-

    74

    ale razionale mortale”, ma aggiunge l’espressione “capace di ricevere in-

    telletto e scienza”. È impossibile in questa sede ripercorrere in tutta la sua

    estensione la lunga storia dell’etichetta “animale razionale mortale” e del-

    la sua appendice70. Basterà dire che le sue radici vanno probabilmente in-

    dividuate in un lavoro di sintesi di tesi appartenenti alla tradizione plato-

    nica e stoica, più che peripatetica71, svoltosi forse fra II e III secolo d.C. in

    ambiente medio- o neoplatonico72.



    3. A ciò va aggiunto che la cosiddetta ‘definizione lunga’ è presente in

    altri due punti del corpus sestano, coerentemente ricordata, in entrambi i

    casi, in un contesto di critica contro il criterio “dal quale”, da indentifica-

    re appunto con l’uomo. Al di là della differenza di struttura delle obiezio-

    ni nelle due opere sestane, occorre purtroppo registrare che sia in PH II 26,

    sia in M VII 269 Sesto non rivela l’identità dei suoi avversari. Nel secon-

    do passo, però, egli offre indicazioni un po’ più generose dello scarno “al-

    tri” (alloi) che si legge nel primo. Analizziamo allora più da vicino il testo

    di M VII 269, in cui i sostenitori della ‘definizione lunga’ di uomo vengo-

    no presentati come una sorta di sottogruppo di un insieme più vasto. Se-

    sto, infatti, presenta dapprima la tesi di alcuni filosofi (tines ton philo-

    sophon
    ), i quali hanno fornito, per mezzo di un discorso, insegnamenti sul-

    l’uomo considerato dal punto di vista del genere, convinti di poter così far

    emergere il concetto degli uomini particolari. Solo a questo punto egli ag-

    giunge: “fra costoro, poi, alcuni definirono in questo modo.. ."/touton de

    hoi men houtos apedosan...


    Chi sono costoro? È difficile dare una risposta soddisfacente al riguar-

    do. Azzardo comunque un’ipotesi, ben consapevole della sua fragilità. Nel

    brano del Commento anonimo al Teeteto di Platone, subito dopo la critica

    di Epicuro precedentemente ricordata, leggiamo la replica dell’autore me-

    dioplatonico, il quale sottolinea che le definizioni non servono per saluta-

    re, né per la loro maggiore concisione rispetto ai nomi, ma “per dispiega-

    re le concezioni comuni. Ciò non avviene se non si coglie ciascun genere

    e le differenze”73.

    Questa attività di chiarimento e spiegazione delle nozioni comuni o koi-

    nai ennoiai
    14, potrebbe essere adombrata, in M VII 269, anche dietro il

    compito affidato da “alcuni filosofi” al logos che definisce “l’uomo gene-

    rico” (ton genikon anthropon), visto che è proprio da un simile sforzo che

    essi ritengono potrà emergere (ancora un verbo che si caratterizza per la

    presenza della preposizione ana-: anakypto) la corretta concezione dei par-

    ticolari. Il bersaglio di Sesto sarebbero quindi filosofi medioplatonici, al

    cui interno dovrebbero essere collocati anche gli autori della definizione

    lunga di anthropos, minuziosamente criticata in M VII 270ss.

    75

    4. Al di là di questa proposta attribuzionistica, il cui carattere forte-

    mente ipotetico è sotto gli occhi di tutti, l’unica conclusione certa riguar-

    do all’identità dei pensatori che difendono la ‘definizione lunga’ è di ca-

    rattere negativo75: non è infatti possibile identificarli in alcun modo con

    Platone, cui Sesto attribuisce (sia in M VII 281, sia nel corrispondente pas-

    so di PH II 28) una definizione di uomo diversa: “animale privo di ali, bi-

    pede, a unghia larga, capace di ricevere scienza politica”, che si fonda ve-

    rosimilmente su di una rielaborazione di materiale risalente alle pseudo-

    platoniche Definizioni76 e che può essere utilmente confrontata con la se-

    conda delle formule utilizzate in PH II 211 per rimpiazzare il nome co-

    mune uomo. Quest’ultima infatti, confermando in primo luogo la ricchez-

    za dossografica del resoconto di Sesto, appare costruita sulla base di un’i-

    ronica mescolanza di vari caratteri distintivi dell’uomo: due di essi, “a un-

    ghia larga” e “capace di ricevere scienza politica”, sono direttamente attri-

    buibili a Platone77; il terzo, invece, “in grado di ridere”, appartiene a una

    tradizione scolastica abbastanza diffusa78, forse anch’essa originatasi in

    ambito medio- o neoplatonico79 e qui fedelmente registrata da Sesto80.

    L’insieme delle critiche che abbiamo appena ripercorso permette a Se-

    sto di trarre in PH II 212 la conclusione che si era riproposto di raggiun-

    gere: sono completamente inutili tutte le definizioni dogmatiche, qui para-

    digmaticamente riassunte nelle due formulazioni che abbiamo visto risali-

    re rispettivamente la prima a determinati pensatori stoici, la seconda alla

    tradizione peripatetica. Che questi due esempi non esauriscano il campo di

    indagine, però, sembra confermato dalla clausola aggiuntiva “sia ciò che

    si voglia” (eite ho bouletai tis). Essa lascia aperta la possibilità che Sesto

    fosse almeno parzialmente a conoscenza dell’intenso lavorìo classificato-

    rio delle definizioni svolto dalle più importanti scuole filosofiche dell’e-

    poca81. Egli si sente dunque legittimato a scagliare contro i loro svariati e

    spesso conflittuali tentativi un’ulteriore critica: quella di ricadere sotto il

    tropo della dissonanza o diaphonia, su cui Sesto dice sì di non voler insi-

    stere, per ragioni interne al carattere ‘ipotipotico’ del suo scritto, ma che

    chiaramente rappresenta la forma più radicale e il punto più alto dell’ar-

    mamentario antidogmatico messo in campo dai neo-pirroniani.

    76



    NOTE

    1 Cfr. al riguardo infra, cap. V.

    2 Accenno solamente, infine, al fatto che i temi affrontati in questi paragrafi non com-

    paiono nella trattazione parallela dei libri Contro i logici (M VII-VIII; cfr. in ogni caso M

    IX 92s., su cui mi limito per ora a rinviare a Caujolle-Zaslawsky 1994, pp. 234s.). Ciò in-

    viterebbe a tornare ad analizzare la spinosa questione della probabile cronologia relativa

    degli scritti sestani, un tema che esula tuttavia dallo scopo del presente contributo.

    3 Questa è la doppia sfumatura probabilmente rinvenibile dietro la voce verbale pi-

    stousthai.

    4 O come Sesto aveva già ricordato poco prima in PH II 195, “qualora anche appaia, fra

    i particolari, un solo caso contrario agli altri, la proposizione universale non risulta sana”.

    5 Per attaccare il vuoto affaticarsi dei dogmatici Sesto ricorre al verbo mochtheo, che

    nei suoi scritti indica sempre la vanità di uno sforzo o di una fatica senza speranza di ri-

    sultati: cfr. anche Μ XI 172.

    6 Si noti come quest’ultima caratteristica, su cui si tornerà a insistere anche successi-

    vamente in PH II 210, venga qui linguisticamente ribadita attraverso una doppia espres-

    sione: “essendo i particolari infiniti e illimitati” (apeiron onton... kai aperioriston, que-

    st’ultimo di nuovo un hapax).

    7 II verbo saleuo indica sempre, in Sesto, una radicale messa in discussione, una for-

    ma di attacco che va alle fondamenta dell’oggetto in questione: per i passi cfr. Janáček

    2000, s.v..

    8 Cfr. e.g. Pappenheim 1881, p. 141, il quale pensa ad esempio a Schopenhauer (Mon-

    do,
    II, 9) o Trendelenburg (Elementa logices Aristotelae, Berlin 18747, § 34, p. 112): né l’u-

    no né l’altro menzionano il precedente sestano.

    9 von Savigny 1975, p. 280.

    10 Per la verità poco probabili e da ascrivere piuttosto alla mediazione di Bayle: cfr. an-

    cora ivi, p. 270, n. 2; Annas 2000.

    11 Cfr. al riguardo infra, pp. 64-65, per l’accenno alle critiche stoiche.

    12 Cfr. Hallie-Etheridge 1985, pp. 105-106, n. 4; Hankinson 1995, p. 211.

    13 Secondo alcuni interpreti a questo tipo di accusa sembra sfuggire una delle più note

    pagine aristoteliche sulla epagoge (an. pr., II, 23), dal momento che “possiamo interpreta-

    re ‘tutti i casi’ in due modi: o come un esame di ogni caso individuale che ricade sotto un

    certo predicato o come un esame di ogni specie separata che ricade sotto di esso. Aristote-

    le non ci dice esplicitamente che cosa ha in mente, ma il suo esempio biologico si adatta

    meglio alla seconda interpretazione (di conseguenza, sarebbe ogni specie priva di bile, non

    ogni animale individuale privo di bile, che dovremmo includere nella nostra rassegna, e

    questa non è una richiesta irragionevole” (Smith 1989, p. 221). Sulla questione cfr. anche

    Caujolle-Zaslawsky 1994, pp. 230-231.

    14 Cfr. 153, 30-32 H.=p. 3 Whittaker; sui problemi testuali e sull’ aggiunta analytikon

    di Prantl, accolta da Dillon 1993, cfr. il giudizio più cauto di Whittaker 1990, comm. ad

    loc.
    Cfr. anche Giusta 1986, pp. 177-178, sp. n. 60 e soprattutto Mansfeld 1992, pp. 125-

    131; avendo infine come oggetto primario di indagine il De divisione di Boezio (cfr. sp. 18,

    4ss.), Magee 1998 offre una discussione accurata di altre fonti che riportano divisiones ana-

    loghe, prima e dopo Porfirio: cfr. ivi, sp. pp. XLIVss.

    77



    15 Ross 1949, p. 483; per opportuni rinvii testuali cfr. Bayer 1997, p. 121 e n. 28.

    16 Ross 1949, p. 483; altri rinvii testuali ancora in Bayer 1997, p. 121, n. 27. Dillon 1993,

    p. 77 pensa che tale accezione possa derivare da un’interpretazione di Plat, polit. 278a-b; es-

    sa potrebbe forse essere accostata anche al cosiddetto «similarity-method» (cfr. Long-Sedley

    1987, v. 1, sp. p. 96: una sorta di naturale ‘estensione’ del primo tipo di induzione).

    17 Sulle molte ‘facce’ che la epagoge sembra assumere già in Aristotele, oltre alle ri-

    flessioni di Ross 1949, pp. 483-485, cfr. Bourgey 1955, pp. 58ss.; Brunschwig 1967, p.

    XXXII, n. 2; Hintikka 1980, il quale pare mirare a riconciliarle tutte e a mostrarne la reci-

    proca compatibilità. Per il dibattito sulla possibilità di individuare un significato di riferi-

    mento basilare dell’induzione aristotelica cfr. ora Bayer 1997, pp. 121-123.

    18 Si noti che physikai ennoiai è il termine preferito da Alcinoo “per le forme così come

    percepite dall’intelletto incarnato nella materia”: Dillon 1993, p. 77; sull’uso e il valore di

    quest’espressione cfr. anche Schrenk 1993, sp. p. 346, n. 13, nonché pp. 356-359 e ora Boys-

    Stones 2005, sp. pp. 216ss. Sul complesso tentativo operato da Alcinoo di assimilazione o

    integrazione di elementi di epistemologia non solo e non tanto stoica, quanto soprattutto ari-

    stotelica, sullo sfondo di una convinta ‘ortodossia’ platonica, utili indicazioni offre ancora

    una volta Schrenk 1993; più in generale cfr. anche Donini 1988 e il già citato Boys-Stones

    2005; per un ampliamento della prospettiva verso Plotino cfr. infine Chiaradonna 2006.

    19 Caujolle-Zaslawsky 1991, p. 518.

    20 Non tanto in polemica con il Peripato (come vorrebbe Brisson 1992, p. 3705, n. 395),

    quanto piuttosto, forse, riprendendone e adattandone alcune tesi (cfr. Caujolle-Zaslawsky

    1991, p. 520).

    21 Forse va corretto al plurale il tradito heautoi? Seguo in tal senso un suggerimento di

    Brisson 1992, p. 3705, n. 397.

    22 Per la cui interpretazione sono debitore, oltre che delle notazioni offerte dai De Lacy

    nella loro edizione (1978), soprattutto della fine analisi proposta da Sedley 1982. Per il di-

    battito che essa ha suscitato cfr. almeno Barnes 1988a e Long 1988.

    23 Per la risposta epicurea a tali contro-esempi, che prefigura un confronto di più am-

    pio respiro fra empirismo e razionalismo, cfr. ancora Sedley 1982, pp. 256ss.

    24 Ivi, p. 257.

    25 Esso, insomma - potremmo glossare a nostra volta - non è sullo stesso piano (per

    valore ontologico? per statuto logico? per entrambe le ragioni?) rispetto ai particolari. Su

    questa importante differenza e sul ruolo che essa gioca nella dottrina di Alessandro cfr.

    Tweedale 1984.

    26 II cui carattere parziale, limitato e la cui differenza dalla epagoge erano stati già con

    chiarezza sottolineati dallo stesso Aristotele (an. post., II, 24, 69al3-19: il brano solleva al-

    cuni problemi esegetici, sui quali mi limito a rinviare a Smith 1989, sp. pp. 222-223).

    27 L’intento di Alessandro è forse quello di rendere immediatamente evidente il risul-

    tato raggiungibile tramite induzione, quella pistis, che in più punti del corpus aristotelico

    viene fatta scaturire ek tes epagoges: per i passi cfr. l'Index del Bonitz, s. v. pistis; si veda

    anche l’occorrenza di piston in de caelo, I, 7, 276al4.

    28 86, 15-19: il nocchiero e l’auriga, cui vengono qui aggiunti lo stratega, il medico, il

    geometra, il musico, l’architetto.

    29 Cfr. e.g. an. post., II, 7, 92a34-b3? Su questa differenza insiste anche la testimonianza

    di Clemente Alessandrino (strom. VIII, 6, 90, 24-28), che, ponendo come punto di partenza

    della epagoge la sensazione o aisthesis e come suo punto d’approdo l’universale, ovvero to

    katholou,
    le attribuisce la capacità di mostrare non to ti esti, ma solo hoti estin e ouk estin.

    30 Cfr. ivi, 28ss. Più in generale su quelle che potremmo chiamare “le limitazioni del-

    l’induzione” nello stesso Aristotele cfr. ora Bayer 1997, pp. 130ss.

    78



    31 Mates 1996, p. 284.

    32 Cfr. epagogikos, sicuramente attestato in PH II 195 e 197 e forse da inserire in lacu-

    na in PH II196, dove troviamo anche l’espressione “per via induttiva” (kata ton epagogikon

    tropon).

    33 Cfr. anche Caujolle-Zaslawsky 1994, pp. 233-234. Molto critica nei confronti del-

    l’atteggiamento di Sesto rispetto alla logica peripatetica in generale, forse a lui nota solo

    per via manualistica, è Julia Annas, la cui conclusione sottolinea che egli “rivela solo una

    conoscenza superficiale e cerca senza successo di far entrare materiale aristotelico in un’ar-

    gomentazione scettica progettata per materiale stoico” (Annas 1992, p. 225). Cfr. anche

    Repici Cambiano 1981, p. 693.

    34 Cfr. e.g. an. post., Il, 19, 100b2-5; I, 18, 81a38-b9; cfr. anche, alla luce della funzio-

    ne dialettica dell’induzione, top., I, 2, 101a36-b4. Utili osservazioni in Weil 1975, pp. 95-

    96 e su II, 19, oltre ai comm. ad loc. di Ross 1949 e di Barnes 19942, la decisa, ‘originale’

    messa a punto complessiva di Bayer 1997. L’esempio della battaglia e dell’esercito in fu-

    ga, metafora del processo induttivo in 100a10ss., potrebbe far pensare a una genesi del ter-

    mine da ambito militare e tattico, dove esso era molto diffuso? Cfr. in tal senso Caujolle-

    Zaslawsky 1991, pp. 511-513.

    35 Si dovrebbe allora spostarne il floruit ancora più avanti rispetto alla cronologia tra-

    dizionale, che, come conclude Dal Pra (1975(2), p. 463), pone “il periodo centrale della vita

    di Sesto [...] fra il 180 ed il 220 d.C.”?

    36 Per confronto con la notizia che leggiamo in DL VIII 48=fr. 622 Hülser - la cui fon-

    te esplicita è Favorino - potremmo supporre che con tale etichetta anche Sesto intendesse

    alludere quanto meno a Pitagora (o forse meglio ad alcuni pitagorici, sulle cui tesi siamo

    fuggevolmente informati da un passo dei Placita pseudo-plutarchei : cfr. Dox. gr. 282, 18-

    28), poi soprattutto a Socrate e al suo circolo - dunque alla tradizione del platonismo -, in-

    fine ad Aristotele e agli stoici.

    37 Cfr. soprattutto PH I 180; II 194 e Deleva Caizzi 1992a, p. 290, n. 23.

    38 Così Mates 1996, p. 161.

    39 Cfr. M I 43, 97, 99, 123, 141 (bis), 170-171, 270; II 18, 52, 55; III 105.

    40 Oltre a PH II 205, cfr. PH II 247, 249, 255, contro i dialettici, su cui cfr. Ebert 1991,

    pp. 194-206; M VIII 87, 257, 406, 428, 435, 442, contro gli stoici (dubbi su tale differen-

    ziazione dialettici/stoici si possono tuttavia leggere in Atherton 1993, pp. 424ss.); per

    un’occorrenza ‘etica’ cfr. M XI 40.

    41 Cfr. Mansfeld 1986, pp. 365 e 371.

    42 Cfr. DL VII 44, 60-62 e le conclusioni di Mansfeld 1986, p. 367.

    43 DL VII 42 (= fr. 33 Hülser); su tale espressione cfr. anche Cic. Tusc. V, 72 (=fr. 78

    Hiilser) e Goldschmidt, 1985(4), p. 165.

    44 La prima cristallizzatasi in manuali di logica ispirati forse ad Antipatro e Archede-

    mo, impegnati a rielaborare, e se necessario ‘correggere’, dottrine di Crisippo; la seconda

    invece più antica, perché più vicina - e fedele - agli insegnamenti di quest’ultimo; ripro-

    pongo qui alcune delle conclusioni tratte da Mansfeld 1986, pp. 351-373 riguardo alla se-

    zione kata meros del resoconto laerziano; cfr. anche Atherton 1993, p. 63.

    45 Concorde al riguardo il giudizio dei commentatori sestani: cfr. Pappenheim 1881, p.

    143 e Annas-Bames 2000, p. 125, n. 311. Contra si vedano tuttavia le argomentazioni di

    Rieth 1933, pp. 38-39.

    46 Cfr. top. I, 5, 101b38; si noti tuttavia come in Sesto l’originaria voce verbale da se-

    maino
    venga sostituita dall’esplicativo delon, che trova corrispondenza nella parte perifra-

    stica del Commento di Alessandro di Afrodisia ai Topici (cfr. e.g. CAG II, 42, 22-27) e che

    79

    sembra essere invece accolto come genuinamente aristotelico in Schol. Dionys. Thr. p. 107,

    1 -2=fr. 627 Hülser.

    47 def. med. XIX, 348, 17ss. K. (def. l-6=fr. 624 Hülser): qui essa è significativamente

    accostata a una formulazione sicuramente stoica, anzi più esattamente di Antipatro: cfr. an-

    che subito infra.

    48 Accenno solo a un altro passo, che meriterebbe ben più ampia trattazione. Un’oppo-

    sizione fra definizione essenziale/definizione concettuale analoga, ma non perfettamente

    identica a quella attestata in PH II 212 compare in un passo di Porfirio conservato da Sim-

    plicio (in. cat., 213, 10-28=fr. 70 Smith). Benché il contesto in cui tale opposizione viene

    menzionata sia assolutamente peculiare (risposta porfiriana alle aporie orali di Plotino), an-

    che qui vengono distinti da una parte le definizioni essenziali (ousiodeis horoi), che sono

    in grado di insegnare l’essenza delle cose oggetto di definizione e su cui massimo è il di-

    saccordo fra diversi pensatori qualificati come hoi heterodoxoi, e dall’altra le definizioni

    concettuali (ennoematikoi horoi), che riguardano la qualità (peri tes poiotetos), si basano

    su ciò che è a tutti noto (prenozioni/prolepseis o nozioni comuni/koinai ennoiai, appunto)

    e su cui vige dunque accordo completo. Nonostante l’aggiunta di esempi riferibili anche a

    dottrine stoiche, mi pare che Porfirio voglia alludere in generale a tutti i possibili tipi di de-

    finizioni essenziali e concettuali e non esclusivamente a tesi stoiche: sulla questione cfr. an-

    che Mansfeld 1992, p. 79, n. 5.

    49 Così Long-Sedley 1987, v. 1, p. 194, con ulteriori rinvii testuali.

    50 A un’origine direttamente epicurea pensa invece Besnier 1994.

    51 Cfr. Epicuro, Ep. Hdt. 37; si veda anche l’espressione to protos hypotetagmenon in

    DL X 33.

    52 Cfr. ancora ivi e la testimonianza di Diogeniano, ap. Eus., praep. ev. IV 3, 6; si ve-

    da più in generale l’analisi puntuale di Striker 1996, pp. 37-42.

    53 Per altre testimonianze su queste due formule cfr. rispettivamente fr. 627 e forse, no-

    nostante l’imprecisione, fr. 625; nonché i frr. 621, 624, 626 Hülser. Cfr. inoltre la testimo-

    nianza di Alessandro di Afrodisia, il quale da una parte tende a sovrapporle, dall’altra sem-

    bra fraintendere la carica di ‘essenzialità’ attribuita dagli stoici a ciò che è peculiare o pro-

    prio (idion): si veda al riguardo il fr. 628 Hülser e infra, n. 64.

    54 Cfr. ancora Long-Sedley 1987, v. 1, p. 194.

    55 Un discorso a sé meriterebbe il problema dalla vicinanza concettuale riscontrabile

    fra lo horos com’è inteso da questi pensatori (“un discorso che ci induce, per mezzo di un

    rapido ricordo, al concetto delle cose che sottostanno alle espressioni”) e la nozione, sem-

    pre stoica, di hypographe (cfr. e.g. DL VII 60=fr. 621 Hülser). Utili osservazioni in propo-

    sito si possono intanto leggere in Besnier 1994, pp. 124ss.

    56 La presenza della seconda persona (“troverai’’/heureseis) dà un tono di vivace imme-

    diatezza all’argomentazione sestana, ma non so se consenta anche di formulare ipotesi cogenti

    sulla sua provenienza. In altri termini, Sesto potrebbe in questo caso riprodurre fedelmente

    concreti scambi dialettici o addirittura il vivo di una ‘lezione’ che lo aveva visto impegnato in

    prima persona. A meno che non si voglia sottoscrivere il ritratto che molti ne danno di copi-

    sta (ebete?), che ripete passivamente e meccanicamente le parole presenti nella sua fonte.

    57 L’uso dell'hapax mataioponia (che potremmo rendere con “vano sforzo”, PH II 206)

    fa il paio con l’espressione verbale da mochtheo usata in PH II 204 (su cui cfr. supra, n. 5) e

    forse serve a far comprendere sin dall’inizio la sostanziale analogia fra una delle critiche

    avanzate contro l’induzione e una delle obiezioni rivolte alla presunta forza delle definizioni.

    58 Esso sembra inoltre presentare un’analogia di struttura con alcune critiche di parte epi-

    curea conservate nel fr. 258 Us.; cfr. in proposito le osservazioni di Besnier 1994, pp. 126-127.

    80



    59 Cfr. e.g. Plut., fr. 215f Sandbach, in cui vengono confutate le dottrine dell’intuizio-

    ne potenziale, delle concezioni naturali o delle prenozioni, storicamente avanzate nell’or-

    dine da peripatetici, stoici ed epicurei per controbattere il noto paradosso del Menone (80d-

    e); sulla questione cfr. anche Long-Sedley 1987, v. 1, p. 89.

    60 Cfr. Atherton 1993, pp. 62-63; si potrebbe pensare, in alternativa, che si tratti della

    ritraduzione in termini stoici di questioni sollevate in generale contro la forza degli horoi.

    61 Si noti come anche in questo caso possano esser chiamati in causa passi paralleli di

    dottrina stoica: cfr. ad es. Agost. de civ. Dei, VIII, 7=fr. 347 Hülser.

    62 Cfr. PH III 268; MXl 242 e I 38; per un primo commento cfr. Spinelli 1995, pp. 393-

    394; Bett 1997, sp. pp. 243-248 (con un tentativo di parallelo rispetto al sopracitato para-

    dosso del Menone); Glidden 1994; infine Atherton 1993, p. 430 e n.

    63 Si potrebbe pensare che si tratti di tesi stoiche per confronto con Μ XI 8-13 (=fr. 629

    Hülser): qui, infatti, sullo sfondo di un’equivalenza non linguistico-sintattica, ma di strut-

    tura logica fra definizione, universale (su cui cfr. anche Cic. Luc. 21) e divisione perfetta,

    viene esplicitamente attribuita a Crisippo la convinzione secondo cui “non solo l’universa-

    le è comprensivo di tutte le cose particolari, ma anche la definizione si estende a tutte le

    specie dell’oggetto dato, come ad es. quella dell’uomo a tutti gli uomini secondo la specie,

    quella del cavallo a tutti i cavalli. Se poi viene introdotto anche un solo caso falso, l’uno e

    l’altra, sia l’universale sia la definizione, divengono falsi”. Sulla questione mi limito a rin-

    viare a Spinelli 1995, pp. 151ss. e Bett 1997, pp. 53-56.

    64 Quest’ultimo contro-esempio, in particolare, sembra avere un ‘colore’ peripatetico,

    poiché individua la non validità della definizione nel fatto che essa si limita a enunciare un

    ‘proprio’ (cfr. e.g. Arist., top. I, 5, 102al8-21), non l’essenza individuale oggettiva o per-

    fezione di uomo. Una critica analoga viene avanzata da Alessandro di Afrodisia nel suo

    Commento ai Topici (43, 2-8) contro una definizione (“uomo=animale che ride”), che ai

    suoi occhi esemplifica la tesi stoica dello horos come restituzione del proprio o idiou apo-

    dosis;
    sul probabile fraintendimento che opera dietro tale obiezione di Alessandro cfr. in

    ogni caso Long-Sedley 1987, v. 1, p. 194: idion pare infatti indicare per lui non l’essenza

    stoica, ma il proprio aristotelico (cfr. e.g. il quarto dei significati di idion individuato da

    Porfirio nella sua Isagoge: CAG IV, 1, 12, 17-20).

    65 È una strategia cui egli aveva fatto ricorso già nel primo libro dei Lineamenti pirro-

    niani
    (PH I 62-78), nel lungo excursus antistoico dedicato all’ironica esaltazione delle qua-

    lità del cane: cfr. al riguardo supra, cap. II, sp. p. 35.

    66 Per un altro gustoso caso di ridicolizzazione del tecnicismo definitorio cfr. anche

    Cic., div. II, 64, 133 e per alcuni rinvii testuali e bibliografici Pease 1963, pp. 561-562 e

    Schäublin 1991, p. 390.

    67 E per questa ragione che credo non vi sia alcun bisogno di correggere il tradito apha-

    sian
    in asapheian, come proponeva dubitativamente in apparato Mutschmann, seguito ora

    da Annas-Barnes 2000, p. 125, n. av e da Pellegrin 1997, p. 323, n. 1.

    68 Si noti tuttavia fin d’ora che le specie chiamate in causa nella satirica scenetta co-

    struita da Sesto in PH II 211 - uomo, cavallo, cane - sembrano costituire esempi standar-

    dizzati nella trattazione medioplatonica della scala entis: cfr. e.g. Sen. ep. 58, 9 e soprat-

    tutto Mansfeld 1992, pp. 85ss.

    69 Qui e in seguito le traduzioni dell’Anonimo sono tratte da Bastianini-Sedley 1995. Cfr.

    inoltre Annas-Bames 2000, p. 125, n. 308; sulla presenza del nome proprio ‘Socrate’, rite-

    nuta fuorviante da Sedley (Bastianini-Sedley 1995, p. 512), cfr. infine Besnier 1994, p. 122.

    70 Un lavoro già minuziosamente compiuto, del resto, da DeDurand in un importante

    articolo del 1973.

    81



    71 Sottolinea invece con forza la centralità della componente peripatetica Pappenheim

    1881, p. 143, alle cui conclusioni possono essere accostate quelle della Repici Cambiano

    1981, pp. 693-694, n. 12; cfr. anche Annas-Bames 2000, p. 74, n. 39.

    72 Cfr. in tale direzione l’ipotesi di Telfer, che pensa ad Ammonio, cit. in DeDurand

    1973, p. 333 e soprattutto la presenza della definizione lunga nella Isagoge di Porfirio

    (CAG IV 1, 15, 5-6) e nel suo Commento alle Categorie (ivi, 60, 1, 21). Si noti comunque

    che DeDurand, seguendo le conclusioni di Hirzel e Witt, sembra propendere piuttosto per

    la paternità di Antioco, che avrebbe così realizzato una consapevole operazione di ecletti-

    smo filosofico: cfr. DeDurand 1973, sp. pp. 341-344.

    73 Col. ΧΧIII, 5-12: il fatto che Sesto taccia di questa replica lascia supporre o che egli

    non ritenga rilevante menzionare la posizione medioplatonica difesa dall’Anonimo commen-

    tatore in questo specifico punto della sua trattazione, ma accenni poi a essa altrove, ad esem-

    pio, come vedremo subito, in M VII 269; oppure che egli semplicemente la ignori del tutto.

    74 Qui indicata da anaploo, altrove da verbi dal significato equivalente come anaptys-

    so
    e diarthroo: cfr. col. XLVII, 42-45. Si noti comunque che tale interpretazione del pro-

    cedimento definitorio viene attribuita anche a pensatori stoici, da Crisippo (cfr. DL VII 199:

    qualche dubbio al riguardo si legge in Long-Sedley 1987, v. 2, p. 196) a Epitteto: per ulte-

    riori riferimenti testuali cfr. Bastianini-Sedley 1995, p. 535. Sul meccanismo di esplicazio-

    ne, sistematizzazione e adattamento ai casi particolari delle prenozioni o nozioni comuni

    utili osservazioni offre Goldschmidt 1985(4), pp. 161-165.

    75 Cfr. DeDurand 1973, p. 336, η. 44.

    76 Cfr. 415a; si veda anche DL VI 40. Si potrebbe pensare anche a spunti presenti in al-

    cuni dialoghi tardi di Platone: cfr. al riguardo Mansfeld 1992, p. 81.

    77 Stando almeno alla sopracitata definizione di uomo accettata come genuinamente

    platonica da Sesto (o forse dalla fonte che a lui l’ha trasmessa in modo distorto? Cfr. per

    questa ipotesi DeDurand 1973, p. 338).

    78 Per i rinvii testuali a passi tratti da Quintiliano, Porfirio, Clemente Alessandrino,

    Giovanni Damasceno, Marziano Capella cfr. Mansfeld 1992, p. 82, n. 13, il quale suppone

    anche che “la fonte ultima sia a quanto pare Arist. de part. an. Γ 10. 673a8”.

    79 O piuttosto stoico (?), se prestiamo fede al passo del Commento ai Topici di Ales-

    sandro di Afrodisia citato supra, n. 64, che andrebbe aggiunto ai rinvii di Mansfeld.

    80 Come sembra confermare il fatto che gelastikon è un hapax nella sua prosa.

    81 E di cui resta traccia nel de definitionibus di Mario Vittorino, piccolo trattato che ar-

    riva a contare ben quindici tipi diversi di definizione, probabilmente sulla scorta di una pre-

    cedente analisi, altrettanto capillare, di Porfirio, come ha ipotizzato Hadot 1971, p. 177.

    Ringrazio Julia Annas, Richard Bett, Bruno Centrone, Riccardo Chiaradonna, Tiziano

    Dorandi, Gabriele Giannantoni (che qui ricordo con commozione), David Sedley, che han-

    no avuto la pazienza di leggere una prima versione di questo contributo, offrendo utili

    commenti. Un grazie sincero va anche a Bernard Besnier e Carlos Lévy, che mi hanno for-

    nito utili indicazioni e suggerimenti nel corso della discussione seguita alla presentazione

    orale di questo lavoro, avvenuta il 3 maggio 1997 a Parigi nell’ambito del «Seminario di

    filosofia ellenistica e romana», organizzato dallo stesso Lévy; e a Walter Cavini, con il

    quale ho avuto modo di discutere una successiva versione in occasione di un Seminario te-

    nutosi il 25 marzo 1998 presso la cattedra di Storia della Filosofia Antica - Dipartimento

    di Filosofia, Università degli Studi di Bologna.



    Emidio Spinelli . :

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