Questioni scettiche. Letture introduttive al pirronismo antico

AGORA Project

Questioni scettiche. Letture introduttive al pirronismo antico

82



Capitolo quarto

NON SCIRE PER CAUSAS…



1. In modo forse inizialmente inconsapevole e poi via via, a partire da

Platone e Aristotele, con una coscienza sempre più chiara del problema,

si può dire che i filosofi antichi non abbiano mai cessato di cercare una

spiegazione o un insieme di spiegazioni, in grado di rendere conto della

struttura della realtà attraverso l’individuazione di quelle cause profonde,

che sole renderebbero conto della regolarità di processi finalmente sotto-

posti a controllo e addirittura inseribili in una catena coerente di predi-

zioni proiettate verso il futuro. Scire per causas: questo potrebbe essere

lo slogan riassuntivo di un simile sforzo interpretativo, indirizzato a spie-

gare come stanno e come funzionano le cose nel mondo. Si tratta di uno

sforzo che pone al centro dell’attenzione quel concetto di causa, che an-

cora oggi continua a costituire un punto di riferimento ineliminabile dei

dibattiti epistemologici e che mette immediatamente in gioco una serie di

altre nozioni, proprie di ambiti disciplinari fra loro diversi, talora anche

conflittuali.

Per render conto della complessità concettuale di tale questione, pos-

siamo ad esempio aprire la pagina introduttiva di un utilissimo volume

della serie degli 'Oxford Readings in Philosophy'; qui i curatori (Ernest

Sosa e Michael Tooley), nel presentare una ricca antologia di articoli di

autori di primo piano, fra cui Mackie, Davidson, Anscombe, von Wright,

Salmon, David Lewis, scrivono testualmente:

"causazione, condizionali, spiegazione, conferma, disposizioni e leggi for-

mano un intreccio di argomenti strettamente correlati nell’ambito della metafi-

sica, della filosofia del linguaggio e della filosofia della scienza. In aggiunta, la

causazione gioca un ruolo importante in connessione con molti problemi in al-

tre aree filosofiche, soprattutto quelle della filosofia della mente e dell’episte-

mologia"1.

Analizzare in dettaglio un simile intreccio - magari anche solo all’in-

terno del mondo antico, rispetto al quale sarebbero in ogni caso necessarie

connessioni ancora più ampie, con concetti quali quelli di azione, respon-

83

sabilità, scopo, senso, tipici delle conseguenze etiche della dottrina delle

cause - esula dallo scopo di questo contributo2. Anziché inseguire mete

così ampie e articolate, ho preferito piuttosto perseguire un obiettivo più

limitato. Ecco perché mi concentrerò unicamente su alcuni momenti della

lunga battaglia condotta dal neo-pirronismo antico contro la pretesa dog-

matica di fornire spiegazioni causali soddisfacenti e rigorose, nella spe-

ranza, però, di poter quanto meno sfiorare alcuni temi importanti di teoria

della conoscenza, anche nei punti di contatto che essi possono vantare ri-

spetto alla riflessione epistemologica contemporanea.



2. I testi a nostra disposizione impongono la prima, inevitabile strozza-

tura a qualsiasi indagine sull’attacco scettico allo scire per causas. Non ab-

biamo infatti frammenti o testimonianze relativi al movimento filosofico

scettico, che riferiscano di un interesse per un simile attacco prima del I

sec. a.C.: non nei presunti ‘precursori’ dell’attitudine scettica, come ad

esempio Senofane; né nell’altrettanto presunto fondatore dell’indirizzo pir-

roniano, ovvero Pirrone, o nel suo entusiasta ‘araldo’ Timone; né, infine,

nella tendenza scettica inaugurata all’interno dell’Accademia da Arcesilao.

Certo, un discorso a sé meriterebbero le obiezioni di Carneade, conservate

nel de fato di Cicerone, contro la complessa dottrina delle cause elaborata

da Crisippo. Benché esse introducano a questioni filosoficamente rilevanti



anche per le implicazioni che hanno, contro ogni pretesa deterministica,

sul piano dell’esatta individuazione dello spazio riconoscibile alla libertà

dell’agente in campo morale - non posso e non voglio occuparmene in

questa sede3, visto che l’obiettivo dichiarato è quello di esaminare i con-

torni della battaglia anti-causale esclusivamente in ambito pirroniano, anzi

meglio neo-pirroniano.

Fortunatamente questo obiettivo si rivela del tutto praticabile. Non

mancano infatti testimonianze sulle critiche contro l’uso di spiegazioni

causali relative proprio al ‘rifondatore’ del pirronismo antico: Enesidemo.

Il testimone privilegiato, in questo caso, è per noi Sesto Empirico, che ri-

porta - con evidente intento ‘ipotipotico’, a mo’ di schizzo, ma anche con

una certa ricchezza di particolari - i modi o ‘tropi’, se si preferisce i tipi di

argomentazione, per l’esattezza otto, elaborati da Enesidemo ‘contro gli

aitiologisti’. Analizziamo allora in dettaglio questa testimonianza (PH I

180-186), cercando di far emergere contemporaneamente sia il nucleo es-

senziale della posizione enesidemea sia la particolare attitudine di Sesto

nei confronti del suo predecessore.

84

Da quest’ultimo punto di vista possiamo dire subito che il modo in cui

Sesto introduce gli otto tropi sembra confermare la relazione dialettica di

‘contiguità e distanza’ che egli intrattiene rispetto a Enesidemo. Da una

parte, infatti, nei paragrafi che precedono quelli che stiamo esaminando,

vengono presentati, a lungo e con dovizia di particolari, i dieci tropi della

sospensione del giudizio (in PH I 36-163: cfr. al riguardo supra, cap. II), i

cinque (di Agrippa, aggiungiamo) in PH I 164-177, i due ‘riassuntivi’ in

PH I 178-179 (da “noi” trasmessi, sottolinea Sesto). A questi, d’altra par-

te, “alcuni”4 - seti. Enesidemo, come veniamo a scoprire immediatamen-

te - hanno aggiunto/affiancato altri modi di portata più ristretta. Anche

questi ultimi, comunque, sono (da “noi”, ribadisce Sesto) ugualmente uti-

lizzabili. Essi agiscono contro la superbia dogmatica, soprattutto nel cam-

po ben definito delle presunte spiegazioni scientifiche particolari, proprie

della loro physiologia.5

Mostrare l’infondatezza (l’aggettivo usato da Sesto è infatti mochte-

ros
), la non giustificabilità delle singole aitiologiai, piuttosto che la loro

falsità: è questo l’intento circoscritto perseguito da Enesidemo con i suoi

otto tropi. Esso non va confuso con, o semplicemente sovrapposto a, un al-

tro tipo di attacco, molto più radicale, che la tradizione pirroniana aveva

sollevato contro il concetto di causa, contro la possibilità stessa di consi-

derare qualcosa causa di qualcos’altro: è quello di cui ci occuperemo fra

poco, analizzando in particolare il passo conservato in PH III 13-29 (e al-

tre testimonianze a esso collegate o collegabili). Una cosa possiamo co-

munque dirla sin d’ora. L’analisi comparata delle due trattazioni anticau-

sali appena menzionate mostra un Sesto molto più interessato alla demoli-

zione radicale che alle specifiche argomentazioni enesidemee, le quali

paiono menzionate soprattutto per una sorta di scrupolo di ‘completezza

bibliografica’. Ciononostante il resoconto sestano risulta apprezzabile sul

piano storiografico, se non altro perché, seppure in parafrasi, conserva ter-

minologia tecnica di Enesidemo6.

Il valore subordinato o meramente collaterale riconosciuto da Sesto

agli otto tropi, non armonicamente ‘cuciti’ rispetto alla trattazione prece-

dente, si manifesta anche nel tentativo che egli compie in PH I 185-186 di

mostrare come al raggiungimento del medesimo scopo potrebbero “forse”

bastare i cinque tropi di Agrippa7. Ammesso infatti che i dogmatici avan-

zino una determinata spiegazione causale (C), essi verranno a trovarsi co-

munque intrappolati nella rete di Agrippa, per ragioni che possono per co-

modità essere ricapitolate nel seguente schema:

85



La confutazione enesidemea delle aitiologiai dogmatiche, forse parte

integrante di un più ampio attacco contro i dogmata che i filosofi ‘positi-

vi’ avevano elaborato per spiegare ciò che è non-evidente, era probabil-

86

mente contenuta nel quinto libro dei suoi Discorsi pirroniani8. La parafra-

si che ne offre Sesto, non accennando in alcun punto alla eventualità di di-

versi o più numerosi elenchi, rispetta probabilmente sia il numero, sia l’or-

dine originari, registrando perfino l’accenno a un possibile uso polemico

‘misto’ degli otto tropi (cfr. PH I 185).

Di questi ultimi è opportuno offrire ora un resoconto, il più possibile li-

neare e ordinato.

  • 1. Il primo tropo combatte la convinzione dogmatica secondo cui una

    determinata causa non manifesta (C) sarebbe confermata da osservazioni

    relative a ciò che appare (A). Il disaccordo che regna fra i dogmatici sma-

    schera l’infondatezza di tale pretesa. Non esiste infatti alcuna A che possa

    essere considerata quale concorde conferma di C.
  • Due diverse notazioni possono essere aggiunte a commento di questo

    tropo. La prima è di carattere terminologico: il vocabolo greco che corri-

    sponde a “conferma”, epimartyresis, è sicuramente tratto dal lessico tecni-

    co della scuola epicurea, alla cui prosa e al cui armamentario concettuale

    Enesidemo più volte ricorre - ovviamente piegandoli ai propri intenti po-

    lemici, come vedremo anche oltre - nell’elaborazione degli otto tropi9.

    La seconda osservazione, di più ampia portata storico-filosofica, si fon-

    da sull’accostamento, proposto da alcuni interpreti, fra l’obiezione enesi-

    demea e la tesi di Quine (e Duhem), che sottolinea il carattere sottodi-

    mensionato delle teorie rispetto ai dati da spiegare. Anche Enesidemo, in-

    fatti, pare convinto che “qualsiasi insieme di dati possa essere organizzato

    e spiegato da almeno due (e di fatto da infinitamente molte) teorie diverse

    e incompatibili”10.

  • 2. La convinzione appena enunciata costituisce la migliore introduzio-

    ne alla comprensione dell’esatto ambito di riferimento del secondo tropo

    anticausale. Di fronte a un determinato oggetto x (aggiungerei: non-evi-

    dente), passibile di una molteplicità indefinita di spiegazioni tutte ugual-

    mente persuasive e valide, i dogmatici insistono spesso nel richiamarsi a

    un’unica causa11.
  • Ancora una volta occorre rilevare come il ricorso alle spiegazioni mul-

    tiple fosse parte integrante della filosofia di Epicuro. Egli lo sfruttava so-

    prattutto per evitare ogni caduta nel mitologismo eziologico, limitandone

    l’applicazione al campo di ta meteora12. Diverso appare invece il caratte-

    re specifico dell’obiezione di Enesidemo. Egli sembra infatti presupporre

    la possibilità che le spiegazioni multiple valgano indistintamente per qual-

    siasi oggetto e dunque suggerire la necessità di non preferirne alcuna, non

    potendo noi stabilire quale di esse sia vera13. L’attacco di Enesidemo sem-

    87

    bra in ogni caso colpire indifferentemente sia quei dogmatici che di fatto

    optano per una soluzione unica, compiendo così una scelta arbitraria, assi-

    milabile all’assunzione ingiustificata di un’ipotesi contro cui far valere il

    quarto tropo di Agrippa; sia quelli che stabiliscono solo in linea di princi-

    pio
    la preferibilità di una causa rispetto alle altre.

  • 3. Il terzo tropo è probabilmente rivolto in modo specifico contro le

    dottrine atomistiche, che infatti offrono spiegazioni di singoli fatti o even-

    ti del tutto ordinati ricorrendo a cause ultime prive di ordine14. La polemi-

    ca ha forse radici più antiche e mira a ribadire che spiegare fatti fra loro

    distinti non implica automaticamente dar conto della loro connessione in

    un tutto ordinato15.
  • 4. Il quarto tropo sembra essere “niente di più che un caso speciale del

    secondo tropo”16. Se infatti il problema di partenza è quello di offrire una

    soluzione per comprendere il mondo delle cose non manifeste e le sue ca-

    ratteristiche, resta sempre aperta la possibilità di ricorrere quanto meno a

    due spiegazioni alternative:
  • a. potremmo infatti ipotizzare, per estensione analogica, che in esso tut-

    to accada o si formi allo stesso modo “in cui accadono le cose che ap-

    paiono”;
  • b. forse potremmo tuttavia anche supporre che in esso tutto accada o si

    formi non allo stesso modo “in cui accadono le cose che appaiono”, ma di-

    versamente17.


  • I dogmatici optano precipitosamente per (a). Anche in questa occasio-

    ne l’allusione potrebbe essere ad alcune tesi atomistiche, che attribuisco-

    no ai componenti ultimi del reale proprietà - ad es. resistenza, peso, soli-

    dità - registrabili solo a proposito delle cose manifeste. Enesidemo, inve-

    ce, si limita a proporre l’equipollenza delle due possibili soluzioni (a) e

    (b). Egli sembra quasi voler mettere in guardia contro qualsiasi ingiustifi-

    cato oltrepassamento dell’orizzonte della nostra esperienza; o, con termi-

    nologia più tecnica, negare qualsiasi indebito passaggio inferenziale dal

    mondo fenomenico a quello delle cose non evidenti. Il bersaglio pare dun-

    que essere un’attitudine epistemologica tipica non solo della dottrina ato-

    mistica, ma anche dello stoicismo, nonché della medicina razionalistica18.

    Gli ultimi quattro tropi sembrano implicarsi a vicenda. Il tipo di obie-

    zioni che essi - insieme al terzo tropo - sollevano sembra essere inoltre più

    moderato, soprattutto in confronto con i tropi 1, 2 e 4, al punto che li si può

    etichettare come scettici “solo nel più povero dei sensi”19.



    5. Il quinto tropo sembra partire dalla concessione secondo cui si pos-

    sono individuare metodi comuni per i procedimenti scientifici20. Nono-

    stante questo possibile punto d’accordo, che dovrebbe essere garanzia di

    88

    reciproco e affidabile controllo, ogni scuola dogmatica resta acriticamen-

    te fedele alle proprie ipotesi e di conseguenza preferisce servirsi di cause

    esplicative unicamente in accordo con esse.



    6. Il sesto tropo insiste su un ‘vizio’ tipico21 di molte teorie scientifiche.

    Esse, pur di non mettere in discussione i propri fondamenti euristici, con-

    tinuano ad accogliere solo quei fatti che parlano a favore delle proprie ipo-

    tesi di partenza, ignorandone altri, pur se dotati di pari plausibilità (o

    pithanotes).



    7. Il settimo modo estende il raggio d’azione del sesto, evidenziando un

    errore spesso (ma dunque, implicitamente, non sempre) commesso dai

    dogmatici. Essi ricorrono a cause la cui inaffidabilità è legata al contrasto

    o incompatibilità che esse rivelano non solo rispetto alle cose manifeste,

    ma anche alle stesse ipotesi di partenza che dovrebbero far loro da fonda-

    mento ultimo.



    8. La debolezza individuata dall’ottavo e ultimo tropo risiede nella pre-

    tesa dogmatica di offrire per fatti o eventi che sono oggetto di dubbio o che

    ancora sottostanno all’indagine spiegazioni altrettanto incerte o ancora da

    indagare22. Insomma, l’attacco enesidemeo si chiude con un netto rifiuto

    di qualsiasi tentativo di chiarire obscurum per obscurius.



    3. Se passiamo a esaminare le linee di fondo dell’attacco che Sesto

    muove al concetto di causa in generale, possiamo dire subito che esso non

    appare relegato in una sorta di appendice, come accadeva a quanto pare nel

    caso degli otto tropi enesidemei, aggiunti quasi solo per amore di comple-

    tezza. Al contrario, le obiezioni anticausali si inseriscono in un piano com-

    positivo coerente, di cui vale la pena forse individuare i tratti essenziali.

    Tali obiezioni, infatti, si trovano nei paragrafi iniziali della prima parte del

    terzo libro dei Lineamenti pirroniani, dedicata all’esame critico delle dot-

    trine fisiche avanzate dai dogmatici. La trattazione risponde anche in que-

    sto caso sin dall’inizio alle esigenze di brevità richiamate già nei paragra-

    fi iniziali dello scritto (cfr. PH I 4). Sesto aggiunge tuttavia una precisa-

    zione importante: verranno attaccate le tesi di fondo che sorreggono la fi-

    sica dogmatica, non le dottrine specifiche che la caratterizzano, secondo

    un metodo che era stato già introdotto in precedenza23.

    Coerentemente con questa impostazione del problema viene scelto co-

    me primo tema quello legato alla determinazione dei principi (archai) del-

    la realtà, che la dossografia antica tendeva a presentare come oggetto spe-

    cifico delle indagini fisiologiche fin dalla cosiddetta Scuola di Mileto24.

    Per semplificare ulteriormente l’argomento da trattare, Sesto accoglie

    quindi una secca bipartizione dei principi stessi in materiali/attivi, che vie-

    89

    ne ricondotta all’accordo di un’anonima maggioranza di pensatori (PH III

    2: para tois pleistois). Dal confronto con il passo parallelo del Contro i fi-

    sici
    veniamo a sapere qualcosa in più, ovvero che essa era stata proposta

    da coloro che più accuratamente si erano occupati di fisica, anzi ancora più

    esattamente dai migliori fra di loro (cfr. rispettivamente M IX 4 e 12). Ben-

    ché la bipartizione in sé sia una sorta di luogo comune, largamente diffu-

    so e di cui possiamo ricostruire la presenza già in Platone e Aristotele25, è

    innegabile che essa fu particolarmente sfruttata in ambito stoico26.

    Dovendo iniziare la sua confutazione Sesto sceglie di occuparsi dei

    principi attivi (drastikai)21, il cui peso specifico, in fisica, è maggiore e che

    dunque rispondono meglio alla sua esigenza di demolire le fondamenta di

    tale disciplina.

    Nell’impostare l’esame polemico della questione Sesto si lascia guida-

    re dalla opinio communis e ferma la propria indagine su quanto di più at-

    tivo o produttivo si possa immaginare: la divinità28. La batteria incrociata

    delle sue obiezioni porta a concludere che l’esistenza del supremo princi-

    pio causale, oltre a non poter essere colta in modo evidente e fenomenica-

    mente diretto, non può essere dimostrata neppure indirettamente, ovvero a

    partire da ciò che essa dovrebbe operare o portare a compimento29.







    3.1 È a questo punto (PH III 13), che Sesto, dopo aver ironicamente

    sottolineato come l’incapacità dogmatica a produrre contro-argomentazio-

    ni davvero efficaci rispetto alle obiezioni scettiche rischi di trasformarsi

    solo in sterile invettiva30, offre un’ulteriore restrizione di campo per la sua

    polemica. La trattazione sarà infatti circoscritta - in modo più generale

    (koinoteron) - all’accezione di “causa attiva”31. La promessa di affrontare

    la questione seguendo uno schema consolidato, che prevede prima l’esa-

    me del concetto (epinoia o ennoia) dell’oggetto di indagine, seguendo le

    affermazioni degli stessi dogmatici e poi quello della sua essenza o sussi-

    stenza (ousia/hypostasis), non pare tuttavia mantenuta. Sesto, infatti arti-

    cola il suo attacco in modo alquanto confuso: prima chiama in causa la

    diaphonia dogmatica in merito alla determinazione sia del concetto32 sia

    dell’esistenza reale di una causa; poi cita, quasi di sfuggita e senza ulte-

    riori specificazioni, le opposte tesi sull’essenza, corporea o incorporea,

    dello aition;33 infine fornisce la definizione concettuale generale da cui

    propriamente sarebbe dovuto partire.



    Stando all’espressione che la introduce (koinoteron kat’autous), tale defi-

    nizione viene presentata come una sorta di ricapitolazione generale valida

    per tutti i dogmatici34: causa è “ciò a causa del cui agire si genera l’effetto”35.

    L’insistenza sul di’ho ha fatto pensare a una sorta di calco della nozio-

    ne stoica di causa36, propria già di Zenone e di Crisippo secondo quanto

    90

    testimonia un passo di Stobeo (SVF I 89 e II 336=Long-Sedley 55 A). Mi

    sembra tuttavia opportuno aggiungere, con Barnes, che siamo qui di fron-

    te a una sorta di ‘santificazione’ stoica di un luogo comune37. Quello che

    comunque appare innegabile e che è stato ragionevolmente sottolineato,

    con dovizia di confronti testuali, è “che la nozione di causa all’epoca di

    Sesto era cambiata in modo tale da essere ristretta a realtà che possono fa-

    re una qualche cosa o un’altra e così esser causa di qualcosa”. Si tratta -

    in questo caso sì - di un cambiamento avvenuto soprattutto sotto l’influs-

    so degli stoici: per loro, infatti, “una causa è un corpo che fa una qualche

    cosa o un’altra e nel far questo determina che un altro corpo sia affetto in

    modo tale che qualcosa divenga vero di esso”38. Proprio il carattere triadi-

    co di un simile modo di intendere la causalità, del resto, sembra emergere

    dal passo successivo dell’esposizione di Sesto. Egli, infatti, forte di una de-

    finizione di partenza comune - o meglio: ormai comunemente condivisa39



    - ha buon gioco nel mostrare come subito si riproponga la diaphonia in

    campo dogmatico in merito sia all’individuazione esatta della causa, che

    oscilla a quanto pare fra un oggetto (il sole) e una sua proprietà (il suo ca-

    lore), sia in merito agli effetti che dalla causa derivano. Alcuni infatti ri-

    tengono che essa sia causa degli appellativi (sole ‘scioglimento’ della

    cera), altri dei predicati (sole ‘sciogliersi’ della cera). Il confronto con

    altre fonti consente di attribuire la prima posizione a pensatori legati ad

    Aristotele, la seconda a filosofi stoici (in particolare Cleante e Archede-

    mo)40. Benché si tratti di una disputa ricca di implicazioni importanti sul

    piano linguistico e ontologico, essa merita solo una fuggevole menzione e

    sembra dunque rappresentare agli occhi di Sesto - che negli esempi ad-

    dotti in PH sembra privilegiare la considerazione dell’effetto quale “ap-

    pellativo” - qualcosa di “decisamente triviale”, probabilmente “non cen-

    trale per il suo scopo polemico”41.

    Seguendo di nuovo uno scrupolo di completezza tassonomica, più che

    un reale e profondo interesse filosofico, Sesto registra in PH III 15 la se-

    guente partizione del concetto generale di causa42, intesa come efficiente

    di’ho e nel suo rapporto di simultaneità con l’effetto:

  • a. alcune cause sono costitutive (synektika); b. altre cooperanti (synai-

    tia
    ); c. altre infine ausiliarie (synerga)43.
  • La suddivisione viene posta sotto l’autorità anonima di hoi pleious. Di

    chi si tratta?

    Volendo seguire con fedeltà assoluta le indicazioni che ci dà Seneca do-

    vremmo escludere immediatamente proprio gli stoici, i quali, a differenza

    di Platone e di Aristotele, evitano qualsiasi proliferazione di cause, qual-

    siasi turba causarum, limitandosi a porre la capacità di causazione tutta e

    91

    unicamente nel principio attivo (id quod facit), nella ratio scilicet faciens,

    id est deus; ista enim quaecumque rettulistis non sunt multae et singulae

    causae, sed ex una pendent, ex ea quae facit
    44.

    Stando a quanto ci dicono altre fonti, però, i primi responsabili della

    moltiplicazione delle cause - della produzione di uno smenos aition, come

    dice Alessandro di Afrodisia (cfr. SVF II 945) - sembrano essere per l’ap-

    punto gli stoici. Ad alcuni di loro (ovvero, quanto meno, a Posidonio) so-

    no state ricondotte non solo una più generale propensione (di colore peri-

    pateticheggiante) allo aitiologein45, ma anche bipartizioni, tripartizioni e

    quadripartizioni nella discussione dei differenti tipi di cause. In particola-

    re è Plutarco (SVF II 997) a informarci di una distinzione posta da Crisip-

    po fra due tipi di cause: quella perfetta (o autoteles) e quella semplice-

    mente iniziale/antecedente (o prokatarktike). Nel senso della medesima bi-

    partizione sembrano pronunciarsi sia la testimonianza di Gellio, priva tut-

    tavia di qualsiasi sottile differenziazione terminologica rispetto al funzio-

    namento del meccanismo causale (cfr. SVF II 1000), sia quella, la più an-

    tica al riguardo e quella quantitativamente più estesa, del de fato di Cice-

    rone (cfr. SVF II 974)46.

    Se prescindiamo dai testi appena ricordati, nessun’altra fonte attribui-

    sce esplicitamente agli stoici la paternità di ulteriori, più complesse distin-

    zioni fra vari tipi di cause47. Abbiamo tuttavia una testimonianza di Gale-

    no, nell’operetta de causis contentiuis, che riconosce agli stoici il primato

    di ‘inventori’ del termine di causa contentiua o coniuncta (ovvero, nella

    retro-traduzione greca, di aition synektikon). Essa va intesa come la ten-

    sione o forza fisica esercitata dal pneuma per tenere insieme o mantenere

    nel loro stato tutti gli elementi del reale48. Si tratta dunque di una causa -

    identica all' unico pneuma, che tutto permea di sé. Per influsso stoico, co-

    me ci informa ancora Galeno, essa entra a far parte di una più ampia e

    complessa classificazione proposta dal ‘promotore’ della scuola medica

    pneumatica, Ateneo di Attalia. A lui - del quale ci vien detto significativa-

    mente: conversatus enim fuit cum Posidonio - va ricondotta la tripartizio-

    ne delle cause, formulata per esigenze diagnostiche e terapeutiche, in:

    coniunctae=synektika/antecedentes=proegoumena/procatarcticae=prokatarktika49.

    È questo terreno di incontro fra riflessioni filosofiche e considerazioni

    mediche, che costituisce il punto di avvio di classificazioni fra loro diverse,

    spesso anzi concorrenti dei fattori causali e che conduce anche alla modifi-

    ca del senso originario di alcuni termini. È il caso ad es. dello aition syn-

    ektikon,
    inteso innanzi tutto in senso plurale dalla prassi medica - dal so-

    92

    pracitato Ateneo, ma anche da Galeno - in modo quindi molto più lasco o

    meglio improprio (katachrestikos), al punto da arrivare a indicare cause non

    solo dell’essere e del permanere delle cose50, ma anche del loro generarsi,

    del loro divenire e del prodursi di eventi o sequenze di eventi51.

    Mi sembra insomma di poter dire che è proprio l’interesse eziologico

    della medicina antica per un’analisi attenta alle differenti cause in gioco

    nei processi patologici di nascita, crescita e decorso di quelle particolaris-

    sime forme di alterazione che sono le malattie, che determina nell’ordine:

  • la produzione di una turba causarum·,
  • lo slittamento semantico di termini originariamente coniati in ambi-

    to filosofico, forse per esigenze di pura spiegazione teorica o ancor più li-

    mitatamente per risolvere problemi di carattere etico, verso significati

    maggiormente rispondenti alla concreta prassi quotidiana della medicina.
  • L’insieme del lavorìo classificatorio messo in moto da questa utilizza-

    zione medica di categorie filosofiche e le probabili reazioni o i verosimili

    aggiustamenti di matrice filosofica finirono con il dar vita a un materiale

    molto eterogeneo, tipico di quello che è stato definito una sorta di Schul-

    betrieb
    (o ‘attività routinaria di scuola’) e particolarmente caro ai resoconti



    soprattutto dossografici - così diffusi a partire dall’età imperiale52.

    Alla luce di queste considerazioni, vanno lette testimonianze finora a

    mio avviso ‘iper-valutate’ nella ricostruzione di una presunta classificazio-

    ne plurima delle cause di matrice stoica53. Penso non solo alla lista offerta

    da Alessandro di Afrodisia, nel passo già ricordato relativo allo “sciame di

    cause” (cfr. ancora SVF II 945), in cui non c’è tuttavia nessuna esplicita

    menzione degli stoici e la cui incompletezza sembra ammessa dallo stesso

    autore, che infatti, non volendo tirar per le lunghe il discorso, attribuisce ai

    suoi anonimi avversari la seguente distinzione di aitia: ta meri prokatar-

    ktika, ta de synaitia, ta de hektika, ta de synektika, ta de allo ti
    54. Penso in

    realtà soprattutto alla lunga testimonianza, assolutamente composita e non

    omogenea, di Clemente Alessandrino (cfr. strom. VIII, 9), che invece von

    Arnim riteneva in più punti fedele registrazione di diverse opinioni stoiche

    e che egli inseriva, con selezione e tagli discutibili, nel capitolo del secon-

    do libro degli Stoicorum Veterum Fragmenta intitolato de causis55.

    Per correttezza e continuità ermeneutica, comunque, lo stesso ragio-

    namento e lo stesso atteggiamento interpretativo va applicato alle Defini-

    zioni mediche
    (nonché alla Introductio e alla historia philosopha) pseu-

    do-galeniche e naturalmente al nostro passo dei Lineamenti pirroniani. Se

    proviamo allora a mettere in parallelo le notizie ricavabili da questi tre au-

    tori (Clemente Alessandrino56/ps.-Galeno57/Sesto), possiamo forse co-

    gliere meglio non solo il terreno comune cui essi verosimilmente si rifan-

    93

    no - e che sembra giustificare l’uso da parte di Sesto di un’etichetta ano-

    nima e riepilogativa come “i più” - ma anche alcune peculiarità della sua

    testimonianza.

    Evidenti analogie balzano agli occhi anche a uno sguardo superficiale.

    Ad esempio mi sembra opportuno sottolineare che in tutti e tre gli autori

    “la caratterizzazione dell’aition synektikon in base al fatto che quando es-

    so è presente, l’effetto è presente, quando scompare anche l’effetto scom-

    pare e quando si intensifica anche l’effetto si intensifica interessava so-

    prattutto i medici”58, preoccupati di fornire una definizione funzionale di

    cause sufficienti alla determinazione dell’effetto patologico, nonché si-

    multanee o co-temporali e insieme co-varianti nell’intensità rispetto al-

    l’effetto stesso. La partizione sestana sembra dal canto suo insistere, forse

    più delle altre, sulla presenza e sulla diversa distribuzione di una determi-

    nata forza fisica nell’effetto59. E ciò vale non solo come abbiamo visto nel

    caso della causa ‘costitutiva’, ma anche di quella cooperante - i due buoi

    impegnati a tirare l’aratro, ‘concause’, direi, il cui agire combinato può es-

    sere identificato come aition synektikon - e ausiliaria - la terza persona

    che aggiunge solo un piccolo sostegno allo sforzo di due uomini impegnati

    a trasportare un peso. Anche questa insistenza potrebbe rispondere alla ne-

    cessità tipicamente medica di descrivere la malattia e le sue cause in ter-

    mini pragmaticamente fisiologici60.

    La differenza più marcata rispetto al resoconto di Clemente Alessan-

    drino e all’elenco molteplice, quasi disordinato dello pseudo-Galeno, en-

    trambi pronti a inserire nella lista anche le cause cosiddette prokatar-

    ktika661,
    consiste comunque nel fatto che Sesto dedica a queste ultime una

    trattazione a sé, esterna allo schema plurimo delle cause caratterizzate

    dalla simultaneità temporale rispetto all’effetto62. Egli riferisce al riguar-

    do la posizione di anonimi enioi, che per l’appunto non si limitano ad

    analizzare cause ed effetti nella loro relazione di co-temporalità, ma par-

    lano di cause presenti di eventi futuri. Non credo si tratti di pensatori legati

    alla tradizione pirroniana, visto che sistematicamente Sesto ricorre al pro-

    nome enioi per indicare filosofi o gruppi, che nulla hanno a che fare con lo

    scetticismo63. Né ritengo si possa pensare a una qualche allusione alla

    dottrina stoica della connessione fatale delle cause e al ruolo ‘procatarcti-

    co’ attribuito alla heimarmene; si deve quindi puntare lo sguardo altrove.

    L’esempio addotto (attuale, forte esposizione al sole -> febbre futura), in-

    fatti, riporta ancora una volta all’ambito medico64, al cui interno si può

    supporre fossero soprattutto esponenti della tendenza razionalistica a ri-

    conoscere peso, valore e funzione delle ‘cause procatarctiche’, da indivi-

    duare nella loro relazione con la physis dello stato patologico, in modo da

    94

    indirizzare verso la corretta scelta terapeutica65. Può essere utile ricorda-

    re, in proposito, che Galeno - mosso forse da una “preoccupazione clini-

    ca” -
    dedica un intero trattato (il de causis procatarcticìs) allo sforzo di

    “validare la nozione per cui i fattori antecedenti, esterni operanti sul cor-

    po di un paziente sono causalmente rilevanti per la successiva condizione

    di quel paziente”66. Il suo bersaglio dichiarato e ripetuto è in questo caso

    costituito da Erasistrato e dagli erasistratei, ai quali egli attribuisce, forse

    con un eccesso non disinteressato di semplificazione polemica, una nega-

    zione, un rifiuto totale di qualsiasi ruolo esplicativo per le presunte ‘cau-

    se procatarctiche’, ovvero per fattori - da Galeno ritenuti invece patoge-

    ni - come ad es. il caldo e il freddo. Questi ultimi - secondo l’Erasistrato

    del de causis procatarcticis - non possono essere considerati responsabi-

    li della malattia, in quanto essa non consegue necessariamente alla loro

    comparsa e soprattutto in quanto non sono, per usare una terminologia già

    impiegata in precedenza, co-temporali e co-varianti rispetto a essa: in

    quanto, insomma, non sono cause synektika61.

    Alla luce di questo dibattito o scontro teorico, si potrebbe essere tenta-

    ti di ricondurre al medesimo ambito anche la posizione di quei tines, men-

    zionati subito dopo da Sesto, i quali respingono tout court le cause ante-

    cedenti, identificandoli appunto con Erasistrato e/o con i suoi seguaci.

    L’opposizione degli anonimi tines sestani, però, sembra sorretta da argo-

    mentazioni diverse rispetto a quelle attestate da Galeno e che abbiamo ap-

    pena ricordato68. Essi, infatti, assumendo una posizione più radicale, ne-

    gano che una causa preceda nel tempo ciò che essa produce, poiché attri-

    buiscono allo aition una relatività e contemporaneità cronologiche assolu-

    te rispetto al proprio effetto69. Si tratta di un’obiezione ripresa nella parte

    più propriamente destruens dell’attacco sestano, sia successivamente in

    PH III 25, sia, con ulteriori sviluppi, in PH III 26-27 (cfr. anche DL IX

    98). Prima di esaminare in dettaglio i singoli punti di tale attacco, però,

    conviene forse fornire il quadro complessivo in cui esso si inserisce, che

    costituisce uno dei molti, chiari esempi di quella dynamis antithetike ri-

    vendicata da Sesto come cifra distintiva della propria agoge, come genui-

    na risposta alla domanda ti esti skepsis (cfr. PH I 8-10).



  • 3.2 Causalità: pro e contra (PH III 17-29)


  • L’insieme di questi paragrafi mira a costruire una tipica equipollenza di

    ragioni a favore e contro l’esistenza della causa, dotate agli occhi di Sesto

    di ugual tasso di plausibilità (cfr. le molte occorrenze del vocabolario del-

    la pithanotes: ad es. PH III 17, 19-20, 29).

    In apertura vengono riassunte alcune argomentazioni, la cui paternità

    non viene qui specificata, ma che chiaramente risalgono al ‘partito’ dei dog-

    matici, come infatti viene precisato nel passo parallelo di Μ IX 206. Esse

    difendono l’esistenza della causa, fondandosi nell’ordine:

  • a. sull’evidenza di alcuni processi naturali (aumento, diminuzione, ge-

    nerazione, corruzione, moto nella sua accezione più generale e ordinata

    struttura dell’universo)70, la cui stessa negazione di apparenza richiede-

    rebbe comunque una spiegazione causale PH III 17)71;
  • b. sul principio in base al quale è impensabile una relazione causale

    indiscriminata fra le cose, o, meglio ancora, sulla convinzione che “se ciò

    che porta a conseguenze impossibili è, anch’esso, impossibile, e se la

    non-esistenza di una causa porta a molte conseguenze impossibili, si de-

    ve affermare che anche la non-esistenza di una causa fa parte delle cose

    impossibili”; la citazione è tratta da M IX 203 (tr. Russo), un passo che,

    oltre ad appoggiarsi su esempi leggermente diversi, rende esplicito quan-

    to è a mio avviso tacitamente presupposto in PH III 18, circoscritto alla

    presentazione di conseguenze impossibili sul piano zoologico o meteo-

    rologico72;
  • c. sulla nota strategia della peritrope o autocontraddittorietà imputabi-

    le a chi voglia negare l’esistenza della causa, poiché tale negazione non

    può essere proposta senza addurre una causa, pena la sua infondatezza, né

    ricorrendo a una causa, pena la palese ammissione della necessità di una

    causa, comunque (PH III 19); un’obiezione simile nella struttura argo-

    mentativa e sempre di matrice dogmatica era già stata registrata da Sesto a

    difesa della forza dimostrativa del segno (cfr. PH II 131)73 e della neces-

    sità della stessa apodeixis (cfr. PH II 188-192).
  • Quanto alla non esistenza della causa, invece, sembra si potesse sce-

    gliere fra una quantità notevole di obiezioni, come infatti dichiara di voler

    fare Sesto in PH III 2074. Quelle che egli decide di registrare qui, fatta sal-

    va la loro distanza dagli attacchi moderni (humeani specialmente) e al di là

    delle possibili fallacie e debolezze, che pure alcuni interpreti hanno voluto

    intravedere in esse75, sembrano avere alcune ben definite caratteristiche.

  • 1. Esse - tranne forse che in un caso, come vedremo - non sono so-

    vrapponibili alle argomentazioni, esposte lungamente, ma anche in modo

    un po’ meccanico nel passo parallelo di M IX 210ss.76
  • 2. Alcune di loro si fondano con ogni verosimiglianza sulla tropologia

    di Agrippa, in quanto utilizzano polemicamente:
  • a. il diallele (PH III 20-22), poiché la causa si concepisce come tale so-
  • lo in relazione all’effetto e viceversa, così che entrambi hanno bisogno di

    un rinvio reciproco per giustificarsi; un argomento analogo, con una mag-

    giore insistenza sull’elemento temporale della relazione causa/effetto, vie-

    ne riproposto anche successivamente in PH III 28; quanto vi si legge può

    96

    essere forse accostato alle analoghe critiche mosse riguardo al segno in PH

    II 119-12077;



    b. la diaphonia (PH III 23), poiché sussiste uno scontro, capace di mi-

    nare perfino la concepibilità del concetto di aition78, fra chi ha affermato

    esser qualcosa causa di qualcos’altro, chi lo ha negato e chi invece ha adot-

    tato la sospensione scettica del giudizio al riguardo79; tale diaphonia vie-

    ne esplicitamente ribadita, quale frutto di un accettabile epilogizesthai,

    nella conclusione di PH III 29 e lì rafforzata non solo grazie al ricorso al-

    la tipica phone pirroniana “non più” (“qualcosa è causa non più di quanto

    non lo sia”), ma anche mediante il rinvio interno alle precedenti aporie sol-

    levate in merito al segno, al criterio, alla dimostrazione80;



    c. il modo ipotetico (PH III 23), visto che è illegittimo, o almeno tanto

    legittimo quanto la proposizione opposta, assumere semplicemente e sen-

    za causa che una causa esista; tale argomentazione viene subito integrata



    - con abile ritorsione della mossa dogmatica già vista in PH III 19 - dal-

    l’accusa di cadere in una forma viziosa di circolarità81, nel caso in cui si

    voglia invece dare una causa dell’essere qualcosa causa;

  • d. il regresso all'infinito (PH III 24: impossibile risalire all’infinito nel-

    la serie di ciò che è causa della causa della causa...)·


  • 3. Oltre alle critiche di colore agrippano, viene registrata (PH III 25 e

    26 in.) un’obiezione, che riposa in generale “su due fondamentali e indi-

    scutibili tesi relative alle cause efficienti: in primo luogo, le cause efficienti

    producono i loro effetti; in secondo luogo, le cause efficienti sono corre-

    lative
    rispetto ai loro effetti”82. Le due tesi, però, si elidono a vicenda: la

    prima, infatti, induce a porre la causa come cronologicamente anteriore ri-

    spetto al suo effetto, laddove la seconda impone di pensare alla loro asso-

    luta contemporaneità (cfr. anche PH lll 16).



    4. L’ultimo attacco (PH III 26 ex.-27), di cui abbiamo a quanto sembra

    un’esposizione parallela in M IX 232-23683, viene posto sotto l’autorità di

    anonimi tines. Per confronto con un passo di Galeno (CP XVI 199-201),

    che conserva un’argomentazione analoga, Hankinson pensa si tratti di Ero-

    filo, le cui obiezioni sembrerebbero essere all’opera anche in altre sezioni

    ‘anti-aitiologiche’ del corpus sestano84. Non sono però mancati interpreti,

    che hanno considerato l’intera sezione di M IX 210ss. come direttamente

    dipendente da Enesidemo, esplicitamente citato, del resto, in M IX 21885.

    Se questa ipotesi è attendibile, potremmo ritenerlo fonte ispiratrice anche

    delle obiezioni contenute in PH III 25-27. Dietro l’etichetta tines86 ci sa-

    rebbero allora i suoi attacchi contro le cause in generale, contenuti forse o

    nel secondo libro o nella prima parte del quinto libro dei suoi Discorsi pir-

    roniani87.




    97

    Al di là di qualsiasi problema attribuzionistico, comunque, va notato

    come la critica di Sesto si muova ancora sul piano delle determinazioni

    temporali, che entrano in gioco nella relazione causa/effetto88. Appare

    dunque legittimo leggerlo alla luce delle considerazioni svolte a proposito

    di PH III 25-26 in. (cfr. subito supra, punto 3). L’argomentazione ha una

    struttura trilemmatica ed è così schematizzabile:

    Delle tre ipotesi, (c) può essere immediatamente scartata, in quanto

    semplicemente ridicola89; (b) non regge, se si accetta l’inserzione della

    causa nel novero dei relativi, con il corollario della necessaria contempo-

    raneità cronologica di questi ultimi; (a), infine, va a urtare contro il carat-

    tere efficiente attribuito alla causa, che sembra imporne l’esistenza prima

    che l’effetto venga da essa prodotto.



    4. Come già si accennava, PH III 29 offre una conclusione, che potrem-

    mo definire ortodossamente pirroniana. L’isostheneia degli opposti logoi

    avanzati dai dogmatici e anche - forse disserendi causa - da esponenti del-

    la tradizione neo-pirroniana o più in generale medica induce infatti ad adot-

    tare una sana epoche in merito alla reale sussistenza o hypostasis della cau-

    sa. Possiamo però pensare che questa sia l’ultima parola di Sesto? Siamo le-

    gittimati a concludere che questa sospensione del giudizio generalizzata si-

    gnifichi anche il rifiuto di qualsiasi altro possibile meccanismo esplicativo

    di ciò che accade nella realtà? Senza moltiplicare inutilmente i rinvii, sarà

    sufficiente opporre un contro-esempio forte a qualsiasi negativa conclusio-

    ne. Un esame attento dei paragrafi finali di un breve trattato della polemica

    anti-enciclopedica sestana, il Contro gli astrologi, ci consentirà infatti di ri-

    spondere negativamente a quelle domande e soprattutto di rintracciare un

    modello di spiegazione in più punti e sotto più aspetti vicino a soluzioni ac-

    colte con favore da alcune tendenze dell’epistemologia contemporanea.

    Senza entrare nei dettagli delle obiezioni presenti nel Contro gli astro-

    logi,
    appare necessario individuare con esattezza il bersaglio polemico di

    98

    Sesto. Egli circoscrive il suo attacco alla genethlialogia o “dottrina delle na-

    tività” (cfr. M V 1-2), una presunta techne che si regge su di una premessa

    teorica di fondo chiara e chiaramente enunciata: il dogma della ‘simpatia’

    universale, connesso alla convinzione che gli influssi astrali modifichino gli

    eventi terrestri. Su questo sfondo teorico vengono subito ribaditi i due pun-

    ti di riferimento basilari degli oroscopi caldaici: la funzione di cause effi-

    cienti
    riconosciuta ai sette pianeti rispetto alle vicende della vita umana e la

    funzione co-operante svolta al riguardo dalle differenti parti dello zodiaco

    (cfr. M V 4-5). Sembra dunque chiaro il bersaglio dell’attacco sestano: si

    tratta di quella che Anthony Long ha definito “hard astrology”, legata alla

    tesi fortissima secondo cui “i corpi celesti sono sia segni sia cause delle vi-

    cende umane”, esplicitamente distinta da una astrologia “soft”, che si limi-

    ta invece a considerarli solo segni e non anche cause90.

    È su questo terreno che si muovono i rilievi avanzati da Sesto negli ul-

    timi paragrafi dello scritto. Qui, infatti, egli sembra concedere la funzione

    semantica degli astri: essi sono segni, ma che tipo di segni? Stando alla

    presentazione che gli stessi fautori della dottrina delle natività forniscono

    del loro metodo; o meglio: stando alla ‘traduzione’ delle loro tesi che Se-

    sto propone, seguendo le proprie classificazioni di carattere semiologico,

    la relazione che lega le configurazioni astrali da una parte e i diversi even-

    ti della vita umana dall’altra dovrebbe essere assimilata a quella che sus-

    siste fra i segni rammemorativi e ciò che essi significano, ovvero nel no-

    stro caso le vicende che toccheranno in sorte all’uomo, equiparate così a

    realtà solo temporaneamente non evidenti (cfr. M V 103)91.

    Secondo Sesto, però, questo atteggiamento denota una profonda ‘mala-

    fede epistemologica’. Molto più coerentemente, infatti, gli astrologi da lui

    combattuti dovrebbero considerare gli astri stricto sensu come segni indi-

    cativi
    di qualcosa - gli eventi futuri delle singole esistenze - che risulta per

    noi per natura non evidente (cfr. ibid.)92. Ha quindi ragione Jonathan Bar-

    nes, quando conclude che le tesi degli astrologi risultano false perché “la

    natura che essi pretendono di osservare non è aperta all’indagine umana”93.

    Per poter apprezzare fino in fondo la specifica angolatura della critica

    di Sesto credo sia indispensabile una piccola digressione, per mettere a te-

    ma più in generale la dottrina del segno nell’antichità classica e il tipo di

    razionalità inferenziale che essa propone e utilizza, stando almeno alla ri-

    costruzione sestana94.

    Sesto presenta in PH II 97-103 (=fr. 1026 Hülser) un piccolo sunto di

    semiotica dogmatica95. La fonte che sfrutta è forse stoica, ma egli la piega

    in ogni caso a un intento chiaramente antistoico96. La sua analisi prelimi-

    nare può essere utilmente schematizzata in questo modo97:

    99



    Queste distinzioni preliminari servono a determinare, sempre sulla scia

    di tesi dogmatiche, l’esatto campo di applicazione dei segni (cfr. anche M

    VIII 148-155). Essi infatti risultano inutili sia nel caso delle cose evidenti,

    la cui conoscibilità non ha bisogno di mediazione alcuna, sia in quello del-

    le cose assolutamente non evidenti, di cui non vi è comprensione alcuna.

    Due diversi tipi di segno, invece, sembrano individuabili riguardo alle co-

    100

    se momentaneamente non evidenti e a quelle per natura non evidenti, a ul-

    teriore conferma “che agli occhi di Sesto l’elemento cruciale consiste nel-

    la natura dei significati”98. Si tratta rispettivamente del segno rammemo-

    rativo e di quello indicativo. Il primo è fondato sull’associazione mnemo-

    nica di due pathe connessi in modo evidente e costante nell’esperienza, se-

    condo rapporti di contemporaneità, anteriorità o posteriorità cronologica,

    come ad es.: fumo —> fuoco; cicatrice —> ferita; ferita/colpo al cuore —>

    morte, utilizzato appunto anche nel nostro passo in Μ V 103". Il secondo

    è invece ritenuto dai dogmatici100 in grado di condurre “per natura” da ciò

    che è evidente a ciò che non lo è, ad es.: movimenti del corpo —> anima; o

    sudore -> pori ‘ intellegibili ’ della pelle101. Quasi a voler immediatamente

    indicare al proprio lettore il bersaglio per eccellenza della polemica che

    sarà sviluppata successivamente a partire da PH II 104, Sesto aggiunge in

    PH II 101 la definizione che gli stoici davano del segno indicativo102.

    Esclusivamente contro quest’ultimo, in quanto mera invenzione e finzione

    dei dogmatici, si rivolgono gli attacchi dei pirroniani103. Essi, senza cade-

    re in alcuna forma di dogmatismo negativo, si limitano - in tutta since-

    rità104 - a esporre l’ugual forza dei logoi a favore e contro l’esistenza di ta-



    li segni e si lasciano invece guidare, anche in questo caso evitando accu-

    ratamente qualsiasi forma di adesione dogmatica, dai soli segni ramme-

    morativi, la cui forza euristica, benché limitata al piano fenomenico, risul-

    ta continuamente confermata dalla vita quotidiana105.

    Credo che la critica sestana conservata nel § 103 del Contro gli astro-

    logi
    diventi più chiara alla luce dello schema appena discusso. La nostra

    vita futura, infatti, rientra sicuramente fra le cose non-evidenti, se anche

    non assolutamente, quanto meno per natura; ma allora la si potrebbe co-

    noscere solo per mezzo di segni indicativi, sulla cui sussistenza ed effica-

    cia tuttavia indirimibile è la diaphonia, non certo per via di segni ramme-

    morativi,
    un ruolo che in nessun modo possiamo riconoscere agli astri e al-

    la loro disposizione.

    Sesto non sembra accontentarsi di questa prima batteria di obiezioni e

    per questo ricorre alla più volte sperimentata tecnica della dimostrazione

    per assurdo. Ammettiamo pure che si possa concedere quanto pretendono

    i Caldei. Per poter giungere a formulare una previsione davvero salda, che

    consenta di conoscere la relazione di causalità fra una determinata confi-

    gurazione delle stelle e un determinato effetto sulla terra, dovremmo esse-

    re in grado di co-osservare questi due aspetti insieme e ripetutamente; do-

    vremmo verificare in modo non occasionale che quanto risulta dal nesso

    astrale rimane costante in tutti i possibili casi esaminati (epi panton). Se

    gli astrologi vogliono dare un fondamento accettabile alle loro previsioni,

    101

    bisogna che la configurazione delle stelle sia oggetto di osservazione em-

    pirica non una sola volta, ma pollakis epi pollon, affinché possa davvero

    funzionare da indizio o segno rivelatore di un certo modo di vita. Il para-

    digma di riferimento positivo diventa qui quello della medicina empirica,



    i cui principi Sesto mostra di accettare. Essa, infatti, verifica e accerta il

    nesso costante e letale esistente fra una ferita inferta al cuore e la compar-

    sa della morte in una molteplicità di casi (Dione, Teone, Socrate “e molti

    altri”: cfr. M V 104), al punto da arrivare a considerare la prima come ai-

    tion
    della seconda106.

    La portata epistemologica di questa conclusione sestana può essere for-

    se adeguatamente apprezzata - pur conservando la massima cautela e sen-

    za voler utilizzare né la categoria del ‘precorrimento’ né una sorta di retro-

    proiezione storico-filosofica - qualora si istituisca un parallelo non solo e

    non tanto con la critica di Hume al concetto di causa107, quanto piuttosto

    con alcune prese di posizione teoriche di Carl G. Hempel, più esattamen-

    te del ‘primo Hempel’108. Anche per questo autore, “a buon diritto consi-

    derato uno dei padri dell’epistemologia contemporanea”109, “ogni spiega-

    zione scientifica comporta, esplicitamente o per implicazione, una sussun-

    zione dei suoi oggetti sotto regolarità generali che forniscono una com-

    prensione sistematica dei fenomeni empirici mostrando che essi rientrano

    in una connessione nomica”110. Si tratta di un “principio” o “cardine” del-

    la teoria di Hempel, almeno nella sua formulazione iniziale. Esso, come

    spiega opportunamente Maria Carla Galavotti, “afferma che qualsiasi spie-

    gazione adeguata deve trasmettere un’informazione tale da mostrare che

    l’evento che si vuole spiegare era da attendersi se non con certezza -

    com’è il caso della spiegazione deterministica - almeno con un considere-

    vole grado di probabilità”111.

    Se ritorniamo per un attimo al tipo di spiegazione legittima accolta da

    Sesto nel caso dell’eventuale relazione di causalità fra segni celesti e svi-

    luppo futuro della vita umana, il parallelo si fa ancor più interessante. Pro-

    prio alla luce del principio che abbiamo appena ricordato, infatti, Hempel

    si ritiene autorizzato a stabilire un’identità di struttura fra ‘spiegazione’ e

    ‘previsione’, fra le quali corre una differenza meramente pragmatica, poi-

    ché “ogni spiegazione rappresenta una potenziale previsione”112. Alla luce

    di leggi o comunque di regolarità statistiche fondate e di determinate con-

    dizioni iniziali, appare insomma possibile sia spiegare, in un momento cro-

    nologico successivo, un fatto già avvenuto, sia prevedere un evento futuro.

    Tornando al passo conclusivo del Contro gli astrologi, Sesto fa notare

    come sia proprio l’esigenza di individuare un nesso costante, una regola-

    rità generale, addirittura forse una “connessione nomica” fra explanans ed

    102

    explanandum a non poter essere soddisfatta nella prassi astrologica, e que-

    sto per due motivi. In primo luogo perché - per ammissione dei suoi stes-

    si cultori, molto probabilmente debitori in tal caso di speculazioni cosmo-

    logiche di provenienza stoica - quel segno del cielo così importante ai fi-

    ni della relazione di conseguenzialità appena ricordata si offre allo sguar-

    do solo ogni 9977 anni. In secondo luogo perché nulla esclude che l’accu-

    mulo e la trasmissione delle conoscenze - la historike paradosis, di cui

    probabilmente si facevano gran vanto gli astrologi113 - vengano improvvi-

    samente interrotti da eventi o di peso universale (ad es., secondo alcuni,

    una distruzione cosmica) o di portata più ristretta (cfr. M V 105).

    Il campo di riferimento delle critiche sestane appena esaminate sembra

    dunque essere, con terminologia cara ai nostri attuali dibattiti filosofici,

    quello della determinazione esatta delle procedure corrette che presiedono

    al funzionamento delle nostre conoscenze. La posta in gioco appare eleva-

    ta e va al di là di una polemica circoscritta al “naufragio epistemologico”

    dell’astrologia: l’intento che si lascia cogliere dietro l’attacco sestano sem-

    bra infatti metter capo all’enunciazione di una sorta di modello di spiega-

    zione alternativo (per l’esattezza quello medico, nella sua versione empi-

    rica). Gli astri così come gli altri fenomeni celesti o terrestri potrebbero es-

    sere indagati in modo legittimo, se non si cedesse alla tentazione dogma-

    tica di stabilire nessi inferenziali cogenti e necessari, ma ci si accontentas-

    se piuttosto di esplorare ed esibire soltanto quelle connessioni garantite da

    un’osservazione empirica ripetuta e costante, molto verosimilmente sor-

    retta, sul versante teorico di fondo, da un’implicita fiducia nella regolarità

    del corso della natura114. In un contesto di questo tipo l’insistenza sul ruo-

    lo della teresis e della memoria pare difficilmente interpretabile come un

    mero diversivo dialettico; essa va piuttosto intesa come “una spiegazione

    non-teoretica del modo in cui giungiamo ad avere conoscenza specialisti-

    ca”, senza dover ricorrere ad alcun tipo di inferenza razionale stricto sen-

    su
    115. Una simile conclusione non vale tuttavia in senso assoluto né deve

    farci dimenticare che perfino lo scettico - vicino alle posizioni della me-

    dicina empirica - può accogliere una forma di generalizzazione empirica

    solo a patto di circoscriverla entro limiti di validità ben precisi, quelli già

    ricordati a proposito dei segni rammemorativi ed enunciati nel modo più

    perspicuo in un passo del Contro i logici, che è opportuno riportare qui per

    esteso (Μ VIII 288)116;

    e anche se noi ammettiamo che l’uomo differisce dagli altri animali in base sia

    a ragione sia a rappresentazione transitiva sia a nozione di conseguenzialità, tut-

    tavia non concederemo certo che egli sia tale anche rispetto alle cose non eviden-

    103

    ti e soggette a indirimibile discordanza, ma che rispetto alle cose che appaiono

    egli possiede una certa conseguenzialità empirico-osservativa (teretiken tina ...

    akolouthian),
    in virtù della quale, ricordando cosa ha osservato insieme a cosa e

    cosa prima di cosa e cosa dopo cosa, dall’incidenza di ciò che precede fa riemer-

    gere la memoria delle restanti cose.

    Benché queste considerazioni sestane lascino trasparire lo scenario di

    uno scetticismo per nulla “rozzo”, bensì indirizzato verso una positiva,

    perfino raffinata accettazione di “un’alternativa empiristica alle costruzio-

    ni razionalistiche”117, valida a proposito di ogni specialistica techne e pro-

    babilmente accostabile all’elaborata forma di “memorismo” autorevol-

    mente attribuita di recente a Menodoto118, occorre tuttavia rimanere cauti.

    Solo così sarà possibile evitare qualsiasi schiacciamento prospettico, met-

    tendo in risalto piuttosto la peculiarità della soluzione proposta da Sesto,

    che in qualsiasi polemica anti-dogmatica non poggia su alcuna tesi forte,

    relativa alla struttura o essenza della realtà. Dietro il suo atteggiamento

    continua insomma ad agire quella sorta di pregiudiziale “convinzione” pir-

    roniana, secondo cui ogni tentativo di afferrare la verità, di stabilire “come

    stanno veramente le cose” appare destinato a un inevitabile scacco euristi-

    co, che si trasforma tuttavia a sua volta nella garanzia di una sana, libera-

    toria atarassia, genuina forma di felicità aperta agli uomini119.

    104

    NOTE

    1. Sosa-Tooley 1993, p. 1.

    2. Per un primo orientamento, ricco di rinvii testuali, cfr. almeno il lavoro di Hankinson

    1998a; più specificamente sulla filosofia ellenistica cfr. anche Hankinson 1999.

    3. Mi limito a rinviare in proposito alla trattazione di loppolo 1994b, sp. pp. 4523ss.

    4. Occorre ricordare in proposito che l’etichetta tines sembra utilizzata quasi sistemati-

    camente nel corpus sestano per indicare esponenti della tradizione neo-pirroniana: cfr. al

    riguardo Dumont 1966, p. 228.

    5. Contro il tipico e deleterio “gran vantarsi” (mega phronein, PH I 180) dogmatico Se-

    sto si scaglia anche in altri punti dei suoi scritti: cfr. PHll 194, 205 (si veda anche supra,

    cap. Ill, sp. p. 68) e M VII 27; si tratta, del resto, di un tema già caro alla polemica timo-

    niana: cfr. Decleva Caizzi 1992a, p. 290, n. 23. Va inoltre ricordato che la centralità del ruo-

    lo delle spiegazioni causali o aitiologiai viene ad es. menzionata in modo topico, dalle fon-

    ti antiche, a proposito di un Democrito (cfr. soprattutto DK 68 B 118) o di un Posidonio

    (cfr. e.g. Strab. II 3, 8=T. 85 E.-K.; altri rinvii in Barnes 1990d, p. 2651, n. 160). Quest’ul-

    timo potrebbe essere stato il bersaglio privilegiato di Enesidemo, come sembra accadere

    anche in altre occasioni e su altri temi: cfr. ad es., in merito alla querelle interpretativa su

    Eraclito, PH I 210-212; per ulteriori rinvii cfr. anche Spinelli 1997a e 2002, dove si trova-

    no anche alcune ipotesi interpretative sulla difficile questione del cosiddetto eraclitismo di

    Enesidemo, tema molto difficile e su cui torna ora per esteso - ma con conclusioni non

    sempre condivisibili - Polito 2004. Per il ruolo riconosciuto allo aitiologein da Epicuro cfr.

    infine almeno Ep. Hdt. 78 e 80 e per ulteriori rinvii Barnes 1990d, p. 2651, n. 162.

    6. E quanto lascerebbe supporre la densa presenza di hapax nella prosa sestana di PH I

    181-183 (come ad esempio: euepiphoria, polytropos, § 181; epiphaino, epiteloumai, idia-

    zontos,
    § 182; phoratos, § 183; epimiktos, § 185). Cfr. inoltre il phesi di PH I 181 (sul cui

    esatto valore cfr. Barnes 1990d, p. 2657, n. 179) e 185. Degna di nota, infine, è l’espres-

    sione kath ’ous oietai ... (PH I 180), che compare identica nel resoconto di Fozio (bibl.

    Cod. 212, 170b21-22): cfr. al riguardo Decleva Caizzi 1992a, p. 290, n. 24.

    7. Cfr. in tal senso lo isos di PH I 185, cui va verosimilmente attribuito valore tecnico:

    cfr. anche Mates 1996, p. 255.

    8. Di questo avviso già Pappenheim 1881, p. 68, che rinvia perciò a Phot. bibl. Cod. 212,

    170bl7-22; cfr. anche, sulla stessa linea, Hankinson 1995, p. 121. Sul piano terminologico

    va rilevata in PH I 181 l’occorrenza di ta aphane, vocabolo forse originariamente preferi-

    to da Enesidemo rispetto a ta adela.

    9. Per un’accurata testimonianza sestana sulla dottrina epicurea della epimartyresis si

    veda almeno M VII 210-216; cfr. anche Barnes 1990d, pp. 2662-2664 e Hankinson 1995,

    p. 345, n. 1.

    10. Barnes 1990d, p. 2668; cfr. anche Hankinson 1998a, p. 213.

    11. Si noti che pollakis in PH 1181 va riferito alla voce verbale da aitiologeo, non a ou-

    ses
    : così anche Barnes 1990d, p. 2665, n. 206, il quale opportunamente rinvia, a ulteriore

    chiarimento del senso da attribuire al secondo tropo, a M VIII 219-220, un passo di proba-

    bile origine enesidemea. Interessante è anche il confronto con Μ VIII 201-202, dove com-

    pare un tipo di obiezione analoga, rivolta tuttavia contro il segno indicativo.

    12. Cfr. al riguardo le molte indicazioni presenti nella Epistola a Pitocle; per l’estensio-

    ne di tale atteggiamento metodologico anche ad altri ambiti cfr. almeno Lucr. VI 703-711.

    105



    13. Cfr. Barnes 1990d, pp. 2666-2667, il quale rinvia giustamente a M IX 29.

    14. II rinvio più immediato, che tuttavia andrebbe analizzato più da vicino per le sue

    implicazioni dossografiche, potrebbe essere a M IX 111-113, ove troviamo obiezioni

    (stoiche) contro la teoria democritea del vortice: cfr. in proposito Spinelli 1997b, pp. 166-

    167. Non mancano tuttavia rinvii legittimi ad analoghe tesi epicuree: cfr. Lucr. V 416-508;

    772-924.

    15. Hankinson 1995, p. 215 rinvia ad alcuni passi di Aristotele: metaph. V, 3 e 30; VI, 2-

    3; phys. II, 4-6 e alla trattazione di Sorabji 1980, cap. I.

    16. Barnes 1990d, p. 2667.

    17. Cfr. in PH I 182 l’uso tecnico di tacha, tipica phone neo-pirroniana, su cui si veda

    PH I 194-195, nonché infra, cap. V, sp. p. 123.

    18. Essa viene combattuta più volte in sede logica da Sesto, ma è messa in discussione

    anche da parte epicurea (cfr. ad es. Philod. de sign. X, 1-XI, 8); lo analogismos della me-

    dicina razionalistica viene invece attaccato dalla setta empirica (cfr. Gal. de sectis I 78

    K.=24 Deichgräber, la cui eco ricompare anche nella trattazione enesidemea secondo Bar-

    nes 1990d, pp. 2667-2668; cfr. anche Brunschwig 1997b, p. 576). Sulla posizione eneside-

    mea cfr. anche Andriopoulos 1989, sp. p. 11.

    19. Cfr. Barnes 1990d, sp. pp. 2656-2661 (la citazione è a p. 2661). Sull’efficacia pole-

    mica dei primi tropi insiste Hankinson 1995, pp. 213-214, il quale esplora anche le relati-

    ve, possibili contro-obiezioni dogmatiche.

    20. Su ephodos, PH I 183, e le molte sfumature di significato che esso assume in Sesto

    cfr. Ebert 1991, p. 256 e n. 22.

    21. Ma forse non per questo endemico o assolutamente incurabile, come fa notare

    Hankinson 1995, p. 216.

    22. Aporos va allora inteso come sinonimo di zetoumenos, secondo quanto propone Bar-

    nes 1990d, p. 2660. Hankinson 1995, p. 217 interpreta il tropo alla luce della relazione che

    si stabilisce nel caso dell’inferenza dogmatica dell’esistenza dei pori sulla pelle a partire

    dal fenomeno del sudore, suscettibile già di per sé di spiegazioni diverse e controverse.

    23. Cfr. anche PH II 84; l’efficacia di tale metodo, contro l’opposto modo di procedere del-

    l'Accademia scettica, viene illustrata e difesa in dettaglio nel passo parallelo di MI X 1-4.

    24. E forse ancora prima, con una retrodatazione a Omero di cui resta traccia anche in

    Sesto: cfr. ΜIX 4.

    25. La lista sestana in Μ IX 4-11 va da Omero agli stoici; cfr. al riguardo Hankinson

    1995, p. 237.

    26. Cfr. DL VII 134 e Sen. ep. 65, 2 (=Long-Sedley 55 E), oltre a M IX 11 (=SVF II 301).

    27. In Μ IX 4 abbiamo drasterioi o ancora, in Μ IX 12, l’equivalente poietikai; per al-

    tre denominazioni sinonimiche delle cause o principi efficienti cfr. Barnes 1990d, pp. 2652-

    2653, n. 164, nonché Mansfeld 2001b, sp. pp. 38-40.

    28. Cfr. anche la testimonianza riportata nel cap. 16 della pseudo-galenica Historia phi-

    losopha
    (=Dox. gr. 608, 15-16). Nell’impostazione appena descritta, inoltre, Sesto si mo-

    stra forse relativamente indipendente rispetto alla tradizione del suo indirizzo di pensiero:

    cfr. al riguardo Barnes 1990d, p. 2654, n. 172.

    29. Per questo tipo di critica, che attacca la comprensibilità di un’attività, scienza o arte

    che sia (nel nostro caso quella del ‘governo del mondo’), mostrando la non sussistenza dei

    suoi presunti effetti, cfr. anche M XI 188, 197ss. e PH III 243.

    30. Per il valore e la funzione dell’avverbio pragmatikos cfr. Μ I 7; V 106; VI 38 e 68,

    con le osservazioni di Spinelli 1995, pp. 380-381 e Blank 1998, p. 84; si noti inoltre che

    blasphemein è hapax in Sesto.

    106

    31. Qui energetikos è di nuovo hapax nel corpus sestano. Si noti inoltre sin d’ora quan-

    to segue: 1) aition e aitia - che erano stati a quanto pare distinti da Crisippo (come attesta

    Stobeo in SVF II 336=Long-Sedley 55 A, su cui utili indicazioni si leggono in Frede 1987d,

    p. 129; per una interpretazione diversa cfr. Bobzien 1999, pp. 199-202, criticata tuttavia da

    Mansfeld 2001a, sp. pp. 106-109), senza che tale distinzione si imponesse in modo cogen-

    te all’interno della scuola stoica (cfr. al riguardo SVF II 356 e soprattutto Ioppolo 1994b,

    pp. 4497-4498) - finiscono con l’essere usati in modo interscambiabile da Sesto (cfr. Bar-

    nes 1990d, p. 2650, n. 158; Ioppolo 1994b, p. 4497, nn. 6 e 12; Mates 1996, p. 291); 2)

    manca in PH un attacco specificamente rivolto contro la nozione di agente/paziente, tema

    lungamente trattato, invece, in M IX 237-251, su cui cfr. almeno Hankinson 1998a, pp.

    283-285.

    32. I dogmatici formulano ennoiai di causa che sono “dissonanti” e “strani” o allokotoi,

    altro hapax in Sesto.

    33. Per un’opposizione analoga formulata nell’ambito della medicina dogmatica, per l’e-

    sattezza da Erofilo, cfr. Gal. CP XVI 200, nonché infra, n. 84. In Μ IX 364 quali sosteni-

    tori dell’incorporeità della causa vengono menzionati Platone e i pitagorici; utile potrebbe

    essere al riguardo il confronto con passi platonici (ad es.: Phaed. 97a-99d) o con un brano

    degli Elementi di Teologia di Proclo (75-80), su cui utili indicazioni offre Dodds 1963(2), pp.

    240-244.

    34. Cfr. al riguardo Barnes 1990d, p. 2668, che opportunamente rinvia a PH II 118; si

    vedano inoltre Rieth 1933, p. 138 e Ioppolo 1994b, p. 4493, n. 2.

    35. Sul valore di energoun cfr. Barnes 1990d, p. 2675; il termine utilizzato per indicare

    l’effetto, apotelesma, sembrerebbe estraneo al lessico tecnico dei primi stoici, i quali pre-

    ferivano forse parlare di symbebekos (cfr. ad es. SVF I 89=Long-Sedley 55 A, da cfr. con

    SVF II 509=Long-Sedley 51 B), come sottolinea a più riprese Duhot 1989, e.g. pp. 214 e

    218-220; cfr. anche Bobzien 1999, p. 198, nonché Mansfeld 2001b, sp. pp. 27-28.

    36. Cfr. paradigmaticamente Hankinson 1998b, p. 21.

    37. Barnes 1990d, p. 2669 e n. 219 per l’indicazione di altri passi pertinenti, fra cui me-

    rita di essere ricordata la ‘definizione’ del Cratilo platonico (413a): di’ ho gar ginetai,

    tout’esti to aition
    ; sulle cause in Platone cfr. almeno i testi raccolti in Dörrie-Baltes 1996,

    sp. pp. 118-201 (comm.: pp. 387-538), nonché Sedley 1998 e Casertano 2002.

    38. Entrambe le citazioni sono tratte da Frede 1987d, risp. pp. 127 e 138; per ulteriori,

    utili rinvii testuali cfr. ancora ivi, sp. pp. 126-127 e Barnes 1990d, p. 2671, n. 223; su tale

    “cambiamento di prospettiva” e sulle sfumature interpretative che esso comporta cfr. inol-

    tre Ioppolo 1994b.

    39. Anche se poi nei fatti aperta sempre e di nuovo al disaccordo, visto che ad es. per gli

    stoici il di ’ho si riferisce unicamente all’agente inteso come causa efficiente, mentre per un

    peripatetico esso abbraccia senz’altro anche la causa finale.

    40. Cfr. ad es. Clem. Al. Strom. VIII, 9, 26, 4 (e Long-Sedley 1987, vol. 2, p. 333) e 30,

    2; M IX 211 (=SVF II 341=Long-Sedley 55 B) e per altri rinvii Barnes 1990d, p. 2671, n.

    230. Su tale differenza dottrinale interessante mi sembra la conclusione di Duhot 1989, p.

    217: “la vera opposizione risiede nel fatto che Aristotele, da un punto di vista intuitivo, con-

    cepisce l’effetto come una cosa e gli stoici come l’apparizione di qualche cosa. (...) Del re-

    sto, se si guarda alla questione con una certa obiettività, si constata che i dossografi aveva-

    no ben visto, su questo punto, l’opposizione fra una filosofia del nome e una filosofia del

    verbo”. Utili considerazioni al riguardo si leggono anche in Rieth 1933, p. 140.

    41. Cfr. Barnes 1990d, p. 2672, il quale analizza in dettaglio la questione, anche con

    l’ausilio di formalizzazioni esplicative: cfr. ivi, pp. 2672-2676.

    107

    42. Hankinson 1998b, p. 27 fa notare come tale tripartizione sia assente dagli scritti au-

    tentici di Galeno; diverso il discorso per quelli spurii: cfr. al riguardo infra, pp. 92-94.

    43. Nel caso (a) la mia traduzione è debitrice di un suggerimento di Enrico Berti, che qui

    ringrazio. Un’altra resa possibile è quella di “immediate”: essa, oltre a sottolineare il si-

    gnificato di un tipo di causa, che non ha bisogno di mediazione per compiere il suo effet-

    to, riprende quella di Tescari (che oscilla fra “immediate” e il calco “sinettiche”) e di Bury

    (“immediate”), mentre Hossenfelder, Gallego Cao/Muñoz Diego e Pellegrin preferiscono

    rispettivamente “für sich zureichend”, “suficientes” e “parfaites”; Annas/Barnes optano per

    “comprehensive”, Mates per “conclusive”. Per quanto riguarda (b), la mia resa coincide

    con quella di Pellegrin (“coopérantes”) e si avvicina a quella di Annas/Barnes (“co-opera-

    tive”), laddove Tescari, Hossenfelder e Gallego Cao/Munoz Diego si allineano nel tradur-

    re rispettivamente “concausali”, “Mitursachen”, “concausas”; Mates e Bury infine si deci-

    dono entrambi per “associate”. Rispetto al terzo gruppo (c), la mia traduzione si muove nel-

    la stessa direzione di quelle di Hossenfelder (“Hilfsursachen”), Annas/Barnes (“auxiliary”)

    e Pellegrin (“auxiliares”), mentre Tescari e Bury preferiscono “cooperanti”/”cooperant”;

    Gallego Cao/Munoz Diego “coadyvantes” e Mates lo strano calco “synergistic”.

    44. Cfr. rispettivamente Sen. ep. 65, 4 e 12=SVF II 346a.

    45. Posidonio, però, rappresenta forse in tal senso un unicum·, cfr. al riguardo il passo già

    citato di Strabone (=T. 85 E.-K.), nonché supra, n. 5.

    46. Non è questa la sede per occuparsi in dettaglio di una questione teoricamente così

    complessa, ma mi sembra opportuno offrire almeno una piccola digressione sui motivi

    che spingono Crisippo a proporre la bipartizione di cui ci stiamo occupando. In proposi-

    to, dobbiamo essere molto cauti e, nonostante l’influsso che essa ha esercitato, ridimen-

    sionare forse l’attendibilità proprio della presentazione ciceroniana. Con discutibile coe-

    renza teorica, infatti, essa attribuisce sì a Crisippo una distinzione delle cause in due cop-

    pie opposte (cause perfectae et principales vs. adiuuantes et proximae), ma pretende poi

    di accreditarla come soluzione positiva di alcune difficoltà legate alla coesistenza del fa-

    to e della libera volontà del soggetto umano. Crisippo, stando a Cicerone, risolverebbe ta-

    li difficoltà facendo del primo, attraverso lo stimolo fornito dalla rappresentazione (o

    phantasia), una causa esterna e cronologicamente anteriore, che si limita a dare l’avvio

    all’azione, ma non la necessita e attribuendo solo alla seconda l’efficacia decisiva di cau-

    sa interna e simultanea, legata all’esercizio di un assenso (o sygkatathesis), incondizio-

    nato, sottratto alla sempiterna catena causale del fato e perciò libero. Fatta salva la ge-

    nuina paternità crisippea della bipartizione che stiamo esaminando, mi sembra di poter

    dire che essa va inserita in un “quadro teorico” diverso da quello ciceroniano, come è sta-

    to opportunamente sottolineato da Pier Luigi Donini. Tenendo conto non solo delle testi-

    monianze già menzionate, ma anche di altri passi decisivi, ad es. di Diogeniano e soprat-

    tutto di Alessandro di Afrodisia, Donini ha infatti sostenuto che “a questo punto si può

    capire a che cosa doveva servire, per Crisippo, la distinzione delle cause. Essa serviva ef-

    fettivamente a stabilire che cosa sia in potere dell’uomo, ma non già per contrapporlo (co-

    me assurdamente vorrebbe far intendere Cicerone) a quel che dipende dal fato, bensì per

    distinguerlo da quel che non è in nostro potere, restando inteso che sia quel che è in po-

    tere dell’uomo, sia quel che non lo è, dipende comunque e ugualmente dal fato ed è sot-

    toposto alla necessità” (Donini 1975, p. 222). Non doveva essere diverso, forse, l’obietti-

    vo perseguito da Posidonio, nella forte limitazione da lui imposta al presunto potere cau-

    sale della ricchezza, fattore unicamente antecedente ed esteriore, cui può forse cedere l’a-

    nima dei “molti” o pollai, ma non quella perfetta del saggio: cfr. Sen. ep. 87, 31-34 (=F.

    170 E.-K.), con il relativo commento in Edelstein-Kidd 1988, pp. 628ss. Tornando infine

    108

    sul significato e sulla relazione reciproca dei due tipi di causa ricordati da Cicerone, su

    cui sono stati versati fiumi di inchiostro, mi limito soltanto a dire che, nonostante le sot-

    tili ed erudite argomentazioni di Görler 1987, mi sembra che l’espressione del de fato pre-

    senti una coppia di endiadi e testimoni dello sforzo ciceroniano, non sempre preciso e at-

    tendibile, di rendere in latino una terminologia greca di partenza già di per sé fluida e non

    tassativamente codificata: cfr. al riguardo anche Duhot 1989, p. 170 e soprattutto la fine

    analisi di Schröder 1989 e 1990; utili indicazioni anche in Ioppolo 1994b, pp. 4505ss. e

    Forschner 19952, pp. 96-97; cfr. infine Bobzien 1999, sp. pp. 204-218 e più in generale

    Bobzien 1998.

    47. Si potrebbe obiettare citando come esempio la partizione delle cause conservata in

    Cic. top. 58-61. Non posso qui dedicare spazio a una disamina attenta e completa del pas-

    so, rispetto al quale condivido tuttavia il fondato giudizio di Anna Maria Ioppolo 1994b, p.

    4532: “è chiaro quindi che Cicerone utilizza nei ‘Topica’ una classificazione di cause che

    è dovuta all’influenza di più scuole filosofiche e che con ogni probabilità risente anche de-

    gli sviluppi che il concetto di causa aveva avuto nelle scuole mediche”; cfr. anche Bobzien

    1999, p. 234, n. 85. Si può infine supporre che Crisippo utilizzasse per la causa antecedente

    il termine proegoumenos: cfr. ad es. la testimonianza del de fato pseudo-plutarcheo (574e),

    con ulteriori rinvii in Valgiglio 1993, p. 181, n. 265.

    48. Oltre a SVF II 407, per la testimonianza di Galeno cfr. Long-Sedley 55 F, nonché 55

    H (=SVF II 356) per il primato dell’invenzione stoica; per ulteriori testi pertinenti cfr.

    Hankinson 1987a, p. 81, n. 5; si veda anche Mansfeld 2001b, sp. pp. 49-50.

    49. Cfr. anche ps-Gal. defined. XIX 392 K. (def. 155).

    50. È questa caratterizzazione che spinge Frede 1987d, p. 145 a porre lo aition syne-

    ktikon
    stoico come analogo alla causa formale di Aristotele; sulla stessa linea anche For-

    schner 19952, p. 92; cfr. tuttavia anche Hankinson 1987a, p. 83, n. 12, nonché le equilibra-

    te osservazioni di Ioppolo 1994b, p. 4503.

    51. Cfr. al riguardo almeno i passi di Galeno conservati in SVF II 355 e 356 (=Long-

    Sedley 55 H).

    52. Per l’accenno allo Schulbetrieb cfr. in part. Pohlenz 1940, pp. 111-112 e Schroder

    1990, sp. p. 8; cfr. inoltre Hankinson 1987a, p. 84, n. 18; Duhot 1989, pp. 228 e 232-233;

    Sharples 1991, p. 199; Ioppolo 1994b, sp. pp. 4538 e 4545. Appare in ogni caso difficile

    rendere coerente tale coacervo tassonomico, riconducendolo ad es. a due schemi triadici

    alternativi, come vorrebbe Frede 1987d, pp. 138ss. Per l’ipotesi che un contributo attivo e

    importante alla classificazione delle cause sia stato apportato da seguaci di Erofilo e di

    Erasistrato cfr. Kollesch 1973, sp. p. 124; per la trasformazione della nozione di aition syn-

    ektikon
    (“containing-sustaining cause”) nel neoplatonismo e soprattutto in Proclo cfr. an-

    che Steel 2002.

    53. Ancora più radicale in proposito il giudizio conclusivo di Duhot 1989, p. 240, il qua-

    le nega carattere “realmente stoico” a tutte le liste di cause, da ricondurre piuttosto a “co-

    loro che avevano bisogno di distinguere parecchi livelli di causalità, ovvero i medici”; con-

    tra
    cfr. già Rieth 1933, pp. 138-139.

    54. Su questo passo cfr. in particolare Sharples 1983, pp. 153-154, il quale difende an-

    che la lezione hektika in luogo di aktika.

    55. Cfr. SVF II 347-351, nonché SVF I, p. XLVI.

    56. Cfr. e.g. la sua testimonianza in SVF II 351 (=Long-Sedley 55 E); cfr. anche SVF

    II 346, un passo in cui Clemente Alessandrino, oltre a riproporre la sinonimicità di syn-

    ektikon
    e autoteles (su cui appare tuttavia lecito nutrire qualche dubbio: cfr. in proposito

    Schröder 1990, p. 237 e Ioppolo 1994b, sp. pp. 4540-4542; contra cfr. invece Bobzien

    109

    1999, sp. pp. 239-240), fornisce di nuovo un elenco di cause (prokatarktika-synektika-syn-

    erga-ta de hon ouk aneu,
    riproposto con il solo scambio fra synektika e synaitia in Basil.

    Spir. Sanct. PG 32, 5ab) non sovrapponibile a dottrina stoica e corredato da un esempio,

    quello dell’apprendimento, anch’esso difficilmente riconducibile a matrice stoica.

    57. Cfr. e.g. def. med. XIX 393 K. (def. 157, 159-160): tutto ciò sembra valere, almeno

    in parte, anche per i metodici: cfr. ps-Diosc. de iis..., Prooem., II 51, 15-52, 6, cit. in Kol-

    lesch 1973, p. 120 e già in Pohlenz 1940, p. 108, con ulteriori rinvii a testi di Celio Aure-

    liano e Sorano.

    58. Ioppolo 1994b, p. 4542; cfr. anche ivi, p. 4540; per le occorrenze all’interno della

    setta metodica cfr. la n. precedente.

    59. Per questa ipotesi interpretativa cfr. Frede 1987d, pp. 143ss.

    60. Letti da questo punto di vista gli esempi sestani risultano perfettamente comprensi-

    bili né possono essere negativamente giudicati, alla stregua di battute di cattivo gusto o di

    chiarimenti ingannevoli, come vorrebbe Rieth 1933, pp. 141, n. 2 e 149.

    61. La medesima quadripartizione si ritrova anche in ps.-Gal. hist. phil. 19 (Dox. gr. 611,

    8-15), dove inoltre le definizioni delle cause synektika-synaitia-synerga sono praticamente

    identiche a quelle sestane, mentre manca ogni tipo di esempio. Quanto alla traduzione del

    termine greco prokatarktika, ho preferito renderlo con “antecedenti”, come già Tescari e

    Bury (“antecedenti”/“antecedent”), Pellegrin (“antécédentes”) e direi anche Hossenfelder

    (“vorangehenden”), mentre Annas/Barnes preferiscono “preparatory”, Mates “proximate”

    e Gallego Cao/Muñoz Diego la strana espressione “fundamentos previos”. Più in generale,

    per un primo orientamento sul dibattito teorico fra le scuole mediche in merito alle spiega-

    zioni causali cfr. Hankinson 1998a, cap. IX.

    62. Credo si possa dunque condividere la conclusione di Duhot 1989, p. 234: “ciò con-

    ferma che queste cause sono utilizzate da molte scuole, generalmente mediche, che, intor-

    no a una base comune, ne danno interpretazioni differenti a seconda dei loro bisogni con-

    cettuali”.

    63. Cfr. al riguardo Decleva Caizzi 1992a, p. 308.

    64. L’esempio torna nello pseudo-Galeno: def. med. XIX 392 K. (def. 155).

    65. Non mancano tuttavia passi, sempre in Galeno e in particolare nel de sectis, in cui,

    nell’ambito della determinazione della syndrome dei fattori rilevanti in uno specifico caso

    clinico (ad es.: morso di un cane impazzito -» insorgere della rabbia), l’accettazione delle

    cause antecedenti viene attribuita anche ai medici empirici. Bisogna tuttavia evitare conclu-

    sioni affrettate e indebite accuse di dogmatismo mascherato. Come suggerisce giustamente

    Hankinson 1998a, p. 321, infatti, “ciò che i razionalisti tratteranno come genuina causa (che

    come tale richiede che sia vera una qualche spiegazione della sua operatività), gli empirici

    lo considerano piuttosto come un mero segno, un evento opportunamente concatenato con

    qualche risultato futuro. Chiamatele cause se volete (gli empirici, come i pirroniani, non fan-

    no questioni di terminologia), nella misura in cui il termine non venga inteso per connotare

    una qualche confidenza nell’esistenza di una verità causale arcana rispetto alla questione in

    esame”; cfr. inoltre Perilli 2004, sp. pp. 137-140. Su questo aspetto e sulla possibilità che

    anche i pirroniani parlino ‘non teoreticamente’ di cause cfr. infine infra, n. 106.

    66. Hankinson 1998b, p. 45.

    67. Cfr. almeno Gal. CP II 9-10; VII 46; soprattutto VIII 96-114; nella stessa direzione,

    di conseguenza., potrebbe essere letto anche CP XIII 162, qualora si accetti l’ipotesi inter-

    pretativa avanzata da Hankinson 1998b, sp. pp. 253-254, che individua nello ipse ... dux ci-

    tato nel testo proprio Erasistrato; incline ad attribuire direttamente a Erofilo il rigetto delle

    cause antecedenti in quest’ultimo passo di Galeno è, sia nella traduzione sia nel commen-

    110

    to, von Staden 1989: cfr. ivi, Herophil. T 58 e ancora pp. 130 e 136; sulla questione cfr. an-

    che ora Perilli 2004, sp. pp. 186-188.

    68. Né si può sottovalutare il valore che sembra avere costantemente in Sesto l’etichet-

    ta tines: cfr. supra, n. 4.

    69. Non mi sembra accettabile l’interpretazione di Barnes 1990d, p. 2670, n. 225, se-

    condo cui Sesto probabilmente aggiunge hyparchon in PH III 16, “per mostrare che (nel

    gergo corrente) la causazione non è una relazione intensionale”; cfr. anche ivi, p. 2683, n.

    267. Tale interpretazione riposa infatti su di una errata traduzione, poiché hyparchon e on

    sono due participi riferiti entrambi a aition (“la causa, sussistendo come relativa ed essen-

    do relativa all’effetto”) secondo un uso stilistico attestato anche in altri passi del corpus se-

    stano: cfr. ad es. PH II 120; M VIII 454 e XI 38. In una direzione analoga, del resto, va an-

    che la traduzione che lo stesso Barnes, insieme a Julia Annas, propone per il nostro passo

    in Annas-Barnes 2000, p. 147.

    70. Su di un piano insieme fisico e teologico, che potrebbe far pensare a dottrina ad es.

    platonica (cfr. Plat. Tim. 28a5-6) e/o stoica (cfr. sul concetto di dioikeisthai i rinvii offerti

    daValgiglio 1993, pp. 181-182).

    71. Per una possibile replica attribuita a hoi aporetikoi cfr. Μ IX 209; su tale etichetta

    cfr. almeno Decleva Caizzi 1992a, pp. 307ss.

    72. Alcuni esempi sono già sfruttati in Lucr. I 159-173; erano forse diventati di casa an-

    che nella tropologia scettica?

    73. II rinvio è reso del resto esplicito nel passo parallelo di Μ IX 205-206.

    74. Per questo ricorrente accorgimento polemico cfr. almeno PH I 58, 85; II 130; e an-

    cora PH III 20, 245, 273.

    75. Cfr. Barnes 1990d, pp. 2676ss.; si vedano anche Mates 1996, p. 292; Hankinson

    1998a, pp. 279-280.

    76. Cfr. al riguardo ancora Barnes 1990d, p. 2653, n. 167, il quale esprime una valuta-

    zione analogamente negativa, al punto di trovare “più interessante” la trattazione di PH: cfr.

    ancora ivi, p. 2677.

    77. Cfr. anche Hankinson 1998a, pp. 278-279, nonché, per l’eco di una formula crisip-

    pea in PH III 21-22, Mansfeld 2001a, sp. p. 109.

    78. Pur concessa da Sesto: per questa sua strategia cfr. i rinvii in Barnes 1990d, p. 2676,

    n. 247.

    79. Per una descrizione più ampia di tale scontro cfr. Μ IX 195.

    80. Cfr. rispettivamente PH II 104-133, 18-79 e 144-192.

    81. Non del tutto identica, però, al diallele: cfr. al riguardo PH I 61 e le osservazioni di

    Barnes 1990d, p. 2680, n. 260.

    82. Cfr. Barnes 1990d, pp. 2682-2683, il quale si mostra estremamente critico nei con-

    fronti della correttezza e validità di tali obiezioni; sulla questione cfr. anche Hankinson

    1998a, pp. 280-283.

    83. Cfr. tuttavia ancora Barnes 1990d, p. 2682, n. 265.

    84. Cfr. ad es. Μ IX 210-217, sp. 212-214; sulla questione cfr. Hankinson 1998a, pp.

    300-302; ulteriori rinvii anche in von Staden 1989, p. 137.

    85. Per un primo orientamento in proposito rinvio a Dal Pra 1975(2), pp. 376ss; per la pa-

    ternità enesidemea dell’intera sezione di PH III 17-29 sembra pronunciarsi Andriopoulos

    1989, sp. pp. 12ss., senza tuttavia addurre ragioni cogenti.

    86. Anonima, ma forse allusivamente neo-pirroniana: cfr. al riguardo ancora supra, n. 4.

    87. Cfr. in proposito il resoconto di Fozio, rispettivamente in bibl. Cod. 212, 170b5 e

    18-19; sulla questione cfr. anche Decleva Caizzi 1992a, p. 291, nn. 27 e 28.

    111



    88. Sull’attendibilità di questo approccio rispetto al carattere processuale delle relazioni

    causali cfr. le osservazioni di Hankinson 1998a, p. 282, nonché quelle di Andriopoulos

    1989, sp. pp. 14-16.

    89. Cfr. tuttavia l’ipotesi ardita, ma ben argomentata di una possibile ‘backward causa-

    tion’ in Dummett 1954, ricordata anche da Hankinson 1998a, p. 281.

    90. Cfr. Long 1982, p. 170, n. 19 e pp. 185-187; più in generale cfr. anche Spinelli

    2000b, passim.

    91. II verbo utilizzato, symparatero, ricorre sempre e solo per descrivere il meccanismo

    inferenziale debole all’opera nel caso dei segni rammemorativi: cfr. PH II 100-101 e i pas-

    si paralleli in Μ VIII 152 e 154; e ancora Μ VIII 143. Utili osservazioni e ulteriori rinvii al

    riguardo si possono leggere in Desbordes 1990, p. 178. Per la possibilità che anche agli oc-

    chi degli stoici “il tipo di segno cui i segni divinatori maggiormente somigliano sia il ‘se-

    gno rammemorativo’” cfr. Long-Sedley 1987, vol. 1, p. 265.

    92. Non a caso Sesto ricorre qui al verbo endeiknymai, utilizzato nello stesso senso an-

    che in altri passi: cfr. ad es. Μ VIII 195; 208; 263 (bis); 264; 274 (bis). La considerazione

    degli astri come “segni condizionali" (Bobzien 1998, p. 176, n. 75) inviati direttamente da-

    gli dei è sicuramente stoica, molto probabilmente già crisippea: cfr. almeno M IX 132; Cic.

    fat. 14-15 e soprattutto Cic. div. II, 63, 130 (=SVF II 1189).

    93. Barnes 1988b, p. 73.

    94. Non sempre perspicua si rivela in proposito la recente, lunga disamina di Allen 2001,

    sp. pp. 87ss.

    95. Per una diversa accezione del concetto di segno in ambito stoico cfr. le testimonian-

    ze di Filodemo e Dionisio di Cirene raccolte sotto i frr. 1032-1035 Hülser.

    96. Si tratterebbe di Cleante secondo Ebert 1991, sp. pp. 78, 290-291 e 298. Al di là di

    qualsiasi questione di paternità, si può concordare sul fatto che il resoconto di PH appare

    qualitativamente ‘superiore’ rispetto a quello di Μ VIII 141-155 e 244-256. Cfr. ancora

    Ebert 1991, pp. 38ss.,49ss. e 74, che pensa a Zenone come possibile fonte di M; cfr. anche

    Frede 1987d, p. 188. Sulla ‘paternità’ della classificazione discussa da Sesto sono state for-

    mulate ipotesi differenti: stoici-dialettici secondo Ebert; l’empirismo medico per Sedley,

    Kudlien, Hülser e soprattutto ora, sulla scia di alcune osservazioni già avanzate da Philip-

    pson, Allen 2001, le cui tesi sono tuttavia in più punti discutibili. Più in generale sulla ‘se-

    miotica’ o ‘semiologia’, scettica e non, cfr. almeno Sedley 1982; Burnyeat 1982b; Glidden

    1983; Ebert 1987; Manetti 1987, sp. pp. 135-160; Chiesa 1990.

    97. Riprendo qui un suggerimento di Manetti 1987, p. 150; per una classificazione leg-

    germente diversa cfr. M VIII 317-319 e le osservazioni di Hankinson 1995, p. 344, n. 6.

    98. Chiesa 1990, p. 156. Cfr. anche la testimonianza dello ps.-Galeno in hist. phil. 9, Dox.

    gr.
    605, 10-18=fr. 1027 Hülser; un resoconto leggermente diverso si legge invece in DL IX

    96-97, mentre M VIII 143 menziona una partizione dei segni considerati koinos/idios, che

    secondo alcuni interpreti non sarebbe perfettamente sovrapponibile a quella discussa nei

    Lineamenti: cfr. ad es. Manetti 1987, sp. pp. 147-148 e 150.

    99. Cfr. anche ps.-Gal. def. med. XIX 396 K. (def. 176) e opt. sect. I 149 K. e per altri

    rinvii testuali Burnyeat 1982b, p. 234, n. 95.

    100. Da tutti, filosofi e medici: cfr. M VIII 156 e 285.

    101. Cfr. anche M VIII 155; in base a Μ VIII 173 dovremmo aggiungere anche: ros-

    sore —> vergogna. Per un’interpretazione radicalmente diversa e non dogmatica del con-

    cetto di deixis cfr. quanto Sesto riferisce a proposito della medicina metodica: PH I 240.

    Più in generale ancora sul concetto di endeixis e sul suo valore euristico cfr. Kudlien

    1991.

    112



    102. Al di là dei problemi testuali legati a questo passo, per le “conseguenze devastanti”

    della polemica sestana cfr. Hankinson 1995, p. 202; Chiesa 1990, p. 151.

    103. Cfr. l’occorenza di verbi come platto, anaplatto, quest’ultimo forse già di casa nel

    lessico enesidemeo: cfr. Phot. bibl. Cod. 212, 170b28. Sesto attacca probabilmente la ver-

    sione filosofica della distinzione segni rammemorativi/segni indicativi: cfr. Burnyeat

    1982b, p. 212, n. 48.

    104. Pace Glidden 1983, sp. pp. 241-243.

    105. Ancora più chiaro risulta l’atteggiamento metodologico sestano in Μ VIII 159-160.

    Per le radici di questa posizione cfr. PH I 23-24, su cui si veda infra, cap. VI, sp. pp. 146-

    147; cfr. anche M VIII 156-158; e inoltre Barnes 1992, pp. 4251-4252; Chiesa 1990, p. 153;

    Hankinson 1995, p. 203.

    106. Per l’esatta costituzione del testo in Μ V 104 rinvio alle considerazioni avanzate in

    Spinelli 2000b, sp. p. 97, n. 35. L’esempio del ferimento mortale al cuore - per cui si veda

    anche M VIII 254-255 - rientra esplicitamente nella casistica dei segni rammemorativi: cfr.

    M VIII 153 e 157. Esso viene inoltre classificato fra quei nessi fattuali di cui abbiamo co-

    stantemente esperienza in Gal. subf. emp. 58, 18-20. Per il ruolo che esso svolge fra i ‘prin-

    cipi’ dell’arte medica empirica, cfr. anche più in generale ivi, 44, 4-51, 9 (sp. 44, 15 ss.),

    mentre per una lettura che ne sottolinea il carattere necessario e non reciprocabile cfr.

    Quint. V 9, 5 e 7. Per la possibilità che anche i medici empirici accettino “di parlare (non-

    teoreticamente) di cause” cfr. anche Hankinson 1995, p. 349, n. 15.

    107. Su tale questione mi limito a rinviare alla trattazione generale di von Savigny 1975.

    108. Per un primo orientamento sul covering law model proposto da Hempel, sulle criti-

    che da esso suscitate e sui successivi aggiustamenti o ripensamenti avanzati ancora da

    Hempel non posso che rinviare alle utilissime osservazioni di Wolters 2000; cfr. anche i

    saggi raccolti in Zorzato 1992, nonché Kistler 2002, sp. pp. 638-645.

    109. Così si esprime Maria Carla Galavotti nell’Introduzione alla traduzione italiana di

    Hempel 1986, p. 9.

    110. Ivi, p. 228.

    111. Ivi, p. 12.

    112. Così Wolters 2000, p. 218.

    113. E quanto possiamo ricavare anche dalla testimonianza di Cicerone (in positivo: div.

    I, 1, 2; 19, 36-37; in negativo: II, 46, 97) e di Favorino (ap. Gell. ΝΑ XIV, 1, 2 e 17). Una

    menzione a sé merita infine un passo di Tolemeo (tetr. I 2, 10ss.), che pare in più punti - a

    cominciare dalla valutazione positiva della syneches historia degli astrologi - quasi una ri-

    sposta puntuale alle critiche qui registrate da Sesto.

    114. Cfr. al riguardo Hankinson 1987b, pp. 346-347.

    115. Cfr. Frede 1990, p. 249; per la possibilità - all’interno di una techne specialistica

    che abbia a che fare con ta phainomena - di fondare su osservazioni empiriche e resocon-

    ti ripetuti addirittura un sistema di theoremata cfr. soprattutto M VIII 291. Vale la pena di

    ricordare, in ogni caso, che la teresis non è “un’ipotesi esplicativa o un’inferenza - essa è

    semplicemente un accumulo di osservazioni congiunte, è empeiria. Né la teresis è una con-

    gettura causale”: così Barnes 1988b, p. 72; cfr. anche Blank 1998, pp. 212-213 e più in ge-

    nerale, sul concetto sestano di esperienza/teresis, Spinelli 2004.

    116. Più in generale sulla questione cfr. alcuni passi di Galeno (sp. subf. emp. 58, 15ss.

    e meth. med. X 126 Κ.), nonché le utilissime osservazioni di Frede 1990, p. 243; inte-

    ressanti considerazioni si leggono anche in Chisholm 1941 (il quale inoltre, accostando-

    la ‘entusiasticamente’ all’empirismo scientifico contemporaneo, definisce riassuntiva-

    mente la teoria filosofica di Sesto come “una chiara affermazione dei principi essenziali

    113

    di positivismo, pragmatismo e behaviorismo”: ivi, 372); Porro 1987, sp. pp. 256-259 e

    Chiesa 1997, pp. 31-49.

    117. Barnes 1988b, p. 70.

    118. Cfr. Frede 1990, pp. 248-249.

    119. Per questo atteggiamento di fondo della scelta filosofica pirroniana cfr. almeno PH

    I 12 e 26-29, nonché infra, cap. VI.

    Una prima, ridotta versione di questo contributo è stata presentata in occasione del ‘Se-

    minario annuale di filosofia antica’, organizzato presso l’Università degli Studi di Pavia nei

    giorni 4-6 aprile 2002; colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che sono intervenuti

    durante la discussione e che mi hanno fornito utili spunti di riflessione.



    Emidio Spinelli . :

    This page is copyrighted

    Refbacks

    • There are currently no refbacks.