Questioni scettiche. Letture introduttive al pirronismo antico

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Questioni scettiche. Letture introduttive al pirronismo antico

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Capitolo quinto

COMPRENSIONE FILOSOFICA E PRASSI COMUNICATIVA



1. A mo’ di premessa

Nelle scuole, nelle università o anche nei liberi dibattiti, ovunque nel-

l’agone del pensiero: sembra proprio difficile negare che, in ogni tempo e

luogo, la “filosofia” scettica - le virgolette sono d’obbligo - abbia goduto,

tranne qualche più o meno fortunata eccezione, di quella che potremmo

chiamare una ‘cattiva stampa’1. Si tratta di un fatto, chiaramente attestato

sin dall’antichità: i cosiddetti filosofi dogmatici, infatti, hanno sfruttato

qualsiasi occasione non solo per cercare di rintuzzare gli attacchi - spesso

di una radicalità sorprendente e ancor oggi stimolante - portati alle loro

dottrine dalle due grandi famiglie dello scetticismo antico2, ma anche per

rivolgere contro i loro infaticabili avversari accuse, che ai loro occhi do-

vevano suonare definitive, una sorta di requiem filosofico contra scepticos.

Un simile atteggiamento trova senza dubbio il suo terreno più fertile in

campo morale, dove i dogmatici possono credere di aver stretto in un an-

golo gli scettici, condannandoli alla più completa inattività e dunque assi-

milandoli alla vuota, impalpabile esistenza di muti vegetali3. Anche all’in-

terno di altri ambiti particolari, che noi oggi chiameremmo rispettivamen-

te epistemologia e filosofia del linguaggio, la critica dogmatica ritiene tut-

tavia di saper offrire argomenti, che dovrebbero costringere gli scettici ad

abdicare, ad abbandonare il campo, da una parte gettando la spugna di

fronte alla possibilità stessa di capire l’oggetto di una qualsivoglia discus-

sione filosofica e dall’altra rinunciando a ogni pretesa di parlare sensata-

mente, di formulare espressioni linguistiche coerenti rispetto alle proprie

decantate rinunce gnoseologiche.

Prendendo spunto da tali forti obiezioni di fondo, in questo capitolo

tenterò brevemente di riproporre un quadro complessivo delle puntuali

contro-argomentazioni anti-dogmatiche rinvenibili al riguardo in alcuni

passi degli scritti di Sesto Empirico, il più fecondo e ricco autore scettico-

pirroniano a noi noto. L’obiettivo ultimo sarà quello di mostrare come non

sia affatto indispensabile il possesso di un set rigido e apparentemente in-

distruttibile di dottrine dogmatiche per poter garantire a ciascuno sia la

piena comprensibilità degli argomenti altrui sia la capacità di comunicare

a tutti l’universo ricco e variegato delle proprie sensazioni e affezioni.

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2. La legittimazione della ricerca scettica

C’è almeno un luogo nel corpus degli scritti di Sesto Empirico, che giu-

stifica in maniera coerente la capacità scettica di esercitare la propria ana-

lisi rispetto a qualsiasi oggetto d’indagine proposto e proponibile. Esami-

niamo allora in dettaglio questo luogo sestano, contestualizzandolo e indi-

viduandone le linee argomentative essenziali.

Conformemente al piano compositivo illustrato nei paragrafi di apertu-

ra dei suoi Lineamenti pirroniani (cfr. PH I 5-6), all’inizio del secondo li-

bro di quest’opera programmatica, “un manuale e quasi un breviario dello

scetticismo”4, Sesto si dedica alla trattazione dello eidikos logos, ovvero

del ragionamento specificamente rivolto alla demolizione delle opinioni

dogmatiche relative alle tre canoniche parti della “cosiddetta” filosofia: lo-

gica, fisica, etica.

L’intero libro secondo dei Lineamenti è quindi dedicato all’esposizio-

ne critica di concetti che, con terminologia moderna, potremmo dire oscil-

lano fra l’epistemologia e la logica stricto sensu (nell’ordine: criterio, ve-

ro, verità, segno, dimostrazione, sillogismo, induzione, definizione, divi-

sione, sofisma). Prima di addentrarsi nell’analisi tecnica di tali nozioni

dogmatiche, però, Sesto sente l’esigenza di avanzare una precisazione in-

troduttiva, abbastanza forte e chiara da poter accompagnare implicitamen-

te l’intera trattazione antidogmatica5.

La presa di posizione sestana nasce dall’esigenza di difendersi da at-

tacchi anti-scettici costantemente ‘inventati’ dai filosofi rivali6. L’accusa

che questi pensatori dogmatici muovono mira a chiudere assolutamente al-

lo scettico ogni spazio di indagine e ha una struttura dilemmatica7:

  • a. o lo scettico comprende a pieno le tesi dogmatiche che indaga;
  • b. o egli non le comprende.
  • Se vale (a), allora non si capisce perché egli dovrebbe sollevare aporie;

    se invece vale (b) allora egli si autocondanna al silenzio, non potendo cer-

    to esprimere alcunché di sensato su ciò che per definizione gli risulta in-

    comprensibile.

    Questo tipo di obiezione ha probabilmente una lunga storia alle spalle

    e affonda le radici in argomentazioni sofistiche contro la possibilità stessa

    del ricercare8. La difesa scettica - forse spia di un dibattito ancora attuale

    all’epoca di Sesto, come lascerebbe supporre l’indicazione temporale

    ‘ora”/nyn di PH II 4 - richiama gli avversari dogmatici alla necessità di

    non giocare in modo equivoco sul verbo “comprendere” (katalambano). A

    esso va infatti riconosciuto un duplice significato:

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  • 1. uno ‘debole’, ovvero quello di “intendere semplicemente” (noein ha-

    plos),
    senza compiere il passo ulteriore di inferire dal mero concetto di

    qualcosa la sua effettiva sussistenza9;
  • 2. l’altro forte, pronto ad asserire l’esistenza reale di ciò che è oggetto

    del noein e subito identificato con la comprensione o katalepsis stoica, ov-

    vero con il procedimento tecnico di concessione dell’assenso alla rappre-

    sentazione comprensiva10.
  • Sesto mostra cosa accade nella prassi argomentativa di tutti i dogmati-

    ci, qualora essi si avvalgano del secondo dei significati appena ricordati11.

    Per raggiungere in modo più efficace il proprio obiettivo egli mette ipote-

    ticamente di fronte a un rigoroso filosofo stoico alcuni dogmi fondamen-

    tali dell’epicureismo (PH II 5), ovvero nell’ordine: divisibilità della so-

    stanza o ousia materiale (in atomi e vuoto, si deve integrare); negazione

    della provvidenza o pronoia; equazione bene/piacere12. Con abile ritorsio-

    ne polemica, la contro-obiezione sestana assume anch’essa struttura di-

    lemmatica:

  • - o lo stoico dice di comprendere in senso forte, ma allora deve conce-

    dere effettiva sussistenza alle tesi epicuree (e ai loro referenti extra-

    linguistici), abbattendo così gli stessi principi basilari del proprio in-

    dirizzo di pensiero;
  • - oppure non comprende affatto, restando con ciò tagliato fuori da ogni

    possibile indagine, dalla praticabilità stessa del ricercare o zetein, pro-

    positivo o polemico che sia.
  • L’impasse appena presentata, sovvertendo dalle fondamenta qualsiasi fi-

    losofia dogmatica, viene inoltre assunta da Sesto come ‘solida’ prova e con-

    trariis
    della bontà e legittimità del proprio indirizzo13. La vana sottigliezza

    dei dogmatici, del resto, viene smascherata anche attraverso una complessa

    argomentazione, il cui esito indiretto è ancora una volta il rafforzamento del-

    la filosofia efettica.

    Se infatti un qualsiasi dogmatico formula asserzioni forti e assolute su

    un determinato oggetto x all’interno delle cose oscure (ta adela), si danno

    due alternative:

  • A. egli lo fa senza aver compreso x e in tal caso non merita fiducia al-

    cuna (è apistos, dice Sesto in PH II 7);
  • B. egli lo fa avendo compreso x, e qui di nuovo secondo due modalità

    opposte14, ovvero
  • B.1. in virtù di una comprensione fondata sull’evidenza immediata15; in

    tal caso, però - e qui sorge la contraddizione - da un lato x non dovrebbe

    esser più considerato de iure un adelon, mentre de facto su di esso conti-

    nua a sussistere l’indirimibile discordanza che avvolge le cose oscure16;

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    B.2. in base a un’indagine, ma allora si va a cadere nel tropo del dial-

    lele17, in quanto per indagare x bisogna prima averlo compreso, mentre per

    comprenderlo occorre averlo prima sottoposto a indagine.

    Le obiezioni e le difficoltà fatte valere contro il senso forte di “com-

    prensione”/“comprendere” svaniscono qualora questi termini vengano in-

    tesi e applicati non tecnicamente, ma nel loro uso piano e debole di “sem-

    plice nozione”, accessibile anche allo scettico in relazione a ciò che gli si

    impone necessariamente dall’esterno con evidenza sensibile o intelligibi-

    le18. Concepire qualcosa, infatti, non implica automaticamente che quel

    qualcosa esista19. Tenendo fede al proprio ‘abito’ (una traduzione già in-

    terpretante del sostantivo diathesis) e cedendo passivamente alla forza del-

    le rappresentazioni legate all’apparenza fenomenica20, lo scettico può dun-

    que, senza cadere in contraddizione, formarsi la nozione di un oggetto x e

    continuare legittimamente a indagarlo, un’attività invece del tutto preclu-

    sa a chi, come il dogmatico, pretende di aver raggiunto una volta per tutte

    la piena conoscenza di x stesso21.



    3. Per una comunicazione efficace

    Ammettiamo pure che questa serrata argomentazione, fondata su di un

    sottile e dialettico gioco di ritorsione polemica, possa essere risultata con-

    vincente: lo scettico non è condannato a restare ebete di fronte alle tesi al-

    trui, ma al contrario ha tutte le carte in regola per capirle e per afferrarne

    anche le sfumature più recondite. Il suo non è tuttavia un distaccato e di-

    sinteressato atto di teoretica contemplazione delle dottrine altrui. Al con-

    trario, egli deve essere in grado non solo di comprendere, ma anche e so-

    prattutto di sviluppare fino in fondo la forza o dynamis propria del suo

    abito filosofico, ovvero quell’abilità che “consiste nel contrapporre in

    qualsivoglia modo le cose che appaiono e quelle che vengono pensate; da

    essa, a causa dell’ugual forza presente nei fatti e discorsi contrapposti,

    giungiamo dapprima alla sospensione del giudizio, subito dopo all’imper-

    turbabilità” (PH I 18). Per raggiungere questo obiettivo, che, lasciando bru-

    ciare le tesi altrui o anche proprie nel fuoco di una dissonanza o diapho-

    nia
    che non conosce limiti o confini, rappresenta la condicio sine qua non

    di una ricerca che si proclama infinita e però (o perciò?) capace di garan-

    tire a chi la pratica una forma controllata e coerente di eudaimonia, oc-

    corre tuttavia servirsi di uno strumento pericoloso e insieme potente: il

    linguaggio22. Ecco perché in più punti dei suoi scritti, ma ancora una vol-

    ta soprattutto nel primo libro dei Lineamenti pirroniani, Sesto ritiene di

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    dover giustificare senso e ambito di valore del parlare pirroniano, rispon-

    dendo in modo accurato e quasi pedante alla domanda che, nell’illustrare

    sin dall’inizio di quello scritto i punti fondamentali del logos generale re-

    lativo alla propria “filosofia”, aveva programmaticamente posto a se stes-

    so: “in qual senso accettiamo le affermazioni scettiche” (PH I 5).

    Alla delineazione di questa risposta viene dunque dedicata un’intera se-

    zione dei Lineamenti, per l’esattezza PH I 187-209. In questi paragrafi

    l’intento di Sesto è quello di fornire un’auto-analisi del campo d’azione le-

    gittimo riconoscibile alle formule linguistiche pirroniane, già più volte uti-

    lizzate ad esempio nel corso dell’esame della tropologia23. Egli si sforza

    pertanto di chiarire quali siano le cautele da adottare per costruire un cam-

    po di strumenti capaci di esprimere in modo appropriato le nostre affezio-

    ni, i nostri pathe24. Nel far questo da una parte egli cerca di non cadere nel-

    la superba precipitazione o propeteia dei dogmatici e dall’altra di non as-

    sumere alcuna posizione di a-dialogico silenzio25. Ciò sarebbe del resto in

    aperto contrasto con l’atteggiamento di ‘filantropica terapia’, di ‘profilas-

    si teorica’ richiamato nella chiusa dei Lineamenti pirroniani ed esplicita-

    mente fondato sulla formulazione di argomenti o logoi accuratamente ca-

    librati a seconda del tasso di ‘intossicazione dogmatica’ da combattere26.

    Il passo implica un uso pragmaticamente ‘curativo’ del linguaggio e meri-

    ta dunque di essere letto per esteso (PH III 280-281):

    (280) Lo scettico, essendo filantropo, intende curare con il ragionamento, nei

    limiti del possibile, la vanità e la precipitazione dei dogmatici. Come dunque i me-

    dici delle affezioni corporee possiedono rimedi diversi per potenza e fra questi

    somministrano quelli forti a quelli che fortemente patiscono, quelli leggeri a co-

    loro che (patiscono) in modo leggero, anche lo scettico presenta in tal modo ar-

    gomenti diversi per forza, (281) e rispetto a coloro che sono malati di precipita-

    zione grave usa quelli solidi e in grado di eliminare vigorosamente la malattia

    dogmatica della vanità, quelli più leggeri, invece, rispetto a coloro che hanno la

    malattia della vanità allo stadio superficiale e facile a guarirsi e in grado di esse-

    re eliminata da argomentazioni persuasive di minor peso. Perciò colui che prende

    le mosse dalla scepsi non esita, a bella posta, a proporre argomenti talora vigoro-

    si quanto a persuasività, talora addirittura apparentemente alquanto fiacchi, poi-

    ché spesso sufficienti, per lui, a raggiungere quanto si propone.

    Più in generale, del resto, anche a uno sguardo superficiale appare evi-

    dente che le continue precisazioni riscontrabili nei Lineamenti (come an-

    che in più punti degli scritti Adversus Mathematicos) circa la valenza e il

    raggio d’azione degli usi terminologico-linguistici degli scettici sono frut-

    119

    to di un interesse serio e filosoficamente motivato da parte di Sesto. Ecco

    perché sono convinto che le sue pratiche argomentative e confutatorie non

    possono essere ‘bollate’ come meramente ironiche, né come insincere o

    come assolutamente incoerenti, né condannate a restare “vani tentativi”27.

    Vediamo allora di ripercorrere nelle sue linee teoriche generali lo sfor-

    zo sestano di autogiustificazione linguistica28. Ciò che si può escludere

    immediatamente è qualsiasi possibile identificazione delle apophaseis o

    phonai scettiche con quel logos apophantikos di cui parla Aristotele (cfr.

    soprattutto il cap. 4 del De interpretatione). Quest’ultimo è infatti un’e-

    nunciazione dotata e dotabile di un valore di verità o falsità (cfr. ad es. de

    int.
    5, 17a2-3). Le ‘voci’ sestane, invece, sembrano semmai essere più vi-

    cine a quei discorsi che lo stesso Aristotele definisce semplicemente ‘se-

    mantici’, capaci sì di significare, ma né veri né falsi: ad es. la preghiera, la

    domanda, l’esortazione e altri ‘atti linguistici’. Nonostante questo statuto

    non veritativo, è forse possibile individuare un oggetto extra-linguistico

    quale loro ‘referente’. Non si tratta della physis delle cose, luogo di imba-

    razzo o aporia sul piano conoscitivo, quanto piuttosto ciò che a noi appa-

    re o è per noi evidente/manifesto29. E forse utile tentare di riassumere in

    uno schema le relazioni reciprocamente ammissibili fra phonai, apparen-

    ze e realtà (i punti interrogativi indicano che le connessioni fra due ele-

    menti sono soggette a indagine e dunque ‘incerte’)30:

    Dietro questo schema pare muoversi la consapevolezza della differenza

    esistente fra un uso del linguaggio assolutamente semplice o comune (ha-

    plos/koinos
    ), che non carica mai i termini di valenze particolari, e uno inve-

    120

    ce ‘tecnico’, frutto della sottigliezza operiergia dogmatica e vincolato a una

    ben precisa presa di posizione teoretica. Volendo essere ancora più chiari,

    potremmo così descrivere tale differenza. Da una parte abbiamo il dogma-

    tico, convinto che il linguaggio sia lo strumento grazie al quale enunciare

    come stanno in realtà le cose (meglio: le cose oscure, ta adela), quale è la

    loro essenza al di là del modo in cui esse appaiono a noi. Dall’altra c’è lo

    scettico, per il quale appare problematica la conoscibilità stessa delle cose

    oscure, sia diretta sia indiretta, ovvero tramite lo ‘svelamento’ che dovreb-

    be esser consentito dai ‘segni indicativi’31. Per questo egli non si pronuncia

    sulla loro reale natura e perfino quando si serve di determinate ‘voci’ (indi-

    spensabili ad esempio, come viene ricordato in PH I 187, per dare vigore

    polemico ai tropi) non le carica di alcuna intenzionalità semanticamente on-

    tologica. La funzione di tali phonai viene dunque ad essere rigorosamente

    circoscritta: esse si limitano a indicare una disposizione e un’affezione in-

    terne32. Si rivelano insomma semplicemente ostensive di un fatto della no-

    stra esperienza interna, della condizione per cui noi, nel momento in cui le

    proferiamo verbalmente, mostriamo di essere affetti in quella certa maniera

    e in quel preciso istante o nyn rispetto agli oggetti della nostra ricerca33.

    E chiaro, dunque, che il linguaggio viene a perdere tutta la sua carica

    ontologizzante. Non essendo più incentrato su giudizi di realtà, su asseve-

    razioni dogmatiche circa l’essere o il non-essere delle cose, si sottrae al ri-

    gido ‘governo’ dei principi logici di identità e non-contraddizione. Esso si

    trasforma dunque in un semplice “annuncio (apaggelia) di un’affezione

    umana, ovvero di ciò che appare a chi la prova” (PH I 203), di un’impres-

    sione sensibile o intellettiva, registrata, in tutta la sua forza persuasiva, me-

    diante l’apparato espressivo di una “voce” o phone34. Nel caso dello scet-

    tico, insomma, come è stato scritto giustamente, “il suo discorso (parola o

    pensiero discorsivo) non gli appartiene più: egli non dice niente su qua-

    lunque cosa ci sia, egli lascia che le cose si dicano attraverso di lui, egli

    presta la sua voce ai fenomeni ‘senza riflessione né deliberazione’”35.

    L’insieme delle considerazioni fin qui avanzate offre le coordinate più

    adeguate per comprendere l’atteggiamento di testimone, quasi di “croni-

    sta”, che Sesto rivendica come caratteristico del pirroniano e che viene

    esplicitamente enunciato sin dal § 4 del primo libro dei Lineamenti:

    "A ragione, dunque, le fondamentali filosofie sembrano essere tre: dogmatica

    accademica scettica. Mentre converrà ad altri parlare di quelle (due), delfindiriz-

    zo scettico daremo noi al momento presente una delineazione sommaria, dopo

    aver fatto questa premessa: riguardo a nessuna delle cose che saranno dette stabi-

    liremo in modo dogmatico che essa sta esattamente così come ne parliamo, ma ri-

    121



    guardo a ciascuna forniremo un resoconto, secondo quanto ora ci appare, in virtù

    di un’esperienza personale".

    La ricetta linguistica ed espressiva proposta da Sesto sembra descrive-

    re una situazione di passività nei confronti delle apparenze, legata in mo-

    do inscindibile alle condizioni soggettive in cui si verifica e senza la pre-

    tesa di porsi su di un piano di validità assoluta. Tale ‘situazione psicolo-

    gica’ di partenza condiziona anche il momento della ostensione linguisti-

    ca delle affezioni umane. Sesto, infatti, riconosce senza difficoltà la man-

    canza di rigore e proprietà assoluti delle phonai scettiche. Esse si trovano

    a essere valide solo relativamente al particolare modo in cui viene usato il

    linguaggio all’interno dello scetticismo stesso (al riguardo cfr. soprattutto

    PH I 207). Di conseguenza, avendo privato le proprie voces di ogni refe-

    renzialità ontologica, lo scettico si conserva immune da ogni vano dispu-

    tare intorno alle parole, da ogni deleterio phonomachein (come ribadito in

    PH I 195 e 207). Tutte le espressioni verbali sono infatti per lui sullo stes-

    so piano. Non c’è alcun termine o discorso che possa dirsi più vero di un

    altro, secondo una perfetta applicazione della prima phone analizzata da

    Sesto: ou mallon, da intendere, al pari di ogni altra, “indifferentemente”

    (adiaphoros) e “impropriamente” (katachrestikos)36. Il pirroniano rinun-

    cia insomma alla possibilità di giudicare della corrispondenza linguag-

    gio/realtà, mentre accetta “il semplice dire qualcosa” (to haplos legein ti),

    il non-filosofico (forse meglio: pre-filosofico37) e non dogmatico uso de-

    gli strumenti comunicativi, equivalente al comune annunciare/riferire/rac-

    contare lo status delle proprie affezioni.

    Riprendendo alcuni spunti chiaramente evidenziati da Sesto già in PH

    I 13ss., potremmo allora ribadire che le phonai scettiche non hanno alcun

    valore di verità, né vengono pronunciate “come effettivamente sussistenti

    in senso assoluto”. Tutta la loro forza consiste nella funzione di dare una

    veste linguistica a un meccanismo passivo di ricezione/impressione/tra-

    smissione del fenomeno o meglio della sua phantasia38. Se è così, però,

    sembra cadere anche l’accusa di auto-contraddittorietà spesso elevata con-

    tro i pirroniani. Non rientrando infatti le loro phonai nell’ambito di una

    ‘semantica ontologica’, essi si sentono coerentemente legittimati a gettar-

    le fra “le rovine di un incendio al quale lo scetticismo non può né vuole

    sfuggire”39. La metafora dei purganti cui ricorre Sesto in PH I 206 è, co-

    me spesso accade, ancora più efficace40:

    Riguardo a tutte le espressioni scettiche, infatti, occorre presupporre questo,

    che non formuliamo asserzioni dogmatiche sul fatto che siano assolutamente vere,

    122

    poiché invero sosteniamo che possono distruggersi addirittura da sé, eliminando se

    stesse insieme a quelle cose di cui si dicono, come i purganti, fra i farmaci, non so-

    lo espellono dal corpo gli umori, ma eliminano anche se stessi insieme agli umori.

    Sesto si compiace non solo di riproporla, ma anche di arricchirla ulte-

    riormente nel paragrafo conclusivo del secondo libro del Contro i logici,

    grazie all’immagine del fuoco che consuma se stesso e soprattutto alla for-

    tunata metafora della scala41. Essa mostra, non dimostra, la prassi argo-

    mentativa e linguistica degli scettici meglio di qualsiasi articolata parafra-

    si e dunque merita di essere citata per esteso (M VIII 481):

    "e di nuovo, come non è impossibile che chi è salito verso un luogo elevato per

    mezzo di una scala rovesci con il piede la scala dopo l’ascesa, così non è invero-

    simile che lo scettico, arrivato a stabilire il proprio argomento per mezzo di una

    scaletta, ovvero di un discorso che mostra che non esiste dimostrazione, proprio

    allora distrugga anche questo stesso discorso".



    4. Le voci scettiche

    Dopo aver esposto le linee generali dell’unica forma ammissibile di ‘fi-

    losofia del linguaggio’ scettico, credo sia opportuno fornire alcune preci-

    sazioni su singoli elementi di dettaglio, che emergono a proposito delle va-

    rie phonai prese in considerazione da Sesto e che rendono conclusivamen-

    te ancor più chiaro, nella prassi dell’uso linguistico quotidiano da lui ac-

    colto, l’obiettivo di fondo perseguito nella difesa di un ‘parlar chiaro’ ge-

    nuinamente pirroniano. Tenterò di restare in questo caso il più aderente e

    fedele possibile al testo della già citata, ricca sezione dei Lineamenti dedi-

    cata alle voces scettiche (PH I 187-209), proponendo un elenco articolato

    di queste ultime, di volta in volta arricchito da una sorta di necessaria-

    mente sintetico, ma essenziale running commentary.





    4.1 “non più” (PH I 188-191)42 - Innanzi tutto viene ribadita l’unicità

    d’uso delle espressioni “non più” e “nulla di più”. I pirro ni ani le impiega-

    no indifferentemente e non, come vorrebbero alcuni, selettivamente a se-

    conda che abbiano a che fare con indagini specifiche o generiche. Sesto

    avanza quindi alcune osservazioni sia sulla forma che sul contenuto o me-

    glio referente di tale “voce”43.



    Sul piano della forma ou mallon ha evidente valore ellittico, poiché sta

    per “non più (questo che quello e viceversa)”. Essa è stata inoltre espressa

    in modo diverso e interscambiabile: o come mera asserzione o quale vera

    123

    e propria domanda44. Quest’ultima pare in ogni caso la scelta prevalente

    nell’uso linguistico comune, filtrato attraverso testimonianze letterarie45.

    Sul piano del contenuto, questa phone si limita a formulare tramite se-

    gni linguistici il pathos generato dalla ugual forza o isostheneia di logoi o

    pragmata contrapposti46. Essa ha solo la veste esteriore di un’asserzione o

    di una negazione, ma in realtà viene utilizzata dai pirroniani “impropria-

    mente” (katachrestikos). Non va infatti dimenticato che “il linguaggio sem-

    plicemente non ha alcuna forma di espressione che indichi la mera espe-

    rienza di un pathos, senza formulare un’asserzione riguardo a esso, quanto

    meno non a un livello più complesso dell’interiezione”47.







    4.2 Il ‘non dire’ o aphasia (PH I 192-193) - Coerentemente con le scel-

    te di fondo del proprio ‘semplice dire’ Sesto intende phasis non nel suo si-

    gnificato tecnico (idios) di proposizione unicamente affermativa, quanto

    piuttosto nell’accezione comune (koinos) di vox neutra, capace tanto di af-

    fermare quanto di negare (secondo una prassi già attestata in Aristotele). Il

    rifiuto della phasis passa linguisticamente attraverso un propheresthai ben

    più debole del tecnico legein48S. Né vale nel caso delle affezioni necessarie,

    rispetto alle quali è inevitabile assentire e dunque pronunciare un sì o un

    no. Esso diviene dunque un efficace strumento per render manifesto il

    pathos soggettivo e momentaneo dello scettico49, ma resta circoscritto al

    campo delle cose oscure su cui invece pretendono di affermare e negare in

    modo risoluto e assoluto i dogmatici. Sesto aggiunge infine che non è la

    natura delle cose a determinare l'aphasia. È probabile che questa precisa-

    zione abbia la funzione di differenziare la prassi neo-pirroniana dall’origi-

    naria posizione di ‘indifferentismo ontologico’ e di conseguente, estrema

    coerenza linguistica e morale di Pirrone50.



    4.3 “forse” (PH I 194-195) - Alle ‘voci’ esplicitamente citate in questi

    paragrafi è verosimile aggiungere anche l’avverbio isos, che svolge la me-

    desima funzione: quella di svuotare il linguaggio scettico di qualsiasi co-

    loritura dogmatica, soprattutto nel senso di una recisa negazione51. Sesto

    ribadisce in primo luogo il carattere ellittico delle espressioni in esame,

    impiegate per amor di brevità, indifferentemente (adiaphoros) e senza sol-

    levare questioni in merito alla loro presunta corrispondenza con la natura

    degli stati di fatto enunciati52. Egli le collega direttamente all’aphasia, re-

    sa manifesta (torna il verbo deloo) dal fatto che esse lasciano costante-

    mente impregiudicata l’opzione definitiva (esemplificata da un verbo tutto

    dogmatico: diabebaiousthai) per il sì o per il no.



    4.4 “Sospendo il giudizio”/epecho (PH I 196) - La spiegazione propo-

    sta richiama, e può essere utilmente integrata con, le precisazioni sul ti esti

    dello scetticismo contenute in PH I 8-10. Al di là di qualsiasi ulteriore os-

    124

    servazione teorica o storica, impossibile in questa sede, su questa, che è

    quasi la bandiera e comunque una delle parole d’ordine degli scetticismi

    antichi, accademico come anche pirroniano, mi limito a sottolineare lo

    sforzo sestano di sottrarre anche l’aggettivo isos al diabebaiousthai dog-

    matico, per legarlo invece all’ apparenza fenomenica determinata dagli ine-

    vitabili impulsi sensibili, poiché “se poi sono uguali [scil.: le cose ovvero

    ta pragmata], non lo asseriamo in modo dogmatico: riguardo a esse, in-

    fatti, diciamo ciò che ci appare nel momento in cui ci colpiscono”.



    4.5 “nulla definisco” (PH I 197)53 - Anche questa phone svela (cfr. nuo-

    vamente l’occorrenza di delotike) semplicemente un pathos. Lungi dall’es-

    sere una spia di ‘disonestà’ o ‘codardia’ intellettuale, essa si limita a dare

    veste linguistica alla condizione di stallo conoscitivo in cui si trova lo scet-

    tico di fronte a ciò che ricade nell’ambito di ta adela54. Egli agisce ben di-

    versamente dai dogmatici. Questi ultimi, infatti, posti nella medesima si-

    tuazione, si lasciano precipitosamente andare all’assenso e costruiscono ri-

    gide presupposizioni teoretiche, fino a cristallizzarle in un corpo di defini-

    zioni55. Il pirroniano invece - pur con le consuete riserve, testimoniate in

    questo caso dall’occorrenza del tecnico tacha - è addirittura pronto a ren-

    dere auto-referenziale la stessa espressione “nulla definisco”56.



    4.6

    “tutte le cose sono indeterminate” (PH I 198-199); “tutte le cose so-

    no incomprensibili (PH I 200); “non comprendo”, “non intendo” (PH I

    201) - Anche qui valgono alcune precisazioni e norme d’uso più volte ri-

    cordate. Prima di tutto viene fornita una sorta di avvertenza preliminare, di

    caveat onnipresente, che dovrebbe accompagnare il lettore delle pagine

    scettiche sempre e comunque, evitandogli ogni possibile fraintendimento.

    Mi riferisco alla cautela linguistica, in virtù della quale viene stabilita l’im-

    mediata traducibilità/interscambiabilità di esti con phainetai51, più volte

    reiterata nel corpus sestano58. Sesto aggiunge quindi l’ulteriore precisa-

    zione, per cui affermazioni come quelle esaminate in questi paragrafi, lun-

    gi dall’assumere valore categorico e universale, non si estendono indistin-

    tamente a tutte le cose, ma solo a quelle non evidenti indagate dai dogma-

    tici59. Sono queste ultime, infatti, che si sottraggono a qualsiasi possibile

    determinazione epistemologica60 o comprensione, in quanto rispetto a es-

    se sussistono opinioni, posizioni, fors’anche apparenze di ugual forza per-

    suasiva e in conflitto indirimibile. Il risultato di questa purificazione onto-

    logica del linguaggio è brevemente richiamato in PH I 201 e più analiti-

    camente presentato in PH I 200, che forse conviene leggere per esteso:





    In questo modo ci comportiamo anche quando diciamo ‘tutte le cose sono in-

    comprensibili’; e infatti intendiamo ‘tutte’ alla stessa maniera e inseriamo a com-

    125

    pletamento ‘a me’, cosicché questo è ciò che vien detto: ‘tutte le cose, quante al-

    meno ne analizzai tra quelle non evidenti indagate dogmaticamente, mi appaio-

    no incomprensibili’. Questo modo di parlare, però, è proprio non di colui che si

    dichiara convinto del fatto che le cose indagate dai dogmatici sono di natura tale

    da essere incomprensibili, ma di chi annuncia la propria, personale affezione, ‘in

    base alla quale - sostiene - penso di non aver compreso, io — fino a questo mo-

    mento -, nessuna di quelle cose, a causa dell’ugual forza di ciò che a loro si op-

    pone’61. Perciò anche tutte le obiezioni avanzate per farci cadere in contraddizio-

    ne mi sembra che stonino di fronte alle cose da noi presentate a mo’ di annuncio.

    La chiusa del paragrafo rispedisce dunque al mittente le accuse di au-

    tocontraddittorietà mosse da più parti contro il già ricordato atteggiamen-

    to da ‘cronista’ dello scettico62. In aperta e consapevole polemica con qual-

    siasi forma di dogmatismo negativo, Sesto ribadisce che il ‘dire’ pirronia-

    no si svolge in uno spazio di tempo definito e limitato63 e si trasforma in

    un ‘trasparente’ annuncio di affezioni soggettivamente sperimentate.





    4.7 “a ogni discorso...” (PH I 202-205) - Il logos di cui qui si tratta è

    rappresentato da qualsivoglia asserzione dogmatica sulla natura delle cose

    oscure. Come è stato opportunamente osservato, “questa sezione mostra

    che gli ‘argomenti’ che Sesto ha in mente non sono solo argomenti dedut-

    tivi, con premesse e una conclusione che logicamente segue dalle premes-

    se, ma qualsivoglia tipo di considerazioni che vengono addotte a supporto

    di un’affermazione circa il mondo esterno”64.



    L’esposizione di una tale antilogia discorsiva, assimilata anch’essa a

    una forma di annuncio della propria affezione interna, è fatta in modo tal-

    mente ‘improprio’ o katachrestikos da poter assumere diversa veste gram-

    maticale. “Alcuni”, infatti (difficile dire una parola definitiva sulla loro

    possibile identità), preferiscono ricorrere allo iussivo “è da contrappor-

    si’’/antikeisthai, da equiparare al congiuntivo esortativo “contrapponia-

    mo"/antithomen, volendo con ciò quasi dare valore prescrittivo alla for-

    mula65. Il loro obiettivo ultimo pare quello di rafforzare la genuina ‘effica-

    cia antitetica’ o dynamis antithetike dello scettico, di rinsaldarne l’abito di

    contro alla precipitazione dogmatica, affinché egli sappia mantenersi saldo

    nella prassi sospensiva e conquistare così la conseguente imperturbabilità

    o ataraxia.

    Comunque sia delle opzioni grammaticali attraverso cui è possibile

    enunciare tale “slogan”, pare possibile trarre dal suo uso una conclusione

    di carattere generale66. L’attività antilogica dello scettico trova la propria

    ragion d’essere nell’opposizione di logoi o opinioni dogmatiche su ciò che

    è oscuro, che non sono ai suoi occhi, per usare terminologia aristotelica,

    126

    né contraddittorie né contrarie. Non sono contraddittorie, perché ciò lo co-

    stringerebbe a dichiararne una necessariamente vera e l’altra necessaria-

    mente falsa. Né sono tuttavia contrarie (tali insomma da non poter essere

    entrambe vere, ma entrambe false sì), poiché l’impossibilità più volte ri-

    badita di cogliere la vera natura di ta adela impedisce anche di dichiarar-

    ne la contemporanea falsità. L’unica via che resta aperta allo scettico ap-

    pare dunque quella di non suppore nulla di vero né di falso “nelle cose opi-

    nabili”67. Si tratterebbe in tal senso di un’applicazione ‘debole’ della dia-

    lettica in senso aristotelico, la quale aveva la sua funzione forse decisiva o

    ‘forte’ nell’essere “utile in rapporto alle scienze filosofiche, perché, se sa-

    remo capaci di sviluppare le aporie in entrambe le direzioni, scorgeremo

    più facilmente in ciascuna il vero ed il falso”68. Lo scettico sembra accet-

    tare questa prescrizione aristotelica solo in parte, ovvero solo fino al gio-

    co sottile di sollevare o scoprire aporie, senza tuttavia compiere il passo ul-

    teriore dell’attribuzione di verità a una delle opinioni opposte. Pur non es-

    sendo una pianta o uno stupido vegetale, dunque, egli riesce probabilmen-

    te a sfuggire alla confutazione del cap. 4 del quarto libro della Metafisica.

    Qualsiasi espressione linguistica usi, infatti, egli non intende “significare

    qualcosa di qualcos’altro”, né teorizzare una semantica ontologica, perché

    si accontenta di sperimentare l'ugual forza o isostheneia dei logoi con-

    trapposti, così “uguali” nella loro credibilità da generare equilibrio (l'arre-

    psia:
    cfr. PH I 190).

    In conclusione, quindi, credo che anche quest’ultima considerazione -



    come e forse più delle altre avanzate in precedenza - consenta di con-

    venire con Montaigne (Saggi II, 12), il quale notava giustamente come gli

    scettici “avrebbero] bisogno di un linguaggio nuovo”, di un’altra forma

    del dire, soprattutto perché essa deve rispondere a un’altra logica, a quel-

    la che paradossalmente e forse quasi provocatoriamente si potrebbe chia-

    mare una “logica a-logica”69.

    127



    NOTE

    1. È una notazione che vale già e soprattutto per Pirrone: cfr. al riguardo anche infra,

    cap. VI, n. 13. Fra le eccezioni di filosofi, pur dogmatici, che tuttavia hanno assegnato un

    molo non unicamente negativo alla sfida scettica credo non si possa tacere la figura di He-

    gel: per un primo orientamento bibliografico al riguardo si veda supra, cap. I, n. 1.

    2. Per un primo confronto, tematico e bibliografico, su queste due forme antiche di scet-

    ticismo cfr. ancora supra, cap. I.

    3. Sull’accusa dogmatica di apraxia/anenergesia e sulla coerente risposta scettica cfr.

    infra, cap. VI.

    4. Dal Pra 1975(2), p. 467.

    5. Brunschwig 1994c, p. 227 parla di “vitale questione preliminare”. Va notato in ogni

    caso che si tratta di un caveat richiamato una tantum e non di una affermazione tanto per-

    sistente, ma infondata, di cui incoerentemente non vi sarebbe poi traccia in altri punti del-

    l’opera (come sembrano invece sostenere Annas-Barnes 2000, p. 67, n. 2).

    6. In questo caso essi sono verosimilmente da identificare con filosofi stoici. È quanto

    lascia supporre sia la significativa occorrenza del verbo thrylo (per il cui valore tecnico cfr.

    soprattutto Μ XI 109, con relativo commento e ulteriori rinvii in Spinelli 1995, p. 286), sia

    la presenza in PH II 3 di due esempi di dottrine logiche quasi certamente elaborate in am-

    bito stoico: l’argomento per sottrazione e il teorema a due premesse complesse. Sulla pro-

    babile struttura del primo cfr. almeno Bury 1933, p. 150, n. c; Annas-Barnes 2000, p. 67,

    n. 4; Mates 1996, p. 265; su quella del secondo gettano utilmente luce non solo il rinvio ad

    altri passi (sestani e non: PH II 202; Μ VIII 440-442; Gal. inst. log. VII 1; Orig. contra

    Celsum
    VII 15), ma soprattutto le osservazioni di Mates 1953, p. 136; Frede 1974, p. 182;

    Mignucci 1993, pp. 230ss. e Bobzien 1996, p. 169.

    7. Cfr. rispettivamente: oudamos nella chiusa di PH II 3 e per la struttura del logos se-

    stano Pappenheim 1881, p. 97; Mates 1996, pp. 24-25.

    8. Al riguardo cfr. già le testimonianze di Platone (Men. 80d-e) e di Aristotele (an. post.

    I, 1, 71a29). Per la permanente attualità della questione in età ellenistica e post-ellenistica

    cfr. paradigmaticamente il fr. 215f Sandbach di Plutarco. Va inoltre ricordato che Sesto di-

    scute un’obiezione analoga - affiancandole una seconda soluzione, diversa e forse incom-

    patibile secondo Brunschwig (1994c, sp. p. 227) - anche in un altro passo, ovvero M VIII

    337ss., su cui per un primo orientamento rinvio a Spinelli 2000a, pp. 49-50; cfr. infine an-

    che PH III 268; frr. 1182s. Hülser e Decleva Caizzi 1992a, pp. 281ss.

    9. Sul rifiuto di tale “’implicazione ontologica’” cfr. soprattutto Brunschwig 1994c, p. 228.

    10. La sua definizione nella seconda parte di PH II 4 può essere utilmente accostata e

    confrontata con altri passi, sestani (ad es. M VII 248=fr. 333 Hülser; 402, 426; XI 183=fr.

    336 Hülser) e non (DL VII 46 e Cic. Luc. 77-78). Per un primo esame della sua funzione

    nell’ambito della dottrina stoica della conoscenza cfr. Annas 1990 e Ioppolo 1990.

    11. Per il valore da attribuire all’espressione en toi logoi, PH II4, cfr. Pappenheim 1881,

    p. 98. Si noti inoltre la presenza della vox tecnica tacha, che testimonia del consueto abito

    derivante dalla cautela linguistica pirroniana.

    12. Cfr. rispettivamente: PH III 2 (per il valore da attribuire a ousia, contra si veda tut-

    tavia Pappenheim 1881, p. 99); PH I 151, nonché PH III 219; 181, oltre aM XI 73; 77.

    13. In PH II 6, oltre al verbo sygcheo, che ricorre costantemente nel corpus sestano per

    indicare uno sconvolgimento radicale (per i passi si veda Janáček 2000, s.v.), si noti anche

    128

    l’occorrenza del verbo lerein, sempre impiegato in Sesto, al pari dei suoi cognati, per bol-

    lare il vano chiacchiericcio dei dogmatici: cfr. anche PH II 251 e III 122.

    14. Cfr. al riguardo lo schema dei due tropi: PH I 178-179, su cui si veda anche Barnes

    1990c.

    15. Su questa particolare modalità di conoscenza o noesis, qui linguisticamente segnala-

    ta tramite l’avverbio periptotikos (PH II 8; nei passi citati successivamente occorrono in-

    vece l’aggettivo corrispondente o il sostantivo periptosis), cfr. almeno Μ VIII 56ss.; IX

    393ss.; XI 250ss.; M I 25; III 40ss., nonché Pappenheim 1881, p. 100; per alcune conside-

    razioni di carattere più generale cfr. anche Spinelli 2004.

    16. Cfr. in proposito anche PH II 182, nonché III 256 e 266.

    17. Su cui cfr. PH I 164ss. (in part.: 169), nonché le utili osservazioni di Barnes 1990b,

    sp. cap. 3; Jacquette 1994.

    18. Per un primo esame della coppia di termini noeton/aistheton rinvio a Celluprica

    1981.

    19. La conclusione di Sesto sembra interpretabile come una sorta di attacco ante litte-

    ram
    contro l’inferenza necessaria sottesa a ogni varietà di ‘argomento ontologico’. Cfr. an-

    che Μ VIII 381, 453; IX 49.

    20. Cfr. già PH I 13, su cui si veda infra, cap. VI, sp. pp. 137-138, con ulteriori rinvii bi-

    bliografici.

    21. Cfr. soprattutto Pappenheim 1881, p. 101, nonché alcuni utili osservazioni in Hankin-

    son 1995, sp. pp. 280-281; per la contrapposizione scettico/dogmatico cfr. già PH I 2-3.

    22. Utili spunti di riflessione sulla ‘filosofia del linguaggio’ scettica - in parte ripresi o

    discussi anche in questo contributo - si possono leggere in: Stough 1984; Aubenque 1985;

    McPherran 1987; Flückiger 1990; Glidden 1994; Cardullo 1994; Brunschwig 1997c; Vogt

    1998, sp. cap. 2; Sluiter 2000; Castagnoli 2000; Magrin 2003.

    23. Per alcune osservazioni di dettaglio sulla tropologia scettica cfr. supra, cap. II.

    24. Per la ‘metafora strumentale’ cfr. anche DL IX 77.

    25. Per il corretto valore da attribuire al termine aphasia cfr. PH II 192-193 e relativo

    commento infra, ma soprattutto Brunschwig 1997c.

    26. Cfr. al riguardo le osservazioni di Barnes 1990d, pp. 2691-2692, nonché soprattutto

    quelle di Cohen 1984 e Voelke 1993.

    27. Pace rispettivamente: Glidden 1983; Stough 1984, sp. pp. 161-163, per un’accusa di

    parziale incoerenza (cfr. tuttavia contra alcune considerazioni di Cavini 1981, pp. 544-

    545); infine Caujolle-Zaslawsky 1986, pp. 317-318. Sulla questione cfr. in ogni caso le uti-

    li osservazioni di McPherran 1987, sp. p. 310 e n. 39 e più in generale di Castagnoli 2000.

    28. Le osservazioni che seguono riprendono e in parte integrano quanto scritto in Spi-

    nelli 1991.

    29. Sulla probabile sinonimicità fra to phainomenon e to enarges cfr. Frede 1973, sp. pp.

    809 e Barnes 1990d, p. 2621, n. 46; si veda inoltre Brunschwig 1997c, sp. pp. 311-312.

    30. Prendo spunto da alcune indicazioni fomite da Hacking 1975, p. 181.

    31. Sulla cui struttura e sul cui valore cfr. almeno PH II 101-133, nonché M VIII 159-

    299; cfr. anche supra, cap. IV, sp. pp. 98-100.

    32. Esse sono insomma indicative o menytikai, dice Sesto sempre in PH I 187; sulla fun-

    zione dei verbi menyo/deloo e cognati cfr. Spinelli 1995, p. 169.

    33. In PH I 191, ad esempio, Sesto è molto chiaro al riguardo: “da parte nostra, <infat-

    ti>, si intende evidenziare ciò che ci appare; quanto invece all’espressione per mezzo del-

    la quale lo evidenziamo, restiamo indifferenti”; cfr. inoltre PH I 193, 200-201. Si veda an-

    che Barnes 1990d, pp. 2624-2626; per le implicazioni ‘pratiche’, legate alle necessità co-

    129

    municative umane, derivanti dal carattere non-assertorio delle phonai scettiche cfr. Stough

    1984, pp. 145-147 e Caujolle-Zaslawsky 1986, pp. 321ss.

    34. In DL IX 104 si parla, forse ancor più efficacemente, di exomologeseis, “confessio-

    ni” o “ammissioni”. Cfr. anche Barnes 1990d, p. 2625 e relative note, il quale evoca perfi-

    no un parallelo con le Ricerche di Wittgenstein (I, § 244); per una posizione leggermente

    diversa cfr. invece Brunschwig 1997c, sp. pp. 318-319.

    35. Desbordes 1982, p. 61, la quale rinvia anche all’analogo giudizio di Naess 1968, pp.

    44-45.

    36. Cfr. al riguardo anche PH I 191.

    37. Krentz 1962, p. 156; cfr. anche Cauchy 1986, p. 336.

    38. Cfr. anche M VIII 368 e Naess 1968, p. 10.

    39. Traggo quest’espressione da Russo 1975, p. X.

    40. Si tratta di un’immagine nata dall’esperienza quotidiana della prassi medico-farma-

    ceutica e attestata sia in altri luoghi dei Lineamenti (cfr. ad es. PH I 14-15; PH II 187-188)

    sia presso fonti diverse (per un primo elenco di altri passi signifcativi cfr. McPherran 1987,

    p. 291, n. 5). Sui passi sestani appena menzionati e su quello citato subito dopo nel testo,

    molto importanti ai fini di individuare ambito e valore delle strategie pirroniane legate alla

    peritrope o al perigraphein/symperigraphein, un sicuro punto di riferimento è il ricco con-

    tributo di Castagnoli 2000.

    41. Su quest’ultima, oltre al lavoro di Castagnoli ricordato nella n. precedente, si veda-

    no almeno: Chisholm 1941, pp. 383-384; Hallie-Etheridge 1985, pp. 39-40; soprattutto

    Cohen 1984, pp. 417-421; McPherran 1987 e, per alcune riserve sull’apparato metaforico

    sestano, Glidden 1983, pp. 242-244. Per la fortuna dell'immagine della scala cfr. ad es. la

    riproposizione che ne dà Wittgenstein nel suo Tractatus logico-philosophicus, 6.54, con ul-

    teriori rinvii bibliografici in Black 1967, p. 363.

    42. Per i cambiamenti di significato e funzione subiti dalla formula ou mallon - an-

    ch’essa da considerare come “un modo di parlare non assertorio” secondo McPherran

    1987, p. 297 - a partire da Democrito cfr. almeno De Lacy 1958; Graeser 1970; Burkert

    1997; più in particolare sulla posizione di Pirrone cfr. Decleva Caizzi 1981a, fr. 55 e rela-

    tivo commento, pp. 234-236.

    43. E una strategia che sembra sfruttare polemicamente distinzioni già in uso presso gli

    stoici e gli esperti di grammatica: cfr. perciò Sluiter 2000, p. 116, n. 21, con ulteriori rinvii

    testuali.

    44. Cfr. McPherran 1987, p. 296, n. 18 e anche MI 315.

    45. Le citazioni riportate da Sesto in PH I 189 provengono rispettivamente da Eurip.

    Herc. 1 e Menandro, fr. 675 Kassel-Austin; sull’occorrenza del nome proprio “Dione” cfr.

    Pappenheim 1881, p. 71.

    46. Utili paralleli al riguardo si possono leggere in PH I 4, 15, 193, 197, 200, 201.

    47. Così giustamente osserva la Sluiter 2000, p. 96, la quale sottolinea anche ulteriori

    elementi di vicinanza tra phonai e interiezioni. Si pensi ad es. all’uso, in questi paragrafi,

    di verbi quali epiphtheggomai o ancora propheresthai piuttosto che lego, o ancora alla scel-

    ta stessa del vocabolo phone, che nelle teorie linguistiche antiche “indica un suono artico-

    lato senza fornire informazioni sul contenuto semantico” (cfr. ancora ivi, p. 97; si veda an-

    che Mates 1996, p. 255).

    48. Cfr. al riguardo le osservazioni della Sluiter richiamate nella n. precedente.

    49. Cfr. il ricorso al verbo deloo in PH I 193, nonché PH I 14, 15.

    50. Cfr. il binomio aphasia/ataraxia presentato quale risultato ultimo del corretto atteg-

    giamento di fronte alle cose nella parte conclusiva della testimonianza di Aristocle, ap. Eus.

    130

    praep. ev. XIV 18, 4=F. 4 Chiesara=Pyrrho T. 53 Decleva Caizzi, con relativo commento

    in Decleva Caizzi 1981a, pp. 221 e 230ss.; cfr. anche, per spiegazioni leggermente diverse,

    soprattutto l’organica trattazione di Brunschwig 1997c.

    51. Cfr. anche Mates 1996, p. 256.

    52. Sulla coppia “è possibile/non è possibile” Pappenheim 1881, p. 72 rinvia anche alle

    precisazioni offerte da Aristotele nel cap. 12 del De interpretatione.

    53. Sul valore di horizo cfr. anche Mates 1996, p. 257.

    54. La presenza di apaggeltikos e diegoumenos allude più tecnicamente alla sfera se-

    mantica del semplice ‘narrare’/'annunciare’.

    55. Contro le “presupposizioni dogmatiche” o dogmatikai hypolepseis filosofiche e non

    Sesto si era già espresso nel corso del decimo tropo: cfr. PH I 145-163, con le osservazio-

    ni avanzate supra, cap. II, sp. pp. 48-50. Quanto agli horoi essi vengono attaccati in detta-

    glio in PH II 205-212, su cui cfr. supra, cap. Ill, sp. pp. 68-75.

    56. In proposito cfr. anche DL IX 104 e Pappenheim 1881, p. 72.

    57. Si noti che aoristia in PH I 198 è hapax in Sesto. Né si dimentichi che le espressio-

    ni in esame, “tutte le cose sono indeterminate”/“tutte le cose sono incomprensibili” risul-

    tano ellittiche, dovendosi sempre sottintendere moi, o, come si legge in PH I 199: kath’he-

    mas
    o hos pros eme o hos emoi.

    58. Cfr. ad es. PH I 135 e M XI 18-19, nonché supra, cap. II, sp. p. 45; si veda inoltre

    Brennan 2000, pp. 77ss.; per una spiegazione diversa cfr. tuttavia Bett 1997, pp. 58-59.

    59. Cfr. anche PH I 2 e 208. Sullo speciale ‘language-game’ che tale atteggiamento pre-

    suppone cfr. Cohen 1984, pp. 413-414; utili indicazioni anche in Brennan 2000, pp. 79ss.

    60. E non ontologica com’era invece nel caso di Pirrone, dalla cui ‘metafisica’ Sesto in-

    tende forse differenziarsi: cfr. al riguardo Brennan 2000, p. 91, n. 21.

    61. Mi pare opportuno aggiungere qui un punto fermo; cfr. anche Bury 1933, p. 119.

    Inoltre, sull’occorrenza di ego cfr. Mates 1996, p. 257; il bersaglio polemico costituito dal-

    la dottrina dell’assoluta incomprensibilità o akatalepsia delle cose appare chiaro agli occhi

    di Sesto: si tratta dell’Accademia scettica di Cameade e Clitomaco, per cui cfr. soprattutto

    PHl 1-4 e 226-231.

    62. Significativo è il fatto che esse suonino “stonate”, come ben sottoliena il verbo usa-

    to (apado), hapax in Sesto; cfr. anche la posizione enesidemea attestata in Phot. bibl. Cod.

    212, 170a22.

    63. Cfr. achri nyn, PH I 200; hos pros to paron, PH I 201.

    64. Così Mates 1996, p. 258; cfr. anche Pappenheim 1881, p. 74.

    65. Cfr. in tal senso anche l’hapax paraggelmatikos: su di esso e sul possibile antece-

    dente timoniano richiama l’attenzione Decleva Caizzi 1992a, p. 306.

    66. Su una linea diversa si muove Stough 1984, p. 138, n. 2.

    67. Ovvero en tois doxastois: tale opzione sembra radicalizzare un’intuizione già pre-

    sente nel Peri antikeimenon di Aristotele: cfr. fr. 625 Gigon.

    68. Arist. top. I, 2, 101a34-36 (tr. di Berti 1989, p. 34).

    69. Sulla questione cfr. soprattutto Aubenque 1985, pp. 105-107 e McPherran 1987, p.

    318, n. 55.

    Ringrazio sinceramente Riccardo Chiaradonna, che ha avuto la pazienza di leggere e

    discutere con me alcuni punti e idee di fondo di questo contributo.



    Emidio Spinelli . :

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