Questioni scettiche. Letture introduttive al pirronismo antico

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Questioni scettiche. Letture introduttive al pirronismo antico

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Capitolo sesto

“FATTI VOI FOSTE A VIVER COME SCETTICI..



0. a) “Di conseguenza, quanti dicono che non si può comprendere nul-

la tolgono di mezzo questi stessi strumenti od ornamenti della vita, o piut-

tosto buttano giù dal fondo la vita intera, e privano dell’anima la stessa

creatura animata, cosicché è difficile parlare della loro temerarietà come il

caso richiederebbe”1



b) “Uomo, che cosa fai? Ti smentisci da te stesso quotidianamente, e

non vuoi abbandonare queste insulse argomentazioni? Quando mangi, do-

ve porti la mano? Alla bocca o all’occhio? Quando fai il bagno, dove en-

tri? Quando mai chiami la pentola piatto, o mestolo lo spiedo?”2



c) “Inoltre i dogmatici rimproverano agli scettici di eliminare la vita

stessa, in quanto essi rigettano tutto ciò di cui consiste la vita. [...] Contro

questo criterio dei fenomeni, i dogmatici obbiettano: se dai medesimi og-

getti ci colpiscono rappresentazioni diverse, - per esempio, da una torre

che appare tonda, ma può essere anche quadrata, - lo scettico non sceglierà

l’una o l’altra delle due, sarà costretto a rinunziare alla sua attività, ma se

- dicono loro - seguirà una delle due rappresentazioni, non ammetterà più

che i fenomeni siano equipollenti”3



d) “Bisogna anche considerare queste cose: un uomo siffatto [scil.: un

pirroniano] come potrebbe diventare cittadino, giudice, consigliere, amico

o, insomma, essere un uomo? Quali malvagità non oserebbe compiere co-

lui che pensa che in verità non si dia nulla di bello o brutto, giusto o in-

giusto? E non mi si replichi che questi tali temono leggi e punizioni; come

sarebbe possibile, da parte di persone impassibili ed imperturbate, come

essi affermano di essere?”4



e) “Infatti qui sta l’obiezione principale e più valida contro lo scettici-

smo eccessivo, che da esso non può risultare alcun beneficio durevole, fin-

ché esso mantiene in pieno la sua forza ed il suo vigore. Basta che chie-

diamo ad uno scettico del genere: qual è la sua intenzione? E che cosa si

propone con tutte queste curiose ricerche?
Si trova subito imbarazzato e

non sa cosa rispondere. Un copernicano o un seguace di Tolemeo, che so-

stengono ognuno il loro differente sistema astronomico, possono sperare

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di produrre una convinzione costante e durevole nel loro uditorio. Uno

stoico od un epicureo sviluppano dei principi che possono non esser dure-

voli ma che hanno un influsso sulla condotta e sul comportamento. Ma un

pirroniano non può aspettarsi che questa filosofia abbia un influsso co-

stante sulla mente, o che, qualora lo avesse, questo influsso sia benefico al-

la società. Al contrario, deve riconoscere, se vuol riconoscere qualche co-

sa, che l’intera vita umana dovrebbe andare in rovina se i suoi principi

avessero modo di affermarsi in maniera stabile e generale. Cesserebbero

immediatamente tutti i discorsi e tutte le azioni e gli uomini resterebbero

in un letargo totale fino a che le necessità della natura, insoddisfatte, por-

rebbero fine alla loro miserabile esistenza”5



f) “Qualunque sia il risultato dei suoi moti o il contenuto delle affer-

mazioni che produce, egli [scil. lo scettico] in un senso importante non è

in loro, non è coinvolto in loro. Lo scetticismo morale nella sua versione

antica, quindi, non è una blanda dottrina che può essere sostenuta isolan-

dola dalla vita quotidiana; esso rappresenta una profonda sovversione del-

la vita quotidiana. [...] Di ciò lo scetticismo morale ci offre semplicemen-

te un caso speciale; l’agente annota le sue intuizioni morali, la loro forza

e il loro esito allo stesso modo in cui registra la sua fame o i suoi dolori;

sono tutte cose che semplicemente accadono a lui e in lui. Ciò che egli fa

può sembrare dall’esterno simile a quanto fanno le persone normali; ma al-

l’interno è completamente differente”6



g) “Una volta detto questo, però, vediamo come sia profondamente

egoistico, addirittura solipsistico il programma scettico, inteso come pro-

gramma di filosofia in un mondo bisognoso e turbato, che contiene pro-

blemi umani urgenti, alla cui soluzione una filosofia nello spirito di Rawls

può eventualmente apportare un contributo maggiore. Se la filosofia è ca-

pace unicamente di far sì che chi la pratica individualmente si senta calmo,

allora avrebbero ragione i nemici di Socrate: la filosofia è una pericolosa

forma di auto-indulgenza, sovversiva della democrazia e i suoi maestri so-

no corruttori della gioventù. Fortunatamente, la filosofia è capace di mol-

to di più che non questo”7

1. Questa piccola, selettiva antologia di j’accuse contro la ‘vivibilità’ e

la ‘regolarità morale’ dello scetticismo antico - d’ogni forma e latitudine,

da quello accademico a quello pirroniano - può forse servire come ade-

guata introduzione, in negativo, al compito che mi sono prefisso. Lunga,

ancora più lunga potrebbe essere la lista delle voci polemiche, di forte e ra-

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dicale critica, che si sono levate, in tempi passati ma anche di recente, con-

tro il deserto di valori, verso cui costringerebbe ad approdare una consa-

pevole e completa adesione alla pratica dell’aporia8.

A voler essere più precisi, contro il modo di vita scettico sono state sol-

levate obiezioni, che possono essere raggruppate sotto due categorie fon-

damentali: da una parte l’accusa cosiddetta di apraxia o anenergesia (co-

me vedremo subito infra, nelle sezioni 7-11), dall’altra quella che è stata

indicata con l’etichetta efficace di (mancata) orthopraxia9.

A voler essere ancora più efficaci e con la speranza di mettere così sul

tavolo i punti decisivi da discutere, si potrebbe quasi descrivere la secola-

re battaglia anti-scettica adottando e riadattando il nucleo narrativo di una

notissima favola di Fedro10. Allo stesso ruscello, quello della vita pratica,

erano venuti ad abbeverarsi (“più in alto”: sic!) il lupo (dogmatico) e

(“molto più in basso”: sic!, di nuovo) l’agnello (scettico). Desideroso di fa-

re un solo boccone della sua agognata preda (“pasto eccellente”), il lupo

("quello scannatore vorace”) accusò l’agnello di intorbidare l’acqua pura

della retta prassi. Lo accusò insomma di paralizzare - quasi novello emu-

lo della mitica Gorgone11 - ogni tipo di azione, di rendere impossibile

qualsiasi scelta o rifiuto, di propugnare quasi, attraverso l’uso sistematico

della epoche, una sorta di pericoloso, contagioso ‘oblomovismo’, che, tra-

sformandoci in immobili piante12, finirebbe con il legittimare chi della no-

stra vita vorrebbe fare un capitolo di un manuale di botanica piuttosto che

di un sano breviario di etica. Di fronte alle proteste dell’agnello - pronto

a mostrare senza esitazioni il suo coinvolgimento nella vita pratica, in tut-

te le sue sfumature - la voce del lupo si alzò ancora più forte e prepotente:

“anche volendo ammettere che voi agnelli non rendiate torbida l’acqua, ov-

vero che possiate compiere quotidianamente scelte e rifiuti, non potete tut-

tavia offrire alcuna giustificazione razionale dei vostri comportamenti; in

fondo siete costretti a seguire casualmente circostanze ed eventi, con il ri-

schio di non poter discriminare fra comode strade e rovinosi precipizi13, fra

bocca e occhio nell’atto di mangiare, fra utensili diversi nell’atto di cuci-

nare, fra vasca e altri luoghi nell’atto di lavarvi14; e ancora con la prospet-

tiva di restare incerti rispetto all’esser ora giorno o notte o, molto peggio,

di marcire a bordo di una nave, incapaci di ammettere che quella che è di

fronte a voi sia proprio l’agognata terra, meta del vostro viaggio15”. Colpi-

to da queste violente accuse l’agnello decise, pur mantenendosi “tutto ti-

moroso
”, di giocare la carta dell’evidenza: “ma come, non vedi che addi-

rittura vengo chiamato dai miei concittadini all’ufficio importantissimo di

sommo sacerdote e in mio onore ogni filosofo viene alleggerito del bal-

zello delle tasse? o ancora che svolgo una nobile arte, utile fra tutte, come

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la medicina? Non sono forse questi segni sufficienti che vivo una vita nor-

male, direi quasi irreprensibile?”16 Irritato dalla pervicacia della sua pre-

da, il lupo formulò - perfettamente in linea con i suoi schemi mentali e ar-

gomentativi - il dilemma conclusivo: “ma allora sei in trappola! Infatti l’u-

nico modo per agire così come tu dici di fare è quello di emettere a ogni

istante giudizi, di optare in base a criteri, di non esser più, insomma, ‘pri-

vo di rifiuto e di scelta’17; e allora smettila una buona volta di cantare le

lodi della tua epoche e ammetti invece la tua totale incongruenza, ricono-

sci l’inconsistenza che sussiste fra quanto predichi e il modo in cui poi raz-

zoli”. Come spesso gli accade, accecato dalla presunta cogenza della sua

arma migliore - la logica - il lupo si slancia a questo punto sull’agnello,

lo afferra e lo sbrana”, senza dargli neppure il tempo e l’opportunità di

una replica ulteriore. Del resto, si sa e così recita la morale della favola,

chi è più forte vuole aver tutto, anche ragione”.



2. Di fronte a quella che sembra essere una forma di prevaricazione

dogmatica o quanto meno di fronte a simili, pregiudiziali condanne del

povero agnello scettico c’è stato chi, come John Christian Laursen, ha par-

lato della necessità di ‘una chiamata alle armi’, di una reazione contro gli

anti-scettici18. Senza moltiplicare le metafore militari e scegliendo piutto-

sto un registro ‘evangelico’, credo si possa percorrere anche un’altra stra-

da. Fermo restando che ci sono tutte le ragioni - storiche e teoriche - per

dare al dio dogmatico quanto merita il suo forte e divino dogmatismo, mi

pare giusto, anzi storiograficamente e concettualmente opportuno restitui-

re anche al Cesare scettico quel che è suo. È tempo, insomma, di ridare vo-

ce al nostro agnello, di riesaminare con cura e senza pregiudizi i punti di

riferimento etici e le naturali sfumature affettive, che egli, nonostante tut-

to e ben al di là di ogni sterile negazione assoluta, accoglie e trasforma in

prassi quotidiana. È ora, direi infine, di lasciare spazio e legittimità a una

seria indagine storica, che miri prima di ogni cosa a determinare con esat-

tezza e correttezza il genuino nucleo delle argomentazioni scettiche, sen-

za cadere nella “avventatezza” - Sesto direbbe: propeteia - di una parte al-

meno della storiografia contemporanea sullo scetticismo antico, spesso se-

gnata da quella che ancora Laursen ha bollato come “ignoranza del fatto

che esso (scil.: lo scetticismo) ha una storia”19.

Non è questa la sede, tuttavia, per dar conto, in modo esaustivo, di tutte

le possibili repliche elaborate in tutte le correnti storicamente determinate

dello scetticismo antico. Molteplici ragioni - e anche, lo confesso, ragioni

di autobiografica, idiosincratica preferenza - inducono a restringere l’og-

getto di indagine20. Di conseguenza, scopo del mio contributo sarà quello

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di richiamare nuovamente l’attenzione su quella che a mio avviso è la pre-

sentazione più coerente e teoricamente ‘agguerrita’ del fine ultimo - o me-

glio del doppio fine, insieme speculativo e pratico - elaborato dallo scetti-

cismo antico di matrice pirroniana. L’obiettivo più ampio sarà quello di mo-

strare come, nonostante il ricorso diffuso all’uso di una razionalità critica

che non si ferma di fronte a nulla, il raggiungimento del telos o summum

bonum
si situi per il pirroniano sul terreno dell’accettazione di passioni ele-

mentari e vitali cui nessuna forza razionale può opporsi.

Il luogo privilegiato dell’analisi che segue - pensata come una sorta di

commento puntuale, benché in alcuni punti e sotto certi aspetti necessa-

riamente sintetico, quasi direi allusivo - è quello costituito dai primi tren-

ta paragrafi del libro primo dei Lineamenti pirroniani di Sesto Empirico,

un’opera che sembra essere una sorta di manuale introduttivo allo scettici-

smo genuino21. Al suo interno proprio i paragrafi che indicavo, nella loro

interezza, rappresentano forse la parte filosoficamente più importante del-

lo scritto. Lì, infatti, Sesto si impegna non solo a difendere l’indirizzo pir-

roniano da accuse e fraintendimenti, più o meno malevoli, ma nel far que-

sto si sforza anche di definire “il programma dello scettico”22. Né - come

accennavo - egli si tira indietro di fronte alla delineazione del fine, anzi del

doppio fine del suo ‘movimento’, della sua agoge. Prenderò quindi come

oggetto precipuo, ma non esclusivo del mio esame proprio la sezione de-

dicata a questo delicato tema, racchiusa in PH I 25-30, senza tuttavia tra-

scurare le nozioni fondamentali presenti nei paragrafi precedenti, che pre-

parano e rendono legittime le opzioni pratiche difese da Sesto. Sono infat-

ti convinto che per cogliere adeguatamente il quadro d’insieme delle scel-

te etiche neo-pirroniane occorra - con pazienza, quasi con pignoleria -

collocare sotto la giusta luce tutte le singole tessere, che quel quadro in-

sieme compongono e sorreggono.



3. La posizione sestana sembra innanzi tutto caratterizzata da un dupli-

ce intento:

  • 1. chiarire i punti di riferimento teorici e pratici che guidano la rifles-

    sione e l’azione dello scettico;
  • 2. delinearne il ruolo unico e inimitabile sullo sfondo del grande, con-

    flittuale quadro delle scuole filosofiche precedenti e contemporanee.
  • Nell’assolvere il primo compito, Sesto Empirico si preoccupa subito di

    chiarire le differenze esistenti fra i vari indirizzi filosofici passati e presen-

    ti rispetto alla ricerca della verità, con una acuta - ma insieme funzionale

    e non certo disinteressata23 - divisione del campo filosofico nelle categorie

    di dogmatismo positivo o tout court; dogmatismo negativo - posizione che

    136

    egli attribuisce agli esponenti della cosiddetta Accademia scettica, in parti-

    colare Cameade e Clitomaco - e scetticismo vero o, se si preferisce, ge-

    nuino pirronismo24. Quindi fornisce una sorta di ‘indice’ o piano globale

    dell’opera, distinta in una trattazione di carattere generale e in una di natu-

    ra specifica25. Mostra poi, con fare quasi aristotelico, come l’indirizzo scet-

    tico pollachos legetai: esso è stato infatti indicato, nel corso della sua sto-

    ria, con denominazioni diverse, a seconda dell’angolo prospettico da cui è

    possibile analizzarne lo ‘specifico’ punto di vista filosofico26. Prosegue in-

    dicando per così dire il ti esti - quasi la definizione essenziale - dello scet-

    ticismo, mediante la descrizione di una ‘abilità’27, il cui esercizio dovreb-

    be sfociare dapprima nella sospensione del giudizio o epoche, che equiva-

    le a una sorta di ‘stagnazione intellettiva’, di blocco della capacità discri-

    minante o di scelta28, e poi garantire l’imperturbabilità o ataraxia, metafo-

    ricamente introdotta in termini di “assenza di affanno” (aochlesia) e “quie-

    te di bonaccia” (galenotes), forse sulla base di materiale proveniente dalla

    più antica tradizione pirroniana e con probabili intenti polemici29.



    4. Dopo queste precisazioni introduttive, Sesto si sofferma in PH I 12 su

    quella che potremmo chiamare la precisa scansione cronologica della gene-

    si dell’attitudine scettica, dei momenti iniziali del suo processo di forma-

    zione, sviluppo e consolidamento. Vale la pena leggere il passo per intero:

    "La speranza di conquistare l’imperturbabilità diciamo che è il punto di parten-

    za determinante l'(indirizzo) scettico. Tra gli uomini, infatti, quelli di nobile in-

    gegno, turbati a causa dell’anomalia riscontrabile nelle cose ed essendo incerti a

    quali di esse bisognasse piuttosto concedere l’assenso, presero a indagare cosa vi

    fosse di vero e di falso nelle cose, in modo tale da raggiungere l’imperturbabilità

    grazie alla decisione su tali questioni. Punto di partenza della ‘costituzione’ (sy-

    stasis
    ) scettica, tuttavia, è soprattutto il contrapporre a ogni discorso un discorso

    uguale: muovendo di qui, infatti, sembra che finiamo con il non abbracciare opi-

    nioni dogmatiche".

    Le tappe individuate da Sesto sono due.



    A. La prima tappa - o causa scatenante, qualora si voglia mantenere la

    sfumatura di significato adombrata in aitiodes - fu la speranza di conqui-

    stare l’imperturbabilità, a fronte di una condizione conoscitiva sentita co-

    me problematica e ‘fallimentare’ dai più acuti e dotati fra gli uomini, ov-

    vero, sembrerebbe legittimo dedurre, soprattutto dai futuri scettici, quasi

    élite ristretta e privilegiata in possesso di una ‘sensibilità filosofica’ che

    non è comune ai più30. Costoro, infatti, pur disposti a intraprendere il dif-

    137

    ficile cammino della ricerca per superare il disorientamento suscitato dal-

    l’anomalia regnante in ambito conoscitivo (cfr. PH I 29) e pur convinti che

    la serenità intellettuale può essere raggiunta solo una volta formulati indu-

    bitabili giudizi di verità o falsità sulle cose31, si trovarono nell’impossibi-

    lità di individuare strumenti incontrovertibili per assentire all’uno o all’al-

    tro dei conflittuali aspetti del reale.

    B. L’onnipervasivo mantenersi e protrarsi di tale scacco conoscitivo è

    alla base della seconda tappa, che Sesto considera probabilmente ancor più

    caratterizzante della prima32. Si tratta di quella che altrove egli chiama “di-

    sposizione” (diathesis) scettica e che qui invece più radicalmente defini-

    sce, con termine forse preso a prestito dal lessico tecnico della medicina,

    “costituzione” (systasis). Essa si risolve nella capacità di individuare o, se

    è il caso, di produrre discorsi in reciproco conflitto. Non è tuttavia neces-

    sario che questi ultimi vengano sentiti e presentati come ‘contraddittori’ in

    senso forte, ma semplicemente come isoi, ovvero dotati di ugual forza per-

    suasiva33. Questo abito filosofico, assorbito al punto da diventare una sor-

    ta di seconda natura, sembra infine rappresentare l’antidoto sempre a por-

    tata di mano contro ogni forma di dogmatismo34.



    5. Dopo aver analizzato il punto di partenza della vera scepsi, Sesto si

    dedica a lungo alla descrizione delle formule argomentative del suo indi-

    rizzo (PH I 13-20) e al chiarimento dell’ambito e della portata dell’ade-

    sione pirroniana al fenomeno (PH I 21-24).

    PH I 13 è in quest’ottica di gran lunga il passo più importante e sicura-

    mente il più discusso anche all’interno della storiografia contemporanea

    sullo scetticismo antico35. Qui Sesto si impegna in primo luogo in una se-

    rie di sottili distinzioni d’usi linguistici, allo scopo di far risaltare la pecu-

    liarità dello scetticismo, con l’impiego ‘mimetico’ di alcune caratterizza-

    zioni apparentemente comuni anche alle correnti dogmatiche. Il passo prin-

    cipale di quest’operazione (difensiva?) di ‘anatomia semantica’ consiste

    appunto nell’accogliere la radicale opposizione, proposta da “alcuni” (for-

    se esponenti del pirronismo), fra due significati del termine dogma.



    A. In base al primo, quello correntemente in uso nel linguaggio comu-

    ne (di qui il ricorso a koinoteron), esso indica il semplice approvare qual-

    cosa, che, come chiarisce l’esempio addotto (sentir caldo o freddo), rien-

    tra nella sfera delle affezioni necessarie conformi alle nostre rappresenta-

    zioni36. Di fronte a esse anche il logos scettico non può far altro che as-

    sentire, senza spazio alcuno per contrasti di opinione, reali o inventati37.



    B. Ben diverso è il caso della seconda accezione di dogma. Essa infat-

    ti ha circolazione ‘parrocchiale’, riferendosi principalmente al campo del-

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    le conclusioni/teorie scientifiche38, e si risolve nella precipitosa operazio-

    ne di concedere l’assenso a qualcosa di non evidente39. Ora, un tipo di ac-

    cusa frequentemente elevata contro gli scettici era proprio quella di dog-

    matismo40. Essa sembra tuttavia ignorare, forse in modo consapevolmente

    malevolo e per mero amor di polemica, la distinzione appena richiamata,

    finendo così per attribuire erroneamente ai sostenitori dello scetticismo

    ‘dogmi’, nel sopracitato senso (B) del termine, laddove essi si limitano ad

    accogliere opinioni unicamente nel senso (A).

    Dopo aver fatto chiarezza sul problema, connesso al presunto dogmati-

    smo scettico, della corretta modalità d’uso del ‘vocabolario neo-pirronia-

    no’41, Sesto cerca di rispondere a un’altra accusa: quella che dipingeva la

    scepsi come una vera e propria ‘scuola’ filosofica. Stimolato da tali criti-

    che, egli ricorre anche in questo frangente a una preliminare distinzione

    semantica. Hairesis si può infatti intendere in due sensi (oltre all’accezio-

    ne per cui anche in Sesto, in opposizione a phyge, essa vale ‘scelta’ - atto

    di scelta, meglio - in ambito etico):



    A. come inclinazione a seguire un sistema di dogmi, fortemente strut-

    turato al suo interno nonché nella relazione esterna tanto con i fenomeni

    quanto con le ‘cose oscure’;



    B. quasi come sinonimo di agoge, in senso debole, ovvero di un atteg-

    giamento che confida semplicemente nel discorso a-filosofico o pre-filo-

    sofico, quello che, rispondendo alle indicazioni provenienti dal mondo fe-

    nomenico e risolvendosi nell’abilità a raggiungere la sospensione del giu-

    dizio, si limita a ‘indicare la strada’ per sembrare di vivere rettamente42.

    Una scuola intesa nel senso (A) non solo non rispecchia l’attitudine ‘ze-

    tetica’ della scepsi, ma costituisce anzi il più tipico bersaglio della polemica

    sestana, costantemente impegnata a demolire ogni sistema dogmatico, tra-

    mite la messa in luce di contraddizioni insanabili fra le sue parti o articola-

    zioni interne. Se invece si accoglie il significato (B), il cui ambito di riferi-

    mento appare circoscritto alla sfera dell’agire, allora anche lo scettico am-

    mette di avere un indirizzo. Anch’egli, insomma, è in grado di compiere, se-

    condo l’originaria etimologia del vocabolo hairesis, una ‘scelta’, che, senza

    pretendere di imporsi al corso delle cose, si appaga nel seguire i costumi pa-

    tri, le leggi, i modi di vita e le inevitabili affezioni che ci caratterizzano co-

    me esseri senzienti. Questo elenco, che chiude PH I 17, viene ulteriormente

    discusso e ampliato - come vedremo più avanti - in PH I 23-24 e costitui-

    sce il terreno privilegiato per giustificare la prassi quotidiana del pirronismo.



    6. Dopo aver fissato i limiti semantici di un’accettabile physiologia

    (PH
    I 18) e prima di affrontare la questione del fine dell’azione, Sesto ri-

    139

    tiene indispensabile fornire delucidazioni sull’atteggiamento scettico di

    fronte a to phainomenon. Così in PH I 19-20 egli registra uno spaccato di

    querelle filosofica molto vivace e forse molto antico43. Alcuni (dogmatici)

    sono soliti accusare gli scettici di privare di valore, addirittura di negare i

    fenomeni. Le loro critiche, però, sono frutto di palese sordità filosofica, un

    tipo di replica caro a Sesto e non certo nuovo nella storia del pensiero an-

    tico44. Questo tipo di obiezioni malevole può essere combattuto solo spe-

    cificando e chiarendo meglio i punti di riferimento della posizione neo-pir-

    roniana. Il ragionamento di Sesto - una forma di critica al realismo filoso-

    fico che mostra tuttavia di condividerne i presupposti teorici (cfr. supra, n.

    31) - sembra concedere che gli elementi dialetticamente correlati in qual-

    siasi attività conoscitiva siano due: l’oggetto in sé da una parte (indicato

    con un termine che non mette in discussione minimamente l’esistenza di

    una realtà esterna: to hypokeimenon, ciò che sottostà al mondo delle appa-

    renze) e ciò che di esso appare a noi dall’altra (to phainomenon, insom-

    ma). Come viene ribadito in PH I 19 ciò che va sottoposto a indagine - se

    si vuole: ciò che fa difficoltà allo scettico - non è il fatto che qualcosa ap-

    paia, ma la pretesa dogmatica di stabilire che cosa sia nella sua vera natu-

    ra l’oggetto che sta dietro quella apparenza fenomenica. In senso stretto,

    dunque, obiezioni, critiche, attacchi non vengono mossi al fenomeno, vi-

    sto che per fenomeno si deve intendere quella rappresentazione che passi-

    vamente riceviamo e che, in modo indipendente dalla nostra volontà

    (abouletos), ci spinge ad assentire - si potrebbe aggiungere: meccanica-

    mente, quasi istintivamente - all’affezione che proviamo. Il vero bersaglio

    di Sesto sono le teorie che i dogmatici costruiscono a partire dai fenome-

    ni per definire l’essenza delle cose, ciò che essi dicono sul fenomeno45.

    L’esempio che egli adduce è al riguardo topico (cfr. PH I 101 e II 72). Al

    gusto il miele appare dolce e lo scettico concede senz’altro di subire un’af-

    fezione dolce a livello di sensazione46. Oltre, però, egli non va, rifiutando

    l’ulteriore teoria dogmatica, secondo cui “il miele è dolce”, un’asserzione

    che salta indebitamente dal piano fenomenico a quello delle cose oscure.

    Esistono tuttavia casi in cui perfino lo scettico, mostrando così ancor di

    più il suo lato ‘urbano’, si trova nella necessità dialettica di controbattere la

    propeteia dogmatica e dunque di costruire argomentazioni contro i feno-

    meni. Senza fornire ulteriori indicazioni al riguardo e utilizzando una ter-

    minologia che potrebbe far pensare a influssi enesidemei47, Sesto si limita,

    nella seconda parte di PH I 20, a mettere in guardia contro la forza ingan-

    natrice della speculazione, in quanto capace di produrre teorie senz’altro ar-

    dite, ma infondate su ta adela e tale da mettere in discussione addirittura

    ciò che appare massimamente evidente. È difficile dire a quali logoi egli

    140

    stia alludendo. Credo tuttavia che un convincente esempio della possibile,

    occasionale strategia antifenomenica scettica possa essere rinvenuto laddo-

    ve Sesto sviluppa specifici logoi per mettere in dubbio (cfr. M VIII 197-

    199) o negare tout court (cfr. M IX 242-243) che dal fuoco o dalla neve sca-

    turiscano rispettivamente le affezioni sensibili del caldo o del freddo, rea-

    zioni considerate altrove come la “comune” (ancora: meccanica, involonta-

    ria?) ‘risposta’ di qualsiasi individuo in condizioni normali48.

    Resta il fatto che l’obiettivo ultimo di questa strategia, come di qual-

    siasi altra diaphonia rinvenibile fra l’evidenza sensibile e le costruzioni

    teoriche (dogmatiche e non), è quello di mostrare, sempre e comunque,

    l’ugual forza delle ragioni in campo e, aprendo così la strada alla epoche,

    di raggiungere l’imperturbabilità49.



    7. È a questo punto (PH I 21-24), che, alla luce delle molte precisazio-

    ni precedenti, risulta finalmente possibile chiarire l’ambito e la portata del-

    l’adesione pirroniana al fenomeno inteso come criterio. Vengono differen-

    ziate fin dall’inizio due accezioni possibili del termine kriterion50.

  • 1. In base alla prima criterio è ciò in virtù del quale si pretende di sta-

    bilire l’effettiva sussistenza o insussistenza di qualcosa (e per confronto

    con M VII 29 dovremmo aggiungere anche il suo esser vera o falsa).
  • 2. In base alla seconda accezione, invece, si parla di criterio in senso

    eminentemente pratico, ovvero come del punto di riferimento in virtù del

    quale compiamo una determinata azione e non ne compiamo un’altra; co-

    me canone, insomma, di ogni nostra scelta o rifiuto (cfr. ancora M VII 29).

    Ribadendo quanto già accennato in precedenza e riproponendo verosimil-

    mente la posizione già difesa da Enesidemo51, Sesto dichiara che tale cri-

    terio è per lo scettico il fenomeno, precisando subito, però, che esso è da

    intendersi come phantasia. Tale “rappresentazione” o “apparenza” non va

    ristretta al mero ambito percettivo dei sensi, ma abbraccia tutto ciò che si

    mostra in modo indiscutibile e ovvio tanto sul piano sensibile che intellet-

    tivo. Essa si sottrae allo stesso perenne indagare scettico (pronto a mette-

    re in questione unicamente - come viene di nuovo evidenziato nella chiu-

    sa di PH I 22 - la presunta raggiungibilità conoscitiva dell’essenza di un

    oggetto, non certo il suo mero apparire in questo o quel modo) e si risolve

    in un’affezione involontaria e del tutto passiva.


  • 8. All’inizio di PH I 23 viene spiegato perché anche lo scettico sente la

    necessità di fissare un criterio. Ancora una volta si tratta di un’esigenza

    dialettica, nata per combattere l’accusa da cui hanno preso le mosse le ri-

    flessioni avanzate in questo contributo: quella di anenergesia52.



    141

    Prima di analizzare il tipo di risposta fornito nei Lineamenti pirroniani

    e con l’intento di farne risaltare meglio la coerenza e insieme l’originalità,

    conviene forse spostare un attimo l’attenzione verso un altro passo del cor-

    pus
    sestano53. Si tratta di una breve, ma densissima sezione del Contro gli

    etici
    (M XI 162-167), in cui obiezioni dogmatiche più antiche, di probabi-

    le o meglio quasi sicura provenienza stoica54, vengono appunto riassunte e

    combattute sotto la duplice parola d’ordine della “inattività” (anenergesia)

    e della “incongruenza” (apemphasis).

    Cominciamo dalla prima accusa. Agli occhi del dogmatismo (stoico) la

    posizione dello scettico è condannata all’inattività completa ed è anzi as-

    similabile alla vita di una pianta (cfr. supra, n. 12). Egli è infatti, per dirla

    con le parole di Timone - già ricordate e citate in Μ XI 164 - “privo di ri-

    fiuto e di scelta”55, nel senso che mette in discussione l’esistenza stessa di

    quei valori e criteri di giudizio assoluti, che invece, guidando scelte e ri-

    fiuti, rappresentano i costituenti essenziali del “vano chiacchierare” dog-

    matico (=stoico) in campo morale (cfr. al riguardo M XI 133).

    Per quanto concerne la seconda accusa, essa mira a colpire la coerenza

    delle affermazioni scettiche. Chi voglia a tutti i costi e senza concessione

    alcuna restare “privo di rifiuto e di scelta” non può non mostrarsi incoe-

    rente nelle sue azioni. Per far emergere più chiaramente tale “incongruen-

    za”, i dogmatici si rifanno a una situazione-limite56. Sotto la costrizione di

    un tiranno, infatti, che voglia imporgli di compiere azioni turpi e indicibi-



    li (come ad esempio uccidere il proprio padre), lo scettico si troverà di

    fronte alla seguente alternativa:

  • a) non obbedire al tiranno e darsi volontariamente la morte;
  • b) obbedirgli e quindi compiere il parricidio (o qualche altro crimine,

    horribile auditu et dictu).
  • In entrambi i casi, comunque, il suo comportamento sarà dettato da

    una scelta (e da un corrispondente rifiuto) e si atterrà, si potrebbe sottin-

    tendere in senso dogmatico, a un superiore criterio, capace di discernere

    ciò che è veramente bene o male. Lo scettico, quindi, nonostante ripudi

    in linea di principio qualsiasi etica normativa, agirà di fatto come il dog-

    matico, che è il solo, in realtà, ad aver compreso - nel senso forte e tec-

    nico di katalambano57 - “con convinzione esserci qualcosa da fuggire e

    da scegliere”.

    In M XI 165-167 troviamo la risposta a queste accuse. In primo luogo

    Sesto, riconoscendo - come gli accade costantemente - l’impossibilità di

    una totale anenergesia58, precisa che il pirroniano è sì inattivo, ma solo se

    si accetta una fondamentale premessa dogmatica, su cui è forse opportuno

    soffermarsi per far meglio risaltare le peculiarità della soluzione scettica59.

    142

    Il ragionamento dogmatico, almeno così come lo presenta Sesto, stabi-

    lisce in linea generale che, tra i molti comportamenti a disposizione, l’a-

    gente sceglie sempre e comunque in virtù di una teoria filosofica (kata ton

    philosophon logon
    ). Sarebbe proprio questo logos ad avere la capacità di

    esercitare la ricerca fino al punto di scoprire, in modo certo e senza più al-

    cun dubbio residuale, il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, il decente e

    l’indecente in campo etico60. La realizzazione piena della nostra esistenza

    sarebbe quindi impensabile, improponibile senza l’intervento della razio-

    nalità, che, secondo quanto continuano a ribadire in funzione anti-scettica

    anche filosofi contemporanei come Nicholas Rescher, «offre la migliore

    promessa per realizzare i nostri scopi»61. Questa conquista conoscitiva, che

    avrebbe immediata ricaduta nella prassi, metterebbe il dogmatico nella

    condizione di poter sempre e comunque decidere quale comportamento

    adottare, grazie alla determinazione di una serie di credenze che fondano

    non solo l’ambito delle nostre positive decisioni, ma rendono anche legit-

    timo ogni nostro atto di rifiuto. Insomma, tale mediazione “filosofica”

    sembrerebbe costituire l’unica garanzia non solo per accettare una deter-

    minata situazione e i valori che ne guidano il funzionamento, ma anche per

    mutarla, attraverso l’introduzione di modelli alternativi di comportamento.

    Accettare una simile posizione, significa anche ammettere che l’agire

    di chi nega ogni credenza e rifiuta la funzione-guida della ragione non so-

    lo non ha nulla di tranquillizzante o di desiderabile, ma risulta anzi - per

    ritornare alle obiezioni con cui si è aperto questo contributo - come mini-

    mo soggetto a paralisi, condannato al quietismo intellettuale e alla stagna-

    zione emotiva, se non addirittura noioso, peggio ancora ignobile o perfino

    sovversivo, pericolosamente declinante verso forme forti di autoritari-

    smo62 o di prona accettazione delle norme di condotta vigenti, persino di

    quelle indicibili all’opera “in una società interamente ingiusta, razzista e

    crudele”63, in una società, per tornare insomma al nostro esempio estremo,

    retta da un tiranno.

    Questo sciame sostanzioso e violento di accuse - antiche o moderne

    che siano - sembra suonare come una sorta di requiem per il povero scet-

    tico e per la presunta vivibilità della sua esistenza64, travolta tutta insieme

    dal peso di insopportabili mancanze (ovviamente razionali) e di contrad-

    dittorie doti (naturalmente irrazionali). Come uscire da questa impasse?

    Sesto assume una posizione apparentemente conciliante, ma in realtà fer-

    mamente decisa a rivendicare un spazio proprio, autonomo e legittimo al-

    l’azione morale scettica.

    Innanzi tutto sono proprio le linee di condotta presupposte dai dogma-

    tici, che Sesto ripudia e di cui intende mettere in luce l’intrinseca contrad-

    143

    dittorietà. Se agire significa rispettare le regole fissate una volta per tutte

    dal dogmatismo etico, qualsiasi esse siano e da qualsiasi “scuola” siano

    propugnate, allora lo scettico sarà senz’altro “inattivo”. Esiste tuttavia

    un’alternativa, che consente non di “vegetare”, ma di vivere nel senso più

    completo del termine e di operare ugualmente scelte e rifiuti: kata ten

    aphilosophon teresin.
    Riprendendo come esempio la situazione-limite rap-

    presentata dalle coercizioni di un tiranno, Sesto precisa meglio cosa si deb-

    ba intendere con “a-filosofica osservanza”65. Posto di fronte all’alternativa

    di obbedire o meno e quindi di “fare qualcosa di indicibile”, infatti, lo scet-

    tico non resta paralizzato come il noto asino di Buridano. Al contrario, egli

    decide di volta in volta66 cosa scegliere e cosa rifiutare sulla base di una

    pre-concezione radicata in lui, logicamente e cronologicamente anteriore

    a ogni azione morale. Sesto la chiama a ragione prolepsis, tenendola tut-

    tavia ben distinta dalle prenozioni dogmatiche, perché prodotta non dalla

    riflessione teorica, ma dalla consuetudine delle norme tradizionali e delle

    leggi patrie67. Queste, integrandosi con altri fattori, costituiscono un siste-

    ma complesso di valori dati68, che precede e condiziona tutto il comporta-

    mento dello scettico. Egli, pur non possedendo superiori criteri di verità o

    credenze morali di validità assoluta, eleva a canone una sorta di “disposi-

    zione etico-empirica”, rappresentata qui dalle regole di condotta assorbite

    tramite l’educazione oppure dominanti all’interno della società in cui vive

    oppure ancora da qualche altro «set di priorità o di principi», che sembra-

    no rivelarsi ai suoi occhi maggiormente funzionali al raggiungimento con-

    temporaneo della propria imperturbabilità intellettuale e del moderato con-

    trollo delle proprie, inevitabili “passioni”69. Nel fare questo può atteggiar-

    si a eroe di fronte al tiranno o sentirsi spinto alla codardia, fino al punto di

    eliminare il proprio padre: la sua reazione dipende da che uomo è, o me-

    glio da che tipo di uomo si è fatto a contatto con la variegata e complessa

    esperienza del ‘mondo della vita’.

    Molti si sentirono e si sentiranno forse offesi dalla passività (e forse an-

    che dal “conformismo”?) di un simile atteggiamento, che tuttavia garantisce

    allo scettico un cammino tranquillo, in accordo con il “corso del mondo”,

    liberandolo inoltre dalla pretesa dogmatica di conferire valore o disvalore

    assoluti a norme di comportamento, che semplicemente costituiscono parte

    integrante della nostra vita quotidiana. Per tornare alla nostra situazione-li-

    mite, nulla impedisce che il nostro agnello scettico viva almeno un giorno

    da leone, avendo assorbito sin dalla culla, insieme al latte materno, una for-

    te, radicata tendenza anti-tirannica; o, al contrario, che famiglia e successi-

    ve frequentazioni (magari chissà, volendo attualizzare, televisive?) lo ab-

    biano forgiato al culto assoluto della personalità. In entrambi i casi, comun-

    144

    que, è forse legittimo ipotizzare che il suo sarà un comportamento sottratto

    quanto meno al fanatismo, all’intolleranza, all’eccessivo ardore di quei dog-

    matici pervicaci, che nel corso dei secoli - in nome del bene, anzi del Bene



    - si saranno anche immolati sull’altare della gloria, ma che - sempre e an-

    cora in nome del bene, anzi del Bene - sono stati capaci, pace il nostro buon

    Aristocle (cfr. supra, 0.b), di compiere atrocità che nessun passivo e distac-

    cato pirroniano avrebbe mai neppure potuto immaginare70.

    Altri ‘contro-esempi fattuali’ o altri articolati ‘esperimenti mentali’ po-

    trebbero essere messi in campo. Potremmo ad esempio chiederci che tipo

    di figlio sarebbe davvero desiderabile per un padre di fronte alla strettoia ti-

    rannica: uno scettico o un dogmatico, entrambi di tempra eroica, pronti al

    sacrificio e dunque anche pronti a trasformare la vita del genitore in un lut-

    to senza fine? Oppure uno scettico o un dogmatico, entrambi ‘leggermen-

    te’ proni al cedimento, vili forse, ma vivi, di quella vita che proprio il geni-

    tore ha loro donato gratis, con biologico disinteresse e che dunque rappre-

    senta un valore sommo, da garantire a ogni costo? E ancora: un figlio scet-

    tico, formato alla resistenza anti-tirannica, o uno dogmatico, attaccato ad

    esempio a una sana teodicea, che lo spinge (passivamente?) a vedere nel-

    l’uccisione del proprio padre solo una tappa nella realizzazione del grande,

    imperscrutabile disegno di una provvidenza comunque buona? E di più: un

    figlio scettico, allevato così tanto nell’adorazione della gerarchia politica da

    far fuori senza rimorsi il proprio padre, o uno dogmatico, fedele adepto del

    verbo epicureo e dunque totalmente distaccato, perché abituato a pensare

    che nulla è la morte, per sé e per chiunque altro? E un gioco di interrogati-

    vi, che potrebbe moltiplicarsi a dismisura. Vorrei tuttavia interromperlo a

    questo punto, limitandomi a riproporre una delle prospettive, da cui recen-

    temente si è cercato di riflettere sul caso-tiranno: quella dello ‘Spettatore

    Imparziale’. Scrive al riguardo ancora Laursen: “cosa farà un osservatore di

    fronte all’ordine del tiranno e all’azione del figlio? Naturalmente tutto di-

    penderà dal coinvolgimento dello spettatore nella morale dogmatica. Da un

    lato, una posizione tradizionale sarebbe quella di lodare il figlio che muore

    per il padre come un eroe e di condannare quello che non lo fa come un co-

    dardo. In questo caso, gli eroi dogmatico e scettico potrebbero essere trat-

    tati allo stesso modo, e ugualmente i codardi dogmatico e scettico. In che

    modo lo spettatore verrà a conoscenza dei pensieri del figlio? Se ne preoc-

    cuperà? Di nuovo possiamo avere un problema relativo alla ‘cosa giusta per

    ragioni sbagliate’. Naturalmente tutto dipenderà da quale importanza l’os-

    servatore attribuirà alle giuste ragioni. Per generalizzare, le moderne ideo-

    logie ‘totalitarie’ si preoccupano di ciò che uno pensa quando fa qualcosa,

    mentre le moderne ideologie ‘liberali’ spesso ritengono che la sola cosa che

    145

    conta sia il comportamento e non ciò che si pensava quando si faceva qual-

    cosa. Notiamo che entrambe queste ideologie attraverserebbero tarsversal-

    mente i dibattiti antichi, perché sia i dogmatici antichi sia gli scettici anti-

    chi si preoccupavano di ciò che si pensava”71.

    Se così importante è la struttura di pensiero o, più esattamente, l’edifi-

    cio coerente delle nostre reazioni mentali, si impone forse una considera-

    zione ulteriore, tutta interna al ‘sistema scettico’. Le norme di comporta-

    mento trasformate in prassi dal pirroniano, infatti, sembrano quasi essere

    l'analogon delle affezioni naturali elementari72. Sul piano biologico non è

    possibile mettere in discussione le sensazioni (spiacevoli) di fame, sete,

    freddo e così via. Poiché accadono indipendentemente dalla nostra volontà

    e non rientrano in alcuno schema teorico precostituito, esse rappresentano

    un dato non modificabile, neppure dal logos scettico. Analogamente sul

    terreno etico: la stessa datità di fame e freddo sembra infatti attribuita alle

    leggi e alle norme tradizionali, che costituiscono i fondamenti della nostra

    formazione morale. L’analogia è del resto ancora più estesa. Delle affe-

    zioni naturali, infatti, non è possibile dire che siano vere/false o meglio

    buone/cattive, cosicché il non assegnare a esse alcuna carica negativa o po-

    sitiva (il me prosdoxazein, insomma) diventa la ricetta pirroniana per eli-

    minare le sofferenze fittizie generate dalle opinioni dogmatiche73. Allo

    stesso modo leggi e costumi non possono essere definiti veri o falsi, buo-

    ni o cattivi in senso assoluto, sia a causa della loro relatività, legata a tem-

    pi e circostanze specifiche e ampiamente sfruttata nelle opposizioni incro-

    ciate del decimo tropo74, sia per l’assenza, più volte ribadita da Sesto, di

    un criterio di giudizio indiscusso. Alle regole tradizionali di comporta-

    mento, dunque, non può essere attribuito quel plus-valore, positivo o ne-

    gativo, che pretenderebbero di applicare i dogmatici e che crea inutili sof-

    ferenze. Accettandole come pre-condizioni indiscutibili di ogni azione, in-

    vece, il pirroniano può vivere facilmente75, sopportandone - ‘moderata-

    mente’, si potrebbe dire - anche le eventuali conseguenze spiacevoli76.



    9. Sono queste le linee argomentative, che si lasciano individuare dietro

    la sintetica giustificazione dell’attività morale dello scettico esposta in que-

    sti paragrafi del Contro gli etici. In M XI 167, però, lo stesso Sesto rinvia a

    una trattazione più accurata del medesimo argomento, realizzata “nelle le-

    zioni intorno al fine scettico”. Il rimando interno è sicuramente - o quanto

    meno anche - a quei paragrafi dei Lineamenti pirroniani da cui ha preso le

    mosse la nostra breve digressione: per l’esattezza PH I 21-3077.

    Compare già qui, infatti, una netta svolta in direzione della piena accet-

    tazione degli elementi ‘passionali’ del nostro vivere quotidiano, ovvero di

    146

    quei pathe o feelings, che “possono far sorgere scelte e rifiuti e di conse-

    guenza possono formare gli antecedenti causali delle azioni, senza costitui-

    re motivi razionali per quelle scelte, rifiuti e azioni”78. Per non restare inat-

    tivo lo scettico sembra scegliere come guida solo quei fenomeni che si im-

    pongono per il loro carattere di necessità o meglio di indipendenza dalla no-

    stra volontà, sottratti alla possibilità stessa della ricerca e dell’aporia (cfr. PH

    I 13, 19, 22). È uniformandosi a tali fenomeni che egli vive. La sua esisten-

    za è apparentemente identica, all’estemo, rispetto a quella di tutti gli altri uo-

    mini. In realtà, però, ogni sua azione è compiuta adoxastos, senza abbrac-

    ciare alcuna opinione che aspiri a essere assoluta, e altrettanto adoxastos

    ‘narrata’ sul piano linguistico (come viene specificato alla fine di PH I 24)79.

    Nonostante questo palese rifiuto di qualsiasi teoria dell’agire, sia essa

    frutto delle speculazioni dei filosofi o delle altrettanto dogmatiche convin-

    zioni del senso comune, resta aperta allo scettico la possibilità di regolare

    il proprio comportamento in base alle norme di condotta della vita quoti-

    diana: kata ten biotiken teresin. Stando a PH I 23-2480, esse sembrano81

    poter essere ricondotte a quattro ‘categorie’ fondamentali:

  • 1. la guida della natura, specifico destino cui debbono sottostare gli es-

    seri umani in quanto dotati di sensibilità e intelletto;
  • 2. la necessità insita nelle affezioni elementari o bisogni primari, come

    fame e sete, e nelle reazioni meccaniche che esse generano;
  • 3. la tradizione legata a leggi e costumi vigenti; essa si impone sotto

    forma di accettazione delle norme di condotta della propria comunità, al

    punto da far sì, ad es., che anche lo scettico consideri la pietà in campo re-

    ligioso un bene, l’empietà un male82;
  • 4. l’insegnamento delle arti, inteso come passivo apprendimento del

    know-how promosso da talune technai, la cui utilità consente di affrontare

    e risolvere le esigenze della vita quotidiana.
  • Molto potrebbe essere detto sulla plausibilità e sulla praticabilità di ta-

    le articolato criterio. Credo tuttavia sia sufficiente, in questa sede, spende-

    re qualche parola in merito al significato complessivo di questa opzione

    etica neo-pirroniana. Occorre innanzi tutto ribadire come il punto di rife-

    rimento della condotta umana non sia più agli occhi del neo-pirronismo di-

    feso da Sesto una determinata teoria filosofica, ma la “vita comune” (koi-

    nos bios
    ) o, che è lo stesso, la “comune osservanza” (biotike teresis), che

    si specifica nelle quattro categorie appena menzionate.

    Stabilite queste premesse e volendo racchiudere lo scetticismo morale

    di Sesto in uno slogan, si potrebbe affermare che esso costituisce una sor-

    ta di “ritorno allo stato di natura”, collocabile in modo originale nel solco

    delle filosofie ellenistiche. Una precisazione si impone tuttavia immedia-

    147

    tamente, per evitare ogni fraintendimento circa il concetto di “stato di na-

    tura” e per non ridurre la proposta neo-pirroniana a una forma di irrazio-

    nalistico primitivismo, pronto a celebrare una presunta, irraggiungibile

    “innocenza originaria”83. La physis cui spesso si richiama Sesto va intesa

    in senso poliedrico, come realtà a più facce84, caratterizzata contempora-

    neamente, come abbiamo visto, dal riconoscimento della inevitabilità del-

    le esigenze fisiologiche, dall’accettazione delle convenzioni e delle regole

    etico-giuridiche della società in cui si vive e infine dalla messa in pratica

    di un patrimonio culturale acquisito, fatto sia di norme pedagogiche inte-

    riorizzate, sia del know-how di talune arti (come ad esempio: grammatica

    elementare, un determinato tipo di astronomia, agricoltura, navigazione,

    naturalmente medicina), la cui utilità consente di affrontare e risolvere le

    necessità quotidiane85.

    Nei Lineamenti pirroniani come anche nel Contro gli etici, dunque, ci

    troviamo di fronte a un consapevole “ritorno allo stato di natura”. In esso

    si risolvono la vita e la condotta morale dello scettico, le quali vengono di

    conseguenza presentate, anche in polemica risposta alle accuse dogmati-

    che di “inattività” e di “incongruenza”, come il frutto di una costante inte-

    razione con il mondo.
    Sul piano teorico quest’ultima si realizza attraverso

    lo sforzo intellettuale della “messa tra parentesi” dell’assolutismo gnoseo-

    logico e assiologico; su quello pratico mediante un sereno, non eccessivo,

    mite86, secondo alcuni dovremmo forse dire tranquillamente conformisti-

    co adattamento al mondo e alla vita ordinaria. In ogni caso, l’approdo fi-

    nale delle scelte etiche dello scettico non è un deserto di valori, ma l’indi-

    cazione di un’etica possibile, aperta, sempre relativa alle situazioni e cir-

    costanze storicamente e culturalmente determinate. Questo fare i conti con

    i condizionamenti storico-culturali induce Sesto a presentare un paradig-

    ma comportamentale forse “di basso profilo”, ma che offre il vantaggio in-

    negabile di essere sempre disponibile e attuabile da chiunque, qui e ora al-

    la portata di tutti. Nessuno insomma può vantare prerogative, comporta-

    menti e slanci diversi da quelli di ogni altro uomo, né può sentirsi deposi-

    tario di alcuna superiore “arte della vita”. Tutti noi, infatti, regoliamo la

    nostra condotta sulla base non di inesistenti valori obiettivi, ma su ciò che

    di volta in volta ci appare bene o male, a seconda dell’ambiente culturale,

    in cui ci troviamo a vivere. Dietro questa conclusione opera probabilmen-

    te la convinzione di Sesto, secondo cui il comportamento dell’uomo è sì

    una forma di consenso e di accettazione del corso del mondo, privata, però,

    dell’angoscia derivante dalla presunzione di conoscere il vero disegno ra-

    zionale che governa la realtà, dal momento che gli scettici, mai appagati,

    la verità, ogni forma di verità, continuano a cercarla.



    10. Pur rispettando i confini di legittimità del criterio scettico e pur te-

    nendo sempre presente sia l’impostazione ‘fenomenistica’ rivendicata nei

    paragrafi precedenti sia l’atteggiamento di ‘zetetica’ apertura appena ri-

    cordato, Sesto sembra accettare implicitamente la tendenza eudaimonisti-

    ca propria delle filosofie (soprattutto ellenistiche) che egli combatte. Per

    questo egli ritiene coerente definire anche il telos della propria agoge, che

    coincide con quel summum bonum posto quale punto più alto delle scelte

    etiche sin da Aristotele87. L’effettiva descrizione di questo telos da una par-

    te risponde alla cautela e alle restrizioni temporali imposte fin dall'inizio

    a qualsiasi eventuale affermazione pirroniana88 e dall’altra attesta chiara-

    mente - come confermano le linee finali di PH I 30 - l’esistenza di punti

    di vista differenti su tale argomento all’interno dello stesso scetticismo.

    Sesto, infatti, presenta quella che , fino a questo preciso momento, è la bi-

    partizione accolta nel suo indirizzo, in virtù della quale il fine da perse-

    guire appare duplice:



    - la mancanza di turbamento o ataraxia nell’ambito delle questioni og-

    getto di opinione;



    - una forma di moderato patire (metriopathiea) di fronte ad affezioni

    necessarie e sottratte al nostro controllo razionale89.

    Egli ricorda in primo luogo - in PH I 26, come già aveva fatto in PH I



    12 - il meccanismo che va dalla molla iniziale del filosofare (individuare



    - ma si noti l’uso di verbi tecnici stoici, quali epikrino e katalambano -

    quali rappresentazioni siano vere, quali false) al suo obiettivo finale (il rag-

    giungimento dell’imperturbabilità), passando per lo scacco di un’indirimi-

    bile discordanza (diaphonia) e per il rifugio nella epoche, cui “casual-

    mente” (tychikos) dovrebbe conseguire l’ataraxia. Quindi istituisce un ra-

    pido confronto fra l’atteggiamento dogmatico e quello scettico ‘in materia

    di opinioni’ (ovvero en tois doxastois). Concentrando la propria attenzio-

    ne sui presunti beni e mali per natura, Sesto descrive le conseguenze, in-

    desiderabili perché cariche di turbamenti, derivanti dal loro eventuale pos-

    sesso o privazione90. Quando infatti il dogmatico ancora non ha a disposi-

    zione quelli che egli reputa beni assoluti, non solo li persegue, ma aggiun-

    ge l’opinione di essere preda di mali assoluti. Qualora li abbia ottenuti, del

    resto, la situazione anziché migliorare, peggiora. I suoi turbamenti, infatti,

    aumentano, sia per un eccesso di orgoglio, sia perché, preso dal timore di

    perderli, è disposto a far di tutto pur di tenerseli stretti. Quest’analisi psi-

    cologica della complessa, e dolorosa, interazione dialettica che si trova a

    subire il dogmatico fra conoscenza-desiderio-possesso/privazione di valo-

    ri/disvalori ritenuti oggettivi serve a Sesto per individuare quella che a suo

    avviso è la vera radice di ogni infelicità: l’intenso, direi quasi ostinato per-

    149

    seguire/fuggire ciò che si crede di conoscere esser bene o male per natu-

    ra91. Solo lo scettico si sottrae a questo rischio, poiché lascia del tutto in-

    determinata92 la questione dell’effettiva esistenza e conoscibilità di valo-

    ri/disvalori in sé e dunque evita ogni scelta o rifiuto fondati su presunte

    teorie etiche assolute.

    Nonostante il parere contrario di alcuni interpreti93, non credo che le af-

    fermazioni contenute in PH I 27-28 siano auto-contraddittorie rispetto al-

    la sterilità teorica esplicitamente e in più occasioni rivendicata da Sesto. È

    vero infatti che egli difende un fine di fronte e contro altre proposte etiche

    dogmatiche. La sua propensione per l’imperturbabilità, però - limitata al

    campo delle cose opinabili, precisazione che non andrebbe mai dimenti-

    cata -, lungi dall’avere pretese di assolutezza, è relativa al momento, alla

    condizione o disposizione di chi la sperimenta e dunque rappresenta la me-

    ra registrazione di un pathos soggettivo dello scettico94. Che sia impossi-

    bile agli occhi di Sesto fornire argomentazioni razionali o addirittura di-

    mostrazioni logicamente cogenti di tale ‘atteggiamento emotivo’ appare

    evidente dal fatto che egli si limita a illustrarne il meccanismo di produ-

    zione ricorrendo all’aneddoto del pittore Apelle (PH I 28-29)95:

    (28) "[...] Allo scettico capitò dunque la stessa cosa che si narra a proposito del

    pittore Apelle. Dicono infatti che egli, avendo dipinto un cavallo e desiderando

    raffigurare nel quadro la schiuma della bocca del cavallo, ebbe così poco succes-

    so, che rinunciò e gettò contro l’immagine la spugna in cui detergeva i colori del

    pennello: (e dicono ancora che) questa, una volta venuta a contatto con il cavallo,

    produsse una rappresentazione della schiuma. (29) Anche gli scettici, dunque,

    speravano di impadronirsi dell’imperturbabilità dirimendo l’anomalia degli even-

    ti sia fenomenici che mentali, ma, non essendo in grado di riuscirvi, sospesero il

    giudizio; e a questa loro sospensione seguì casualmente l’imperturbabilità, come

    ombra a corpo".

    Si tratta senz’altro di una storia esemplare, ma altrettanto puntuale, le-

    gata a un singolo istante temporale, non ripetibile o riproducibile all’infi-

    nito e volontariamente. Se la ‘storiella’ di Apelle è analogicamente appli-

    cabile anche allo sforzo scettico di conseguire l’ataraxia, lo è appunto per

    due aspetti:

  • 1. per il suo carattere di eccezionalità o puntualità temporale (forse ri-

    badito dall’uso dell’aoristo hyperxe in PH I 28?);
  • 2. per l’assenza di ogni sforzo consapevole nel raggiungimento del fi-

    ne, che segue l’azione senza alcun automatismo causale96, come l’ombra

    segue il corpo97.
  • 150

    Se la speranza di raggiungere l’ataraxia risulta casualmente soddisfat-

    ta nel caso delle questioni ‘doxastiche’, altrettanto non si può dire qualora

    si abbia a che fare con affezioni involontarie e necessarie, con ineludibili

    ‘sofferenze’ (il verbo usato è ancora paschein), quali ad es. il sentir freddo

    o l’aver sete. In questo caso nessuno può dirsi privo di affanni, neppure lo

    scettico. Egli tuttavia, a differenza di ogni altro uomo, soprattutto del co-

    siddetto “uomo della strada”98, riesce quanto meno a limitare e render più

    mite il proprio patire, evitando di aggrapparsi alla convinzione secondo cui

    la sofferenza che gli tocca sia un male in sé99.



    11. Qualora ce ne fosse ancora bisogno, si potrebbe concludere con una

    riflessione, utile a sottolineare la continuità, direi anzi la coerenza del di-

    scorso morale scettico. La chiara distinzione di ambiti (en tois kata

    doxan/en tois katenagkasmenois,
    che fa il paio con l’opposizione ta kata

    doxan/ta kat’anagken
    di M XI 141ss.) e l’altrettanto precisa indicazione

    di/dei due obiettivi morali disponibili (ataraxia/metriopatheia) sono il

    prodotto più maturo della riflessione etica neo-pirroniana e forse possono

    davvero risollevare le sorti del nostro povero ‘agnello scettico’.

    Nella delineazione accurata di tali distinzioni, infatti, sembra quasi che

    Sesto Empirico voglia proporci un movimento alterno di ‘sistole emotiva’

    e ‘diastole razionale’. Così, da una parte, per garantire la piena impertur-

    babilità a colui che adotta la scelta di vita ‘zetetica’, quella della ricerca

    senza fine, Sesto indica la strada del cedimento alla passione - o se si vuo-

    le dell’improvvisa comparsa di uno stato di quiete, frutto però della ca-

    sualità, metaforicamente legata a una dirompente rabbia100 - e non della

    ferrea programmazione razionale. Dall’altra, invece, per mitigare le soffe-

    renze inevitabilmente connesse alla condizione del soggetto agente, Sesto

    toma a far valere la forza del ragionamento, la capacità razionale di sgom-

    brare il campo delle necessarie passioni umane da qualsiasi ‘sovrastruttu-

    ra teorica’, che rischia unicamente di raddoppiare le nostre pene (cfr. an-

    che M XI 158-160).

    Siamo comunque lontani da ogni proclama dogmatico; assente è la for-

    za e l’urlo delle scelte decise del lupo. Si naviga piuttosto a vista, tenendo

    sempre l’occhio rivolto alla costa, anzi alle coste, fra loro così diverse e

    mutevoli in ogni luogo o tempo. La nostra crociera può apparire allora po-

    co eccitante, ma sembra guadagnare in sicurezza e tranquillità: forse - ta-

    cha,
    come aggiungerebbe Sesto - non sappiamo sempre e comunque do-

    ve andare, ma sentiamo, scopriamo che la rotta seguita ci ripaga della quo-

    tidiana fatica del nostro vivere.

    151



    NOTE

    1. Cic. Luc. 31 (tr. R. Del Re).

    2. Epict. diss. II 20, 28 (tr. C. Cassanmagnago).

    3. DL IX 104 e 107 (tr. M. Gigante).

    4. Sono parole di Aristocle (=F. 4 Chiesara), ap. Eus. praep. ev. XIV 18, 18 (tr. F. De-

    cleva Caizzi).

    5. D. Hume, Ricerca sull'intelletto umano, sez. XII, parte II (tr. M. Dal Pra); per un ag-

    guerrito tentativo di riproporre e rafforzare le argomentazioni anti-pirroniane di Hume cfr.

    inoltre soprattutto Burnyeat 1997b.

    6. Annas 1998, pp. 211-212.

    7. Nussbaum 2000, p. 194.

    8. Per un primo, utile orientamento e per ulteriori rinvii bibliografici in proposito cfr. ri-

    spettivamente Striker 1980; Ioppolo 2000; Laursen 2004.

    9. Cfr. al riguardo Engstler 1995, pp. 204-205.

    10. Fra virgolette e in corsivo ripropongo alcuni passi della favola, servendomi della fa-

    scinosa traduzione di Marchesi 1976(2), p. 61.

    11. E questa l’immagine (già stoica?) utilizzata contro gli effetti deleteri dello scettici-

    smo di Arcesilao in Plut. adv. Col. 1122 a-b.

    12. Questo accenno alla condizione vegetale di chi sospende il giudizio allude a un lonta-

    no germe di critica antiscettica presente già in Aristotele (metaph. IV, 4,1006a14-15; cfr. pu-

    re 1008b10-19 e Striker 1980, p. 63, n. 25), se non addirittura nel Teeteto platonico (171d):

    cfr. Decleva Caizzi 1981a, p. 266, con ulteriore bibliografia. Cfr. infine infra, pp. 140-143.

    13. È una delle accuse antiche, frutto di “cattiva stampa” (così Rescher 1980, p. 214, n.

    1), rivolta già contro Pirrone, secondo quanto attesta Diogene Laerzio (IX 62=Pyrrho T. 6

    Decleva Caizzi) via Antigono di Caristo (F. 3 Dorandi). Sul variegato insieme di ‘coloriti

    aneddoti’ relativi alla biografia timoniana cfr. anche Bett 2000b, sp. cap. 2.

    14. Cfr. le parole d’accusa di Epitteto riportate supra, 0.b e n. 2; sempre di Epitteto cfr.

    inoltre diss. I 5, 1-10.

    15. Queste mordaci critiche si leggono in un passo di Galeno: cfr. de dignosc. puls. VIII

    781, 16-783, 5 K.

    16. Nel primo caso si pensi alla notizia riportata a proposito di Pirrone in DL IX 64 (=T.

    11 Decleva Caizzi; cfr. anche T. 12 Decleva Caizzi, con relativo commento in Decleva

    Caizzi 1981a, pp. 161-163); nel secondo basti ricordare l’impegno nella professione medi-

    ca di più di un neo-pirroniano, su tutti, a quanto pare, lo stesso Sesto Empirico.

    17. L’espressione è di Timone e viene utilizzata da Sesto Empirico: cfr. M XI 164, su cui

    si veda infra, p. 141.

    18. Cfr. Laursen 2004, passim e per un elenco di studiosi che già hanno positivamente

    risposto a tale ‘chiamata alle armi’ ivi, pp. 230-231, n. 11. Degno di attenzione è anche

    quanto Laursen aggiunge subito dopo sul modo in cui raggiungere e sviluppare un dialogo

    con gli anti-scettici. Il problema, naturalmente, è legato alla necessità di una lettura davve-

    ro reciproca dei varii contributi pro e contra scepticos, così da garantire una reale com-

    prensione delle questioni storiche e teoriche che essi sollevano.

    19. Laursen 2004, p. 202. La direzione in cui egli si muove per colmare tale ignoranza

    è quella di ricostruire la tradizione storiografica che va da Montaigne a Priestley, passando

    per Stanley, Brucker, Staüdlin e naturalmente Hume e Kant. Ancora più radicale, a mio av-

    152

    viso, è il lavoro da compiere: si tratta di comprendere le radici stesse di quella tradizione

    storiografica, cercando di non sovrappore a essa i nostri pregiudizi interpretativi.

    20. Non mi occuperò quindi del tema dell’apraxia e delle relative repliche nell’ambito

    dello scetticismo di marca accademica (fra cui degna di nota è anche quella di Favorino: cfr.

    il fr. 27 Barigazzi): rinvio in proposito agli articoli già ricordati supra, n. 8, nonché alla sin-

    tetica, ma utile trattazione di Hankinson 1995, sp. capp. V e VI; cfr. anche Bonazzi 2002.

    21. Cfr. Dal Pra 1975(2), p. 467.

    22. Cfr. Cortassa 1990.

    23. Cfr. al riguardo almeno i dubbi avanzati da Ioppolo 1992, sp. pp. 172-174; alcune

    utili osservazioni si leggono anche in Palmer 2000, sp. pp. 361-364.

    24. Lungo e complesso è il discorso relativo alla differenza fra accademici scettici e pir-

    roniani, così come quello sul rapporto - non sempre lineare né pregiudizialmente polemi-

    co - con la figura di Arcesilao: sulla questione cfr. supra, cap. I (e ivi, sp. n. 9 per ulterio-

    ri rinvii bibliografici).

    25. Per l’ipotesi che Sesto possa in tal caso richiamarsi a Menodoto cfr. Frede 1990, pp.

    249-250.

    26. Cfr. anche DL IX 69-70, su cui si veda in part. Barnes 1992 e soprattutto Decleva

    Caizzi 1992a.

    27. PH I 8: “L’abilità scettica consiste nel contrapporre in qualsivoglia modo le cose che

    appaiono e quelle che vengono pensate; da essa, a causa dell’ugual forza presente nei fatti

    e discorsi contrapposti, giungiamo dapprima alla sospensione del giudizio, subito dopo al-

    l’imperturbabilità”. Si tratterebbe di un efficace know-how: cfr. in proposito Hankinson

    1995, p. 27; molto critica invece Nussbaum 1994, sp. pp. 285ss., la quale accusa la posi-

    zione sestana di ambiguità e addirittura di dogmatismo.

    28. Cfr. anche PH I 196; a una probabile, lontana origine medica sia del concetto di ‘so-

    spensione’, sia dell'immagine a esso connessa della stasis accenna Pappenheim 1881, p. 6.

    Sulla necessità di intendere l’epoche non come ‘atto volontario’, ma come Erlebnis insiste

    in particolare Engstler 1995, passim.

    29. Cfr. PH I 10 e soprattutto Decleva Caizzi 1992a, p. 300. Si noti inoltre che aochle-

    sia
    è hapax in Sesto e che essa appare raggiungibile solo sul piano dei conflitti ‘doxastici’,

    non su quello delle affezioni necessarie e ineliminabili: cfr. PH l 29 e infra, pp. 149-150.

    Per la significativa metafora della galenotes, di origine timoniana, si veda Μ XI 141, su cui

    cfr. Spinelli 1995, pp. 139 e 319 e Bett 1997, p. 162.

    30. Significativo è l’uso dell’aoristo, che qualifica questa prima arche come ‘fatto stori-

    co’ o se si vuole come puntuale momento della biografia intellettuale dello scettico; cfr. an-

    che PH I 26 e ΜI 6.

    31. Forse si dovrebbe dire più esattamente: sulla corrispondenza fra il modo in cui le co-

    se ci appaiono e la loro genuina costituzione ontologica. Cfr. al riguardo le notazioni di

    Flückiger 1990, p. 14, il quale accenna anche al problema del pieno realismo presupposto

    da tale posizione scettica. Cfr. in proposito anche Preti 1974; Dal Pra 1975(2), pp. 535ss. e

    1981; Everson 1991; per un approccio diverso (per alcuni aspetti direi quasi opposto) cfr.

    già Groarke 1990, nonché ora Vogt 1998, sp. cap. 2 e Fine 2003.

    32. E quanto sembra indicare la presenza di malista; si noti anche il valore del verbo, qui

    al presente, che probabilmente allude alla continuità e ‘afferrabilità’ di un comportamento

    ormai consolidatosi e divenuto prassi.

    33. Per l’esatto modo di intendere tale ‘formula’ scettica, il valore insieme descrittivo e

    prescrittivo che può assumere - cfr. Flückiger 1990, p. 14 - e i singoli termini in essa pre-

    senti cfr. PH I 10, 18ss. e soprattutto 202-205.

    153

    34. Significativa appare la cautela introdotta dal ricorso al verbo dokein; cfr. anche DL

    IX 74. Per il valore terapeutico e ‘filantropico’ che scaturisce da tale atteggiamento cfr. PH

    III 280-281, con le osservazioni di Voelke 1993, nonché di Hadot 1995, pp. 222-226.

    35. In generale, è forse opportuno fornire almeno, a mo’ di utile riepilogo bibliogra-

    fico, un elenco di lavori per un primo orientamento sul dibattito relativo alla ‘vivibilità’

    e alla ‘rettezza morale’ dello scetticismo antico. In tal senso, oltre alle sintetiche osser-

    vazioni in Hallie-Etheridge 1985 (sp. pp. 3-28); Hankinson 1995 o Chiesara 2003 e ai

    ‘classici’ contributi di Frede 1997 e 1987b, Burnyeat 1997a e 1997b, Barnes 1997 o an-

    cora di Striker 1980, cfr. altri recenti lavori, che offrono anche più o meno dettagliate

    analisi della bibliografia precedente: Hiley 1987; McPherran 1989 e 1990; Michelsen

    1990; Morrison 1990; Laursen 1992; Sitter-Liver 1994; Hankinson 1994; Nussbaum

    1994 (sp. cap. 8); Engstler 1995; Tsouna-McKirahan 1996; Annas 1998; Vogt 1998;

    Brennan 2000; Nussbaum 2000; Ioppolo 2000; Wlodarczyk 2000; Fine 2000b; Striker

    2001; Bonazzi 2002; Ribeiro 2002; Thorsrud 2003; Laursen 2004 e 2006; Moller 2004.

    Benché poco attenta alla dimensione storica e molto più preoccupata di collocare o re-

    interpretare lo scetticismo pirroniano all’interno di linee di pensiero proprie del dibatti-

    to filosofico contemporaneo, cfr. infine la trattazione di Bailey 2002 (sul nostro tema:

    sp. capp. 7, 8 e 11).

    36. Sull’esatto valore che assume in questo contesto il verbo non tecnicamente filosofi-

    co eudokein cfr. Frede 1997, pp. 17ss.; sul valore da attribuire aphantasia cfr. invece PHl

    19 e 22, nonché infra, p. 139-140.

    37. Cfr. PH I 29, 193, 229-230; II 10 e, per le conseguenze etiche di tale inevitabile con-

    dizione, Μ XI 148-149.

    38. Sul significato e sul ‘colore’ semantico del termine dogma rinvio senz’altro alle con-

    clusioni di Barnes 1997.

    39. Cfr. ad es. PH I 16, 193 e 197; per un attacco analogo sferrato da Menodoto (in que-

    sto caso contro la ‘falsità’ di tutti i dogmata di Asclepiade di Bitinia) cfr. Gal. subf emp.

    84, 21-22.

    40. Non solo da alcuni, molti per la verità, interpreti moderni e contemporanei (cfr. su-

    pra,
    n. 18), ma già di casa nel mondo antico: cfr. ad es. Aristocl. ap. Euseb. praep. ev. XIV

    18, 9-12 (=F. 4 Chiesara); DL IX 68 e 102-104.

    41. Cfr. PHl 14-15, da accostare soprattutto alla distesa trattazione dellephonai scetti-

    che in PHl 187-209. Su tale complessa questione cfr. supra, cap. V, sp. pp. 117-126.

    42. Cfr. in generale Ioli 2003b. Sesto precisa inoltre che orthos non va caricato di alcu-

    na sfumatura propria dell’etica dogmatica né quindi collegato in alcun modo all’esercizio

    di una presunta virtù (pace Thorsrud 2003). Questo non significa che l’espressione debba

    assumere un valore più ampio di quello esclusivamente etico, pace Pappenheim 1881, pp.

    10-11; cfr. anche M V 2, con il commento in Spinelli 2000b, sp. pp. 21-22 e 104-105.

    43. Si è pensato al riguardo a una probabile derivazione timoniana: cfr. Decleva Caizzi

    1992a, pp. 315s.

    44. Cfr. PH I 200 e 208; cfr. anche M XI 202; più in generale si pensi all’atmosfera po-

    lemica di un passo parmenideo: cfr. DK 28 B 6 (sp. v. 7).

    45. Legein e termini correlati equivalgono in questo passo a ‘asserire dogmaticamente’:

    cfr. Flückiger 1990, p. 32 e Sluiter 2000, sp. p. 97 e nn. 24-25.

    46. E una posizione (forse di lontana origine timoniana? Cfr. al riguardo Bett 2000b, sp.

    pp. 86-88), che sembra mostrare qualche affinità con tesi cirenaiche, come suggerisce ad

    esempio Hossenfelder 1968, p. 64, n. 124; cfr. tuttavia le giuste cautele fatte valere da

    Tsouna-McKirahan 1998, sp. pp. 60-61.

    154

    47. Cfr. i verbi hypharpazo e hyphorao, hapax in Sesto, ma presenti nel resoconto dei

    Discorsi di Enesidemo conservato da Fozio: cfr. ad es. bibl. Cod. 212, 170bl4.

    48. Sulla questione cfr. anche Hankinson 1994, pp. 63ss.; Engstler 1995, p. 206, nonché,

    più in generale, le pertinenti osservazioni di Decleva Caizzi 1996b.

    49. Cfr., a puro titolo di es., l’aporia sul colore della neve ricordata in PH I 33 o ancora

    la trattazione del moto in PH III 65ss. e M X 65ss. o del numero in PH III 151.

    50. Ma in realtà se ne potrebbero indicare altre: cfr. almeno Annas 1990, p. 189, n. 18 e

    soprattutto Brennan 2000.

    51. Cfr. DL IX 106, ove vengono menzionati anche altri pirroniani: Zeussi, Antioco di

    Laodicea, Apella; né si dimentichi che in M VII 30 tale opzione viene posta sotto l'aucto-

    ritas
    di Timone; più in generale su PH I 21-24 cfr. anche Barney 1992.

    52. Oltre al già citato M VII 30, cfr. PH I 226; cfr. anche DL IX 108 e naturalmente M

    XI 162-167, che esamineremo subito.

    53. Ripropongo qui, integrandolo ulteriormente, il nucleo essenziale delle considerazio-

    ni già svolte in Spinelli 1995, pp. 325-337.

    54. Esse fanno parte di una più ampia batteria di “difese contro gli scettici”, messe in

    campo dagli stoici su piani differenti e opportunamente raccolte da Hülser sotto un’unica

    rubrica: cfr. frr. 351-362 Hülser (M XI 162-165 costituisce in particolare il fr. 360). Anche

    gli epicurei, comunque, si associano all’accusa di apraxia: si pensi in particolare alla pole-

    mica di Colote, conservata nell’Adversus Colotem plutarcheo e già ricordata in preceden-

    za (cfr. supra, n. 11), contro lo scetticismo accademico di Arcesilao, che, al pari delle altre

    dottrine filosofiche, renderebbe impossibile la vita stessa. Su questo passo si veda anche,

    più in generale, La Sala 1996: egli - criticando le posizioni di Burnyeat e di Barnes, sulla

    scia di alcuni spunti offerti da Frede - insiste opportunamente in conclusione sulla separa-

    zione sestana fra bios e filosofia.

    55. Per la differente percezione e utilizzazione di questi due aggettivi, rispettivamente a

    proposito di Pirrone e nel quadro offerto da Sesto, cfr. Decleva Caizzi 198la, p. 266 e Bett

    1997, pp. 179-180.

    56. Fra i molti rinvii possibili, cfr. ancora le utili osservazioni di Bett 1997, pp. 175-176

    e soprattutto l’intera, consistente analisi di Laursen 2004, il quale fornisce decisive rispo-

    ste alle critiche e alla più generale insoddisfazione per la soluzione pirroniana, paradigma-

    ticamente espresse, ad esempio, da Annas 1998, sp. pp. 209-213 e Nussbaum 1994, sp. pp.

    313-315.

    57. In tal senso cfr. anche Bett 1997, p. 176.

    58. Una simile ammissione è qui implicita, mentre - come abbiamo visto - è esplicita in

    PH I 23 e in M VII 30. Per la preferenza accordata da Sesto al termine anenergesia rispet-

    to ad apraxia, utile può essere il confronto - come ricorda, sulla scia di Brad Inwood, Vogt

    1997, p. 131 (la quale parla tuttavia di “anergesia”: sic!) - con una precisazione che si leg-

    ge nel de fato di Alessandro di Afrodisia (=SVF II 1002).

    59. Oltre a ricordare come l’analisi che segue debba molto alle penetranti considerazio-

    ni di Hossenfelder 1968, sp. pp. 66ss., cfr. anche Striker 1980, sp. pp. 67-68 e Engstler

    1995, pp. 207-211. E forse utile sottolineare, in aggiunta, che le accuse dogmatiche si muo-

    vono non ponendosi affatto sul terreno dello scettico, quanto piuttosto semplicemente riba-

    dendo i punti fermi teoretici della prassi morale dogmatica e automaticamente estendendo-

    li o, se si vuole, imponendoli - al comportamento che dovrebbe conseguentemente assu-

    mere l’avversario (cfr. in tale senso anche Vogt 1998, sp. pp. 129-130; di “malinteso” parla

    anche La Sala 1996, p. 46). Non c’è insomma nessuno sforzo per capire o meglio ancora

    condividere, seppur dialetticamente, la diversa logica che guida l’azione del pirroniano.

    155

    60. Secondo la recente interpretazione di Harald Thorsrud l’archetipo indiscusso di que-

    sta fiducia in una vita dedita alla ricerca e capace di giungere alla conoscenza di ciò che è

    bene o male va individuato in Socrate, che sarebbe dunque una sorta di costante modello

    antitetico rispetto alla “psicoterapia filosofica” proposta invece da Sesto. Credo tuttavia che

    tale posizione dipenda da una lettura, che non tiene conto della dimensione socratica di co-

    stante apertura del dialegesthai e di sempre parziale raggiungimento di una fragile homo-

    logia,
    quale sembra emergere quanto meno dalla lettura dei cosiddetti dialoghi giovanili di

    Platone. Non mancano comunque voci che difendono la conclusione opposta, fino a rite-

    nere che per lo scettico ‘zetetico’ “Socrate servì anche come modello comportamentale per

    accettare il proprio destino politico con tanta ataraxia quanta poteva sperarne qualsiasi

    scettico” (così Laursen 2006, p. 5). Molto più complessa è in ogni caso la questione del

    ruolo di Socrate all’intemo della tradizione scettica (accademica e pirroniana): in proposi-

    to mi limito a rinviare agli studi segnalati supra, cap. I, η. 26.

    61. Rescher 1980, p. 223.

    62. Questa è una delle negative implicazioni politiche dello scetticismo evidenziate an-

    cora da Rescher 1980, p. 56, secondo il quale sarebbe invece la razionalità a eliminare “le

    tendenze che trovano espressione nel fascismo, nell’anarchismo e nel comunismo” (ivi, p.

    199); cfr. anche Nussbaum 2000, sp. p. 192, che sembra trasformare gli scettici antichi in

    ‘tranquilli’ pro-hitleriani.

    63. Quest’ultimo tipo di accusa è ‘inventata’, disserendi causa, da Thorsrud 2003, p.

    248, il quale tenta anche di fornire almeno due possibili repliche, più o meno genuinamente

    scettiche.

    64. Per una rapida analisi di tre esempi di coerenza esistenziale scettica (in età moder-

    na, però: per l’esattezza Montaigne, Hume, Kant) cfr. ora Laursen 2006, sp. pp. 12ss.

    65. Ritengo che questa resa sottolinei meglio il carattere di passività, implicito nell’uso

    del vocabolo teresis; diversamente La Sala 1996, p. 36, n. 4, che preferisce tradurre con

    “osservazione”: cfr. perciò Spinelli 2004 e, per l’ambito medico, Hankinson 2004.

    66. O meglio ancora “per avventura”, direi quasi “come capita” (tychon): su quest’espres-

    sione cfr. McPherran 1989, p. 162; altre letture offrono ad esempio Mates 1996, p. 71 e Vogt

    1998, p. 156. La presenza di tychon, inoltre, serve a ribadire che “lo scettico compirà qual-

    siasi cosa risulti dalle varie forze psicologiche in lui e che non c’è modo alcuno per predire

    quale sarà tale risultato”, come sottolinea giustamente Bett 1997, p. 179, il quale tuttavia in-

    siste forse troppo sul carattere esclusivamente relativistico della risposta comportamentale

    pirroniana. Sulla questione cfr. anche Laursen 2006, p. 21, n. 27, nonché la conclusione di

    Thorsrud 2003, p. 249: “la tranquillità dello scettico così come la sua abilità nel vivere cor-

    rettamente (cioè virtuosamente) è il frutto del suo esame ma non è mai raggiunta o stabilita

    una volta per tutte”. Per esigenza di completezza va anche ricordata, sul piano testuale, la pro-

    posta di correzione di tychon in stoichon avanzata da Blomqvist 1968, pp. 99-100.

    67. Cfr. anche PH II 246, nonché DL IX 108; si veda inoltre M VIII 368.

    68. Cfr. Hossenfelder 1968, p. 72, nonché Bett 1997, pp. 178-179.

    69. Su questa linea cfr. ora Thorsrud 2003, pp. 246-247.

    70. Cfr. al riguardo Michelsen 1990, p. 96. Sulla passività e sul distacco, così come sul-

    la mitezza (cfr. anche infra, n. 86), sul rispetto e sull’assenza di ansietà dello scettico anti-

    co illuminanti sono le considerazioni di Morrison 1990, sp. pp. 213ss. Non è mancato chi

    - con intento retorico, più che con cogenza logica, come ricorda Laursen 2006, n. 27 - ha

    voluto vedere nell’atteggiamento di mancato coinvolgimento conoscitivo (ma non emoti-

    vo) dello scettico una sorta di garanzia per un comportamento ugualitario e aperto alla più

    ampia partecipazione e condivisione sociale: cfr. ad esempio Botwinick 1991, sp. p. 60.

    156

    71. Laursen 2004, pp. 224-225.

    72. Cfr. anche La Sala 1996, p. 66, nonché, con forte accento critico, Annas 1998, pp.

    210-211.

    73. Anche in questo caso non si può negare una certa affinità con la posizione di Arce-

    silao, benché egli ricorra a terminologia differente: cfr. Plut. adv. Col. 1122b.

    74. Cfr. PH I 145-163; sulla questione cfr. anche supra, cap. II, sp. pp. 49-50.

    75. Emerge chiaramente il concetto della facilità del vivere: cfr. M XI 1 e 111.

    76. Secondo alcuni interpreti il tipo pirroniano di azione descritto da Sesto in risposta

    alle accuse dogmatiche e realizzato secondo leggi o costumi dati nell’esperienza, senza

    chiamare in causa alcuna credenza fondata sull’uso prescrittivo della ragione, si lascia for-

    se avvicinare, sul piano teorico e storico, alla celebrazione aristotelica delle virtù etiche, al

    punto da giustificare l’affermazione per cui “lo scetticismo di Sesto è quanto meno consi-

    stente rispetto, se non riconducibile, alla dottrina aristotelica dell’abitudine morale”: così,

    compiendo ripetutamente azioni giuste e coraggiose si diventa giusti e coraggiosi come

    compiendo ripetutamente gli stessi gesti tecnici nella lavorazione del legno o sulla tastiera

    di un pianoforte si diventa rispettivamente esperti falegnami o pianisti (cfr. Thorsrud 2003,

    pp. 243-244: da quest’ultima pagina è tratta la citazione). Si noti tuttavia come un simile

    parallelismo generi dubbi profondi e soprattutto sollevi immediatamente molti problemi

    teorici. Essi possono essere sommariamente riassunti nell’impossibilità di pensare il per-

    corso etico aristotelico in modo dimidiato, ovvero senza tenere in considerazione entram-

    bi
    gli aspetti della virtù, quello etico sì, ma soprattutto quello dianoetico, sicuramente im-

    proponibile nell’orizzonte epistemologico e comportamentale pirroniano. Più produttivo -

    ma qui purtroppo non percorribile adeguatamente e distesamente - potrebbe forse essere il

    parallelismo con alcune delle lapidarie osservazioni contenute in Wittgenstein 1978, non-

    ché con alcune considerazioni svolte in proposito da Cavell 1979 e Fogelin 1994.

    77. Dello stesso avviso Annas 1998, p. 209; nell’edizione teubneriana, invece, Mutsch-

    mann, rinvia solo a PH I 25-30. Resta sempre valida, però, l’ipotesi che Sesto alluda anche

    ai libri perduti di M: sulla questione cfr. Spinelli 1995, pp. 320-321 e Bett 1997, p. 180.

    78. Così ivi, p. 173.

    79. Sul termine adoxastos in generale cfr. Barnes 1997, pp. 78-79, n. 77.

    80. Si tratta di un passo che dipenderebbe più o meno direttamente da Enesidemo se-

    condo Lévy 1997, p. 219; cfr. anche Chiesara 2001, sp. pp. 129 e 131. Cfr. infine PH I 237.

    81. La presenza di eoike in PH I 23 risponde probabilmente alla cautela linguistica di

    Sesto e conferma la sua volontà di parlare adoxastos·, cfr. anche Hossenfelder 1968, p. 82.

    82. Cfr. rispettivamente PH I 231 e 237, nonché PH III 2 e Μ IX 49.

    83. In tal senso cfr. anche Thorsrud 2003, p. 234.

    84. Utili osservazioni al riguardo si leggono in Engstler 199.5, pp. 214ss. La physis sesta-

    na rappresenta comunque qualcosa di diverso e di più ampio rispetto alla natura, che anche

    Arcesilao chiama in causa per rendere conto del comportamento dello scettico e che costi-

    tuisce senz’altro il precedente più autorevole della soluzione pirroniana: cfr. perciò Striker

    1980, p. 65, n. 29; soprattutto Ioppolo 1986, sp. pp. 134-156 e Ioppolo 2000. Sul ruolo pa-

    radigmatico della physis in Sesto cfr. anche Vogt 1998, pp. 157-165. Proprio questo richia-

    mo alla forza della physis, infine, sembrerebbe costituire un elemento di affinità fra il pirro-

    nismo antico e Hume: cfr. tuttavia le giuste riserve avanzate al riguardo da Annas 2000.

    85. Non posso soffermarmi qui su questo interessantissimo aspetto della posizione pir-

    roniana; oltre ad alcune osservazioni avanzate, con specifico riguardo alla “astronomia”, in

    Spinelli 2000b, sp. pp. 19-20 e 101-102, rinvio alle trattazioni generali di Fortuna 1986;

    Barnes 1988b; Desbordes 1990.

    157

    86. Cfr. al proposito la celebrazione della praotes scettica in M I 6 e DL IX 108.

    87. Ovvero: ciò in vista del quale tutto si compie o ciò che rappresenta il termine ultimo

    della sfera del desiderabile; cfr. e.g. Arist. eth. nic. I 5; per altre paradigmatiche definizio-

    ni cfr. anche Cic. de fin. I 12, 42 e Varro 19; in ambito stoico SVF III 2 e 3.

    88. Cfr. lo achri nyn di PH I 25, per cui cfr. soprattutto PH I 4; cfr. anche Decleva Caiz-

    zi 1992a, p. 298, n. 46; Nussbaum 1994, p. 287, n. 6 e ora Moller 2004, sp. p. 437.

    89. Cfr. anche PH III 235-236, unico luogo sestano in cui atarachos viene rimpiazzato

    da apathes, caratterizzazione del fine che invece sarebbe stata proposta da alcuni scettici

    secondo DL IX 108.

    90. Per una trattazione parallela di questo tema, che tuttavia presenta anche significativi

    elementi di differenza, cfr. M XI 116-117 e 144ss.

    91. La parola-chiave al riguardo compare in PH I 28: si tratta dell’avverbio syntomos,

    per cui cfr. anche M XI 112.

    92. Ancora in PH I 28 il verbo aoristeo, come del resto in Μ XI 111, è sinonimo di epe-

    cho.

    93. Cfr. paradigmaticamente Annas 1998, pp. 207-208.

    94. Cfr. Hossenfelder 1968, p. 83, nonché Flückiger 1990, p. 35.

    95. Forse già sfruttato da Timone: cfr. Decleva Caizzi 1992a, pp. 299-300; a una proba-

    bile origine enesidemea sembra invece pensare Lévy 1997, pp. 219-220. Per alcune inte-

    ressanti osservazioni su questo ‘appello’ pirroniano - di cui non si danno prove, ma che

    semplicemente si vive, in virtù del tipo di uomo che si è - cfr. Engstler 1995, pp. 200-201,

    nonché ora Moller 2004, pp. 437ss.

    96. Tychikos, dice Sesto in PH I 26 e 29. In quest’ultimo passo il senso dell’avverbio è

    comunque “circoscritto” da hoion, secondo quanto fa notare Flückiger 1990, p. 38. È stato

    inoltre sostenuto, forse con un parallelo ardito, che rispetto alla stessa epoche “al pari del-

    la grazia, la cosa migliore che possiamo fare è porci nella condizione di riceverla” (così

    Thorsrud 2003, p. 238, n. 13). Cfr. anche, infine, DL IX 107.

    97. Cfr. ancora PH I 29. Anche se l’immagine scelta da Sesto al riguardo sembrerebbe

    autorizzare una lettura necessitante del rapporto epoche/ataraxia, credo si possa convenire

    con Hossenfelder 1968, p. 59, il quale opportunamente ritiene che questo paragone con

    l’ombra “non implica alcuna connessione causale necessaria, ma solo un collegamento che

    si presenta costantemente nell’esperienza”.

    98. Non a caso compare in PH I 30 il termine idiotai, che Sesto - pace Cortassa 1990,

    p. 2712 - usa per indicare l’uomo comune e che egli contrappone costantemente al ‘filo-

    sofo’ o comunque a chi possiede conoscenze tecniche specifiche e codificate: cfr. anche le

    osservazioni di Bett 1997, p. 175.

    99. Su questo atteggiamento scettico del me prosdoxazein cfr. anche PH III 236; M XI

    112-113; 128-130; 158-160; sulla pretesa non universalizzante del ritratto sestano cfr. inol-

    tre Moller 2004, sp. pp. 431-432.

    100. Cfr. al riguardo le pertinenti osservazioni di Hossenfelder 1968, p. 33.



    Emidio Spinelli . :

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