SUITÀ: STORIA DI UN TERMINE APPARENTEMENTE IGNOTO
Aldo Duro
SUITÀ: STORIA DI UN TERMINE APPARENTEMENTE IGNOTO
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Fare l’analisi delle accezioni e degli usi di suità significa, per me, tracciare

la storia di una conquista1 che si è maturata lentamente e per gradi. Certa-

mente a un altro studioso, dotato di specifica preparazione nel campo del

diritto e della filosofia, il primo impatto con il termine non sarebbe così

traumatico come è stato per me. Ma di questo fatto mi rendo conto soltanto

adesso, alla conclusione della ricerca; devo anzi dire che, al suo inizio, do-

vunque mi rivolgessi per aiuto, più che provocare sorpresa per la mia igno-

ranza, ottenevo confessioni di ignoranza da parte degli interpellati2. Eppure,

come dimostrerà la documentazione raccolta, si tratta di parola in circola-

zione da secoli, sia pure con presenza limitata a testi giuridici e filosofici.

Il mio primo incontro con suità è avvenuto durante la preparazione delle

Concordanze della Scienza nuova 1725 di G. B. Vico 3, quando la mia attenzione

fu attratta da questo passo (cap. II, p. 69):

si appiccarono alle XII Tavole moltissimi diritti e ragioni, che furono alla plebe

da’ nobili dopo molto tempo e molte contese comunicati, come, sei anni dopo,

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i Connubj, che con gli auspicj i padri si avevano riserbati nella Tav. XI, cui dipen-

denze sono patria potestà, testamenti, tutele, suità, agnazioni, gentilità.

In una lettura analitica e segmentale come quella che usualmente si fa

per ridurre un testo a concordanze o a indici statistici, e in cui l’attenzione è

attratta dalle parole singole o da contesti brevi e frammentati, sfuggono

necessariamente certi nessi che si colgono invece con facilità in una lettura

continuata dell’opera nella sua successione testuale. Presa così isolata, mi

parve dapprima che la parola suità potesse essere l’astratto di suo o più esatta-

mente del lat. suus in locuzioni come sui iuris, ed esprimesse quindi la pienezza

dei diritti dell’uomo libero non più soggetto all’autorità del pater familias.

Non ne ero però convinto, e il dubbio si accrebbe quando ritrovai nel mio

schedario altri esempi, provenienti dall’elaborazione elettronica delle opere

di A. Rosmini (che avevo diretto per conto del Centro per il Lessico rosmi-

niano dell’Istituto di filosofia dell’Università di Genova); erano esempi in

cui il termine compariva con significati nettamente diversi da quello vichiano.

Tornato alla lettura della Scienza nuova, mi è stato facile trovare la chiave

dell’interpretazione esatta: poche pagine prima, infatti, lo stesso concetto

sviluppato a p. 69 mediante una serie di sostantivi astratti, viene anticipato

in forma più concreta, con perfetto parallelismo. Enunciando i vari Capi

della legge delle XII Tavole, il Vico menziona esplicitamente

il Capo dove i plebei sieno Padri di famiglia...; e quello dove facciano solenni Testamenti,

e dieno i Tutori a’ figliuoli;... e l’altro dove i loro retaggi vadano ab intestato agli eredi

suoi
, in difetto agli agnati, e finalmente a’ gentili.

La sovrapposizione dei due contesti risulta perfetta; e suità si spiega così,

con le parole stesse del Vico, come il diritto che l’heres suus ha di ereditare i

beni del pater familias anche se questo muore senza testamento.

Nella redazione successiva, rielaborata e molto ampliata, della Scienza

nuova
, nota come Scienza nuova 1744 (che è l’anno in cui fu pubblicata, postuma4),

il Vico riprende la questione in due luoghi, nel libro I, sez. I, § 108 (p. 107):

Quindi, – accorti i plebei che non potevan essi trammandar ab intestato i campi

a’ loro congionti, perché non avevano suità, agnazioni, gentilità (per le quali ragioni

correvano allora le successioni legittime), perché non celebravano matrimoni so-

lenni, e nemmeno ne potevano disponere in testamento, perché non avevano pri-

vilegio di cittadini, – fecero la pretensione de’ connubi de’ nobili...;

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e nel libro II, sez. V, capo I, § 598 (pp. 521-22):

e così i plebei, non essendo ancor cittadini, come ivan morendo, non potevano

lasciare i campi ab intestato a’ congionti, perché non avevano suità, agnazioni, gen-

tilità, ch’erano dipendenze tutte delle nozze solenni; nemmeno disponerne in testa-

mento, perché non erano cittadini.

In contesti simili a questo, il termine compare anche in altri luoghi del

libro IV, sempre in unione con agnazione (o agnazioni) e gentilità5. In forma

latina, suitas ricorre nel De constantia iurisprudentis, pt. II (De constantia phi-

lologiae
), cap. XXXIII, là dove il Vico afferma che dai connubi derivarono

i tre grandi istituti sociali, «domus, familiae, gentes», che a loro volta die-

dero origine ai principali istituti giuridici: «ex domibus iura suitatis, ex

familiis iura adgnationis, ex gentibus iura gentilicia provenere»6.

Nella relativa varietà dei passi citati si rivela chiaramente l’interesse

centrale da cui tutti sono ispirati, e il riferimento costante alla legge decem-

virale. In una interpretazione storico-giuridica del pensiero vichiano si do-

vrebbe certamente sottoporre ad esame critico le opinioni dell’autore circa

i momenti e gli avvenimenti su cui egli ritorna con tanto appassionata insi-

stenza. Ma essendo nostro proposito fare la storia di un termine e non quella

degli istituti giuridici romani, possiamo esimerci dal seguire il Vico nelle

sue disquisizioni sul diritto bonitario e quello quiritario, sulla rogazione

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canuleia, sulla confarreatio, sul testamentum calatis comitiis, e sul diretto rapporto

tra auspicia, connubia e «suità». Per questa parte, e in particolare per l’ipotesi

di una provenienza esterna della legge delle XII Tavole (il Vico polemizza

energicamente con quanti la ritenevano importata da Atene), basterà rin-

viare ai dottissimi commenti di F. Nicolini, e soprattutto alla lunga nota

su Il Vico e la questione delle XII Tavole, in appendice al vol. 3° della Scienza

nuova 1744
(ediz. 1911-16, pp. 1061-1090), che precede il «Ragionamento

primo [del Vico] dintorno alla Legge delle XII Tavole venuta da fuori in

Roma»; e al § 110 del Commento storico alla seconda Scienza nuova (Roma,

Ediz. di storia e letteratura, 1978, pp. 68-69).

Per tutte le notizie relative al diritto ereditario romano, il Vico poteva

attingere a numerose fonti storiche e giuridiche latine, oltre che ai frammenti

delle XII Tavole e più specialmente alla Tavola V, là dove è scritto «Si inte-

stato moritur, cui suus heres nec escit, adgnatus proximus familiam habeto. Si

adgnatus nec escit, gentiles familiam [habento]»7. Ma in nessuna di quelle

fonti compare mai l’astratto suitas, che non è voce del latino classico né tardo,

e neppure, come vedremo, medievale in senso stretto. Si parla sempre e sol-

tanto di heres suus, espressione (cui spesso viene aggiunto et necessarius) che

indica semplicemente l’erede, cioè il discendente diretto del pater familias,

il solo cui spettasse legalmente il titolo di heres; gli altri agnati potevano, in

mancanza di filii familias, ereditare, ma non avevano diritto alla denomina-

zione di heredes (di qui la contrapposizione di sui a extranei)8.

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Traendo le deduzioni da quanto fin qui detto, a me pare che, là dove il

Vico afferma, nella Scienza nuova prima, che suità è una delle dipendenze dei

connubia, il termine suità debba essere inteso non tanto come «condizione di

heres suus» quanto come diritto del filius familias all’eredità, o, in senso ancora

più ampio, come rapporto che, nella trasmissione ereditaria, sia legittima sia

intestata, si istituisce tra il pater e il filius familias, per cui il secondo ha diritto

di ereditare dal primo, ma nello stesso tempo al primo è consentito trasmet-

tere i suoi beni al secondo (diritto quindi ambivalente, che ai plebei era ne-

gato fintantoché erano loro negati i connubia patrum, la facoltà cioè di cele-

brare nozze solenni al modo dei patrizi).

Ma torniamo al problema, più strettamente linguistico, delle attestazioni

di suitas e della sua prima apparizione scritta.

Il Ducange la definisce «Vox JC. [= Jurisconsultorum] frequentissima

quae extraneitati opponitur», e si appoggia all’autorità di due giuristi dei

quali torneremo a parlare, Angelus Perillus (cioè Angelo de’ Perigli) e

Johannes Raynaudus, vissuti l’uno nel 15° e l’altro nel 16° secolo, autori di

due trattati sulla suità. Non vi è motivo di mettere in dubbio la dichiarazione

del Ducange circa l’alta frequenza della parola tra i giureconsulti. Ma di

quali giureconsulti si tratta? Non certo di quelli della classica e tarda latinità,

dal momento che i lessici relativi a tali epoche la ignorano, e un attento spoglio

del Corpus iuris civilis ne esclude in modo assoluto la presenza.

Considerando ormai acquisite per la datazione di suitas le due indicazioni

del Ducange, ho continuato a cercare nei lessici specializzati. Non ho trovato

attestazioni più antiche nel Lexicon philosophicum di R. Goclenius (Francoforte,

1613), che conforta la sua definizione di suitas con l’autorità di E. Vulteio

e di A. Alciato:

Ut Chymici dicunt oleitas, ab oleo, pro essentia olei vel unctuositate; sic Iure-

consult. Suitas a suis, ut ius habere suitatis. Sic D. Vultejus quoque in comment.

Institut. loquitur9... Etsi autem suitas apud veteres non reperiatur, tamen ab usu

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huius vocis non abhorremus... Suitas autem... est sui haeredis qualitas. – Alcia-

tus10 suitatem definit, quod sit qualitas haeredum, qui primum in paterna potestate

locum obtinent, continuationem domimi, ac necessitatem successionis inducens.

Tra i lessici limitati alla lingua del diritto, il termine è registrato nel Le-

xicon iuridicum iuris Caesarei et canonici
del giurista tedesco Joannes Calvinus

(Kahl)11, e definito indirettamente, attraverso due citazioni. La prima è tratta

dal giureconsulto tolosano Jean de Coras12:

Suitas apud Dd. [= Doctores] nostros est sui haeredis qualitas. Sunt autem

qui cum apud veteres probatosque autores hanc vocem non legerint, ut inso-

lentem et parum Latinam refugiant. Sed cum Cicero Appietatem et Lentulitatem

dixerit, Pollioque Titum Livium Patavinitatem quandam sonare scripserit: nos-

terque Domitius Ulpia[nus] peregrinitatem...13 ego etiam Suitatem libere dixerim

(ait Corr. 3 Misc. 16 num. 9) nec in his quae paulatim usu recepta sunt, ad docendum

tamen apta Grammaticorum regulis tam superstitiose iuris professores obstringi,

nec tam anxie solicitos esse oportet. Haec Corras[ius]14.

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La seconda ripete, con qualche variante, la definizione del de’ Perigli

(«Suitas est ius quoddam intellectuale...») sulla quale dovremo soffermarci

più avanti.

La dichiarazione del Ducange circa la frequenza del termine tra i giu-

reconsulti è confermata anche dall’erudito e bibliografo tedesco Martino

Lipenio (1630-1692), che nella sua Bibliotheca realis iuridica15 elenca (p. 382) i

nomi di dieci giuristi impegnatisi nella trattazione dell’istituto romano della

suitas. Li trascriviamo nell’ordine alfabetico in cui li ha disposti Lipenio:

Fab. Accorombonus, cioè Fabio Accoramboni (1502-1559), per il suo

commento alla lex Qui se patris del Codice di Giustiniano, l. 6°, tit. 14° Unde

liberi
16 ;

Georg. Ignat. Baehr, come autore di uno scritto De iure suitatis (Argen-

toduni, 1721);

Henr. Dav. Chuno, cioè Cunone, come autore (non meglio da noi identifi-

cato) di una Dissertatio de suitate (Heidelberg, 1666);

Io. Garron, ossia Joannes de Garronibus o de Garonis, anch’egli autore

non bene identificato di un De suitate pubblicato, secondo il Lipenio, a Lione

(Lugduni) nel 1553;

Angelo de Periglis de Perusio, cioè il giureconsulto perugino Angelo

de’ Perigli (morto nel 1447), di cui parleremo tra poco, così come di Io.

Pyrrhus, ossia Joannes Pyrrhus Anglebermeus o Jean Pyrrhus d’Angle-

berme (sec. 16°), e di Io. Raynaudus, cioè Jean Regnaud (sec. 16°);

Ern. Frid. Schroeterus, cioè Ernst Friedrich Schroeter (1621-1676),

autore di una Bipertita tractatio iuridica, una de suitate, altera de testamento patris

inter liberos
(pubbl. a Jena nel 1661);

Erasmus Ungepauer, professore di diritto a Jena, vissuto tra il1582

e il1659 o 1660, autore anch’egli di uno scritto De suitate;

e infine il giurista Caspar Ziegler (1621-1690), autore, insieme con molte

altre notevoli monografie di diritto civile e canonico, di una Disputatio de

suitate
(Wittenberg, 1662).

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In successione non alfabetica ma cronologica, più adatta al nostro di-

scorso, i dieci giuristi potrebbero essere disposti all’incirca in quest’ordine:

de’ Perigli, Accoramboni, Garron, Pyrrhus, Raynaudus, Ungepauer, Schroe-

ter, Ziegler, Cunone e Baehr (per quest’ultimo abbiamo qualche perplessità,

perché il Lipenio potrebbe aver citato una ristampa dell’opera, con data

quindi posteriore a quella della prima pubblicazione).

Le dissertazioni del de’ Perigli, del Raynaudus, del Pyrrhus sono ripor-

tate, tutte e tre di seguito, nel tomo VIII, pt. 2a, di quello che il Lipenio cita

come Tr. Tr., cioè Tractatus Tractatuum, titolo con cui viene di solito indicato

il Tractatus illustrium in utraque tum Pontificii, tum Caesarei iuris facultate Iuriscon-

sultorum.

Delle tre, soltanto la prima, del de’ Perigli, ha per noi un interesse rile-

vante, sia perché è fra i più antichi testi che documentino l’uso e la diffusione

del termine, sia per la maggiore frequenza con cui suitas vi ricorre, sia infine

perché le quaestiones sono sviluppate attraverso definizioni per noi preziose.

I titoli delle tre dissertazioni, pur articolandosi diversamente, contengono

tutti il termine suitas: «Tractatus Suitatis, clarissimi doctoris D. Angeli de

Periglis Perusini...»17; «Tractatus D. Ioannis Raynaudi, Legum Doctoris,

de Suitate, et Extraneitate»18; «Tractatus singularis D. Ioannis Pirrhi Angle-

bermaei Aurelien. de Suitate et haereditate per fictionem transmittenda».

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Il de’ Perigli fa precedere alla trattazione una Praefatio cum divisionibus, che

trascriviamo parzialmente:

Ad istam subtilem et difficilem atque utilem suitatis materiam declarandam per

X. principales questiones... Ideo primum videndum erit, quid sit suitas. Secundo,

quo iure sit introducta. Tertio, quot sint eius species. Quarto, qui sint aut appel-

lentur sui haeredes. Quinto, unde suitas originem sumpsit aut causata fuit. ... Nono,

qui, et quot sint suitatis effectus. Ultimo, quot, et quibus modis suitas tollatur aut

impediatur.

Segue un Summarium, in cui si ripetono con varianti le formulazioni pre-

cedenti. Del testo vero e proprio, basterà riferire le poche righe della Prima

questio
, in cui è data una definizione di suitas che sarà poi largamente accolta

e riecheggiata da altri giuristi:

Suitas tamen ita diffiniri, aut describi potest, ut sit ius quoddam intellectuale,

et directum propter patriam potestatem, et quandam domesticitatem dominij bo-

norum ascendentium continuationem ad successores proximos post mortem im-

mediate inducens... Dixi intellectuale, quia potius oculis intellectus percipitur...

Dixi directum, quia non utile, neque flexibile, aut subalternabile de uno ad alium,

quia iura suitatis non habet nisi qui primum locum tempore mortis tenuit, aut tem-

pore quo intestatus decessit.

Così com’è qui enunciata, la definizione è sicuramente del de’ Perigli,

e sviluppa un passo del Digesto (28.2.11); ma era stata già parzialmente for-

mulata da Baldo degli Ubaldi, come nota Filippo Decio nel suo commento

alla legge Qui se patris (Cod. 6.14.3)19 :

... videndum est, quid sit suitas. Et Bal[dus] in lege apud hostes... [= Cod. 6.55.8]

posuit diffinitionem, et dicit, quod est quoddam intellectuale, quod haeres etiam

ignorans haereditati immiscetur, et non mirum, quia est quaedam continuatio

dominij... Baldus tamen ibi videtur talem diffinitionem reprobare. Ideo est alia

plenior diffinitio, quam posuit Ang[elus] de Periglis, in repe[titione] dictae legis

in suis... quod est quoddam ius intellectuale directum...

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Il luogo di Baldo a cui Decio rinvia appartiene ai Commentari al Codice 20,

ed è il seguente:

... quaero, quid est existentia sui haeredis? Respon[deo] est quoddam intellectuale,

per quod quis immiscetur haereditati per legem etiam ignorans. Nimirum, quia

est quaedam continuatio dominij, ut ff. de lib. et post. l. in suis [= Dig. 28.2.11].

Ma l’istituto della suitas non è qui indicato da Baldo con il nome che a

noi interessa, bensì con la perifrasi existentia sui haeredis. Troviamo invece

usato il termine stesso in un altro luogo dei Commentari (c. 40r), dove Baldo

commenta la legge Qui se patris:

triplex est qualitas haeredum, nam quidam sunt sui et necessarij, quidam neces-

sarij tamen, quidam voluntarij, et sui necessarij possunt ex texto, et ab intestato,

SUITAS autem defert ei successionem cum administratione.

E un altro esempio ancora è nelle sue Prelezioni alle Istituzioni21 :

Beneficium nam SUITATIS perdit filius, etiam si de eius commodo tractetur,

si habet vulgariter substitutum, ut dixi in prin[cipio], item cum habet cohaeredem

extraneum.

Ho trascritto in lettere maiuscole suitas, perché sono queste le prime atte-

stazioni che mi è stato possibile trovare dell’uso della parola.

La scoperta di suitas in Baldo consente infatti di retrodatare l’attestazione

del termine, nell’uso scritto, di almeno cinquantanni rispetto alla repetitio

di A. de’ Perigli. Non sono riuscito a risalire più indietro. La ricerca in Bar-

tolo da Sassoferrato è sembrata per un momento dare buon esito, quando nel

Repertorio delle sue opere22 sono comparsi, nel tomo XI, due rinvii contenenti

il termine cercato: «Suitatis sola existentia confirmat tabulas pupillares»,

«Et tollitur suitatis existentia per dationem substituti vulgaris». Ma le due

frasi non appartengono al testo di Bartolo, bensì a una Additio al testo, che

è opera di un giurista seriore.

Niente più che una breve illusione si è dimostrata la speranza di scoprire

attestazioni di suitas addirittura nel Corpus iuris o almeno nei suoi glossatori,

speranza suscitata dalla consultazione dell’indice alla Glossa ordinaria compi-

lato dal benedettino pamplonese Estevan Daoyz, indice nel quale figura,

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al suo ordine alfabetico, il lemma suitas seguito da 10 enunciati che rinviano

alle rispettive leggi, e che qui trascriviamo testualmente (limitandoci a dare

forma moderna ai riferimenti)23:

Suitas operatur continuationem dominij de patre in filium, Dig. 28.2.11.

Suitatem, ita, quod non sit haeres necessarius, non tollit datio cohaeredis

extranei, Dig. 12.1.41.

Suitatis existentia tollitur per dationem vulgaris substituti, et ita substitutio

vulgaris impedit filium suum haeredem esse avo, Dig. 28.2.16.

Suitatis existentia tollitur per exhaeredationem filii, Dig. 28.6 (De vulgari et

pupillari substitutione
) 10.4.

Suitatis existentia confirmat testamentum patris et pupilares tabulas absque alia

aditione vel immixtione, Dig. 28.6.12.

per Suitatis existentiam licet confirmetur testamentum patris, non tamen con-

firmantur legata relicta in testamento patris, ut ipse teneatur solvere, Dig. 28.6.12

in fine.

Suitas confirmat tabulas pupilares, ita quod potest succedi pupilo ex substitu-

tione pupilari repudiare paterna haereditate..., ibidem.

Suitas non potest esse sine patria potestate, Inst. 1.13.4, gl. ut quia ex uxore,

ad verbum fierent.

Suitas non capit nisi unum gradum, Inst. 3.1.2 c. finem.

in Suitate facit locum quis quomodocumque exeat patris potestatem, ibidem.

L’indice, però, interessa più la storia dell’istituto giuridico che non la

sua denominazione. In nessuno dei luoghi indicati nei riferimenti, infatti, si

tratti del testo o delle relative glosse, è presente il termine suitas, che è da at-

tribuirsi pertanto al compilatore dell’indice.

La stessa cosa pare si debba dire del lungo elenco di definizioni di suitas

(con rinvio ai luoghi nei quali autori vari ne avevano trattato, sia in generale

sia per particolari aspetti) che il giurista piceno Giovanni Bertachini, vissuto

nella seconda metà del sec. 15°, include nel suo utilissimo Repertorio24. Non

ho potuto fare personalmente la faticosa verifica, che, se fatta in seguito

da qualche volenteroso, potrebbe riservare qualche gratificante sorpresa.

Questo accertato divario tra la frequenza con cui il termine ricorre negli

indici e repertori, e la relativa rarità con cui è presente nei testi (ma solo da

un certo momento in poi), ha una sua ragione. Né per il legislatore né per il

glossatore, suitas è un «istituto»; solo più tardi, nei commentatori, suitas

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rappresenta la generalizzazione, la designazione astratta, di quell’istituto che

era stato tradizionalmente espresso, fin dalla quinta delle XII Tavole, con

la formula heres suus, ridotta poi (ma con significato più intenso e anche più

ampio) nel semplice suus; è perciò un termine nato tardi, per comodità degli

estensori degli indici e dei repertori, oltre che nella pratica dell’insegnamento.

E questo è in modo incontrovertibile confermato da una frase di A. de’ Pe-

rigli, che intenzionalmente abbiamo omesso nel citare la sua prima questio.

Dopo «immediate inducens», infatti, il testo così continua (ne facciamo una

trascrizione interpretativa, sciogliendo le abbreviazioni):

Licet enim non soleat ab effectibus considerari, ut dixit Bartolus in dicta lege

prima in principio, Dig. [41.2.], de acquirenda [vel amittenda] possessione, tamen cum

iste terminus suitas magistraliter inductus videatur, ut ipsam suitatem demonstret,

non videtur posse nisi penes effectus considerari, ut in hac lege fecit iurisconsultus.

Di questo contesto, che avrebbe bisogno di chiarimenti linguistici e

giuridici, vogliamo isolare soltanto l’affermazione centrale, che ha per noi

un’importanza veramente risolutiva: iste terminus SUITAS magistraliter in-

ductus videtur
, cioè, in traduzione libera: «riteniamo che questo termine suitas

sia stato introdotto nell’insegnamento». Il de’ Perigli esclude, implicitamente,

che sia un termine textualis, usato cioè nei testi. E poiché l’insegnamento era

orale, suitas ha tardato ad avere testimonianze scritte; ma già nel secondo

Trecento, quando Baldo degli Ubaldi scriveva i suoi Commentarii e le sue

Praelectiones, la parola era comunemente nota e accettata.

Nell’età del Vico, dunque (e ritorniamo così al punto di partenza di

questa nostra faticosa, ma certamente non esaustiva, ricerca), suitas aveva da

più di tre secoli pacifica diffusione tra gli interpreti di diritto comune e gli

studiosi di diritto romano. Chiunque si dedicasse allo studio del Corpus iuris,

come civilista o come storico, quando affrontava il tema delle successioni

ereditarie doveva necessariamente servirsi di quel termine astratto così agile

per tradurre il concetto della «existentia (o qualitas) sui heredis». Un som-

mario e rapido spoglio di giuristi del sec. 16° ha rivelato la presenza di suitas

in Filippo Decio, già citato, nel Cuiacio25 e nell’Hotman26. Il Vico conosceva

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gli scritti di A. Alciato, e aveva molta familiarità con le opere del Cuiacio

e dell’Hotman; in ciascuno di loro, pertanto, poteva avere incontrato il ter-

mine suitas. Va detto peraltro che, per quanto riguarda più da vicino la storia

e l’interpretazione del diritto romano, e le istituzioni civili in genere, egli

considerava suo maestro quell’Ermanno Vulteio, giurista e filologo di Mar-

burgo, che abbiamo visto citato da Goclenio per la sua definizione di suitas.

Il Vico ne fa più volte il nome nelle sue opere (nel De uno universi iuris, nel

De constantia iurisprudentis, e una volta nella Scienza nuova 174427), sempre con

espressioni di alta stima e venerazione, giudicandolo il migliore, il prin-

ceps
«di quanti mai scrissero sulle instituzioni civili»: giudizio, questo,

che egli stesso dichiara, nelle prime pagine dell’Autobiografia, di aver sen-

tito pronunciare da don Felice Aquadies «valoroso lettor primario di leggi»

nella sua scuola, e d’averne tenuto allora gran conto, tanto da chiedere in pre-

stito a un altro giurista, Nicolò Maria Giannettasio (che invece gliela regalò),

una copia del Commentario del Vulteio, autore sul quale egli intendeva stu-

diare da sé le istituzioni civili. Ci pare dunque legittimo supporre che, se Vul-

teio non fu l’unico veicolo attraverso il quale giunse al Vico il termine suitas,>

il suo Commentario fu certamente il testo su cui egli meditò più a lungo e più

intensamente intorno alle istituzioni civili di Roma, delle quali il diritto suc-

cessorio è una parte rilevante; e la sua consuetudine gli rese familiare quel

termine, da lui reso nella forma italiana suità.

Prima del Vico, però, aveva adoperato suità, nella forma italiana, un

giurista fra i più celebrati del suo tempo28, Giambattista De Luca (1614-1683),

che nel Dottor volgare usa la parola almeno due volte, riferendola non al di-

ritto successorio romano, ma al diritto comune in genere:

quando si tratta di quei successori, li quali nella robba del morto abbiano la ragione

della suità, come sono li figli, e gli altri descendenti in podestà, overo... che ab-

biano la ragione del sangue, perché gli sia dovuta la legittima.

A somiglianza di quel che dalla legge si dispone nel figliolo di fameglia ingrato,

che perda li privilegij, et i favori della suità, e della patria podestà...29.

Se non ci sono sfuggite altre importanti testimonianze, il De Luca anti-

cipa dunque di oltre cinquant’anni (rispetto al Vico) la data d’ingresso di

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suità nel linguaggio giuridico italiano. Documenti successivi pèrdono inte-

resse, in quanto sono da considerare riecheggiamenti di giuristi precedenti. La

citazione che ne facciamo va quindi intesa solo come un contributo, certa-

mente incompleto, a un futuro indice di frequenza, o di presenza, del ter-

mine in testi giuridici di tempi più vicini a noi30.

Innanzi tutto, un passo della Scienza della legislazione di G. Filangieri

(vol. III, pt. III, p. 100), del 1784, che ripete molto da vicino i contesti vi-

chiani:

Siccome la plebe non aveva ancora nozze solenni, così ella non ne aveva neppure

gli effetti civili quali sono Patria potestà, suità, agnazioni, gentilità, successioni legitime.31

Di un comparatista (se così si può dire) del sec. 18°, Antonio Zuanelli,

è la definizione che segue (in Concordanza del diritto comune col veneto, 1773,

l. II, tit. XIX, p. 111):

La suità è qualità di quegli eredi i quali ottengono il primo luogo nell’eredità

degli ascendenti paterni: e contiene due requisiti, cioè la paterna potestà sopra esso

erede, e la preminenza del grado, introdotta dalla ragion civile.

Le questioni di diritto ereditario interessano, ovviamente, anche i notai.

Ecco infatti due testimonianze del perugino Antonio Pacini, nel suo trat-

tato Il notaio principiante istruito (1771-1788), che riguardano entrambe il caso

della sostituzione nella successione testamentaria32:

... certi diritti di trasmissione, che passano dal primo Istituito agli eredi suoi, e ri-

gettano affatto il Sostituito. Questi diritti sono speciatamente tre, l’uno è detto di

Suità «potentia Suitatis», il secondo Gius di Sangue «jus Sanguinis», il terzo gius di

potersi deliberare «jus deliberandi»;

... un figlio perciò non avendo adita l’eredità paterna, in cui era istituito, seb-

bene in forza di suità trasmetta questa all’Erede chiamato da Lui, pure non conse-

guirà questa trasmissione, ma sarà a questo erede preferito il sostituito volgarmente

dal Padre per la teorica comunemente abbracciata, cioè, che la sostituzione toglierà

la suità.

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E ancora di «diritto attivo di suità nella successione» parla G. Calza

da Gattinara nel suo Dizionario teorico-pratico del notariato (1827; vol. III,

p. 249).

Con il sec. 19°, però, c’è uno spostamento di significato nell’uso del ter-

mine tra i giuristi. Suità non è più in relazione diretta con il lat. heres suus,

ma diventa l’astratto semplicemente di suo, suo proprio, per indicare – con ri-

ferimento al «dominio» ossia alla piena proprietà – una proprietà indi-

pendente ed esclusiva, che non ammette cioè la comunione del bene con

altri. È questa, se interpretiamo esattamente, l’accezione con cui l’usa G. D.

Romagnosi nel suo trattato Della condotta delle acque33:

È proprio del possesso dei dominii divisi di essere esclusivo quanto la stessa

proprietà reale. Difatti essa consiste in un dominio indipendente ed esclusivo in

quanto viene attribuito a taluno. Essa dire si potrebbe in generale una suità di diritto.

Se dunque il possesso è riferibile al dominio, questo possesso sarà di sua natura

indipendente ed esclusivo del rispettivo possessore al quale viene attribuito. Ma

perciò stesso ch’egli è esclusivo, esso ripugna ad una comunanza con altri.

È dello stesso tempo all’incirca questo ragionamento sul valore e l’uso

di suità in rapporto con i valori di gius, autorità e proprietà, nel trattato Della

procedura penale
di Niccola Nicolini34:

... mente, parola, mano nell’individuo, diventano nella persona civile i fonti

della suità, e quindi I. del gius nel senso di diritto proprio; II. del gius nel senso di

legislazione; III. della tutela.

... Come dalla suità viene l’idea della proprietà, così dalla proprietà viene l’idea

dell’autorità.

[Nelle XII Tavole] auctoritas è voce principale di dritto, nel senso appunto di

quella proprietà e dritto proprio che poi si disse dominio. Tal che può sostenersi che la

voce ius, la quale cominciò dalla idea individuale e particolarissima di suità, e passò

quindi a quella di proprietà, quando in fine si estese alla significazione generalissima

di ogni dritto, ebbe bisogno di un’altra voce, la quale ritraesse una delle particolari

sue specie, cioè la proprietà civile di un fondo appartenente all’individuo; e questa

voce fu auctoritas.

L’interpretazione del discorso del Nicolini non è molto facile; sembra

ch’egli intenda suità in un senso affine a «diritto personale» o forse a «piena

capacità giuridica» ossia «idoneità dell’individuo a essere soggetto di di-

ritto». Comunque sia, il campo semantico è diverso da quello da noi esami-

56

nato nelle pagine precedenti, anche se in qualche modo influenzato da quello.

Che si tratti di un nuovo filone, non tuttavia così ben differenziato come

quello che scopriremo tra poco nel linguaggio più propriamente filosofico,

sembra confermato dalla presenza di suitas, o più esattamente della locuzione

bonum suitatis, nel trattato De augmentis scientiarum (1622-23) di Francis Bacon35,

in una serie di formule tra loro molto simili: «Nominetur prima bonum

individuale
, sive suitatis; posterior bonum communionis» (717); «Partitio boni

individualis
, vel suitatis, in bonum activum, et bonum passivum» (722);

«Repetamus igitur jam et persequamur primum bonum individuale, et

suitatis» (ivi); «inditus est unicuique rei triplex appetitus, quatenus ad

bonum suitatis, sive individui» (724); e particolarmente importante, per la

sinonimia più varia che s’accompagna all’espressione e la spiega: «Postquam

igitur de bono suitatis (quod etiam particulare, privatum, individuale, appellare

solemus) jam dixerimus...» (726)36.

La testimonianza baconiana fa giustamente supporre che il nuovo signifi-

cato non si sia formato in ambiente giuridico ma filosofico. Il bene individuale

cui Bacone allude non è la proprietà materiale, trasmessa o trasmissibile per

successione ereditaria, ma il bene morale, ch’egli distingue appunto in bonum

individuale
e bonum communionis. E la suitas dei passi citati rientra, sia pure con

particolari connotazioni, in quel più generale significato di «individualità,

particolarità, peculiarità» che ora analizzeremo.

Facendo di nuovo riferimento al Rosmini, e assumendo le sue attesta-

zioni come punto di partenza per una ricerca che procederà anch’essa a ri-

troso, va subito dichiarato che nella filosofia del secolo 19° suità ricorre con

un’accezione propria, indipendente da quella legata al diritto successorio

romano e ai commentatori del Corpus iuris civilis. Un’accezione peraltro non

univoca: per i mistici e i teologi, così come per la filosofia idealistica, suità

equivale a «individualità, personalità, carattere proprio e distintivo»; negli

scritti di psicologia equivale a «sentimento, consapevolezza di sé». La forma

latina corrispondente, suitas, non è più l’astratto di suus, aggettivo possessivo,

ma del pronome riflessivo se, per cui sarebbe più giustificata e meno ambigua

la forma seitas, in ital. seità, che infatti si trovano talvolta usate (così come

il francese séité e l’inglese seity).

Di Rosmini, siamo costretti a citare i vari luoghi con una certa ampiezza,

57

per aiutarci nell’interpretazione dei singoli contesti, non sempre perspicui.

Dalla Psicologia37:

... l’essenza d’un io, d’un individuo, ecc. non è l’essenza d’un altro io, d’un altro

individuo, ecc., ma l’essenza d’un io non ha nulla che appartenga all’essenza d’un

altro io; consistendo appunto in questo l’indole del sussistente, di non aver

nulla di comune con un altro sussistente... Ora si replica: se molti io convengono

nell’esser io, nell’avere la suità, dunque hanno qualche cosa di comune. – E bene,

replichiamo anche noi, che la suità è un’essenza comune, ma non è l’essenza di nessun

io (vol. I, p. 135).

E altrove (vol. I, p. 586):

Tuttavia queste [anime sensitive] non hanno ancora una suità, ad esse non

compete il, né loro si addice in proprio alcun pronome personale. Ma l’uomo

pensa e parla di loro, come avessero un’esistenza in sé, e loro applica i pronomi

personali...: non vuole con ciò attribuir loro la propria suità, ma quel modo ogget-

tivo e soggettivo di essere, senza il quale egli nulla concepisce. Perocché questo

modo suppone, che «l’ente abbia un atto suo proprio, sia in sé stesso qualche cosa,

e però abbia un, una personalità» ... Alcune [sostanze] finalmente sono soggetti

perfetti, perché hanno il, e quindi si può a tutta ragione dire di esse che hanno

un’esistenza in; queste sono le sostanze intellettive le quali e sono anti-principio

e non dipendono da niuna sostanza contingente né antecedente, né conseguente

ad esse; ma dipendono soltanto dall’essere eterno e divino. Queste sole hanno

la suità, e possono dire: Io ...

Più compiuto e più definito è lo sviluppo del concetto nel § 75 del vol. II

(p. 55), che tratta della individualità del sentimento:

è nella natura del sentimento che si dee trovare la nota caratteristica, che fa

distinguere il sentimento proprio da tutti gli altri sentimenti, dai sentimenti non

proprj. Or qual sarà questa nota caratteristica che fa distinguere all’uomo il senti-

mento proprio da tutti gli altri? Ella dee essere certamente, per dirlo di nuovo,

un quid che nel sentimento stesso immediatamente si percepisca. Ora questo quid

che è nel sentimento proprio, e che è una parte del sentimento proprio, che di-

stingue il sentimento proprio da tutti gli altri sentimenti, è appunto ciò che v’ha

d’incomunicabile nel sentimento, ond’esso riceve il nome di proprio, e se si vuole

esprimerlo con un vocabolo generale ed astratto, gli si darà acconciamente il nome

di suità. Che se poi si vuole un altro vocabolo il quale pronunci la suità di colui

che parla e ragiona e non di ogni uomo qualsiasi, proporremo di arricchire la lingua

nostra filosofica della parola meità, che risponde a quella di cui fanno tanto uso i

Tedeschi, Ichheit. Sì, la proprietà, la suità, la meità è un quid del sentimento che si

58

percepisce come tutte le altre parti del sentimento e come tutti gli altri sentimenti

per l’essenza dell’essere che si ravvisa in essi. Questo quid sensibile è il principio

dell’individuazione e diviene anche quello della personalità, e questo esiste anche

prima di essere percepito. Ciò posto egli è chiaro che nella percezione del senti-

mento proprio noi percipiamo noi stessi, quando la parola noi stessi si prende per

significare la proprietà del sentimento, ossia la suità che è la nota caratteristica di

tal sentimento.

È significativo che nell’ultimo dei passi riferiti il Rosmini faccia menzione

di meità e la metta in relazione con il tedesco Ichheit; pur trattandosi di una

corrispondenza inesatta38, essa ci consente di stabilire i rapporti del filosofo

roveretano con la filosofia tedesca del suo tempo39. È molto più probabile,

infatti, che la suità di Rosmini sia un calco del ted. Selbstheit che non che sia

una prosecuzione del lat. moderno suitas (diverso dalla suitas dei giurecon-

sulti), di cui diremo tra poco.

Ma di Rosmini dobbiamo fare ancora un’altra citazione, da un’opera di

carattere ontologico e trascendentale questa volta, la Teodicea40:

Ogni entità non intellettiva-morale è priva di suità; quindi ella non può riferir

nulla a stessa, né il bene, né il male, perché questo, a cui la riferisca, non

esiste; e siamo noi che col linguaggio e coll’immaginazione glielo prestiamo.

E ancora nelle righe successive si parla di «ente che ha suità» e di dare

«un’intelligenza, una suità a quell’ente che non l’ha».

Va detto qui che, mentre la suità di Vico e degli altri giuristi è ignorata

dai lessici italiani, la suità filosofica ha trovato spazio in alcuni dizionari.

Registra la voce, per es., il Tommaseo-Bellini, il quale cita il passo rosmi-

niano della Psicologia, vol. II, p. 55, facendolo precedere da una definizione

procurata dallo stesso Rosmini: «Proprietà che ha l’uomo di sentire se stesso,

e percepire il sentimento della propria personalità» (che è, notiamo, il signi-

ficato psicologico, non quello ontologico, del termine). Il Battaglia, ossia il

Grande Dizionario della lingua italiana (UTET), non è ancora giunto alla voce

suità41, ma registra il suo quasi-sinonimo meità, con la definizione «Concetto

e consapevolezza del proprio io; l’essere cosciente di sé di fronte o in con-

59

trapposizione all’oggetto», confortata dalla citazione di una parte diversa

dello stesso passo della Psicologia rosminiana citata dal Tommaseo-Bellini42.

Il Dizionario Enciclopedico Italiano (Treccani) privilegia il significato

metafisico su quello psicologico, in quanto definisce suità «Termine filosofico,

usato raramente, per indicare l’essere per sé dell’assoluto, della divinità, e in

particolare la sua spontaneità, il suo non dipendere da altri che da sé stesso»43.

In alcuni dizionari bilingui italiano-tedesco che ho consultato, suità si

trova registrato nella parte dove l’italiano è la lingua di partenza, ma non

compare in traduzione dove l’italiano è la lingua d’arrivo.

Il Rigutini-Bulle, per es., traduce suità «Gefühl seiner selbst; Selbst-

bewusstsein», che è soltanto uno dei significati di suità e non il più proprio

(nel linguaggio della psicologia, infatti, Selbstbewusstsein viene solitamente

reso in ital. con «autocoscienza», «autoconsapevolezza» o «consapevolezza

di sé stesso», talora con «autoconcetto», tutti equivalenti dell’ingl. Self-

consciousness
), ma non avviene l’inverso; neanche Selbstheit, che è il termine

tedesco più vicino all’ital. suità, è tradotto così, ma è spiegato con i termini

più generici di «individualità, personalità».

Come per il significato giuridico, così per quello filosofico suità è voce

esclusiva della lingua italiana; in altre lingue gli stessi concetti sono espressi

con altri termini che sono calchi o traduzioni ma formati con radici diverse

dall’ital. suo o dal lat. suus (o sui, se). Il vocabolo non nasce però come italiano

ma come latino, suitas: è la stessa forma che era stata coniata sull’aggettivo

suus dai giureconsulti del tardo Medioevo e che abbiamo così largamente docu-

mentata nelle pagine precedenti, ma con un significato e un valore nuovo,

indipendente dall’altro, in quanto si ricollega, come abbiamo detto, piuttosto

al pronome se che all’aggettivo suus. E nasce non in età umanistica o preuma-

nistica ma più tardi, presumibilmente alla fine del sec. XVI se non addirittura

agli inizi del XVII. Le attestazioni prodotte dal gesuita olandese M. Sandaeus

(Maximilian van der Sandt)44 e da J. Micraelius45 nella prima metà del Sei-

60

cento, accomunando suitas con termini approssimativamente sinonimi o so-

stitutivi come ipseitas (o ipsitas), egoitas e altri, non lasciano dubbi; anticipare la

nascita del termine (o, più propriamente, del significato) all’età medievale e

alla filosofia scolastica, come fanno alcuni dizionari, ci sembra arbitrario.

In modo analogo a suitas46, sono stati coniati meitas e tuitas, menzionati

negli stessi lessici o trattati che parlano di suitas, e che si possono considerare

quasi articolazioni o flessioni di suitas quando il concetto che con questo

termine si esprime sia riferito alla 1a o alla 2a persona. Analogamente, in

ambito germanico, accanto o sul modello di Selbheit, poi Selbstheit, sono

stati coniati Ichheit e persino Wirheit, o, sulla base del possessivo, Meinheit,

Deinheit
, Seinheit, mentre Unserheit si troverebbe già, come hapax, nel sec. XIV

in J. Tauler 47.

Di tutti questi termini, il più radicato nel linguaggio filosofico è Ichheit

,
già in uso in Germania nel sec. XV, forse anteriormente a egoitas che è il suo

esatto corrispondente latino48.

Si deve presumere che suità, meità, ipseità, egoità, ecceità siano stati usati

in forma italiana già prima del sec. XIX, anche se al momento attuale

non disponiamo di testimonianze offerte dai lessici; d’altra parte, non sor-

prende che tali voci continuassero a essere adoperate nella forma latina in

un’età in cui in gran parte d’Europa, e così anche in Italia, la lingua latina

cedeva solo lentamente il campo alle lingue nazionali nelle opere di scienza.

61

Nella filosofia dell’Ottocento esse sono costantemente presenti, e con fre-

quenza maggiore di quanto si possa dedurre dalle scarse attestazioni che ne

danno i dizionari generali e i lessici specializzati.

D’introduzione senza dubbio recente dev’essere il rarissimo iità (respinto

anche per ragioni di eufonia), che si trova adoperato, per es., nel Dizionario

delle idee
del Centro di studi filosofici di Gallarate49 al lemma io-autocoscienza

,
nella traduzione di un passo di Heidegger50: «Se il se-stesso appartiene alle

determinazioni essenziali del Dasein, la cui essenza consiste nell’esistenza,

allora Iità e Ipseità (Ichheit u. Selbstheit) andranno concepite esistenzialmente».

Dalla filosofia il termine suità è recentemente passato, sia pure con basso

indice di frequenza, anche al linguaggio giuridico51 e in genere alla lingua

colta, con lo stesso significato generale, cioè «individualità», «carattere pe-

culiare e differenziante», ma riferito anche a enti diversi dalla persona. Per

es., in Santi Romano52: «L’istituzione53 è un ente chiuso, che può venire

in considerazione in sé e per sé, appunto perché ha una propria individualità ».

Affermazione che nel sommario del capitolo si precisa così: «Il nostro con-

cetto di istituzione e i suoi caratteri fondamentali: 1)...; 2)...; 3) suità del-

l’istituzione».

Significato non diverso ha suità in una breve recensione dedicata da A.

Massart a un articolo sui contratti agrari pubblicato in Spagna54:

Posto... il carattere di suità del contratto (agrario), soprattutto a causa della

colorazione squisitamente economico-giuridica e sociale da esso assunta, il prof.

Ballestero ne passa in rassegna tutti i tipi esistenti nell’ordinamento giuridico del

suo Paese.

62

Molto più personale (e, per così dire, anomalo) è l’uso che ne fa un altro

giurista, F. Antolisei, in un contesto che riguarda l’imputabilità penale55:

affinché un atto sia rilevante per il diritto e possa dar luogo a responsabilità pe-

nale, ... basta che sia attribuibile al volere ... Nell’attribuibilità al volere (suitas)

consiste il «nesso psichico» che è il primo fattore dell’elemento soggettivo del

reato, nesso che è sempre indispensabile affinché un atto esterno, positivo o negativo,

possa considerarsi «proprio» dell’autore ed essergli posto a carico.

Anche in questo passo, comunque, il senso generale del termine è sempre

«l’essere proprio, l’appartenere strettamente alla persona», e si colloca perciò,

sia pure marginalmente, nel filone semantico tradizionale.

Riassumendo la nostra rassegna, possiamo concludere che suità in en-

trambi i suoi usi, giuridico e filosofico, è l’adattamento italiano del latino

tardo-medievale e umanistico suitas, coniato dapprima dai giureconsulti nella

pratica dell’insegnamento per indicare la qualità o condizione di suus heres,

assunto poi dai filosofi per esprimere i concetti di «individualità, personalità»,

«l’essere sé stesso», «il sentimento di sé». Nel primo suo valore, suitas e

suità non hanno sinonimi; né hanno adattamenti in altre lingue. Nel secondo,

gli stessi concetti possono essere espressi con altri termini equivalenti, coniati

in forma latina (anche prima di suitas) e poi adattati nelle varie lingue nazionali:

haecceitas, egoitas, ips[e]itas, meitas, ecc., da cui l’ital. ecceità, egoità, ips[e]ità,

meità
, il fr. eccéité, égoité, ipséité, moïté56, l’ingl. haecceity, egoity, ipseity. La serie

si arricchisce con le traduzioni e i calchi; così in tedesco si coniano (ora dal

pronome, ora dal possessivo) Ichheit. Meinheit, Seinheit, e persino Deinheit,

Wirheit
, Unserheit, sui quali finisce col predominare Selbheit poi Selbstheit; e

parallelamente nascono in inglese, su base indigena, sameness, selfness e selfhood,

thisness
, thatness57.

63

Se non possiedono adattamenti diretti del lat. suitas, il francese e l’inglese

conoscono un altro termine, molto simile (ma formato dal pronome riflessivo

lat. se anziché dal possessivo suus), cioè séité e seity. Il Littré (e così il Grand

Larousse de la langue française
) registra séité come termine della filosofia sco-

lastica indicante «la qualité du soi», con la sola citazione del Diderot58:

«La séité ou le soi, la quiddité ou le ce». L’Oxford Dictionary registra

seity59 come sinon, raro di selfhood «that which constitutes the self», docu-

mentato la prima volta con un esempio del saggista R. Steele nel giornale

The Tatler (1709): «Scotus, to distinguish the Race of Mankind, gives every

Individual of that Species what he calls a Seity, something peculiar to

himself».

In italiano seità (pur essendo più di suità adatto ad esprimere le varie

accezioni della filosofia, della mistica e della psicologia) non ha attecchito.

Ci è noto per ora un solo esempio60, contemporaneo, dello scrittore Tom-

maso Landolfi (Un amore del nostro tempo, Firenze 1965, p. 115), il cui signifi-

cato è però estravagante rispetto alla semantica tradizionale della parola in

inglese e in francese: «Negli stessi volti femminili non scorgevo se non una

cifra incomprensibile, gelosa, annodata su se medesima, custode d’egoismo,

perlomeno di... di seità». Che vuol dire qui seità? sentimento vivo della pro-

pria personalità? eccessiva coscienza di sé? presunzione? sussiego? Se non si

vuol pensare a un riecheggiamento del ted. Selbstheit, che ha anche queste

accezioni, sarà da ritenersi più probabilmente una innovazione (questa sì «in-

dividuale e personale») del Landolfi stesso.

1.
Di una conquista, nel senso che mi son trovato a dover percorrere un cammino a ri-

troso, dalle attestazioni più recenti a quelle via via più antiche, seguendo il filo delle ci-

tazioni che di volta in volta trovavo negli autori, nei lessici, nei repertori consultati: pro-

cedimento che, dal punto di vista metodologico, è certamente empirico, ma è anche quello

più fruttuoso, e forse l’unico che si possa adottare quando si avvii una ricerca origi-

nale, priva di elementi già noti e segnalati da altri. È una conquista, comunque, nella quale

non sono stato solo. Suggerimenti e consigli mi sono stati amichevolmente offerti dal

prof. Piero Fiorelli per le prime attestazioni giuridiche di suitas, dalla prof. A. M. Barto-

letti Colombo e dal prof. Pier Giorgio Peruzzi per la consultazione del Digesto e delle

Glosse; di prezioso aiuto per le ricerche bio-bibliografiche mi sono stati i colleghi dott.

Paolo Mazzantini, e in particolare il dott. Federico Pelle, bibliotecario alla Casanatense.
2.
In qualche caso, invece, è avvenuto l’opposto: qualcuno dei docenti di diritto co-

mune, a cui ho esposto l’oggetto della mia indagine, sentiva la parola così familiare da

suggerirmi di cercarne attestazioni precoci in testi dove non poteva ancora essere presente

come espressione verbale ma solo come concetto: concetto che soltanto più tardi i compi-

latori di indici e repertori di quei testi hanno tradotto didascalicamente in suitas.
3.
Pubblicate (1981) nella collana del Lessico Intellettuale Europeo, di cui formano il

XXV volume. Le Concordanze erano state precedute nel 1979 dalla pubblicazione, in ri-

stampa anastatica (vol. XVIII della stessa collana), dell’opera di Vico originariamente edita

a Napoli nel 1725 e nota agli studiosi come Scienza nuova prima.
4.
F. Nicolini ha più volte ripubblicato questa redazione, che viene di solito indicata

come seconda, ma talvolta come terza, considerando seconda quella del 1730. Le citazioni

che seguono sono basate sull’edizione Nicolini del 1911-16 (1° vol. 1911, 2° vol. 1913,

3° vol. 1916).
5.
Sono, nella citata ediz. Nicolini, a pag. 512, dove si dice che, prima della legge delle

XII Tavole, i retaggi si erano conservati soltanto nell’ordine de’ nobili, «perché essi soli

avevano dovuto avere suità, agnazioni, gentilità»; a p. 871: «de’ quali [auspìci] dapprima

furono dipendenze tutte le ragioni civili così pubbliche come private...; e le private furo-

no nozze, patria potestà, suità, agnazioni, gentilità, successioni legittime, testamenti e

tutele»; a p. 905, dove si afferma che nella patria potestà, suità, agnazione, gentilità, ecc.

«consiste tutto il corpo del diritto romano», e similmente a p. 928, dove «nozze, patria

potestà, suità, agnazione, gentilità, dominio quiritario o sia civile, mancipazioni, usuca-

pioni, stipulazioni, testamenti, tutele ed eredità» sono dette le ragioni «propriae civium

Romanorum»; e ancora nel Ragionamento primo dintorno alla Legge delle XII Tavole, ivi,

p. 1110: «quelle [leggi] che fanno il maggior corpo del diritto romano, le quali sono din-

torno al connubio, alla patria potestà, alla suità, agnazione, gentilità, alle quindi prove-

nienti successioni legittime, all’usucapione, alla mancipazione e stipulazione...».
6.

Si tengano presenti anche questi altri luoghi della Scienza nuova 1744 (citiamo sempre

dall’ediz. Nicolini 1911-16): «se si considerano le successioni legittime, ovvero le coman-

date dalla Legge delle XII Tavole: – ch’al padre di famiglia difonto succedessero in primo

luogo i suoi, in lor difetto gli agnati, e ’n mancanza di questi i gentili ...» (l. IV, sez. XII,

cap. 2°; p. 874); e più brevemente: «la Legge delle XII Tavole... serbava... le successioni

ab intestato dentro i suoi, gli agnati e finalmente i gentili» (l. II, sez. V, cap. 6°; p. 588),

dove i suoi sta per sui heredes. Cit. anche, nel De constantia philologiae, cap. XX [§ 75]: «Et

lege XII Tabularum hereditatem primum suis, deinde adgnatis, tandem gentilibus redire

disertissimis verbis cautum» (cioè: dalla Legge delle XII Tavole è stato disposto con

parole estremamente chiare che l’eredità andasse prima di tutto agli eredi propri, quindi

agli agnati, e infine ai gentili, ossia agli appartenenti alla gens).

7.

Così nell’ediz. di S. Riccobono, in Fontes iuris Romani antejustiniani, Pars prima, Fi-

renze 1909, p. 33. Nel latino arcaico, escit sta per erit. Il sost. familia, in tema di successioni,

significava «patrimonio», ossia il complesso dei beni che costituiscono l’eredità.

8.
Rimandiamo, per questa interpretazione di heres, e più generalmente per l’istituto

delle successioni in Roma, a V. Arangio Ruiz, Istituzioni di diritto romano, 9a ediz., Napoli

1947, cap. XXV, pp. 508 sgg. Chi fossero gli heredes sui è specificato a p. 536: «L’antico

costume [cioè il primo sistema successorio romano] non conosceva altri eredi che i sui:

tali sono i figli rimasti in potestà dell’ereditando fino alla sua morte, la moglie in manu...,

e tutti quelli fra i discendenti di grado ulteriore... che per la premorienza o emancipa-

zione degli ascendenti intermedii divengono sui iuris alla morte dell’ereditando». Un’altra

precisazione è in P. De Francisci, Sintesi storica del diritto romano, Ediz. dell’Ateneo, Roma

1948, p. 118, con riferimento alla giurisprudenza pontificale, successiva alle XII Tavole:

«l’heres suus, cioè il filius familiae, sia ab intestato sia testamentario, si distingue sempre dagli

altri chiamati per il fatto che egli succede ipso iure, senza bisogno di un’accettazione espressa,

e succede anche nolente, per cui venne detto heres necessarius». Sono tutte interpretazioni

che, ovviamente, si rifanno alle fonti del diritto romano, al Corpus iuris in primo luogo,

e ai commenti dei glossatori. Esplicite definizioni per heres suus si trovano, per es., in Inst.

2.19.2: «Sui autem et necessarii heredes sunt veluti filius filia nepos neptisque ex filio

et deinceps ceteri liberi, qui modo in potestate morientis fuerint... Sed sui quidem heredes

ideo appellantur, quia domestici heredes sunt et vivo quoque patre quodammodo domini

existimantur... Necessarii vero ideo dicuntur, quia omnimodo, sive velint sive nolint,

tam ab intestato quam ex testamento heredes fiunt». E si può aggiungere, a integrazione, il

Casus premesso da Francesco Accursio a Inst. 3. 1: «dicatis mihi, si placet, qui intelliguntur

sui heredes? Ad hoc respon[deo]: Amice, sui heredes intelliguntur qui in potestate morien-

tis sunt, de cuius haereditate tractatur: veluti filius et filia: nepos, et neptis, et descendentes

ex filio pronepos, et proneptis...». Quanto agli agnati, cfr. la definizione di E. Volterra,

Istituzioni di diritto romano, Roma 1961, p. 682: «Adgnatio è il rapporto che intercorre fra

il pater familias e coloro che sono sottoposti alla sua patria potestas o, nel caso di donne,

alla sua manus, nonché il rapporto che intercorre fra coloro che sono sottoposti o sono

stati sottoposti... alla medesima patria potestas». E per i gentiles: «La dottrina romanistica

tende a considerare tali gli appartenenti alla medesima gente, ma la nozione appare incerta

a vari studiosi moderni » (ivi, p. 794).
9.
Si tratta del giureconsulto Ermanno Vulteio (Hermann Vulteius), vissuto tra il

1565 e il 1634, del quale avremo ancora occasione di parlare. Il passo in cui egli dà tale

definizione della suitas (riferendosi a Inst. 2.13) è nel Commentarius in «Institutiones iuris civilis»

a Iustiniano compositas
, § 9 «Heres suus quis et cur ita dicatur», a p. 274 della 4a ediz.,

Marburgo 1613 (l’opera fu pubblicata nel 1598 – è questa la data assegnata da B. Croce

nella sua Bibliografia Vichiana, Napoli 1947-48, p. 850, n. b –, ma nei repertori bibliogra-

fici e nei cataloghi è di solito citata la 4a edizione), ed è il seguente: «Hic suus dictus

est, quod sit domesticus in propriis quodammodo existens, ex quo dicitur Suitas, quae

est heredis sui qualitas, dominii continuationem necessitatemque successionis ipso iure

inducens». In forma pressoché identica, la definizione è ripetuta in altra opera del Vul-

teio, Jurisprudentiae Romanae a Justiniano compositae, l. I, cap. LXXII, Marburgo 1610,

p. 395; ma, come vedremo, le definizioni di Vulteio e di Alciato risalgono tutte a una

stessa fonte, che ha la sua prima formulazione (tra i documenti da noi reperiti) in Angelo

de’ Perigli.
10.
Andrea Alciato, vissuto dal 1492 al 1550 (si diceva mediolanensis ma si ritiene che

fosse nato ad Alzate presso Como), fu illustre studioso e docente di giurisprudenza, oltre

che dotto umanista, autore, fra altre opere, di una serie di Adnotationes al Codice di

Giustiniano. I suoi scritti giuridici sono raccolti nei quattro grossi tomi dell’Opera omnia,

Basilea 1582.
11.
Stampato a Francoforte nell’anno 1600, e successivamente più volte ristampato;

citiamo dalla ristampa del 1622.
12.
Più noto con il nome latinizzato Joannes Corasius (non Corrasius!), in ital. Corasio,

vissuto tra il 1513 e il 1572; l’opera cui si riferisce il Calvinus ha per titolo Miscellaneo-

rum iuris civilis
(libri sex nella 1a ediz. del 1549, libri septem in quella, pubbl. postuma,

del 1590, che noi, e probabilmente anche il Calvinus, abbiamo avuto sott’occhio).
13.
Appietas e Lentulitas sono voci coniate per ironia da Cicerone (Ep. 3.7.5) per indi-

care la discendenza di Appio e rispettivamente l’antica nobiltà della famiglia dei Lentuli.

Patavinitas è in Quintiliano, Inst. orat. I. 5 («Pollio deprehendit in Livio Patavinitatem»),

e VIII. 1 («in Tito Livio, mirae facundiae viro, putat inesse Pollio Asinius quandam Pa-

tavinitatem»). Peregrinitas si trova nel Digesto, 2.4.10.6 («Si per poenam deportationis ad

peregrinitatem redactus sit patronus») e proviene dal libro V del commentario di Ulpiano

ad edictum; ma il termine, che indicava la condizione di forestiero, contrapposta a quella

di cittadino romano («conditio peregrini hominis; cui opponitur Romana civitas»: così

il Forcellini), era già in Svetonio, Claud. 15, e nel senso nostro in 16.2 (redigere in pere-

grinitatem
«privare della cittadinanza»).
14.

Ecco il testo esatto del Corasio, come si legge a p. 273 dell’ediz. 1590 (l. III,

cap. XVI, nn. 7, 8, 9): «Hanc autem sui haeredis qualitatem, scriptores nostri suitatem

vocaverunt. Sunt autem qui, cum apud veteres probatosque authores hanc vocem non le-

gerint, ut insolentem et parum latinam refugiant. Sed cum Cicer[o] Appietatem et Lentu-

litatem
dixerit, Pollioque Titum Livium Patavinitatem quandam sonare scripserit: noster-

que Domitius Ulpianus perigrinitatem [sic]... ego etiam suitatem libere dixerim: nec in

his quae paulatim usu recepta sunt, ad docendum tamen apta, grammaticorum regulis

tam superstitiose iuris professores obstringi, nec tam anxie solicitos esse oportet».

Altri passi del Corasio, ai quali il Calvinus rinvia, sono nel cap. 2° del libro I, che ha

come rubrica «Non satis a nostratibus animadversum, quando datione substituti vulgaris

suitas tollatur» (ivi, pp. 4 sgg.).

15.
Stampata a Francoforte nel 1679; noi citiamo dall’edizione di Lipsia del 1757.
16.
Commento che si può leggere nel vol. VIII Repetitionum seu Commentariorum iuris

civilis
, Lugduni 1553.
17.

Seguono le parole «quem inseruit in repetitione l. in suis. ff. de liber. et posthu.

dum Patavij ad concurrentiam D. Pau. de Cast. legeret, Anno domini M.cccc.xxxj».

La trattazione, cioè, aveva fatto parte di una repetitio sulla legge In suis heredibus (Dig. 28.2.

De liberis et postumis heredibus instituendis vel exheredandis), tenuta dall’autore a Padova nel

1431. Le repetitiones erano un genere di lezioni caratteristico nell’insegnamento del diritto,

consistente nella spiegazione particolareggiata di testi di legge che già erano stati oggetto

di vere e proprie lezioni. A Padova, in particolare, le lezioni (e quindi anche le repeti-

tiones
) erano tenute non da un solo professore o lettore ma da due in concorrenza tra loro,

e il de’ Perigli aveva come concorrente (così c’informa il sottotitolo sopra trascritto) il giu-

rista Paolo di Castro. Sulla consuetudine padovana della «concorrenza», cfr. B. Nardi,

Saggi sull’aristotelismo padovano, Sansoni [1958], pp. 123-24: «L’istituto della concorrenza

a Padova esigeva che per ogni materia professata i lettori ordinari fossero due, e che leg-

gessero e commentassero gli stessi testi negli stessi giorni e alla stessa ora. Gli studenti

potevano ascoltare la lezione dell’uno o dell’altro concorrente, scambiandosi poi gli ap-

punti e le impressioni, e avviare discussioni, sollevando obiezioni alla fine della lezione,

e continuando le discussioni, avviate entro l’aula, al circolo dei filosofi, che più tardi ebbe

la sede sotto il portico del podestà, a pochi passi dal Bò. L’intento perseguito con l’istituto

della concorrenza era quello di obbligare i professori a tenersi al corrente ed a studiare ».

18.
La data, qui non indicata, è il 1549, che è anche la data da assegnare al Tractatus

del Pyrrhus. Del Raynaudus può interessare, oltre al titolo, questo breve passo (ivi, p. 153 v.)

in cui, usando il termine suitas, spiega l’espressione heres suus: «Et dicitur hoc casu pro tanto

haeres suus; quia succedit in ius suum, scilicet defuncti, ... non quod sit suus simpliciter,

sed referendo suitatem ad hanc qualitatem, qua est haeres». Per heres suus si veda anche la

n. 8 qui sopra. (Avvertiamo che, data l’alternanza esistente, nell’usus scribendi medievale

e umanistico, tra le grafie heres e haeres, e loro derivati, noi, nel riprodurre i passi, abbiamo

rispettato sempre la lectio del testo, così com’è offerta, di volta in volta, dall’edizione di

cui ci siamo serviti; e analogo comportamento abbiamo adottato in altri casi consimili:

per es., per postumus e posthumus.
19.
Ph. Decii Mediolanensis... In Digestum vetus et Codicem Commentarij, Venetiis, apud

Iuntas, 1609, c. 200. Il giurista Filippo Decio, vissuto all’incirca tra il 1454 e il 1536, ha

trattato più volte nelle sue opere (anche nei Consilia sive Responsa, oltre che nei Commentarii)

dell’istituto della suità.
20.
Baldi Ubaldi Perusini Iurisconsulti... In sextum Codicis librum Commentaria, Venetiis,

1599, c. 187v.
21.
Baldi etc. Praelectiones in quatuor Institutionum libros, Venetiis 1599, c. 27r, rubr. De

haeredum qualitate et differentia
, § 4.
22.
Che ha per titolo Gemma legalis seu Compendium aureum Propositionum, Sententiarum,

Regularumque omnium memorabilium, quas tum Bartolus a Saxoferrato... scriptas reliquit
, Vene-

tiis, apud Iuntas, 1615.
23.
Iuris civilis septimus tomus continens absolutissimum indicem et summam omnium quae con-

tinentur tam in textu quam in glossa... Authore Stephano Daoyz Pampilonensi
, Venetiis 1610.
24.
Pubblicato per la prima volta a Roma nel 1481 e più volte ristampato in seguito,

il Repertorio registra, disponendoli in ordine alfabetico, istituti e questioni studiati o trattati

dalla dottrina giuridica (diritto civile e canonico).
25.
Jacques Cujas, o Iacobus Cuiacius, giurista di Tolosa (1522-1590). Si vedano, tra

l’altro, i rinvii dell’Index del tomo primo («sive Papinianus»), Operum postumorum quae

de iure reliquit
, Lutetiae Parisiorum 1658, e dell’Index delle Recitationes ad diversos Digestorum

titulos
(ivi), dai quali risulta ch’egli si era interessato soprattutto del rapporto tra suità e

agnazione.
26.

François Hotman, o Franciscus Hot(o)manus, giurista francese di origine tedesca

(1524-1590), che nel tomo I delle Opere e nei Consilia si occupò specialmente di suitas

regia
o regalis.

27.
Ediz. Nicolini, 1911-16, p. 876.
28.
Del quale tuttavia non si trova menzione nelle opere vichiane, stando, perlomeno,

a quanto risulta dagli indici dei nomi che le correda. Il De Luca ha anche il grande merito

di essere stato un tenace assertore dell’uso della lingua italiana nelle opere giuridiche e

nelle opere di scienza in genere.
29.
Libro I, pt. II Delle successioni, cap. 3°, § 3; e l. IV, pt. V Di alcuni decreti del Con-

cilio di Trento
, cap. 3°, § 11. Altro esempio di suità è in Istituta civile, pubblicata postuma

a cura di S. Simbeni (Pesaro, 1733), l. I, p. 89.
30.
Sono esempi che mi sono stati gentilmente comunicati, in aggiunta ad altre pre-

ziose indicazioni, dall’amico prof. Piero Fiorelli; e provengono dagli spogli che l’Istituto

di documentazione giuridica di Firenze aveva avviato per il progettato Vocabolario giu-

ridico italiano.
31.
Niente più che una parafrasi del Vico è in B. Croce, La filosofia di G. Vico (citiamo

dall’ediz. Laterza 1965, p. 189): «senza le nozze solenni, senza gli auspicî, i plebei non

potevano esercitare in effetto il diritto quiritario dei campi, e non potevano tramandarlo

ai loro congiunti, essendo privi di suità, di agnazione e di gentilità».
32.
Sono, rispettivamente, alle pp. 249 e 252 del tomo VII, ediz. 1796.
33.
1a ediz. 1822-25; citiamo dalla 2a ediz., in Opere, Firenze 1832-39, vol. IV, pt. II,

p. 941.
34.
Napoli, 1828-32, vol. I, §§ 119, 120, 121.
35.
Citiamo dall’ediz. delle opere complete, The works of F. Β., Londra 1858 sgg., vol. I.
36.

Le versioni inglesi di Bacone, cominciando da quella dei curatori dell’Opera omnia

da cui citiamo, J. Speeding, R. L. Ellis e D. D. Heath, non traducono letteralmente

suitatis, ma rendono tutta la locuzione con Individual or Self-good. Nella versione fran-

cese delle Opere di Bacone, curata da A. Lasalle (Digione 1801), l’espressione è tradotta

bon individuel ou personnel.

37.
L’opera, in 2 volumi, fu pubblicata nel 1846-50; abbiamo utilizzato l’ediz. di Mi-

lano 1887.
38.
L’equivalente ital. di Ichheit è, semmai, egoità, se non vogliamo accettare il raris-

simo iità; meità traduce più propriamente il ted. Meinheit.
39.
Per la violenta critica mossa dal Rosmini alla logica e dialettica hegeliana, si veda

tra l’altro il saggio di B. Spaventa, Hegel confutato da Rosmini, in Opere, a cura di G. Gen-

tile, Firenze 1972, pp. 151 sgg.
40.
Milano 1845, cap. VII, § 423, p. 275.
41.
Ma ha già raccolto nel suo schedario una decina di esempi, che mi sono stati gene-

rosamente anticipati, alcuni per me nuovi e dei quali ho potuto qui tenere conto.
42.

Se, come a me sembra, l’ital. suità è l’equivalente più prossimo del ted. Selbstheit,

nelle definizioni che ne danno il Tommaseo-Bellini e il Battaglia esso sembra corrispondere

piuttosto al ted. Selbstbewusstsein.

43.
Una definizione molto simile era data da C. Ranzoli nel suo Dizionario di scienze

filosofiche
, Hoepli, Milano 1926, p. 1102: «Vocabolo poco in uso, che vale spontaneità

considerata come carattere di Dio, dell’assoluto, dello spirito; si suol opporre a totalità».
44.
In Pro theologia mystica clavis (Colonia 1640), secondo quanto afferma l’Historisches

Wörterbuch der Philosophie
di J. Ritter e Κ. Gründer (Basel-Stuttgart, 1976) sotto il doppio

lemma Ichheit, Egoität: «Egoitas, Suitas, Meitas, Ipsitas, abstracta sunt ab Ego, Se, Me,

Ipse
: quae non raro occurrunt in recentium Mysticorum scriptis, maxime in latinam lin-

guam ex alieno idiomate transfusis».
45.
Nel suo Lexicon philosophicum (2a ediz.,1662), sotto il lemma Haecceitas:

«... principium individuationis ... dicitur etiam Ecceitas, eo modo quo quid dicitur

Ipseitas ..., Suitas, ... Tuitas». Haecceitas (che risale a Duns Scoto o almeno alla scuola

scotistica) e ipseitas sembra siano considerati sinonimi anche da Goclenio, che così scrive

a proposito di Haecceitas: «Barbari ut Perseitas a per se, sic et Haecceitas dicunt ab Haec

pro differentia individuante. Sic Ipseitas Paul. Scalig. ab ipse...». Con l’indicazione ab-

breviata Paul. Scalig. Goclenio intende riferirsi al teologo croato Pavao Skalić, altrimenti

noto col nome latinizzato Paulus Scalichius o Scaliger (nato a Zagabria nel 1534 e morto

nel 1575); il passo cui egli allude è il seguente: «Ipseitas enim uniuscuiusque tunc maxime

est ipsa, cum in ipsa sunt omnia, ut in ipsa omnia sint ipsa»: è la conclusio n. 165 della

sezione De mundo intellectuali facente parte delle Conclusiones... in omni genere scientiarum

stampate nell’opera dello stesso Skalić Encyclopediae, seu Orbis disciplinarum, tam sacrarum

quam prophanarum, Epistemon
…, Basileae 1559. Ma qui non pare che ipseitas possa dirsi

equivalente di haecceitas; mentre infatti haecceitas individua ciò che distingue un ente da

un altro, ipseitas è ciò che individua l’elemento di identità in cui possono riconoscersi tutti

i possibili enti (è questa l’interpretazione dell’amico prof. Giorgio Stabile, che mi ha anche

aiutato nell’individuazione dello Skalić e nel reperimento del passo).
46.
Esitiamo a dire: sul modello di suitas; non è infatti da escludere che meitas sia an-

teriore a suitas, così come in tedesco Meinheit sembra anteriore a Seinheit.
47.
Si veda il lemma Ichheit, Egoität nel cit. Dizionario filosofico di Ritter-Gründer,

e, per Deinheit e Seinheit, le rispettive voci nel Deutsches Wörterbuch di J. e W. Grimm.
48.
Secondo il Ritter-Gründer (loc. cit.), Ichheit è attestato per la prima volta in Johannes

de Francfordia o de Francofurdia, ossia Johann von Diepurg, intorno al 1430; egoitas,

invece, nella traduz. latina della Theologia Deutsch fatta da S. Castellio (cioè dall’umanista

savoiardo Sébastien de Castillon) nel 1557.
49.
Firenze, Sansoni, 1977, p. 583.
50.
M. Heidegger, Sein und Zeit, Halle 1927, § 64; l’articolo è firmato da A. Guzzo.
51.
Non però come «cavallo di ritorno», dato il fondamentale divario semantico tra

le due suità, quella che, per intenderci, chiameremo vichiana e quella rosminiana.
52.
Ordinamento giuridico, 2a ediz., Firenze [1946], p. 187.
53.
Nel significato che lo stesso autore definisce poco prima: «Per istituzione noi in-

tendiamo ogni ente o corpo sociale».
54.
L’articolo spagnolo è di Luís Martín Ballestero y Costea, «Contratos agrarios»,

pubbl. in Revista de derecho agrario, Zaragoza 1967-68, voll. IV-V, pp. 157 sgg.; la recen-

sione è apparsa in Rivista di diritto agrario, a. 50 (1971), pt. I, pp. 147-48. Avevo sperato

che il recensore avesse reso con suità il corrispondente termine spagnolo usato dal recen-

sito; e m’attendevo di potere per questa via avviare una sommaria indagine anche nell’am-

bito spagnolo. Questa corrispondenza invece non c’è (così mi assicura il prof. Massart,

a cui, data la grande difficoltà di trovare nelle biblioteche la rivista di Zaragoza, mi sono

rivolto). Debbo di conseguenza rinunciare, per ora, a questo supplemento di ricerca, che mi

auguro di poter riprendere tra non molto.
55.

F. Antolisei, Manuale di diritto penale, 5a ediz., Giuffrè, Milano 1963, p. 253.

56.
L’esistenza di moïté in francese è attestata dal Dict. de la langue philosophique di P.

Foulquié
(Presses Univ. de France, 4a ediz., 1982, s.v. ipséité): «Néol. proposé par Cla-

parède [cioè dallo psicologo e pedagogista ginevrino Édouard Claparède, 1873-1940]

pour traduire l’all. Ichheit»; cfr. anche Ritter-Gründer, loc. cit., col. 24: «Das franzö-

sische moiité bleibt in seinem Kontext an die germanische Mystik Geknüpft».
57.
Secondo l’Oxford English Dictionary, il termine sameness (spiegato «the quality

of being the same; identity») è attestato già nel 1581, nelle Positions del pedagogista R.

Mulcaster, e si troverà poi anche nel Saggio sull’Intelletto umano di Locke (1690). Selfness,

più raro di selfhood, è datato dal 1611, selfhood dal 1649. Ha notevole interesse per la nostra

ricerca la nota introduttiva al lemma selfhood dell’Oxford Dict., che dice: «In origine rap-

presenta il ted. selbheit, ma rende anche ichheit, meinheit, e eigenheit», ciò che viene subito dopo

documentato con la traduzione di alcuni passi delle Epistole del filosofo e mistico ted. Ja-

kob Böhme, fatta da J. Ellistone (1649), in ognuno dei quali selfhood corrisponde a una

parola diversa del testo originale. Thisness e thatness («the quality or condition of being

‘this, ‘that’») sono attestati tutti e due in K. Digby, Observations up on Religio Medici

86, opera del 1642 (ediz. 1644).
58.
Non mi è stato possibile controllare la citazione, che il Littré, con riferimento ge-

nerico, dichiara tratta dall’opera Opinions des anciens philosophes (è il tomo XIV delle Oeuvres

complètes
di A. Diderot).
59.
L’esistenza di un latino mediev. seitas, asserita dall’Oxford Dict., non trova per ora

conferma nei lessici.
60.
Cortesemente partecipatomi dalla Redazione del Battaglia.


Aldo Duro . :

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