LEIBNIZ E LA ΠΕΡΙΧΩΡΗΣΙΣ
Antonio Lamarra
LEIBNIZ E LA ΠΕΡΙΧΩΡΗΣΙΣ

«Il concetto della relazione essen-

ziale di tutte le cose è il primo passo

per capire come le entità finite hanno

bisogno dell’universo illimitato e come

l’universo acquista significato e valore

a causa del suo incorporare l’attività

del finito».

A. N. Whitehead

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Nella Dissertatio de arte combinatoria Leibniz elogiava l’opera del «so-

lidissimo» Bisterfeld e, riprendendone la terminologia, gli attribuiva il me-

rito di aver posto al centro della sua speculazione il concetto di περι-

χώρησις o immeatio. Non è questo tuttavia l’unico testo nel quale egli

faccia uso del vocabolo greco, come della sua traduzione latina. Quantunque

infatti non appartengano al suo vocabolario filosofico consueto, sia περιχώ-

ρησις sia immeatio sono presenti in diversi scritti di Leibniz, talvolta in con-

testi di indubbio interesse speculativo. Le difficoltà interpretative che si frap-

pongono ad una piena comprensione di quei testi sono altresì notevoli e di

diverso ordine. In primo luogo vi concorre la stessa rarità dei termini all’in-

terno del corpus lessicale leibniziano. Assenti nelle grandi opere della matu-

rità, attestati – fra gli scritti filosofici pubblicati in vita dall’autore – unica-

mente nella giovanile Dissertatio, περιχώρησις e immeatio sono termini poco

frequenti nelle pagine di Leibniz e inoltre di assai ardua interpretazione,

anche perché mai direttamente definiti. Infine occorre considerare che né

περιχώρησις, né immeatio godettero di larga diffusione nella storia delle ri-

spettive lingue. Donde consegue la scarsità estrema di testimonianze con-

cernenti il loro uso, desumibili dai consueti strumenti di documentazione

lessicografica.

Περιχώρησις nel greco classico è termine assai raro. Se ne trova docu-

mentato l’impiego solo in due frammenti di Anassagora, che ne fece uso

nel significato etimologico di ‘rivolgimento’, ‘rotazione’, ad indicare il

movimento rotatorio che il νοῦς imprime alla materi1. Come sostantivo,

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infatti, περιχώρησις trae origine dal verbo περιχωρέω, ‘incedere intorno’. Si

dispone di un maggior numero di testimonianze relativamente a περιχωρέω,

che risulta attestato, oltre che in Anassagora, in diversi altri autori con una

certa continuità fino al terzo secolo dopo Cristo. Due furono i significati

fondamentali connessi a questo verbo: quello di ‘incedere intorno’, ‘ince-

dere circolarmente’ (talvolta ‘passare attraverso’) e quello di ‘succedere’,

‘passare da uno a un altro’2. Nel primo significato è documentato in opere

di Aristofane, Plutarco, Diogene Laerzio3; nel secondo, περιχωρέω fu im-

piegato da Erodoto e poi da Pausania per indicare la successione di padre

in figlio, il trapasso del potere dinastico 4, e in un passo di Luciano si trova

in endiadi col verbo ἀμείβομαι, (‘scambiarsi’, ‘alternarsi’) 5.

Non si possiedono testimonianze lessicografiche, invece, circa l’uso di im-

meatio
. Se ne può congetturare per induzione il senso di ‘entrata’ o di ‘pene-

trazione’ a partire dal significato di immeo, ‘entrare in’, ‘penetrare’; tuttavia

né i dizionari del latino classico, né quelli del latino medievale ne registrano

l’uso 6. Solo in taluni casi si trova documentato l’aggettivo di derivazione

verbale immeabilis, nel senso di ‘inattraversabile’, ‘insormontabile’7.

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Non è facile arguire sulla base di questi soli dati quale fosse l’esatto si-

gnificato che in pieno XVII secolo Bisterfeld e, dopo di lui, Leibniz potes-

sero attribuire ai termini περιχώρησις e immeatio. La stessa relazione di sino-

nimia, che essi concordemente vi scorgono, intendendo l’uno come tradu-

zione dell’altro, richiede di essere spiegata. Occorre quindi domandarsi da

quale tradizione culturale attingessero quella terminologia e, ancora, quali

determinazioni peculiari il concetto di περιχώρησις o immeatio assumesse, una

volta inserito nella struttura teorica della filosofia di Leibniz. Se in generale

il significato di un termine si determina in funzione della posizione relativa

che esso occupa nella struttura lessicale cui appartiene e quindi nella dimen-

sione contestuale nella quale viene usato, in un caso come quello in esame

il concetto stesso di contesto deve estendersi fino a comprendere l’intera

storia del termine, le diverse vicende che contribuirono a modificarne gli

ambiti di impiego e, quando vi sia, l’evoluzione stessa del significato. Per

questo motivo, sebbene con il presente studio non ci si proponga di deli-

neare una esauriente storia semantica dei termini περιχώρησις e immeatio, an-

che a tale storia si dovrà fare appello per una corretta interpretazione dei

passi leibniziani, nei quali essi vengono impiegati.

Bisterfeld e Leibniz: immeatio seu περιχώρησις.

Nella Dissertatio de arte combinatoria il giovane Leibniz, dopo aver dimo-

strato in quale modo fosse possibile calcolare «dato subjecto praedicata»

e «dato praedicato subjecta» (Probl. II, usus X)8, chiariva come tale calcolo

dovesse intendersi riferito ai soli theoremata, vale a dire alle sole proposizioni

universali, ma non agli enunciati singolari o alle osservazioni empiriche.

Più precisamente, egli definiva i primi come «propositiones quae sunt ae-

ternae veritatis, seu non arbitrio Dei, sed sua natura constant»9. Mediante

tale definizione, nella quale può già essere intravisto uno dei motivi più pro-

fondi della successiva polemica anticartesiana, Leibniz mostra di intendere

per theoremata quelle proposizioni universali, nelle quali l’inerenza del pre-

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dicato nel soggetto è analiticamente determinata prima e indipendentemente

da ogni deliberazione della volontà creatrice di Dio. Di natura affatto diversa

le proposizioni che appartengono al campo delle verità di fatto, siano esse

enunciati singolari o generalizzazioni empiriche; poiché queste, quand’anche

diano luogo a proposizioni universali, mantengono tuttavia la natura di ve-

rità contingenti che deriva loro dal primordiale atto creatore divino, dall’ap-

partenere dunque al piano dell’esistenza e non a quello dell’essenza. Delle

prime infatti, e solo di quelle, può esser data dimostrazione (demonstratio),

mentre la conoscenza delle seconde è affidata all’induzione (inductio)10.

A questo proposito il giovane filosofo, ricollegandosi alla dottrina ari-

stotelica secondo la quale non si dà scienza che dell’universale, accennava

alle secolari dottrine ‘topiche’, a quella tradizione mnemotecnica dei loci

che per tanti aspetti era venuta congiungendosi nella cultura europea tra

Cinque e Seicento con la tradizione combinatoria di ispirazione lulliana11.

Indimostrabili per via di definizione, inderivabili per via di combinazione

dall’alphabetum notionum humanarum, le verità di fatto traggono origine dalla

historia (qui da intendersi in senso lato, come esperienza dell’esistente), mentre

il ricorso ai loci topici ne garantisce il ricordo12. Sebbene in questa prima fase

del pensiero di Leibniz verità di ragione e verità di fatto siano tenute netta-

mente distinte, tuttavia tanto la conoscenza dimostrativa quanto l’ordinamento

mnemotecnico delle verità empiriche trovano un comune fondamento nella

dottrina metafisica delle relazioni che collegano e pervadono l’universalità

degli enti. Ed in questo consiste il merito che, secondo Leibniz, occorre

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attribuire all’opera di J. H. Bisterfeld, cioè nell’aver posto al centro della

sua speculazione il concetto di immeatio ο περιχώρησις universale con l’im-

plicito riconoscimento, che questo comportava, del ruolo fondamentale del-

l’idea di relazione:

Uno saltem verbo indigitabimus, omnia ex doctrina metaphysica relationum

Entis ad Ens repetenda esse, sic ut ex generibus quidem relationum Loci, ex theo-

rematis autem singulorum maximae efformentur. Hoc vidisse arbitror, praeter

morem compendiographorum solidissimum Joh. Henr. Bisterfeld in Phosporo

Catholico seu Epitome artis meditandi ed. Lugd. Bat. anno 1657, quae tota fundatur

in immeatione et περιχωρήσει, ut vocat, universali omnium in omnibus,

similitudine item et dissimilitudine omnium cum omnibus, quarum principia:

Relationes. Eum libellum qui legerit, usum artis complicatoriae magis magisque

perspiciet13.

Il debito di Leibniz nei confronti di Bisterfeld in realtà andava ben oltre

l’influenza e le suggestioni che aveva potuto suscitare in lui la lettura del breve

Phosphorus catholicus14 e va ricercato piuttosto in diversi aspetti della sua con-

cezione della logica e soprattutto nel ruolo determinante assolto nel pensiero

di Bisterfeld dal concetto di armonia cosmica o panharmonia, cui si legava

strettamente, pur senza identificarvisi, il tema della immeatio, come «mutua

rerum unio et communio», che l’enciclopedia del sapere deve riprodurre15.

Inutilmente del resto si cercherebbe nelle pagine del Phosphorus catholicus

la documentazione dell’uso bisterfeldiano di περιχώρησις o un chiarimento

circa l’esatto significato da attribuire al termine: di esso infatti Bisterfeld non

fa mai uso nelle pagine di quel testo, così come scarso e non particolarmente

rilevante risulta l’impiego di immeatio16. Sicché la stessa citazione leibniziana,

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con l’endiadi che presenta tra il vocabolo greco e la stia traduzione latina,

rinvia all’attento esame che Leibniz aveva compiuto delle altre, ben più rile-

vanti opere di Bisterfeld. Certamente egli conosceva, oltre al Phosphorus,

il Philosophiae primae seminarium, gli Elementorum logicorum libri tres e il Con-

silium studendi
che, riuniti in un unico volume, appartenevano alla sua biblio-

teca personale17. E vi è più di un motivo per ritenere che Leibniz abbia avuto

conoscenza anche della raccolta di scritti bisterfeldiani pubblicata postuma

nel 1661 sotto il titolo di Bisterfieldus redivivus18.

Un esame anche sommario di questi testi mostra con evidenza la corret-

tezza del giudizio leibniziano: sottolineando la centralità del concetto di

περιχώρησις nelle opere di Bisterfeld, il giovane filosofo ne coglieva in effetti

uno dei tratti più caratteristici e ricorrenti. Il tema infatti è particolarmente

sviluppato da Bisterfeld, che vi insiste ripetutamente in tutti i suoi scritti di

più ampio respiro, anche se, occorre notare, in essi il termine greco non è

mai presente nella forma corretta riportata da Leibniz, bensì nella forma

ἐμπεριχώρησις, rafforzato quindi dalla premessa della preposizione ἐν. Nella

Philosophia prima l’immeatio figura nel novero delle notiones generales comprese

sotto il concetto di unitas, uno dei tre attributi primi dell’ente insieme con

la Veritas e la bonitas19. L’autore definisce l’immeatio come «plurium unio-

num ac communionum unio seu conjunctio»20 e ne ravvisa il fondamento

ontologico e metafisico in quel concetto di panharmonia rerum, che egli signi-

ficativamente condivide con la filosofia di Comenio, come lui discepolo a

Herborn di J. H. Alsted:

Ex panharmonia rerum, oritur ineffabilis earum immeatio, seu mutua

unio et communio. Utque panharmonia rerum, est omnis humanae praxeos, puta

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contemplationis, actionis, et effectionis, seu veritatis, honestatis, et utilitatis, men-

sura et basis; ita immeatio, est omnis geneseos janua, omnisque analyseos

per universum [sic] Encyclopaediam clavis21.

Sebbene definita come janua di ogni sintesi e clavis di ogni analisi, l’immeatio

per Bisterfeld non è concetto puramente logico, ma logico e ontologico nel

medesimo tempo. La distinzione tra immeatio realis e immeatio mentalis, intesa

quale rispecchiamento o pictura della prima, viene espressamente affrontata

nel terzo capitolo degli Elementa logica (De argumentis in genere). Il tema, come

lascia presagire il titolo del capitolo, si inquadra nel contesto dell’esposizione

della dottrina topica dell’argumentum, considerato come instrumentum inven-

tionis
:

Argumentum est, instrumentum inventionis quod mentem rebus thema no-

tificantibus congrue applicat. Ciceroni dicitur Locus inventionis, h.e. herma seu

index meditationis 22.

Bisterfeld nella sua esposizione esamina quindi le tre affectiones proprie del-

1’argumentum, considerato in genere: relatio, nexus, immeatio23. La relatio è quella

affectio in virtù della quale «thema et argumentum se mutuo respiciunt»24;

mentre il nexus consiste nel gradus della relazione e può essere necessario

oppure contingente. Nel primo caso – afferma Bisterfeld, rifacendosi alla ter-

minologia peripatetica – si avranno proposizioni necessarie che, in quanto

tali ricadono nel dominio della logica analytica; nel secondo caso proposizioni

contingenti e di competenza della topica25. L’immeatio infine, come affectio

dell’argumentum, «est relationum concursus, quo unum argumentum admittit

aliud» 26. Come si accennava, tale concorso di relazioni deve, però, inten-

dersi come ontologicamente fondato: l’immeatio mentalis, in quanto «mutua

cogitationum humanarum unio ac communio», riflette infatti l’immeatio

realis
, «mutua rerum in natura occurrentium unio et communio»27.

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Il riferimento alla tradizionale dottrina dei loci, il richiamo alla distinzione

tra analytica e topica, la stessa definizione di immeatio in termini di relazione

sono tutti elementi che inducono a ritenere che Leibniz, allorché citava Bi-

sterfeld nella Dissertatio, avesse presenti anche queste pagine degli Elementa

logica
. Nelle stesse pagine, in un passo di estremo interesse storico e interpre-

tativo, l’autore si soffermava inoltre a considerare l’origine del concetto di

immeatio·. proprio perché vi annette la massima importanza, egli infatti av-

verte la necessità di spiegare il significato di un termine, per se stesso raro

e poco perspicuo. Il testo bisterfeldiano consente di identificare senza margini

di dubbio nella teologia patristico-scolastica la tradizione speculativa alla

quale ascrivere l’origine del concetto di περιχώρησις e, per suo tramite, anche

di quello di immeatio. Non bisogna però vedere in quella tradizione la fonte

immediata del concetto bisterfeldiano. Prima di lui, «acutiores quidam phi-

losophi» già avevano scorto la possibilità di estendere all’intera sfera natu-

rale quella relazione di περιχώρησις, che era stata originariamente elaborata

in ambito teologico:

Immeatio est mutua rerum unio & communio. Hanc primum observa-

runt Theologi in SS. Trinitate, eamque vocarunt ἐμπεριχώρησιν. q.d. inexisten-

tiam, quorum industriâ acutiores quidam philosophi excitati, deprehenderunt i m -

meationem diffundi per naturam, ejusque adeo picturam Encyclopædiam28.

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Se il tema della περιχώρησις, che è così determinante per la filosofia di

Bisterfeld, affonda le sue radici nella teologia trinitaria dei Padri e, per questa

via, può essere ricondotto al concetto scolastico di inexistentia, tuttavia non

deve venire identificato con quest’ultimo. L’immeatio, quale egli la intende in

accordo con gli «acutiores philosophi» che lo hanno preceduto, è concetto

di portata ontologica generale, non più prerogativa esclusiva delle tre per-

sone di cui è costituito il Dio unico del cristianesimo. Tale trasposizione

dalla teologia all’ontologia non implica un disconoscimento della περιχώρη-

σις, come relazione inerente alla trinità divina, che al contrario nel pensiero

di Bisterfeld assume il ruolo di paradigma e di fondamento per ogni altra

possibile relazione, sia essa di natura ontologica ovvero logica. Nel primo

libro della Logica l’immeatio delle persone divine è detta «fons omnis creatae

convenientiae et differentiae»29e nella Philosophia prima tanto la molteplicità,

quanto il mutuo richiamarsi delle relazioni trovano il proprio ultimo fonda-

mento nel mistero della trinità. «Universa Logica, nihil est aliud, quam rela-

tionum speculum», afferma Bisterfeld in un passo dedicato alla analisi della

«mirifica relationum varietas», sul quale in seguito si soffermerà l’attenzione

del giovane Liebniz30. Tuttavia la stupefacente molteplicità delle relazioni

è bilanciata dalla loro riconducibilità a trama, a concorso di rapporti; la va-

rietas relationum
si esplica nel quadro della loro societas e tale societas è ancora

una volta περιχώρησις, immeatio, concetto mediante il quale Bisterfeld sulla

scorta di una millenaria tradizione teologica cerca la conciliazione di unità

e molteplicità:

Hanc varietatem excipit mira relationum societas, quam Graeci ἐμπεριχώρησιν,

circumincessionem, nos, immeationem, vocare solemus: quae nihil est

aliud, quam varius relationum concursus, combinatio, et complicatio. Admirabilis

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vero haec, tum varietas, tum societas, relationum, primo et ultimo fundatur, in

adorando SS. Trinitatis mysterio31.

Come negli Elementa Logicae, così anche nella Philosophia prima è riscon-

trabile, sia pure in maniera più velata, il riferimento alla tradizione teologica

scolastica. Ed è nuovamente un indizio di natura linguistica che consente di

individuare la tradizione dalla quale Bisterfeld eredita il concetto di περιχώ-

ρησις, per distaccarsene immediatamente tanto sul piano teorico quanto su

quello lessicale. Non si deve a Bisterfeld la resa di περιχώρησις con circumin-

cessio
, vero e proprio calco semantico del termine greco; essa invece rinvia

alla lunga e complessa storia della parola e del suo significato. La preferenza

accordata ad immeatio appare quindi intenzionale, volta a marcare il distacco

di Bisterfeld da quella tradizione teologica che aveva a lungo teorizzato il

problema della περιχώρησις come circumincessio o come inexistentia.

La maggior aderenza semantica di circumincessio al significato etimologico

di περιχώρησις non deve indurre a ritenere che l’opposizione tra circumin-

cessio
e immeatio in Bisterfeld fosse direttamente connessa al valore semantico

dei due termini. Per quanto si è potuto appurare, le fonti lessicografiche del-

l’epoca, ancorché non particolarmente numerose, concordano nell’attestare

come traduzioni di περιχώρησις sia circumincessio sia permeatio, termine la cui

affinità di significato con immeatio non può sfuggire.

Tra i dizionari filosofici del Seicento di più larga diffusione solo il Le-

xicon philosophicum
del Micraelius comprende una breve voce dedicata a περι-

χώρησις. Il significato attestato è quello di ‘compenetrazione reciproca’ e gli

equivalenti latini forniti sono circumincessio e permeatio:

Περιχώρησις, permeatio et circumincessio est, cum res unitae sine confusione

et exaequatione se mutuo penetrant32.

Il Micraelius non fa cenno di immeatio, termine che non figura tra le entrate

del suo dizionario, come del resto permeatio. È attestata invece circumincessio

con una definizione che non si discosta da quella di περιχώρησις:

Circumincessio, περιχώρησις, intima et mutua praesentia rei in alio, cui unitur33.

Viceversa, nel settecentesco, monumentale Grosses vollständiges Universal-Le-

xicon
di J. H. Sedler non compare l’entrata circumincessio, mentre è attestata

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permeatio, cui rinvia anche l’entrata περιχώρησις. La voce dedicata a permeatio

riporta, quasi traducendo, la definizione di περιχώρησις del Micraelius:

Permeatio, circumincessio, περιχώρησις, ist, wenn Dinge, die vereiniget sind,

ohne Unordnung sich einander wechselweise penetriren34.

Le definizioni del Micraelius e quella che, molto probabilmente ne dipende,

dello Sedler ribadiscono il significato di περιχώρησις come mutua unione o

compenetrazione che già si è potuto riscontrare negli scritti di Bisterfeld.

I due lessici e, in una certa misura, lo stesso Bisterfeld, inoltre, documentano

come tra Sei e Settecento vocaboli etimologicamente tanto distanti, quali

circumincessio e immeatio o permeatio, potessero concorrere a designare il mede-

simo significato.

È legittimo ora domandarsi per quali itinerari storici e culturali il si-

gnificato di περιχώρησις nel corso dei secoli potesse venire così radicamente

trasformato, e nello stesso tempo chiedersi se, e in quale misura, non sia da

registrare una parallela evoluzione semantica anche del termine, circumincessio,

che più fedelmente ne rendeva il senso in latino 35.

La resa di περιχώρησις con circumincessio, termine ignoto al latino classico,

si deve con ogni probabilità a Burgundione da Pisa e alla traduzione che egli

effettuò nel XII secolo del De fide orthodoxa di Giovanni Damasceno36. Circumin-

cessio
e circumincedo non furono in effetti le uniche traduzioni latine medievali

di περιχώρησις e di περιχωρέω, ma certo risultarono le più fortunate, entrando

ben presto a far parte del lessico teologico scolastico.

Mediante quei termini Burgundione introduceva nella teologia occiden-

tale un concetto che nell’opera del Damasceno possedeva un grado già molto

elevato di specificità. Περιχώρησις infatti è il vocabolo che nel De fide ortho-

doxa
sta ad indicare la mutua compenetrazione e inabitazione delle tre per-

sone divine. Tuttavia per trovare le prime tracce dell’impiego di περιχώρησις

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e di περιχωρέω, come termini tecnici del lessico filosofico-teologico greco,

occorre risalire ancora più indietro nel tempo, fino ai grandi maestri di Cap-

padocia. Gregorio di Nazianzio nel IV secolo è il primo autore che fa uso del

verbo περιχωρέω in un contesto squisitamente teologico: egli vi ricorre per

spiegare la compresenza delle due nature, quella divina e quella umana, nel-

l’unica persona del Cristo 37. È da supporre che nel suo uso linguistico Gre-

gorio si rifacesse al significato di περιχωρέω come ‘succedere’ o ‘alternarsi’

che, attestato già in epoca classica, era ancora presente nel lessico dei suoi

tempi. Lo stesso Gregorio del resto ce ne offre l’esempio. In un passo del-

1 ‘Oratio XVIII egli afferma a proposito della vita e della morte che «εἰς ἄλ-

ληλα περιχωρεῖ πως καὶ ἀντικαθίσταται», espressione che nella versione cin-

quecentesca riportata dal Migne viene tradotto «inter se in alterius locum

subit»38. E, ancora, nell’Oratio XXII Gregorio, sostenendo che sia il pia-

cevole sia lo spiacevole ingenerano sazietà, argomenta che ciò avviene poi-

ché l’uno trapassa e si muta nell’altro, dal momento che «πάντα εἰς ἄλληλα

περιχωρεῖ καὶ περιτρέπεται» («cunctaque inter se vicissim i m m e e n t

et convertantur»)39.

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Analogamente, tre secoli più tardi, Massimo il Confessore nel suo com-

mento al De divinis nominibus sosterrà che il divenire compete a tutto ciò che

è soggetto al nascere e al morire, a tutto ciò che si muta in altro, come la

notte e il giorno, la primavera e l’estate, «καὶ ὅσα κατὰ ἀντιπεριχώρησιν»

(«quae sibi invicem succedunt»)40. Ed è proprio nella Disputatio cum Pyrrho

di Massimo il Confessore che si troverà finalmente un nuovo esempio del-

l’uso del sostantivo περιχώρησις, undici secoli dopo Anassagora. A proposito

della connessione che intercorre tra la parola fisicamente percepibile e il suo

significato intellegibile, Massimo afferma che essi sono inscindibilmente le-

gati e che se ne può cogliere «τὴν αὐτῶν δι’ ὅλου εἰς ἀλληλα περιχώρησιν» 41.

L’idea di unione, di intima e scambievole compenetrazione di entità per

se stesse distinte non si sovrapponeva, pertanto, al primitivo significato di

περιχώρησις come movimento circolare, ma in qualche modo ne costituiva

la conseguenza e l’esito, per quanto almeno è lecito parlare di unità fra tutto

ciò che è connesso da una alternanza ciclica, da un reciproco richiamarsi42.

Tuttavia περιχώρησις e περιχωρέω non assunsero la veste di autentici termini

tecnici del lessico teologico né in Gregorio, né in Massimo il Confessore, che

similmente a lui ne fece uso in senso esclusivamente cristologico. Perché

questo avvenga compiutamente occorrerà attendere l’opera di Giovanni Da-

masceno e in particolare la sua riflessione intorno al problema della trinità.

Per il grande teologo di Damasco infatti περιχώρησις sta ad indicare in primo

luogo la interpenetrazione reciproca delle tre persone divine. Egli è il primo

80

autore ad usare περιχώρησις in questo significato e tuttavia, sebbene seguiti

ad impiegarlo anche in senso cristologico (pure in connessione con la dot-

trina della communicatio idiomatum), nei suoi scritti il significato trinitario del

termine diviene preminente43.

Esprimere l’interpenetrazione delle persone divine secondo il modello

offerto dalla περιχώρησις, riflette una concezione dinamica della trinità, se-

condo la quale l’unità dell’essenza di Dio implica il reciproco irrompere

nelle altre di ciascuna delle tre persone; una concezione cioè in cui sotto il

concetto di περιχώρησις rimangano solidali sia l’idea di circolarità sia quella

di unione o meglio di unità44. Tale connotazione semantica era ancora pre-

sente nell’etimo dei vocaboli latini coniati da Burgundione: mediante il

« circum incedere » della sua traduzione del De fide orthodoxa egli consegnava

intatto al lessico teologico occidentale il complesso significato che nel corso

dei secoli si era andato sedimentando attorno al concetto di περιχώρησις.

I termini circumincedo e circumincessio e, per loro mezzo, il concetto che

designavano incontrarono una notevole fortuna. Il vocabolario latino della

περιχώρησις, sebbene non figuri nelle opere di Pietro Lombardo e di Tommaso

d’Aquino, è documentato negli scritti di Bonaventura e di Alberto Magno,

di Duns Scoto e di Occam, solo per citare i maggiori fra gli autori tra XIII

e XIV secolo45. Non si intende qui neppure tratteggiare una storia del con-

cetto teologico di circumincessio, una storia che attraversa la riflessione trinitaria

senza interruzione quasi fino ai nostri giorni e che peraltro è già stata per

tanta parte oggetto di studio. Tuttavia è quantomeno necessario notare come

nel passaggio dal pensiero patristico greco a quello scolastico latino, dalla

περιχώρησις, dunque, alla circumincessio, si consumi ben più che un semplice

mutamento di codice linguistico.

Il deciso prevalere dell’accezione trinitaria di quei termini, nonché la

diversa temperie problematica e culturale propria alla filosofia scolastica ri-

spetto agli orizzonti speculativi dei Padri greci concorsero infatti al sempre

più marcato distacco del significato di ‘circumincessio’ da quell’idea di mo-

vimento circolare o rotatorio, che in origine era parte ineliminabile del con-

cetto di περιχώρησις, e al tempo stesso ne favorivano la sempre più completa

identificazione con l’idea di unione e di compenetrazione reciproca. Cosic-

ché quest’ultima, che in origine si configurava come il risultato stesso cui

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dà luogo la περιχώρησις, finisce progressivamente col prevalere su quell’idea

di movimento circolare che ne aveva costituito il fondamento, fino ad espun-

gerla del tutto dal significato linguistico e concettuale della circumincessio.

Al punto che, quando lungo il tredicesimo secolo si affiancò a circumincessio

la variante di origine francofona circuminsessio, perdutasi la memoria del-

l’origine del termine si accreditò un’erronea etimologia secondo la quale ‘cir-

cuminsessio’ sarebbe derivata da ‘circuminsideo’, verbo col quale alla di-

namica dell’incedere si sostituiva la staticità dell’insidere46. Tale processo di

mutamento semantico, del resto, trova un ulteriore riscontro linguistico

proprio nelle traduzioni di περιχώρησις, storicamente meno fortunate di cir-

cumincessio,
imperniate sulla radice del verbo meare, quali commeatio, permeatio

e immeatio: tutti i termini nel cui significato l’idea di circolarità è ormai com-

pletamente assente. Tra il 1644 e il 1650 il celebre teologo gesuita Denys

Petau (Petavius) pubblicava a Parigi i Theologica dogmata e nel secondo libro

dell’opera, il De trinitate, dedicava un capitolo al problema della περιχώρη-

σις47. L’esposizione di Petavius per la ricchezza di documentazione testuale

e per l’ampia sintesi della storia del concetto è ancora oggi una lettura da cui

non può prescindere chi voglia studiare la evoluzione della nozione teologica

di περιχώρησις. L’accurato esame dei testi dei Padri greci mostrava chiara-

mente a Petavius la divergenza profonda tra il senso che quel termine aveva

posseduto nelle opere di Gregorio, di Massimo e del Damasceno e il signi-

ficato del vocabolo latino circuminsessio, tanto se inteso come «existentia rei

unius in alia» o «praesentia mutua», quanto se inteso, in virtù della pretesa

derivazione da circuminsidere, come ‘circumplecti’, circumsistere’ o circum-

fundi
48. Egualmente inadeguate risultavano quindi le traduzioni permeatio

o immeatio:

Quare non istic valet immeare, ac se mutuo penetrare, sed quasi per orbem, et

circuitum alia in aliorum venire locum, quae nunquam simul, et in eodem loco con-

sistunt49.



82

L’annotazione di Petavius si riferisce al passo citato di Massimo il Confes-

sore, tratto dal suo commento al De divinis nominibus, ma possiede un valore

affatto generale. Poco più oltre infatti Petavius afferma:

Quamobrem non est περιχώρησις, si universe loquamur, mutua in se rerum,

velut personarum divinarum, exsistentia, et immeatio, sive penetratio; sed

habitudo ejusmodi, ut aut eaedem res velut per orbem in se invicem incurrant,

alternisque succedant, siquidem contrariae sunt, nec simul esse possint; aut posita

una, etiam et altera ponatur, ac vicissim consequentia valeat. Quemadmodum in

his, quae relata dicuntur, inest περιχώρησις; nam si Pater est, etiam Filius erit;

et si Filius est, erit Pater; quae περιχώρησις non efficit, ut res una in altera sit, sed

ut opposita sit ei, atque ex adverso respondeat50.

Sebbene Petavius nella sua analisi facesse propri i risultati cui era pervenuta

la filologia greca rinascimentale51, tuttavia ancora per diverso tempo il con-

cetto di περιχώρησις rimase legato all’idea di unione e di interpenetrazione e lo

stesso termine circumincessio fu avvertito come sinonimo di permeatio e di

immeatio.

È in questo quadro di riferimento teorico e semantico che nella prima

metà del Seicento Bisterfeld, con un’intuizione nella quale concorrono ele-

menti enciclopedistici e pansofici, forse non disgiunti da suggestioni plato-

niche, scorgerà la possibilità di porre il concetto di περιχώρησις al centro della

sua ontologia, facendone con ciò stesso il fondamento tanto della logica

quanto dell’enciclopedia. Con quali autori debbano essere identificati gli

83

«acutiores philosophi» che in questo lo avrebbero preceduto e ai quali

egli allude così ellitticamente, è problema che, allo stato attuale delle ricerche,

rimane sostanzialmente aperto. Tuttavia l’esplicito riferimento di Bisterfeld

alla connessione tra immeatio e encyclopaedia sembra indicare proprio quella

tradizione pansofica, nella quale il tema della corrispondenza da parte a parte

fra cielo e terra, fra macrocosmo e microcosmo, era stato sviluppato in una

prospettiva enciclopedistica. Non appare quindi azzardato pensare a quegli

autori che tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento avevano dato

vita alla tradizione della cosiddetta «fisica mosaica» e che, proponendosi

di fondare una filosofia naturale che si accordasse con lo studio della Bibbia,

si erano particolarmente soffermati sul tema della corrispondenza tra uomo,

inteso come imago Dei, e mondo della natura. Questi autori e in special modo

lo spagnolo F. Valles e il teologo riformato L. Danaeus, del resto, avevano

avuto in quegli anni una notevole influenza sull’ambiente intellettuale più

vicino a Bisterfeld, su Comenio e sul loro maestro comune, Alsted52. Bister-

feld, lo si è visto, è pienamente consapevole della matrice trinitaria del con-

cetto di περιχώρησις, ma nello stesso tempo testimonia di un processo che

fu insieme di secolarizzazione e di generalizzazione del suo ambito denota-

tivo 53. Con Bisterlfed la περιχώρησις perde la caratteristica di relazione spe-

84

cifica ed esclusiva della trinità cristiana, per assumere la fisionomia di rela-

zione universale fra gli enti, comune a Dio come alle sue creature. Essa quindi

acquista il rilievo di relazione ontologica generale, alla quale la περιχώρησις

divina offre ad un tempo il modello esemplare e il fondamento. La trasposi-

zione del concetto di περιχώρησις dalla teologia all’ontologia, l’estensione

della circumincessio dall’infinito al finito54, era tuttavia la premessa teoretica-

mente necessaria sia dell’uso bisterfeldiano di immeatio sia del peculiare modo

leibniziano di intendere la περιχώρησις.

Leibniz: περιχώρησις rerum.

Nonostante l’indiscutibile influenza della lettura dei testi bisterfeldiani

sulla formazione filosofica di Leibniz, qualora la presenza del tema della

περιχώρησις nei suoi scritti fosse limitata al passo che si è citato dalla Disser-

tatio
del 1666 – a ben vedere non molto di più di una citazione – non sarebbe

lecito parlare di un uso leibniziano dei termini in questione e tantomeno di

una presenza del concetto da essi espresso negli scritti del filosofo. Ma il

tema della περιχώρησις, quantunque non appartenga al novero dei problemi

cruciali della filosofia di Leibniz e quindi non assuma mai un ruolo premi-

nente nella struttura teorica e lessicale della sua speculazione, doveva con-

tinuare a percorrere l’opera leibniziana molto oltre il suo esordio giovanile.

Se il positivo giudizio di Leibniz su Bisterfeld è ampiamente noto alla critica,

che in diverse occasioni vi ha richiamato l’attenzione, assai meno noto è il

fatto che il concetto di περιχώρησις, unitamente al vocabolario latino che l’ac-

compagna, sono presenti nella filosofia di Leibniz ben al di là dei limiti del

suo pensiero giovanile e sicuramente per motivi in larga misura indipendenti

dall’influsso diretto esercitato su di esso dai testi di Bisterfeld. Non solo

infatti esiste un notevole divario cronologico tra gli anni della stesura della

Dissertatio, delle letture bisterfeldiane, e quelli in cui cadono le succes-

sive testimonianze concernenti la περιχώρησις, ma è anche considerevole

85

la diversità dei contesti teorici e culturali che fecero loro da sfondo. Né

costituisce elemento di secondaria importanza il fatto che Leibniz possedesse

un’ampia conoscenza diretta tanto della tradizione patristico-scolastica, e

in particolare del De fide orthodoxa di Giovanni Damasceno, quanto delle

penetranti pagine che Petavius aveva dedicato allo studio delle complesse

vicende semantiche e dottrinali della περιχώρησις55.

In un senso che non sembra discostarsi molto da quello attribuito da

Petavius al termine greco, l’endiadi «immeatio seu perichôrèsis» (così nel

testo), è documentata in uno degli scritti di carattere giuridico pubblicati

da G. Grua, la Tabula juris, databile attorno agli anni 1690-1696:

Honor non tantum intus prodest animo voluptate, sed et extra augendo po-

tentiam. Contra et patrimonii et potentiae augmentum auget animi voluptatem,

est in iis immeatio seu perichôrèsis56.

Più tarda, probabilmente della fine del 1705 la Synopsis preparata da Leibniz

in vista della pubblicazione della traduzione latina dell’opera An Exposition

of the Thirty Nine Articles of the Church of England
di Gilbert Burnet, vescovo

di Salisbury, cui attendeva in quel periodo lo Jablonski e per la quale era

prevista una prefazione dello stesso Leibniz57. Come dice il titolo si tratta

di una sorta di sommario o indice dello sviluppo argomentativo della proget-

tata prefazione. Verso la fine della Tractatio de Deo Leibniz annota:

Origo rerum. Ultima ratio rerum.

Inspicit omnia possibilia, et eligit optimum.

Rerum perichôrèsis58.

Il progetto di pubblicazione non andò in porto, ma lo schema della Synopsis

fu utilizzato da Leibniz negli anni immediatamente successivi (1706-1709)

86

per la stesura della Causa Dei59. In una prima redazione, forse della fine del

1706, il passo citato della Synopsis, diviene:

Nempe ex combinatione edam Sapientiae et Bonitatis electio optimae rerum

seriei nata est, adeoque harmonia mirifica et περιχώρησις omnium prodiit, quae

facit ut omnia sint aptissime colligata, nec ordo quidem sit inter voluntates Dei

antecedentes, pro gradu bonitatis in objecto, sed ut revera decretum Dei unicum

sit tantum si rem curatius expendas, nempe quo ex infinitis possibilibus Universi

formulis optimam, id est hanc ipsam quae extitit, existere debere decrevit. Nam

sapiens nihil statuii, nisi omnibus expensis60.

Ma la testimonianza più tarda e di gran lunga la più significativa che sia nota

a chi scrive, appartiene all’importantissimo epistolario che Leibniz intrat-

tenne col gesuita Barthélemy Des Bosses negli anni tra il 1706 e il 1716 61.

In un passo estremamente pregnante della lettera inviata da Hannover il 7

novembre 1710, un testo dunque posteriore di oltre quaranta anni alla Dis-

sertatio
, Leibniz torna ad usare il termine περιχώρησις, ancora una volta nella

locuzione ‘περιχώρησις rerum’, in stretta e significativa correlazione con

87

il problema della armonia prestabilita 62. Questa lettera, che appartiene al-

l’ultima fase della filosofìa di Leibniz, mostra con evidenza la connessione del

concetto di περιχώρησις con alcuni dei temi più specifici della speculazione

leibniziana. Essa inoltre apre uno scorcio di estremo interesse su uno dei nodi

problematici più rilevanti del suo pensiero: quello del rapporto tra teoria

dell’armonia prestabilita, teoria del rapporto rappresentativo (o espressivo)

e idea dell’infinito attuale. Il ricorso in quel contesto all’espressione ‘περιχώ-

ρησις rerum’ richiede quindi una spiegazione che ne rintracci le motivazioni

e il senso all’interno della struttura teorica del pensiero di Leibniz.

Con la lettera del 7 novembre 1710 Leibniz concludeva uno scambio

epistolare piuttosto nutrito intercorso con Des Bosses intorno ad un’obie-

zione che quest’ultimo aveva avanzato a varie riprese nel corso dell’anno e

che tuttavia era inizialmente passata inosservata agli occhi del filosofo. In

realtà la difficoltà intravista dal gesuita era di non poco momento, soprat-

tutto per le conseguenze che ne scaturivano sul piano teologico, tanto più

che sembrava potersi derivare con perfetta coerenza da uno dei nodi teorici

fondamentali del sistema leibniziano: dalla teoria del rapporto espressivo

che intercorre tra le sostanze spirituali e i corpi, dunque dal cuore stesso di

quel systhème nouveau che – quantomeno nelle intenzioni dell’autore – doveva

risolvere uno dei problemi più rilevanti lasciati aperti dal cartesianismo.

L’obiezione di Des Bosses può essere riassunta in questi termini: posto che

tra corpi e sostanze spirituali non si dia possibilità di mutua influenza, e che

però i movimenti meccanicamente determinati dei primi corrispondano

esattamente alle azioni libere delle seconde, la perfetta conoscenza dell’uni-

verso materiale si tradurrebbe in una altrettanto piena capacità di previsione

delle azioni liberamente determinate, proprie delle sostanze spirituali. La

conoscenza dei futuri contingenti dunque, lungi dal configurarsi come pre-

rogativa esclusiva dell’intelletto divino, verrebbe ricondotta dalla filosofia

di Leibniz nell’ambito delle possibilità che la scienza del mondo fisico of-

frirebbe se non all’uomo, a creature razionali dotate di poteri conoscitivi

superiori.

Tale obiezione fu sottoposta da Des Bosses al giudizio di Leibniz una

88

prima volta e in una forma molto concisa nella breve lettera inviata da Co-

lonia il 25 marzo 1710:

Dum solidissimum tuum ad motas ab Amico Benedictino difficultates contra

Harmoniam praestabilitam relego responsum, incidit forte dubitatio quam nec ab

Amico nec a Baylio tangi video, nempe: Ex Harmonia corporis et animae praesta-

bilita prorsus sequi videtur: si creatura quaepiam tam perfecta condita foret, ut

totius universi mechanismum perspectum haberet, fore ut non praesentia duntaxat

arcana cordium sed et futura quaecumque libera (saltem ea quae naturae ordinem

minime transcendunt) certo et infallibiliter cognosceret ac praesciret63.

Nella lettera di risposta, che porta la data del 2 maggio, Leibniz, mentre

esprime la propria soddisfazione per il giudizio positivo formulato dal suo

corrispondente circa la polemica intercorsa col padre Lamy, tralascia comple-

tamente di esaminare la questione sottopostagli da Des Bosses64. Questi

dunque torna a sollecitare una risposta da parte di Leibniz, il quale però,

nella lettera del 2 luglio, confessa di non ricordare neppure quale fosse la

conseguenza che Des Bosses riteneva di poter trarre dalla sua teoria della

armonia prestabilita65. Costretto da questa affermazione di Leibniz a ritor-

nare in maniera esplicita sull’argomento, il gesuita si accinge allora a formu-

lare nuovamente il problema, precisandone le motivazioni e i contenuti.

Il 18 luglio egli scrive a Leibniz:

Consectarium quod ex Harmonía praestituta deduci posse videbatur, hoc erat:

si liberis nostrae mentis actionibus motus corporis sola necessitate medianica sine

ullo mentis influxu consequentes ad amussim respondeant, jam soli Deo propria

non erit humani cordis arcanorum et futurorum libere contingentium scientia, cum

mens aliqua creata tam vasta tamque nobilis extare possit, quae totius universi

mechanismum penitus et adaequate perspectum habeat. Ex hac notitia omnes qui

sunt quique erunt motus corporum pervidebit ac praevidebit, non aliter atque

astronomi quibus coeli mechanismus ex pacto perspectus est, futuros planetarum

motus exacte praesagiunt. Hoc si dederis, jam certe et omnes mentium humanarum

actiones liberas, etiam futuras, utpote motibus illis corporeis respondentes prospi-

cere certo poterit, sicuti si constaret duo Horologia, alterum Europaeum, Ame-

89

ricanum alterum accurate sibi invicem congruere semper, ubi Europaei statum no-

vero, ejus quoque quod in America est, Constitutionem habuero perspectam66.

La risposta del filosofo questa volta non si fa attendere. Già il 4 agosto

egli invia a Des Bosses la missiva contenente le delucidazioni richieste.

Leibniz mostra di apprezzare molto l’obiezione sollevata dal gesuita,

perché – come egli afferma – appartiene al novero di quelle obiezioni che

offrono l’occasione di analizzare più in profondità la tesi contro cui sono

rivolte. E in questo caso di ribadire il legame essenziale che nel pensiero di

Leibniz si instaura tra la dottrina dell’armonia prestabilita e l’idea di infinito

in atto. L’obiezione di Des Bosses infatti riposa sul presupposto che, almeno

in linea di principio, una sostanza spirituale creata sia in grado di conseguire

una conoscenza piena e completa del mondo materiale. Orbene, tale possi-

bilità è inammissibile dal punto di vista leibniziano, secondo il quale la ma-

teria risulta attualmente divisa all’infinito, di modo che ogni sua più piccola

parte si presenta come un mondo composto di un numero infinito di crea-

ture67. Da ciò consegue l’impossibilità per qualsiasi creatura finita, quali

che ne siano i poteri conoscitivi ipotizzabili, di pervenire ad una conoscenza

completa dello stesso universo fisico e quindi, in virtù del rapporto rappre-

sentativo che connette questo all’universo delle sostanze immateriali, alla

capacità di prevedere le libere determinazioni di queste ultime:

Porro quia nulla pars materiae perfecte cognosci a creatura potest, hinc appa-

ret, nullam etiam Animam perfecte ab ea cognosci posse, cum per Harmoniam il-

lam praestabilitam exacte materiam repraesentet. Itaque quod objectio Tibi visum

est, argumentum videri potest in rem meam68.

Des Bosses però non si mostra ancora del tutto soddisfatto di questa

risposta. Sebbene infatti egli sia pronto a riconoscere che nella filosofia di

Leibniz i due principi, quello dell’armonia prestabilita e quello della divi-

sione all’infinito della materia, sono effettivamente congiunti, tuttavia tale

connessione gli pare piuttosto un dato di fatto che un’esigenza sistematica.

90

Egli quindi esprime il timore che altri, anche contro la volontà di Leibniz,

possa separare i due principi e, considerando l’attributo dell’inconoscibilità

come caratteristica esclusiva del divino, tragga dalla filosofìa di Leibniz le

conclusioni prospettate dalla propria obiezione69.

La lettera di Leibniz del 7 novembre contiene quindi un ulteriore chia-

rimento della questione, volto a dissipare i timori di Des Bosses. Leibniz

in primo luogo ribadisce la propria convinzione riguardo alla connessione

inscindibile che lega la dottrina dell’armonia prestabilita alla concezione della

materia come attualmente divisa all’infinito:

Qui Harmoniam praestabilitam admittet, non poterit non etiam admittere

doctrinam de divisione Materiae actuali in partes infinitas. Sed idem aliunde con-

sequitur, nempe ex natura motus fluidorum, et ex eo quod corpora omnia gradum

habent fluiditatis70.

Inoltre, prosegue Leibniz, se l’attributo dell’inconoscibilità fosse proprio

solo di Dio, ben maggiori sarebbero le nostre speranze nel campo della

scienza della natura. In realtà non vi è parte del mondo naturale suscettibile

di conoscenza perfetta non solo da parte dell’uomo, ma neppure di qualsi-

voglia intelligenza creata, per il fatto che una tale conoscenza dovrebbe pre-

supporre quella percezione simultanea e distinta dell’infinito che è preclusa

all’intelletto finito di qualsiasi creatura. Tale implicazione dell’infinito nel

processo conoscitivo della materia non è qui vista, come nella lettera prece-

dente, solo quale effetto della costituzione interna della materia, considerata

in ogni sua singola parte; bensì, a partire da quella, come la risultanza del-

l’implicazione universale che connette ciascuna porzione del mondo mate-

riale, con la totalità stessa dell’universo, la περιχώρησις rerum:

Incomprehensibilitatis attributum utinam soli Deo proprium esset, major nobis

spes esset noscendae naturae, sed nimis verum est nullam esse partem naturae,

quae a nobis perfecte comprehendi possit, idque ipsa rerum περιχώρησις probat.

Nulla creatura quantumvis nobilis, infinita simul distincte percipere seu comprehen-

dere potest; quin imo qui vel unam partem materiae comprehenderet, idem com-

91

prehenderet totum Universum ob eandem περιχώρησιν quam dixi. Mea principia

talia sunt, ut vix a se invicem divelli possint. Qui unum bene novit, omnia novit71.

È dunque in ragione della ‘περιχώρησις rerum’ che l’infinito si radica nel

processo finito della conoscenza del mondo materiale ed è ancora a causa

di tale rapporto tra le parti e il tutto che la conoscenza completa di una qual-

siasi porzione della realtà fisica comporterebbe la conoscenza dell’intero uni-

verso. Inoltre, occorre sottolineare, la περιχώρησις non è impiegata da Leibniz

come categoria esclusivamente ontologica; questa infatti si riflette nella strut-

tura sistematica dello stesso discorso filosofico che pone l’ontologia come

proprio oggetto. Tale almeno è la convinzione di Leibniz riguardo al pro-

proprio sistema, i cui principi – contrariamente all’opinione di Des Bosses –

sono talmente solidali, così reciprocamente inclusivi, da non poter essere

separati l’uno dall’altro. Da questo punto di vista l’affermazione: «Qui unum

bene novit, omnia novit», presenta un duplice livello interpretativo; essa

appartiene in primo luogo alla descrizione ontologica e metafisica del mon-

do, propria della filosofia di Leibniz, ma al tempo stesso ci viene offerta co-

me una asserzione che ha per oggetto quella stessa filosofia e ne descrive

l’inscindibile rapporto tra i principi fondamentali72.

Leibniz in questa lettera intende περιχώρησις nel senso scolastico, che

era stato anche quello di Bisterfeld, di interpenetrazione reciproca, ma nello

stesso tempo ne potenzia enormemente il significato. Non vi è più neppure

in lui alcun accenno all’idea di circolarità, quale condizione per l’instaurarsi

della relazione di περιχώρησις, ma è scomparso nei suoi scritti anche ogni

riferimento al valore emblematico e fondante della περιχώρησις trinitaria.

Da questo punto di vista il processo di secolarizzazione del concetto è docu-

mentato da Leibniz in maniera ancora più decisa di quanto non fosse in pre-

cedenza. Eppure, sotto un certo aspetto, il concetto leibniziano di περιχώρησις

appare più aderente a quello della tradizione teologica della stessa immeatio

bisterfeldiana. La περιχώρησις rerum non indica solo il sussistere di un nu-

mero infinito di relazioni che connettono tra di loro le singole parti dell’uni-

verso, ma ne specifica la natura come di relazioni che pongono in corrispon-

denza ciascuna di quelle parti con l’insieme delle altre. La struttura relazionale

92

che pervade l’universo leibniziano associa, ai vari livelli della realtà, i singoli

elementi all’insieme totale di cui fanno parte; l’interpenetrazione che la πε-

ριχώρησις rerum denota in Leibniz è quella tra il tutto e le parti che lo com-

pongono73. Solo questo può fare della περιχώρησις quel concetto mediante

il quale è possibile affermare che dalla conoscenza completa di una singola

porzione di materia conseguirebbe la conoscenza dell’intero universo. Una

tale conseguenza non sarebbe neppure possibile, se Leibniz non concepisse

la struttura della materia in termini di infinito in atto, secondo un’idea di

infinito forgiata sul modello del continuo matematico. Tuttavia questo è

requisito necessario, ma non sufficiente per spiegare il nesso che, secondo

Leibniz, vige tra l’universo nella sua totalità e le sue parti infinite. Tale nesso,

che non può certo essere di natura fisica, deve essere ricondotto al fonda-

mentale concetto di rappresentazione. In ragione delle proprietà del continuo,

procedendo indefinitamente nella suddivisione della materia se ne otter-

ranno porzioni comunque infinite e tali che «in qualibet materiae partícula

sit mundus quidam infinitarum numero creaturarum»74. Conoscere perfet-

tamente una singola porzione di materia equivarrebbe dunque a conoscere

un numero infinito di creature, ma la conoscenza perfetta anche di una sola

creatura comporterebbe per Leibniz la conoscenza del mondo nella sua to-

talità, poiché la sua nozione completa ne costituisce una rappresentazione.

Ciascuna porzione di materia, per quanto piccola, potrebbe condurre alla co-

noscenza dell’intero universo, poiché essa stessa ne contiene un numero

infinito di rappresentazioni, di parti in cui si compendia e si proietta il tutto.

Una conferma dell’interpretazione del concetto leibniziano di περιχώρη-

σις che si propone sembra potersi ricavare anche dall’analisi di alcuni passi

del De libertate, uno scritto probabilmente coevo alla stesura del Discours

de metaphysique
75. Leibniz vi descrive, con alcune interessanti annotazioni

circa la propria biografia filosofica, l’itinerario teorico mediante il quale gli

si prospettò la possibilità di offrire una soluzione al dibattuto problema del

rapporto tra libertà umana e prescienza divina. Giunto quasi sul punto di

«cadere nel baratro» dell’identificazione di libertà e necessità76, ne era stato

93

ritratto dall’analisi di un concetto apparentemente molto distante, quello

dell’infinito matematico77. Leibniz si convinse allora che tanto le difficoltà

inerenti all’idea di continuo quanto quelle relative alla natura della libertà

derivassero, come da una fonte comune, dall’idea stessa di infinito78. Egli

aveva quindi distinto il necessario dal certo, le verità necessarie da quelle

contingenti: le prime riconducibili all’identità di soggetto e predicato, ri-

chiesta dai suoi principi logici, mediante un processo finito di analisi; mentre

le seconde implicavano un processo all’infinito. Libero e contingente si dirà

dunque tutto quanto può venire espresso mediante una proposizione che

non sia riducibile a proposizione identica per mezzo di una analisi finita79.

L’irriducibilità di una proposizione contingente a proposizione identica, ov-

vero al principio di contraddizione, deriva dal numero infinito di ragioni

che ne determinano l’inclusione del predicato nel soggetto. Ne consegue che

tutte le verità di fatto sono espresse da verità contingenti, per due motivi

distinti, ma correlati: perché l’universo, infinito in atto, si compone di un

numero infinito di creature e, inoltre, perché ogni creatura, in quanto so-

stanza individuale, è in relazione con tutte le altre e nella propria nozione

completa rappresenta l’universo stesso:

Sciendum igitur et omnes creaturas characterem quemdam impressum habere

divinas infinitatis, atque hunc esse multorum mirabilium fontem, quibus humana

mens in stuporem datur.

Nimirum nulla est portio materiae tam exigua, in quâ non sit quidam infini-

tarum numero creaturarum mundus, neque ulla est substantia individualis creata

tam imperfecta, quin in omnes alias agat, et ab omnibus aliis patiatur, et notione

sua completâ (qualis in divina mente est), complectatur totum universum, et quid-

quid est, fuit, eritve, neque ulla est veritas facti seu rerum individualium, quin ab

infinitarum rationum serie dependeat; cui seriei quidquid inest a Deo solo pervi-

deri potest80.

94

L’universo come infinito in atto, l’interconnessione reciproca come re-

lazione che ne connette le parti e, al tempo stesso, lo riproduce in ciascuna

di esse, sono temi che Leibniz sviluppa in maniera analoga in questo passo,

come nello scambio epistolare con Des Bosses, che si è esaminato. Nella

lettera del 7 novembre 1710 quegli stessi concetti richiamavano nella strut-

tura lessicale del discorso leibniziano l’antico termine greco περιχώρησις,

forse come il più adatto ad esprimerne sinteticamente la forte coesione teo-

rica. Non sorprende pertanto la presenza del vocabolario latino della pericwv-

rhsi~ anche nel paragrafo finale del De libertate. Leibniz, riepilogando le pro-

prie conclusioni circa il problema del rapporto tra necessità e contingenza,

terminava rinviando al passo sopra citato e ricordando ancora ima volta la

natura di infinito in atto, propria dell’universo, e la generale e mutua compe-

netrazione delle sue parti, «rerum mutua permeatio ac nexus»:

His autem probe consideratis, non puto difficultatem in hoc argumento nasci

posse, cujus non solutio ex dictis derivari queat. Admissâ enim hâc notione neces-

sitatis quam admittunt omnes, quod scilicet ea demum necessaria sint, quorum con-

trarium implicat contradictionem, facile apparet naturam demonstrationis atque

analysim consideranti ne dari posse, imo debere veritates quae nulla analysi ad ve-

ritates identicas vel contractionis principium reducuntur, sed infinitam rationum

seriem suppeditant uni Deo perspectam, atque eam esse naturam omnium quae

libera et contingentia appellantur. (Sed maxime eorum quae locum et tempus in-

volvunt) ex ipsâ infiníiate partium universi rerumque mutuâ permeatione ac nexu, satis

supra ostensum est81.

1.

È quanto risulta dalla consultazione del Greek-English Lexicon di H. G. Liddel

e R. Scott: sotto l’entrata περιχώρησις – che essi traducono ‘rotation’ – non si trova

che l’indicazione dei frammenti 12 e 13 di Anassagora (v. A Greek-English Lexicon compi-

led by H. G. Liddel and R. Scott. A new edition revised and augmented throughout by

Sir H. Stuart Jones, Oxford, Clarendon Press 1940). La numerazione dei frammenti di

Anassagora si riferisce naturalmente all’edizione di H. Diels, Die Fragmente der Vorso-

kratiker
, Griechisch und Deutsch, von Hermann Diels, fünfte Auflage herausgegeben von

Walter Kranz, Bd. 1-3, Berlin 1934-1937, Bd. 2, Berlin 1935, pp. 37-39.

2.
Il Liddel-Scott distingue, come significati principali di περιχωρέω, ‘go round’ e

‘rotate’; a quest’ultimo riporta quello più specifico di ‘to be transferred to’, ‘come to

in succession ‘.
3.
V. Aristofane, Aves, 958; Plutarco, Pompeius, 7 e Agesilaus, 39; Diogene Laer-

zio
, De Clarorum philosophorum vitis, 1, 44.
4.
V. Erodoto, 1, 210; Pausania, Descriptio Graeciae, 10, 2, 7. Cfr. Dione Cassio,

Historia Romana, 40, 49, 5.
5.
Vitarum Auctio, 14.
6.
Per il latino classico si sono consultati i seguenti dizionari: Forcellini, Furla-

netto
, Corradini, Perin, Lexicon Totius Latinitatis, tt. 1-6, Patavii 1940; Thesaurus Linguae

Latinae
, Leipzig 1900 e segg.; P. G. W. Glare, Oxford Latin Dictionary, Oxford 1982. Per

quanto riguarda invece il latino medievale, si sono tenuti presenti: Du Cange, Glossarium

Mediae et Infimae Latinitatis
, tt. 1-10, 1883-1887 (ed. anast. Graz 1954); R. E. Latham,

Revised Medieval Latin Word-List, London 1965; A. Blaise, Lexicon Latinitatis Medii Aevi,

Turnholti 1975; J. F. Niermeyer, Mediae Latinitatis Lexicon Minus, Leiden 1976. Inoltre

la dott.ssa Olga Weijers, attuale responsabile del Lexicon Latinitatis Nederlandicae Medii

Aevi
(Amstelodami [poi: Leiden] 1970 e segg.), finora giunto alla lettera ‘C’, ha avuto la

cortesia di comunicarmi che negli schedari del dizionario che dirige non figurano testi-

monianze concernenti ‘immeatio’. Analoga risposta ho ricevuto anche dal professor

Paul Tombeur, direttore del CETEDOC di Louvain-la-Neuve (Belgio). Desidero rin-

graziare ambedue per avermi gentilmente fornito queste informazioni.
7.
V. Thesaurus Lingue Latinae, cit.; Lexicon Totius Latinitatis, cit.; Mediae Latinitatis

Lexicon Minus
, cit., voce ‘immeabilis’.
8.
V. Dissertatio de arte combinatoria, Lipsiae 1666, in G. W. Leibniz, Sämtliche Schriften

und Briefe
herausgegeben von der Preussischen [oggi: Deutschen] Akademie der Wissen-

schaften zu Berlin, Darmstadt 1923 e segg., sechste Reihe, Bd. 1, pp. 192-201. D’ora in

avanti ci si riferirà a questa edizione con l’abbreviazione Ak, seguita dall’indicazione in

numeri romani della serie e del volume e da quella delle pagine in numeri arabi. Nelle

successive citazioni di passi tratti dalla Dissertatio inoltre si farà seguire, per comodità

di consultazione, il riferimento all’edizione Gerhardt (Die philosophischen Schriften von G.

W. Leibniz
herausgegeben von C. I. Gerhardt, Bd. 1-7, Berlin 1875-1890 = GPh). Anche

in questo caso il numero romano indicherà il volume, mentre quello arabo indicherà la

pagina.
9.
Ak, VI, i, 199 (GPh, IV, 69).
10.
Ibidem: «Admonendum denique est, totam hanc artem complicatoriam directam

esse ad theoremata, seu propositiones quæ sunt alternæ veritatis, seu non arbitrio Dei

sed sua natura constant. Omnes vero propositiones singulares quasi historicæ, v. g. Augus-

tus fuit Romanorum imperator, aut observationes, id est propositiones universales, sed

quarum Veritas non in essentia, sed existentia fundata est; quæque veræ sunt quasi casu,

id est Dei arbitrio, v. g. omnes homines adulti in Europa habent cognitionem Dei. Talium

non datur demonstratio sed inductio. Nisi quod interdum observatio per observationem

interventu Theorematis demonstrari potest».
11.
Sulla tradizione mnemotecnica e le sue connessioni con il lullismo v. Paolo Rossi,

Clavis universalis. Arti mnemoniche e logica combinatoria da Lullo a Leibniz, Milano-Napoli

1960; Frances A. Yates, The Art of Memory, London 1966 (trad. it. L’arte della memoria,

Torino 1972).
12.
Ak, VI, i, 199 (GPh, IV, 69-70): «At tales observationes pertinent omnes propo-

sitiones particulares, quæ non sunt conversæ vel subalternæ universalis. Hinc igitur ma-

nifestum est, quo sensu dicatur singularium non esse demonstrationem, et cur profundis-

simus Aristoteles locos argumentorum posuerit in Topicis, ubi et propositiones sunt con-

tingentes, et argumenta probabilia, Demonstrationum autem unus locus est: definitio.

Verum cum de re dicenda sunt ea quæ non ex ipsius visceribus desumuntur, v. g. Christum

natum esse Bethleemi, nemo huc definitionibus deveniet: sed historia materiam, loci re-

miniscentiam suppeditabunt. Hæc jam locorum Topicorum origo, et in singulis maxi-

marum, quibus omnibus qui sint fontes, ostenderemus itidem, nisi timeremus ne in pro-

gressu sermonis cupiditate declarandi omnia abriperemur».
13.
  • Ibidem (GPh, IV, 70). In questo, come in tutti i passi che saranno citati, lo spaziato

    è mio.
  • 14.
  • Il Phosphorus catholicus seu artis meditandi epitome apparve nel 1657 in appendice, ma

    con numerazione delle pagine separate (pp. 1-32), agli Elementa logica; chiudeva il volume

    il Consilium de studiis feliciter instituendis: Johannis Henrici Bisterfeldii Elementorum lo-

    gicorum Libri tres
    ... Accedit, Ejusdem Authoris, Phosphorus catholicus, seu artis meditandi

    epitome
    . Cui subjunctum est, Consilium de studiis feliciter instituendis, Lugduni Batavorum

    1657.
  • 15.
  • V. Massimo Mugnai, Der Begriff der Harmonie als metaphysische Grundlage der Lo-

    gik und Kombinatorik bei Johann Heinrich Bisterfeld und Leibniz
    , in «Studia Leibnitiana»,

    1973, 1, pp. 43-73. Il saggio di Mugnai illustra con ampia documentazione l’influenza che

    diversi temi del pensiero di Bisterfeld esercitarono sulla filosofia di Leibniz, soprattutto

    negli anni della sua formazione. Non si può però condividere l’identificazione proposta

    dall’autore tra il concetto bisterfeldiano di harmonia e quello di immeatio. Sebbene forte-

    mente correlate, harmonia e immeatio non cessano di appartenere a campi semantici e con-

    cettuali distinti.
  • 16.
  • V. Phosphorus catholicus, pp, 3, 20, 22-23.
  • 17.
    II volume, custodito presso il Leibniz-Archiv della Niedersächsische Landesbi-

    bliothek di Hannover, comprende, oltre ai citati Elementa logica, l’importante Philosophiae

    primae seminarium
    (Joh. Henrici Bisterfeldii ... Philosophiae primae seminarium ... editum

    ab Adriano Heereboord, qui Dissertationem praemisit de philosophia prima existentia et

    usu, Lugduni Batavorum 1657). Numerose e spesso assai interessanti le note marginali di

    Leibniz, che sono state pubblicate in Ak, VI, i, 151-161.
    18.
    Bisterfieldus redivivus, seu operum Joh. H. Bisterfieldi... tomus primus-secundus, Hagae

    Comitum 1661. La raccolta contiene quindici testi bisterfeldiani di varia entità e impor-

    tanza; fra i più rilevanti sicuramente la Logica (t. II, pp. 1-451). Per una analisi complessiva

    del Bisterfieldus redivivus, ma in particolare sul tema dell’alfabeto filosofico, v. Paolo Rossi,

    Clavis universalis, cit., pp. 197-200.
    19.
    Philosophiae primae seminarium, cit., pp. 52-53: «Attributa entis unita, sunt, quorum

    singula omni enti conveniunt. Ea sunt, vel prima, vel non prima; seu priora, vel poste-

    riora. Prima sunt, quae ab ipsis entis principiis per se, non per alia attributa, sunt,

    seu emanant. Ea vulgo recensentur tria, Unitas, Veritas, Bonitas». Ivi, pp. 53-54: «Sub

    unitate comprehenduntur multae notiones generales, eaeque utilissimae; in primis, Possi-

    bilitas, [...] immeatio».
    20.
    Ivi, p. 56.
    21.

    Ivi, p. 80.

    22.
    Elementa logica, cit., p. 4.
    23.
    Ivi, pp. 4-5: «Argumentum consideratur in genere et specie. In genere videndae

    sunt ejus affectiones et usus. Affectiones sunt, relatio, nexus et immeatio».
    24.
    Ivi, p. 5.
    25.
    Ivi, pp. 5-6: «Nexus est relationis gradus. Estque vel necessarius, vel contingens.

    [...] Necessario disjunguntur, quorum unum non potest esse cum altero, ut Homo non po-

    test esse brutum: Contingenter disjunguntur: quae ita disjunguntur ut possint conjungi,

    ut homo et sapientia. Doctrina Logica de necessariis, Peripateticis dicitur analytica, de con-

    tingentibus, Topica».
    26.
    Ivi, p. 6.
    27.

    Ivi, pp. 6-7: «[Immeatio] Realis, est mutua rerum in natura occurrentium unio

    et communio: quae se maxime exerit in rebus sublimioribus, puta divinis ac spirituali-

    bus, [...]. Immeatio mentalis est, mutua cogitationum humanarum unio ac com-

    munio; qua modo prorsus admirabili mutuoque quodam illapsu se mutuo explicant, pro-

    bant ac amplificant et multiplicant, unde necessario resultat Immeatio artium et notio-

    num secundarum, maxime logicarum». Poco oltre l’autore aggiungeva: «Usus i m m e a -

    t i o n i s est infinitus, idque tam in genesi quam in analysi. Cum nam notiones logicae

    debeant repraesentare rerum habitudines: hae vero tam mirifice inter se sint compositae

    ac complicatae, ut uno simplici termino Logico exsi (sic) hauriri nequeant, aut rerum na-

    tura ignoranda, aut praesentissimum immeationis auxilium adhibendum est».

    Nell’esemplare custodito presso il Leibniz-Archiv la prima occorrenza del termine ‘im-

    meatio’ presenta una doppia sottolineatura di mano di Leibniz. La distinzione tra immeatio

    realis
    e immeatio mentalis sarà ripresa da Bisterfeld anche nella Logica: «Immeatio est

    realis vel mentalis, generalis vel specialis. Immeatio realis est rerum in natura intima

    unio, indeque proficiscens, ineffabilis communio, haec est basis et norma mentalis. Im-

    meatio mentalis ineffabilis est inexplicabilis cogitationum penetratio, qua unus con-

    ceptus alterum parit, nutrit, ac auget; quam qui intelligit, nae sibi jure gratulari potest!

    Hinc oritur inexausta verborum immeatio ac copia» (op. cit., p. 18).

    28.

    Elementa logica, cit., p. 6. Cfr. Logica, cit., pp. 17-18: «Infinita est instrumentorum

    Logicorum immeatio. Immeatio est quidam profundissimus terminus, sed a paucis, quod

    sciam, authoribus usurpatus aut explicatus, soli ferme Theologi de personarum Divina-

    rum ἐμπεριχωρήσει, immeatione, pie disserunt. Nos igitur vocem utilissimam,

    sed satis intricatam aliquantulum extricare conabimur. Immeatio aliquando pro

    intima rerum unione: aliquando pro intima unitorum habitudine ac respectu sumitur:

    haec enim habitudo est intimae unionis proles». Sul concetto teologico di περιχώρησις

    v. Dictionnaire de Théologie Catholique, voll. 1-15, Paris 1930-1950, voce ‘circuminsession’

    (come sinonimi del termine in entrata sono elencati: circumincession, circumsession, circum-

    permeatio
    , permeatio, ἐμπεριχώρησις, περιχώρησις, ἐνύπαρξις); Lexicon für Theologie und Kir-

    che
    , herausgegeben von J. Höfer un Κ. Rahner, Bd. 1-11, Freiburg 1957-1967, voce ‘Pe-

    richorese’.

    29.
    Logica, cit., p. 18: «Immeatio specialis est quae certis rebus competit. Sic

    prima, omnique admiratione dignissima est Sacrosanta divinarum Personarum immea-

    tio, quae est fons omnis creatae convenientiae et differentiae, qua et cum Creatore et

    cum seipsis concordans ».
    30.
    Philosophiae primae seminarium, cit., p. 185: «Plane mirifica, est, relationum, tum

    varietas, tum societas. Varietas plane est ineffabilis et incomprehensibilis. Vulgo dicitur,

    relationes esse debilissimae entitatis; quod cum grano salis est accipiendum. Rectius dice-

    retur, quod sint frequentissimae et efficacissimae entitatis. Omnia quippe argumenta con-

    sentanea, exprimunt relationes convenientiae, dissentanea, disconvenientiae: et universa

    Logica, nihil est aliud, quam relationum speculum». Sul suo esemplare Leibniz segnò

    con un tratto di penna verticale la seconda parte del passo; si distingue chiaramente la

    dicitura ‘NB’.
    31.
    Ivi, pp. 185-186.
    32.
    Joh. Micraelii, Lexicon philosophicum, Stetini 1657 (ed. anastatica Düsseldorf

    1966), p. 987.
    33.
    Ivi, p. 276.
    34.
    Johann Heinrich Sedler, Grosses vollständiges Universal-Lexicon, aller Wissenschaf-

    ten und Künste
    , Bd. 1-64, Leipzig und Halle 1732-1750, Bd. 27 (1741), p. 510.
    35.
    Un’ampia documentazione dell’uso sia di περιχωρέω sia di περιχώρησις nelle opere

    dei Padri greci è desumibile da A Patristic Greek Lexicon, edited by G. W. H. Lampe,

    Clarendon Press, Oxford 1961 (si è però consultata la quarta edizione, Oxford 1976).

    Si vedano inoltre: L. Prestige, Περιχωρέω and περιχώρησις in the Fathers, in «The Journal

    of Theological Studies», XXIX (1928), pp. 242-252; J. Stead, Perichoresis in the Christo-

    logical Chapters of the De Trinitate of Pseudo-Cyril of Alexandria
    , in «Dominican Studies»,

    VI (1953), pp. 12-20. Per quanto concerne in particolare la storia del termine ‘circumin-

    cessio’ v. August Deneffe, Perichoresis, circumincessio, circuminsessio. Eine terminologische

    Untersuchung
    , in «Zeitschrift für katholische Theologie», XLVII (1923), pp. 497-532.
    36.
    V. Α. Deneffe, Perichoresis, cit., pp. 510-511; cfr. A. Blaise, Lexicon Latinitatis

    Medii Aevi
    , cit., voce ‘circumincessio’, p. 181a.
    37.
    Gregorio di Nazianzio, Epistola 101: «ὥσπερ καὶ τὸ διὰ Χριστοῦ γεγονέναι

    τὰ πάντα, καὶ κατοικεῖν Χριστὸν ἐν ταῖς καρδίαις ὑμῶν, οὐ κατὰ τὸ φαινόμενον τοῦ θεοῦ, ἀλλὰ

    κατὰ τὸ νοούμενον κιρναμένον ὥσπερ τῶν φύσεων, οὕτω δὴ καὶ τῶν κλήσεων, καὶ περιχω-

    ρουσῶν εἰς ἀλλήλας τῷ λόγῳ τῆς συμφυΐας» («quemadmodum et illud, Per Christum omnia

    facta esse, et Christum in cordibus vestris habitare, non secundum id Dei quod oculis cernitur,

    sed secundum id quod intellectu percipitur, commixtis videlicet, ut naturis, ita etiam nomi-

    nibus, atque ob arctissimam conjunctionem inter se vicissim commeantibus»); si citano

    i testi dall’edizione Migne (Patrologiae cursus completus ... Series Graeca ... accurante J.-P.

    Migne
    , voll. 1-162, Parisiis-Turnholti 1857-1904, vol. 37, p. 181, C). In seguito questa

    edizione sarà indicata dalla sigla MG, seguita dall’indicazione del volume e della pagina.

    L’edizione Migne riporta per i testi di Gregorio la traduzione latina di J. de Billy (1569).

    È interessante notare come la ΣΥΝΑΓΩΓΗ del grammatico alessandrino Esichio (V se-

    colo d. C.) indicasse, quale significato di περιχωρέω, συμμίσγεμαι (‘mi unisco’, ‘sono

    unito’, ‘sono mescolato’. V. ΗΣΥΧΙΟΥ ΓΡΑΜΜΑΤΙΚΟΥ ΑΛΕΞΑΝΔΡΙΝΟΥ ΣΥΝΑ-

    ΓΩΓΗ ΠΑΣΩΝ ΛΕΞΕΩΝ ΚΑΤΑ ΣΤΟΚΕΙΟΝ, ΕΚ ΤΩΝ ΑΡΙΣΤΑΡΧΟΥ, ΚΑΙ ΑΠΙΩ-

    ΝΟΣ, ΚΑΙ ΗΛΙΟΔΩΡΟΥ, entrata ‘περιχωρεῖ'’. Si è consultato il lessico di Esichio nel-

    l’edizione settecentesca curata da Joannes Alberti, ΗΣΥΧΙΟΥ ΛΕΞΙΚΟΝ, Hesychii

    Lexicon
    , tt. 1-2, Lugduni Batavorum 1746.
    38.
    Gregorio di Nazianzio, Oratio XVIII, 42 (MG, 35,1041 A) : «ζωὴ γοῦν καὶ θάνα-

    τος, ταῦθ' ἅπερ λέγεται, πλεῖστον ἀλλήλων διαφέρειν δοκοῦντα, εἰς ἄλληλα περιχωρεῖ πως

    καὶ ἀντικαθίσταται» («Vita quippe et mors, quod dicitur, tametsi plurimum inter se dis-

    sidere videantur, inter se tamen quodammodo i m m e a n t, atque altera in alterius lo-

    cum subit»).
    39.
    Oratio XXII, 4 (MG, 35, 1136 Β): «καὶ πλησμονὴ πάντων, οὐ τῶν ἀλγεινῶν μόνον,

    ἀλλ' ἤδη καὶ τῶν ἡδίστων, καὶ πάντα εἰς ἄλληλα περιχωρεῖ τε καὶ περιτρέπεται («omnium-

    que non modo molestarum sed etiam jucundissimarum rerum saturitas et fastidium tandem

    oboriatur, cunctaque inter se vicissim immeent, et convertantur»).
    40.
    Massimo il Confessore, Scholia in Librum de divinis nominibus, 5, 8 (MG, 4, 328 A).

    La traduzione latina è quella del gesuita P. Lansell (1615).
    41.
    Disputatio cum Pyrrho, MG, 91, 337 C: «καὶ ἐπὶ τοῦ κατὰ προφορὰν δὲ λόγου ὡσαύ-

    τως, καὶ τὴν ἐγκειμένην τῷ λόγῳ ὁρῶμεν ἔννοιαν, καὶ τὸν ὑποκείμενον τᾖ ἐννοίᾳ λόγον, καὶ

    τὴν αὐτῶν δι’ ὅλου εἰς ἀλληλα περιχώρησιν· καὶ οὔτε τῇ διαφορᾷ αὐτῶν τὸδιάφορον τῶν προ-

    σώπων συνεισάγεται, οὔτε τῇ ἄκρᾳ ἑνώσει τὸ συγκεχυμένον» (« Simili quoque ratione in ser-

    mone qui ore profertur, videmus tum sensum qui sermoni inest, tum sensui subjectum

    sermonem, eorumque inter se ex toto circumimmeationem: ac neque cum

    horum distinctione, personarum distinctio infertur, nec cum summa unione confusio»).

    La traduzione latina è di F. Combefis (1674). La spaziatura è mia.
    42.
    Un’opinione diversa esprime H. A. Wolfson, nel suo The Philosophy of the Church

    Fathers
    (Cambridge (Mass.), Harvard University Press 1956, pp. 418-428). Riportando il

    concetto patristico di περιχώρησις a quello stoico di ἀντιπαρέκτασις, Wolfson identifica

    il significato di περιχώρησις senz’altro con quello di mutua e completa penetrazione e, in

    base a tale interpretazione del termine, commenta il passo sopra citato dell’Epistola 101

    di Gregorio di Nazianzio. Pur senza entrare nel merito della questione concernente un

    eventuale influsso di temi stoici nella storia dell’evoluzione semantica di περιχώρησις, oc-

    corre però rilevare come tale interpretazione porrebbe inevitabilmente in contrasto l’uso

    di περιχωρέω presente nell’Epistola 101 con quello attestato nelle Orationes XVIII e XXII.

    In queste ultime la relazione di περιχώρησις, ponendo in rapporto termini antitetici (ζωή-

    θάνατος; ἀλγεινά-ἥδιστα), non può infatti essere intesa quale reciproca e totale compene-

    trazione fra i termini correlati. Cfr. L. Prestige, God in Patristic Thought, London 1956,

    pp. 291-300.
    43.
    V. De fide orthodoxa, 1, 8 (MG, 94, 829 A); 1, 14 (MG, 94, 860 B); 3, 5 (MG,

    94, 1000 B); 4, 18 (MG, 94, 1181 Β). De recta sententia, 1 (MG, 94, 1424 A); Contra Jaco-

    bitas
    , 78 (MG, 94, 1476 Β); De natura composita contra Acephalos, 4 (MG, 95, 118 D).
    44.
    Su questo aspetto della concezione trinitaria del Damasceno ha particolarmente

    insistito Th. De Ré́gnon, nel suo Études de théologie positive sur la Sainte Trinité, Paris 1892,

    chap. IV, De la circuminsession, pp. 409-427.
    45.
    V. A. Deneffe, Perichoresis, cit., pp. 511-516 e 520-522.
    46.
    Questa etimologia è ancora attestata dal Grande Dizionario della Lingua Italiana,

    diretto da S. Battaglia (Torino 1961 e segg.), dove alla voce ‘circuminsessione’ si legge:

    «Voce dotta, lat. mediev. circuminsessio, -onis, comp. da circum ‘intorno’ e dal tema di in-

    sidere
    ‘sedere sopra’» (vol. III, Torino 1964).
    47.
    Si è consultata l’opera di D. Petau nell’edizione ottocentesca curata da J.-B. Four-

    nials: Dogmata theologica Dionysii Petavii ... Editio nova ... curante J.-B. Fournials, tt. 1-8,

    Parisiis 1865-1867. Il capitolo sulla περιχώρησις (De Trinitate, l. IV, c. 16) è intitolato:

    «De περιχωρήσει, quam circuminsessionem vocant» (ivi, t. 3, pp. 76-87). Questo il lusin-

    ghiero giudizio espresso da P. Bayle a proposito di Petau: «Il regenta le Rhéthorique dans

    leur [des Jesuites] College de Paris, et puis la Theologie avec une capacité extraordinaire.

    Ce fut l’un des plus savans personnages de l’Europe» (Dictionnaire historique et critique,

    edizione Amsterdam 1734, vol. IV, pp. 612-613).
    48.
    D. Petau, Dogmata theologica, cit., t. 3, p. 78 A.
    49.
    Ibidem.
    50.
    Ivi, p. 78 B.
    51.
    Sia l’uso classico sia quello patristico di περιχωρέω e di περιχώρησις erano infatti

    documentati già dal Lexicon sive dictionarium graecolatinum G. Budaei, I. Tausanii, R. Con-

    stantini
    , pubblicato in due tomi, senza indicazione di luogo, nel 1562 apud Joannem Cris-

    pinum
    (v. t. II, p. 1425). Ad esso si rifaceva quindi il Thesaurus graecae linguae di Henry

    Estienne (Henricus Stephanus), il quale registrava a proposito di περιχώρησις tanto l’ori-

    ginario significato di ‘movimento circolare’, quanto quello teologico di ‘unione’, non

    senza rilevare la difficoltà di una spiegazione che rendesse ragione del passaggio dal primo

    al secondo significato del termine: «Περιχώρησις, εως, ἡ, Reditus per circuitum, ut si di-

    catur esse περιχώρησις mortis et vitae: sequendo locum quem attuli ex Greg. Naz. in Πε-

    ριχωρῶ. At sequendo eam huius verbi signif. cui primus locus datus est, περιχώρησις δυ-

    ναστείας s. ἀρχῆς diceretur, quum alicui tandem cedit, s. quum ad aliquem devenit Impe-

    rium // Unio, ἕνωσις, Bud., qui affert haec ex Damasceno, loquente de Trinitate: Ἁδιά-

    στατοι γὰρ αἱ ὑποστσεις καὶ ἀνεκφοίτητοι ἀλλήλων εἰσίν, ἀσυγχύτως ἔχουσαι τὴν ἐν ἀλ-

    λήλαις περιχώρησιν. Sed videndum an non alia interpr. minus libera invenire possit»

    (ΘΗΣΑΥΡΟΣ ΤΗΣ ἙΛΛΗΝΙΚΗΣ ΓΛΩΣΣΗΣ. Thesaurus graecae linguae ab Henrico

    Stephano
    constructus, voll. 1-8, (s. i. l.) anno 1572, voce ‘περιχώρησις’. Si è però con-

    sultata l’edizione Parisiis 1831-1865, voll. 1-8, che riporta la voce citata al vol. 6, pp. 985-

    986). Cfr. ivi, voce ‘περιχωρῶ’ (vol. VI, p. 985): «[...] Idem περιχωρεῖν reddit, Circuitu

    redire: afferens ex Greg. Naz., de morte et vita: Εἰς ἄλληλα περιχωρεῖ πως καὶ ἀντικα-

    θίσταται».
    52.

    Sull’importanza della tradizione della «fisica mosaica» nell’ambiente culturale degli

    enciclopedisti di Herborn v. l’Introduzione di Marta Fattori al volume Opere di Comenio,

    Torino 1974, pp. 32-34. Si noti che sia Valles sia Danaeus erano noti anche al giovane

    Leibniz. Il primo è citato infatti nello Specimen quaestionum philosophicarum ex jure collectarum

    (1664), Ak, VI, i, 92; mentre una menzione del secondo si trova nella Nova methodus dis-

    cendae docendaeque Jurisprudentiae
    (1667), Ak, VI, i, 319.

    53.
    Tale processo fu probabilmente favorito dalla concezione agostiniana dell’anima,

    intesa come rappresentazione della trinità. L’analogia del rapporto tra l’anima e le sue fa-

    coltà con quello sussistente tra l’unità dell’essenza e la triplicità delle persone divine con-

    sentiva infatti di concepire in termini di περιχώρησις o di circumincessio anche la relazione

    fra le tre facoltà dell’anima. V. Alberto Magno, Summa theologiae. In II P., Tract. XII,

    quaest. 71 (Alberti Magni, Opera omnia, cura ac labore A. Borgnet, voll. 1-38, Parisiis

    1890-1899, vol. 33, Parisiis 1895, pp. 31-32): «Et his duobus modis solis secundum Augus-

    tinum in libro XV de Trinitate, circumincedunt se potentiae, ut unaquaeque alias con-

    tineat: quia quidquid meminit et intellegit de Deo et de seipsa, hoc est, de vero et bono

    quod Deus est, et de vero et bono quod ipsa est, hoc totum diligit: et quidquid diligit

    de se vel de Deo, hoc meminit et intelligit. [...] Quaerunt enim, In quo anima est reprae-

    sentativa Trinitate? Hoc enim patet, quod in memoria, intelligentia, et voluntate, et ordine

    naturae quo altera est ex altera inter eas, et circumincessionem earum qua una est tota

    in altera respectu veri et boni quod Deus est, et respectu veri et boni quod anima est, si-

    cut una quaelibet personarum tota est in Trinitate, tota est in altera per identitatem essen-

    tiae. Et si objicitur per Glossam super illud Ecclesiastici, XVII, 1: Secundum imaginem suam

    fecit illum
    ; quae dicit quod homo in hoc ad imaginem Dei factus est, quod imitatur tres

    personas in unitate essentiae per tres potentias in unitate substantiae animae: quia, sicut

    ex memoria et intelligentia voluntas sive amor, ita ex Patre Filius, et ex utroque Spi-

    ritus sanctus, cum hoc dictum sit per Augustinum, quod ex memoria est intelligentia,

    et ex utroque voluntas». Due secoli più tardi l’umanista olandese Johann Wessel Gansfort

    parlerà di «intrinseca conceptuum nostrorum circuminsessio et illapsus mutuus» (v.

    J. W. Fuchs, O. Weijers, Lexicon Latinitatis Nederlandicae, cit., voce ‘circumincessio’).
    54.
    Dal punto di vista teologico a rigore si poteva parlare di circumincessio perfecta solo

    con riferimento a Dio. Si veda, per citare un diffuso lessico teologico del primo Seicento,

    J. Altenstaig, J. Titz, Lexicon theologicum, Coloniae Agrippinae 1619 (ed. anast. Hilde-

    sheim-New York 1974), p. 141, voce ‘circumincessio’: «Circumincessio. De qua vide

    in dictione Inexistentia, est, ut scribit sanctus Bona[ventura] d. 19, q. 4, l. 1, qua dicitur

    quod unus est in alio, et econverso. [...] Et hoc, ut ait Bona[ventura] proprie et perfecte

    in solo Deo est, quia circumincessio in essendo ponit distinctionem similem et unitatem.

    Et quoniam in solo Deo est unitas cum distinctione, ita quod distinctio est inconfusa et

    unitas indistincta: hinc est quod in solo Deo est circumincessio perfecta».
    55.
    La conoscenza dei Theologica dogmata risale agli anni della giovinezza di Leibniz,

    che, anche in seguito, dimostrò sempre di nutrire una grande ammirazione per l’opera di

    Petavius. V. Nova Methodus, cit., Ak, VI, i, 319; De Ratione perficiendi et emendandi ency-

    clopaediam Alstedii
    , ivi, VI, ii, 396; Marii Nizolii De veris principiis et vera ratione philo-

    sophandi contra pseudophilosophos
    libri IV, Dissertatio praeliminaris, ivi, VI, ii, 402 e 423; L.

    Dutens
    , Gothofredi Guilielmi Leibnitii ... Opera omnia, Genevae 1768, vol. V, p. 570; Leib-

    niz a Des Bosses
    , 2 luglio 1710, GPh, II, 407; Essais de theodicée, Discours préliminaire, § 6,

    ivi, VI, 53. Probabilmente agli anni 1691-1695 appartengono infine le note di lettura dei

    Theologica dogmata, pubblicate da G. Grua in G. W. Leibniz, Textes inédits, tt. I-II, P.U.F.,

    Paris 1948, t. I, pp. 332-338.
    56.
    G. W. Leibniz, Textes inédits, cit., t. II, p. 797.
    57.
    L’opera di G. Burnet era stata pubblicata a Londra nel 1699. Sulla vicenda della

    progettata traduzione si veda la nota che G. Grua dedica all’argomento, ivi, p. 453.
    58.
    Ivi, p. 475.
    59.
    Causa Dei per justitiam ejus, cum caeteris ejus perfectionibus, cunctisque actionibus conci-

    liatam
    , Amstelodami 1710, in GPh, VI, 437-462.
    60.

    GPh, III, 34-35. Tuttavia nella redazione definitiva della Causa Dei l’accenno alla

    περιχώρησις non sarà più presente.

    Ancora un interessante esempio della presenza del concetto di περιχώρησις rerum negli

    scritti della maturità di Leibniz si trova nelle Animadversiones circa assertiones aliquas Theo-

    riae Medicae verae
    , che il filosofo compose, probabilmente nel 1708, in polemica con la Theoria

    medicinae verae
    , pubblicata da G. E. Stahl in quello stesso anno (Halae 1708): «Causis in-

    ternis eventuum corporeorum, materiae scilicet et formae, seu massae et entelechiae, ac-

    cedunt causae externae, nempe efficientes et finales. Et quidem causas efficientes conce-

    dunt philosophi omnes: sed finales negant Epicuraei, et horum sequaces; qui putant,

    inter innumeras alias combinationes materiae quasdam casu contigisse caeteris commo-

    diores, atque ita animalia esse orta; et oculos non structos esse visus gratia, sed videre

    animal, quia evenit, ut oculi apte structi essent. Verum enim vero, haec sententia, ex al-

    tioribus quibusdam principiis de rerum ortu et περιχωρήσει, demonstrative refutatur»

    (G. G. Leibnitii Opera omnia, studio Ludovici Dutens, Genevae 1768, vol. II, pars se-

    cunda
    , p. 132). Il punto nodale delle obiezioni di Leibniz a Stahl, come della controversia

    che ne sarebbe seguita, era costituito dal problema del rapporto tra anima e corpo. Nelle

    Animadversiones inoltre l’autore del sistema dell’armonia prestabilita insisteva particolar-

    mente sulla necessità teorica di reintrodurre in filosofia le cause finali e, insieme, di con-

    cepirne il ruolo rispetto alle cause efficienti in termini di parallelismo, un parallelismo in

    tutto analogo a quello sussistente tra principio materiale e principio formale, tra corpo

    e anima (vedi ivi, p. 133). Le Animadversiones, unitamente ai successivi testi della polemica

    tra Leibniz e Stahl, furono pubblicati per la prima volta dallo stesso Stahl nel suo Ne-

    gotium otiosum, seu
    Σχιαμαχία, Halae 1720.

    61.
    V. Vittorio Mathieu, Leibniz e Des Bosses, 1704-1714, Torino 1960, che resta lo

    studio più completo ed esauriente su questo epistolario.
    62.
    In un recente articolo sul carteggio inedito tra Leibniz e J. Lenfant, Giuseppe

    Tognon ha richiamato l’attenzione su questa lettera e, in special modo, sull’evocazione

    leibniziana del concetto di περιχώρησις (G. Tognon, G. W. Leibniz: Dinamica e Teologia.

    Il carteggio inedito con Jacques Lenfant
    [1693], in «Giornale Critico della Filosofia Italiana»,

    LXI (LXIII), fasc. III, settembre-dicembre 1982, pp. 278-329). L’autore ricorda la ma-

    trice patristica del concetto e segnala la presenza negli archivi di Hannover di un interes-

    sante carteggio inedito (1700-1702) intercorso tra Leibniz e il domenicano Michel Lequien,

    che in quegli anni curava l’edizione delle opere di Giovanni Damasceno.
    63.
    GPh, II, 402.
    64.
    È questo l’unico accenno alla precedente lettera di Des Bosses: «Gaudeo quod

    tibi non displicent quae Patri Lamio Benedectino responsui», ivi, 404.
    65.
    Scriveva Des Bosses il 14 giugno: «Memini in alterutro epistolio meo postremo

    Tuam de quodam Harmoniae praestabilitae consectario quaesivisse sententiam, de quo

    quid Tibi videbatur, gratum erit intelligere», ivi, 406. Leibniz risponde: «Non memini

    quale sit Harmoniae praestabilitae corollarium, de quo meam sententiam quaesisse dicis»,

    ivi, 407.
    66.
    Ivi, 408.
    67.
    Ivi, 409: «Objectionem, quam nuperrimae Tuae contra Harmoniam praestabili-

    tam continent, in prioribus non observaveram; nam alioqui respondissem statim, cum ex

    earum sit numero, quibus maxime delector, quod rei uberius illustrandae occasionem prae-

    bent. Id ipsum nempe quod Mundus, materia, mens, a finita mente perfecte comprehendi

    non debent, inter cetera argumenta mea est, quibus probo, materiam non ex atomis com-

    poni, sed actu subdividi in infinitum, ita ut in qualibet materiae particula sit mundus qui-

    dam infinitarum numero creaturarum. Si vero Mundus esset Aggregatum Atomorum,

    posset accurate pernosci a mente finita satis nobili».
    68.
    Ibidem.
    69.
    Des Bosses a Leibniz, 11 ottobre 1710: «Quod ad objectionem nuperam respondes,

    mihi non penitus improvisum accidit et perplacet. At vereor extiturum aliquem, qui Tuis

    ingratiis copulet illa duo principia, et Harmoniam praestitutam a te mutuetur, cum aliis

    vero sat multis incomprehensibilitatis attributum soli Deo tribuentibus creaturam quam-

    libet corpoream ab alia creata mente satis nobili comprehendi, et penitus pernosci posse

    contendat. Sed vitio tibi dandum non est, neque novum, ex opinionum quae seorsim spec-

    tatae probabilitatem habent conjunctione monstra nasci. Praeterea, quid si dicat aliquis

    infinitatem creaturae nihil obstare quominus a creata mente, quae et ipsa infinita sit, com-

    prehendi queat», ivi, p. 411.
    70.
    Ivi, p. 412.
    71.
    Ibidem.
    72.
    Un accenno in questo senso si trova anche in Christiane Fremont, L’Être et la

    relation
    , Paris, Vrin 1981, p. 153. Il volume consta di una prima parte monografica (L’Être

    et la relation
    , pp. 13-69), cui segue una scelta di 35 lettere di Leibniz a Des Bosses, tradotte

    in francese sulla base dell’edizione Gerhardt e annotate dall’autrice (Lettres de Leibniz au

    R. P. Des Bosses
    , pp. 70-209). Quantunque l’autrice abbia avuto cura di accogliere nella

    propria bibliografia solo testi in lingua francese, è nondimeno sorprendente il fatto che

    non si sia consultata la monografia di V. Mathieu dedicata a quel carteggio.
    73.
    Cfr. Nouveaux essais sur l’entendement humain, II, 26 (Ak, VI, vi, 228): «Autrement

    il n’y a point de terme si absolû ou si detaché, qu’il n’enferme des relations, et dont la

    parfaite analyse ne mene à d’autres choses et même à toutes les autres ; de sorte qu’on peut

    dire, que les termes relatifs marquent expressement le rapport, qu’ils contiennent. J’oppose

    ici l’absolû au relatif, et c’est dans un autre sens, que je l’ai opposé ci-dessus au borné».
    74.
    Leibniz a Des Bosses, 4 agosto 1710; Gph, II, 409. V. nota 67.
    75.
    V. Nouvelles lettres et opuscules inédits de Leibniz, précédés d’une introduction par A.

    Foucher de Careil
    , Paris 1857, pp. 178-185.
    76.
    Ivi, p. 178.
    77.
    Ivi, pp. 179-180: «Tandem nova quaedam atque inexpectata lux oborta est unde

    minime sperabam: ex considerationibus scilicet mathematicis de natura infiniti».
    78.
    Ivi, p. 180: «Duo sunt nimirum labyrinthi humanae mentis, unus circa composi-

    tionem continui, alter circa naturam libertatis, et ex eodem infiniti fonte oriuntur».
    79.
    V. ivi, pp. 181-182: «Nimirum necessaria propositio est cujus contrarius implicat

    contradictionem, qualis est omnis identica aut derivativa in identicas resolubilis; et tales

    sunt veritates quae dicuntur metaphysicae vel geometricae necessitatis. [...] Sed in veri-

    tatibus contingentibus, etsi praedicatum insit subjecto, nunquam tamen de eo potest de-

    monstrari, neque unquam ad aequationem seu identitatem revocari potest propositio,

    sed resolutio procedit in infinitum, Deo solo vidente non quidem finem resolutionis qui

    nullus est, sed tamen connexionem terminorum sic involutionem praedicati in subjecto,

    quia ipse videt quidquid seriei inest».
    80.
    Ivi, pp. 180-181.
    81.
    Ivi, p. 185; il corsivo è mio.


    Antonio Lamarra . :

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