DIOGENE LAERZIO E IL PIRRONISMO
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Jonathan Barnes
DIOGENE LAERZIO E IL PIRRONISMO

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I

Diogene Laerzio dà un resoconto dello scetticismo greco1 nella

Vita di Pirrone (IX 61-108) della quale costituisce un’appendice la

breve Vita di Timone (IX 109-116). Dopo una sezione introduttiva

che offre una concisa descrizione della vita e del pensiero del filosofo

(IX 61-62), la Vita di Pirrone si divide in tre parti principali. Si ha

innanzitutto una raccolta di materiale aneddotico mirante ad illustrare

la speciale διάθεσις di Pirrone (IX 63-68). Seguono alcune osservazioni

sui suoi discepoli e compagni con una discussione dei suoi possibili

precursori (IX 68-73). Infine Diogene si dilunga a descrivere la filo-

sofia matura dello scetticismo caratteristico del pirronismo (IX 74-108).

La Vita di Timone contiene una breve biografia del personaggio e

termina con la presentazione della cosidetta “successione” pirroniana2.

Questa schematizzazione del testo di Diogene suggerisce due os-

servazioni preliminari. In primo luogo la Vita di Pirrone, considerata

al livello più generale, ha una struttura lineare, nel senso che non è

una farragine di annotazioni disparate, ma si presenta come un’espo-

sizione unitaria. Sebbene Diogene sia talvolta accusato di abborrac-

ciare il materiale con poca competenza, la Vita di Pirrone dimostra

che egli aveva se non altro una certa capacità di organizzare lettera-

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riamente la composizione. In secondo luogo il materiale filosofico

contenuto nella Vita supera di gran lunga quello biografico. Infatti

i paragrafi di carattere strettamente filosofico (IX 74-108) hanno una

estensione quattro volte maggiore di quelli biografici in senso proprio

e, anche se aggiungiamo a questi ultimi quelli dedicati ai discepoli e

ai precursori (comprendendo persino la Vita di Timone), la parte filo-

sofica è ancora preponderante. È forse vero che in generale nelle

Vite l’interesse di Diogene è più biografico che dossografico e che le

questioni filosofiche sono chiamate in causa soprattutto per la luce

che possono gettare su aspetti del carattere dei filosofi3, ma tutto

ciò non sembra valere per la Vita di Pirrone.

È ragionevole inferire che Diogene trovasse interessante la filo-

sofia di Pirrone e che si aspettasse un pari interesse per essa da

parte dei suoi lettori. Ma non c’è motivo di supporre che egli stesso

nutrisse inclinazioni per il pirronismo4. Lo scetticismo ha affascinato

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filosofi di ogni scuola e persino dilettanti: il taglio estremistico e

risoluto dello scetticismo professato dai pirronisti dovette sicuramente

infiammare, o almeno coinvolgere, soltanto una sparuta schiera di

intellettuali greci. Comunque sia, questo lavoro si concentrerà sulle

sezioni filosofiche della Vita di Pirrone, dal momento che considererò

Diogene come uno storico del pirronismo e non come un biografo

di Pirrone5.

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II

Il modo normale di presentare una filosofia è quello di esporne

le dottrine. Ma il pirronismo non ha dottrine6, giacché la sua carat-

teristica distintiva è quella del rifiuto di ogni dottrina. D’altra parte

i pirronisti non sono trappisti dato che parlano e scrivono. Quindi

il primo problema dell’interprete è quello di sapere come analizzare

le espressioni dei pirronisti e il primo problema dello storico è quello

di stabilire come presentare una filosofia senza dottrine.

Diogene giustamente comincia la sua esposizione del pirronismo,

la sua antidossografia si potrebbe dire, affrontando questi problemi.

Nella sezione introduttiva della sua esposizione (IX 74-77) egli tenta

di spiegare la natura generale del pirronismo come una filosofia che

ha un contenuto e che tuttavia non asserisce nulla. Dopo aver fatto

ciò, egli abbozza la strategia generale dei pirronisti, sempre pronti a

mettere in risalto le discordanze e le indicibili anomalie delle cose

(IX 78). Connesse alla strategia sono le tattiche. Quelle dei pirronisti

sono espresse dai “modi” o “tropi” (τρόποι), che danno luogo ad

ἀντιθέσεις e portano all’ ἐποχή. Diogene quindi descrive i Dieci Modi

e i Cinque Modi rispettivamente nei paragrafi 79-88 e 88-897.

I pirronisti, sebbene in linea di principio siano contrari ad ogni

dottrina8, si accaniscono in particolare contro le pretese dei filosofi

dogmatici. Quindi essi “tolgono di mezzo” o rigettano le prove (IX

90-94), i criteri di verità (IX 94-95), i segni (IX 96-97), le cause (IX

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97-99), il movimento (IX 99), l’apprendimento (IX 100), la genera-

zione (IX 100), l’etica naturalistica (IX 101). L’attacco congiunto ai

criteri di verità e alle prove è il perno della strategia dei pirronisti e

ad esso naturalmente Diogene concede lo spazio maggiore.

Dopo una pausa ben marcata (IX 102), Diogene presenta le due

tipiche ritorsioni dei dogmatici nei confronti dei pirronisti: essi cadono

surrettiziamente nel dogmatismo (IX 102-104) e, inoltre, rendono im-

possibile la vita (IX 104-105). L’esposizione della filosofia del pirro-

nismo termina con una breve discussione dialettica del criterio del-

l’azione (IX 106-107)9 e del “fine” ο τέλος (IX 107-108) di questa

filosofia.

III

Una storia della filosofia, come ogni altra storia, può essere valu-

tata sulla base di differenti considerazioni e nell’ambito di dimensioni

diverse. Nel caso di Diogene è importante tenere ben distinte queste

diverse considerazioni e dimensioni.

A proposito della dossografia (sit venia verbo) di Diogene sul

pirronismo solleverò quattro interrogativi, a tre dei quali darò una

risposta rapida, mentre il quarto dovrà essere discusso più a lungo.

I primi tre riguardano principalmente l’opera, mentre il quarto con-

cerne l’autore. Le domande sono le seguenti: (a) la dossografia è

coerente, ossia fornisce una descrizione sufficientemente unificata e

intelligibile del pirronismo, oppure è un’accozzaglia di pezzi disparati?

(b) La dossografia è attendibile? Possiamo fidarci di essa per avere

informazioni genuine sugli scettici antichi o dobbiamo metterla da

parte perché prevenuta o disinformata o confusa o comunque raffaz-

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zonata? (c) Che valore ha per noi la dossografia? Rappresenta un

incremento della nostra conoscenza del pirronismo, oppure la sua per-

dita produrrebbe solo una scarsa diminuzione della nostra compren-

sione della scuola? (d) Fino a che punto la dossografia è opera per-

sonale di Diogene? La compose egli stesso o la plagiò da altri?

Gli studi moderni prendono in considerazione quasi esclusiva-

mente la quarta di queste questioni, certamente per comprensibili e

nobili motivi, mentre, meno ragionevolmente, tendono a considerare

le questioni (a)-(c) come semplici corollari della questione (d). Per

quanto (d) possa monopolizzare l’attenzione, è importante sottolineare

che esistono anche i quesiti (a)-(c), che essi hanno rilevanza per la

valutazione delle Vite di Diogene e che sono in larga misura indi-

pendenti dalla questione (d) e quindi dalle incertezze e controversie

che circondano quest’ultimo problema.

IV

C’è poco da dire sulla prima questione. La struttura della dos-

sografia sul pirronismo, analogamente a quella dell’intera Vita, è con-

siderevolmente chiara e coerente10. In effetti un filosofo moderno al

quale fosse chiesto di scrivere un sommario di una dozzina di pagine

dell’antico pirronismo, difficilmente potrebbe far di meglio che para-

frasare Diogene. Egli con ciò ometterebbe qualcosa che era impor-

tante nel pirronismo antico (specialmente la critica della logica for-

male che troviamo in Sesto, PH 11 e M VII-VIII, come anche gli at-

tacchi contro specifiche arti e scienze che Sesto scaglia in M I-VI),

ma ogni sommario omette qualcosa e le omissioni di Diogene non sono

poi mal studiate.

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Naturalmente l’esposizione diogeniana non è immune da critiche.

Vi sono punti in cui è oscura. In alcuni di questi luoghi l’oscurità

dipende probabilmente dal testo. Esso è in generale notevolmente cor-

rotto (non c’è ancora una buona edizione critica delle Vite11) e la

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Vita di Pirrone ha la sua aliquota di cruces12. In altri luoghi l’oscu-

rità è dovuta al tipo di esposizione condensata e contratta. Così la

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trattazione che Diogene fa dei Dieci Modi talvolta degenera al livello

di appunti e ripudia ogni esplicita connessione logica. (Si veda ad

esempio il paragrafo 82 dove i riferimenti a Teone stoico e allo

schiavo di Pericle non hanno alcun sostegno nel testo principale, op-

pure il paragrafo 86 dove la frase «calori o freddi o [...]» si trova

sorprendentemente nel Modo derivante dalla quantità.) Altrove rimane

la forma argomentativa, ma i passi soppressi sono tali e tanti che la

coerenza è smarrita. (Si veda ad esempio il paragrafo 101: non è

per niente chiaro dal contesto che rapporto abbia con l’argomento

la frase ἤτοι γὰρ πᾶν τὸ ὑπό τινος κτλ. È solo perché possiamo

trovare una versione più estesa della stessa argomentazione in Sesto

XI 71-72; cfr. PH III 179-183) che siamo in grado di capire il

passo di Diogene.)

Comunque, c’è un solo luogo nell’esposizione in cui ravviso una

incoerenza più profonda e meno perdonabile. Nel fare il sommario

della dossografia ho omesso un passo dei paragrafi 92-94 (OCT:

483.16-484.15) che raccoglie diversi argomenti contro i dogmatici.

Il contenuto del passo è sufficientemente intelligibile, mentre non lo

è la sua posizione nel contesto, giacché esso è collocato nell’ambito

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della discussione dell’attacco alla nozione di prova, senza che ci sia

alcun ragionevole motivo per integrarlo nell’attacco stesso. Il passo

avrebbe una collocazione migliore se fosse posto dopo il paragrafo

89 e prima dell’attacco alla nozione di prova. Si deve forse dire che

il testo ha subito uno spostamento nel corso della trasmissione e che

dovrebbe essere rimesso nella posizione che ho suggerito, ma è più

probabile riconoscere qui una negligenza di composizione da parte

di Diogene.

V

Il secondo interrogativo riguarda l’affidabilità dell’esposizione dio-

geniana del pirronismo. A questa questione si può dare, mi sembra,

una risposta assai sicura. Abbiamo la fortuna di possedere due ampie

opere di Sesto Empirico sul pirronismo. Una buona parte dell’espo-

sizione di Diogene si sovrappone a quella di Sesto13. Non sono riu-

scito a trovare un solo passo di Diogene in cui il confronto con

Sesto si risolva in un’imputazione di inattendibilità. Vi sono sì discre-

panze, ma la maggior parte di esse è di poco conto e esse suggeriscono

non che Diogene abbia travisato le argomentazioni dei pirronisti, ma

che egli e Sesto abbiano riportato forme diverse e ugualmente auten-

tiche delle stesse argomentazioni14.

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Da ciò non segue — nel senso strettamente logico — che Dio-

gene sia attendibile là dove non si sovrappone a Sesto. Ma non

c’è nulla di intrinsecamente sospetto nei passi che non hanno parallelo

in Sesto e sarebbe poco ragionevole supporre che la attendibilità di

Diogene venga meno appena il suo resoconto del pirronismo cessi di

coincidere con un altro qualunque rimastoci.

VI

L’interrogativo (c) è essenzialmente relativo: quali notizie — esso

chiede — Diogene fornisce a noi? Se Sesto fosse andato perduto,

Diogene sarebbe inestimabile, diventando la nostra fonte principale

per la conoscenza del pirronismo. Ma la sopravvivenza delle opere

di Sesto significa che possediamo nella maggioranza dei casi infor-

mazioni più ricche e complete su quelle parti del pirronismo che Dio-

gene ci riassume.

Ma anche avendo a disposizione Sesto, non possiamo fare a meno

del tutto di Diogene. In primo luogo vi sono molti piccoli dettagli

che compaiono in Diogene, e non in Sesto, specialmente, ma non

esclusivamente, per quanto riguarda il resoconto dei Dieci Modi dove

Diogene aggiunge alcuni tocchi al canovaccio presentato da Sesto. In

secondo luogo, anche quando si sovrappone a Sesto, Diogene è spesso

così diverso nell’ordine dell’esposizione o nella forma specifica della

sua argomentazione, che il confronto con la versione di Sesto risulta

un’operazione utile15.

396

In terzo luogo, e ciò è quel che più conta, vi sono almeno due

luoghi16 in cui Diogene va sicuramente al di là di Sesto. La parte

del paragrafo 78 sulla “strategia” del pirronismo, per quanto mi è

dato di sapere, non ha alcun parallelo negli scritti di Sesto. Né hanno

uno stretto parallelo con Sesto i paragrafi 102-105 riguardanti le due

obiezioni dei dogmatici: benché vi siano vaghe connessioni di questi

passi con diversi testi di Sesto, la maggior parte del materiale offerto

da Diogene non è reperibile in Sesto e, cosa ancor più significativa,

il suo uso e il modo in cui è organizzato sono caratteristici di Diogene.

L’obiezione dei dogmatici, secondo la quale gli scettici rendono

impossibile la vita, è, sia dal punto di vista storico sia da quello filo-

sofico, una delle questioni fondamentali che lo studioso dello scet-

ticismo antico deve affrontare. In Sesto c’è molto che ha a che fare

con questo problema, ma il materiale offerto non è sufficiente per

risolverlo e si può sospettare che Sesto non avesse a questo proposito

un punto di vista chiaro e coerente17. Il contributo di Diogene, pur

essendo un valido complemento di quanto dice Sesto, non ha ricevuto

una sufficiente attenzione negli studi.

VII

Negli ultimi paragrafi il nome “Diogene” si riferiva al contenuto

della Vita di Pirrone. È giunto il momento di riferirlo a Diogene

stesso e di prendere in considerazione l’interrogativo (d). Ho sugge-

rito che la parte filosofica della Vita di Pirrone è un’esposizione utile,

affidabile e coerente dello scetticismo. Ma questo non torna neces-

sariamente a merito di Diogene stesso. Infatti è — possiamo ora dire

“fu”? — un luogo comune fra gli studiosi che Diogene fosse un

imbecille: ogni assurdità nelle Vite va ascritta a lui, mentre di quel

che ha senso dobbiamo cercare altrove la fonte. La questione delle

397

fonti, la Quellenforschung, è stato l’obiettivo primario delle ricerche

su Diogene.

Diogene si basa per tutti i suoi scritti su fonti precedenti. Così

fanno tutti gli storici e se siamo interessati a valutare un autore come

storico, il fatto che egli si appoggi a fonti non è di alcuna rilevanza,

o piuttosto, dovremmo tacciarlo di ciarlataneria se egli facesse altri-

menti. Quel che conta è la natura delle fonti usate e come

sono state usate. Per esempio il nostro autore si è limitato a pren-

dere il primo paio di libri capitatigli in mano e a lavorare esclusi-

vamente su di essi? Oppure egli ha fatto il tentativo di consultare

tutte le fonti principali? Ha accettato acriticamente tutto quello che

ha letto, oppure ha usato un criterio di giudizio nella selezione e

valutazione del materiale? Ha semplicemente copiato tratti di autori

precedenti collegandoli insieme? Oppure ha cercato di riforgiarli e

trasformarli in un’esposizione personale?

Questi interrogativi, ed altri simili, sono di primaria importanza

per la valutazione di uno storico18. Ora la Quellenforschung è un’im-

presa inebriante e gli studiosi che si danno ad essa si perdono nelle

sue delizie finendo per trascurare le opportune distinzioni. Essi si

domandano: “Qual’è la fonte?” e, dopo aver esibito una risposta

che soddisfa loro (se non altri), pensano che il loro compito sia finito.

In relazione con la dossografia sul pirronismo possiamo ordinare

le risposte alla questione (d) riferendoci a due posizioni estreme. Da

una parte c’è la posizione del “conservatorismo ingenuo” che sostiene

che i paragrafi dossografici sono opera genuina di Diogene: come ogni

altro buono storico egli avrebbe letto le fonti rilevanti, prendendo ab-

bondanti note, e avrebbe scritto il saggio dopo aver organizzato le

sue idee. All’altro estremo si trova il “radicalismo ingenuo”: la dos-

sografia sarebbe stata semplicemente trascritta da un solo testo e, a

parte alcuni pochi enunciati ed espressioni che sono proprio suoi,

Diogene avrebbe fondamentalmente riprodotto l’opera di un altro

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studioso. Le due posizioni estreme differiscono fra loro in due dimen-

sioni, e precisamente: (I) per il numero e la varietà delle fonti

usate da Diogene e (II) per la sua prossimità ad esse. Le altre

risposte intermedie alla questione (d) si differenziano da quelle estreme

per una sola o per entrambe le dimensioni. Così la posizione secondo

la quale Diogene avrebbe fatto sostanzialmente excerpta è più vicina

al conservatorismo per ciò che concerne il numero delle fonti, mentre

è più vicina al radicalismo per quanto riguarda l’approssimazione:

Diogene ha usato una varietà di fonti, le quali egli ha pure copiato.

Invece il punto di vista secondo il quale Diogene avrebbe rielaborato

il materiale è conservatore con riferimento alla prossimità, ma radicale

nei confronti del numero delle fonti: Diogene ha usato poche fonti,

sulla base delle quali ha composto un saggio personale.

Almeno all’inizio un conservatorismo estremo potrebbe sembrare

la risposta più caritatevole e insieme più ragionevole al quesito (d).

Dopo tutto Diogene nei paragrafi 74-108 cita per nome non meno di

dieci fonti diverse19 ed accenna anonimamente ad altre20; di più, le

parti non filosofiche della Vita di Pirrone fanno riferimento ad altre

fonti, alcune delle quali notoriamente trattavano anche aspetti filosofici

del loro oggetto21. Inoltre la struttura coerente della Vita sembra

attestare che un unico autore l’abbia creata. Che cosa c’è dunque di

più naturale che prendere Diogene alla lettera e abbracciare il con-

servatorismo?

Ma pochi studiosi sono conservatori in questo senso. Essi sotto-

lineano che Diogene cita le “sue” fonti di seconda o di terza mano

e che egli ha davvero consultato solo una o due di esse22. L’apparenza

399

di un’informazione accurata può essere ingannevole. Ma tali riflessioni

di carattere generale hanno poco significato: dobbiamo rivolgerci ai

testi. Il punto di partenza migliore lo fornisce la nota di Diogene stesso

sulle fonti nel paragrafo 102.

VIII

Dopo aver concluso l’esposizione degli argomenti distruttivi dei

pirronisti e prima di volgersi alle obiezioni dei dogmatici, Diogene

afferma quanto segue:

ἔστι δὲ καὶ τὸν ὅλον τῆς συναγωγῆς αὐτῶν τρόπον συνιδεῖν ἐκ τῶν

ἀπολειφθεισῶν συντάξεων. αὐτὸς μὲν γὰρ ὁ Πύρρων οὐδὲν ἀπέλιπεν,

οἱ μέντοι συνήθεις αὐτοῦ Τίμων καὶ Αἰνεσίδημος καὶ Νουμήνιος καὶ

Ναυσιφάνης καὶ ἄλλοι τοιοῦτοι.

Hirzel ha attirato l’attenzione sulle stranezze dell’ultima frase e ha

proposto di eliminare Τίμων [...] τοιοῦτοι, in quanto glossa margi-

nale, per di più non intelligente23. Devo confessare che simpatizzo

con questa proposta e trovo difficile credere al giovane discepolo di

Pirrone Numenio che figura in posizione preminente in certe espo-

sizioni del primo pirronismo24. Ma queste questioni controverse non

400

sono rilevanti per il nostro problema. Di sicuro Diogene asserisce

senza ambiguità che c’erano συντάξεις scritte da pirronisti dalle quali

si può ricavare una visione generale del pirronismo.

Ora si potrebbe prendere questa asserzione come un’ammissione

da parte di Diogene che tutta la sua esposizione filosofica, o almeno

i paragrafi 74-101, sarebbe tratta proprio da una tale σύνταξις. Ma

non è così: il passo mi sembra al contrario implicare che Diogene

non abbia tratto la sua esposizione da un’opera pirronista. Questa

implicazione riposa unicamente sulle parole ἔστι δὲ ΚΑΙ. Ritengo

che qui καί significhi “anche” e che il suo raggio d’azione debba

essere tutta la frase che segue fino a συντάξεων. (In effetti Diogene

ha appena offerto una visione generale e quindi egli non può com-

prensibilmente dire: «si può ottenere anche una visione generale

[ossia oltre alle altre cose che ho ora presentato] dalle loro συντά-

ξεις».) Pertanto quel che egli dice è: «Ho già presentato un’espo-

sizione generale del pirronismo; naturalmente si può trarne una anche

dai loro scritti ».

Questo confronto fra le συντάξεις e l’esposizione presentata da

Diogene stesso è in qualche modo a favore del conservatorismo, giac-

401

ché implica che il resoconto del pirronismo, o almeno i paragrafi 74-

101, sarebbe stato composto dallo stesso Diogene. Tuttavia riesco a

immaginare alcune obiezioni contro questa conclusione25. L’argo-

mento dipende interamente dalla parola καί e c’è da chiedersi se

siamo autorizzati a conferire tanto peso ad essa: Diogene è uno scrit-

tore così accurato da consentirci di trarre conclusioni grandiose da

piccole particelle? — Concedo che Diogene non scriva sempre con

un’attenzione scrupolosa per i dettagli; in particolare c’è più di un

καί nella Vita che trovo sconcertante26. Tuttavia è possibile dare un

senso preciso a questo καί. (II) Forse il paragrafo 102 — si potrebbe

dire — implica davvero quel che qui si è supposto che implichi.

Tuttavia perché dovremmo credere a questa implicazione? Può darsi

che Diogene ci voglia mettere sulla strada sbagliata, nel senso che

egli avrebbe tratto la sua esposizione interamente da una sola σύν-

ταξις, facendoci credere che è opera sua. — In linea di principio è

difficile rispondere ad insinuazioni di questo genere. Se avessimo

motivi indipendenti per credere che Diogene voglia effettivamente

indurci in errore, potremmo giustamente sospettare che egli stia fa-

cendo proprio questo nel paragrafo 102. Ma un’accusa immotivata di

imbroglio è difficilmente confutabile nell’ambito della ricerca storica,

così come lo è al tavolo di bridge, e per l’una e per l’altra sono por-

tato a non tenerne conto fino a prova contraria. (III) Forse — si

potrebbe ancora dire — dobbiamo credere all’implicazione, ma non

possiamo ancora inferire da ciò che Diogene stesso abbia composto

la dossografia. Dopo tutto l’implicazione stabilisce soltanto che l’espo-

402

sizione non è stata tratta da una σύνταξις pirronista e ciò non

esclude l’ipotesi che essa sia stata interamente copiata da una fonte

non pirronista. Possiamo credere in tutto quello che è implicato

dal paragrafo 102 senza attribuire proprio a Diogene la composizione

dei paragrafi 74-101. — Anche questa obiezione è difficilmente con-

futabile. Essa ascrive una suppressio veri a Diogene nel senso che

egli farebbe capire di non aver copiato da una fonte pirronista, senza

però alludere al fatto che avrebbe copiato da una fonte non pirro-

nista. Forse la suppressio veri è un peccato veniale. Ma secondo me

l’obiezione dovrebbe essere considerata improbabile ed anzi troppo

sottile27.

Il paragrafo 102 non consente di trarre una conclusione sicura.

Tuttavia possiamo dire che le parole di Diogene implicano che egli

non ha copiato la dossografia sul pirronismo da un manuale pirro-

nista e suggeriscono che egli non l’ha tratta da alcun altro testo.

Tuttavia tanto l’implicazione quanto il suggerimento possono essere

messi in dubbio28.

IX

Passiamo ora a considerare i Cinque Modi. Ad essi si richiama

frequentemente Sesto nelle sue opere. In effetti si può dire che essi

forniscono gli strumenti logici a gran parte degli argomenti con cui

Sesto critica i filosofi dogmatici. Ciononostante i Cinque Modi sono

descritti solo due volte nelle fonti che ci sono pervenute e precisa-

mente in Diogene, ΙΧ 88-89, e in Sesto, PH Ι 164-177. È opportuno

presentare sinotticamente le due versioni.

403

DL
ΡΗ
Οἱ δὲ περὶ Ἀγρίππαν

τούτοις ἄλλους πέντε

[scil. τρόπους] προσ-

εισάγουσι, οἱ δὲ νεώτεροι σκεπτικοὶ

παραδιδόασι τρόπους τῆς

ἐποχῆς πέντε τούσδε· 5 τόν τ ' ἀπὸ τῆς δια-

φωνίας καὶ τὸν εἰς

ἄπειρον ἐκβ άλλοντα

καὶ τὸν πρός τι καὶ

τὸν ἐξ ὑποθέσεως καὶ πρῶτον τὸν ἀπὸ τῆς δια-

φωνίας, δεύτερον τὸν

εἰς ἄπειρον ἐκβάλλοντα,

τρίτον τὸν ἀπὸ τοῦ πρός

τι, τέταρτον τὸν 10 τὸν δι' ἀλλήλων. ὑποθετικόν, πέμπτον

τὸν διάλληλον. ὁ μὲν οὖν ἀπὸ τῆς

διαφωνίας ὃ ἂν προ-

τεθῆι ζήτημα παρὰ καὶ ὁ μὲν ἀπὸ τῆς

διαφωνίας ἐστὶ καθ' ὃν

περὶ τοῦ προτεθέντος 15 τοῖς φιλοσόφοις ἢ

τῆι συνηθείαι πλεί-

στης μάχης καὶ ταρα-

χῆς πλῆρες ἀποδεικ-

νύει.29 πράγματος ἀνεπίκριτον

στάσιν παρά τε τῶι βίωι

καὶ παρὰ τοῖς φιλοσόφοις

εὑρίσκομεν γεγενημένην

δι' ἣν οὐ δυνάμενοι 20 αἱρεῖσθαί τι ἢ ἀπο-

δοκιμάζειν καταλήγομεν

εἰς ἐποχήν. ὁ δ' εἰς ἄπειρον ἐκ-

βάλλων οὐκ ἐᾶι βεβαι- ὁ δὲ ἀπὸ τῆς εἰς ἄπειρον

ἐκπτώσεως ἐστὶν ἐν ὧι τὸ 25 οῦσθαι τὸ ζητούμενον

διὰ τὸ ἄλλο ἀπ' ἄλλου

τὴν πίστιν λαμβάνειν

καὶ οὕτως εἰς ἄπειρον.

φερόμενον εἰς πίστιν τοῦ

προτεθέντος πράγματος

πίστεως ἑτέρας χρήιζειν

λέγομεν, κἀκεῖνο ἄλλης

καὶ μέχρις ἀπείρου, ὡς 30 μὴ ἐχόντων ἡμῶν πόθεν

ἀρξόμεθα τῆς κατασκευῆς

τὴν ἐποχὴν ἀκολουθεῖν. ὁ δὲ πρός τι οὐδέν

φησι καθ' ἑαυτὸ ὁ δὲ ἀπὸ τοῦ πρός τι, καθὼς

προειρήκαμεν, ἐν ὧι πρὸς 35 λαμβάνεσθαι ἀλλὰ μεθ' μὲν τὸ κρῖνον καὶ τὰ

404

ἑτέρου. ὅθεν ἄγνωστα

εἶναι. συνθεωρούμενα τοῖον ἢ

τοῖον φαίνεται τὸ

ὑποκείμενον, ὁποῖον

δὲ ἔστι πρὸς τὴν φύσιν 40 ἐπέχομεν. ὁ δ' ἐξ ὑποθέσεως

τρόπος συνίσταται

οἰομένων τινῶν τὰ

πρῶτα τῶν πραγμά- ὁ δὲ ἐξ ὑποθέσεως ἔστιν

ὅταν εἰς ἄπειρον

ἐκβαλλόμενοι οἱ δογματικοὶ

ἀπό τινος ἄρξωνται ὃ οὐ 45 των αὐτόθεν δεῖν λαμ-

βάνειν ὡς πιστὰ καὶ

μὴ αἰτεῖσθαι˙ ὅ ἐστι

μάταιον˙ τὸ ἐναντίον

γάρ τις ὑποθήσεται. κατασκευάζουσιν ἀλλ'

ἁπλῶς καὶ ἀναποδείκτως

κατὰ συγχώρησιν λαμβάνειν

ἀξιοῦσιν. 50 ὁ δὲ δι' ἀλλήλων τρό-

πος συνίσταται ὅταν

τὸ ὀφεῖλον τοῦ ζητου-

μένου πράγματος εἶναι

βεβαιωτικὸν χρείαν ὁ δὲ διάλληλος τρόπος

συνίσταται, ὅταν τὸ

ὀφεῖλον τοῦ ζητουμένου

πράγματος εἶναι

βεβαιωτικὸν χρείαν ἔχηι 55 ἔχηι τῆς ἐκ τοῦ ζητου-

μένου πίστεως, οἷον εἰ

τὸ εἶναι πόρους τις βε-

βαιῶν διὰ τὸ ἀπορροίας

γίνεσθαι, αὐτὸ τοῦτο τῆς ἐκ τοῦ ζητουμένου

πίστεως. ἔνθα μηδέτερον

δυνάμενοι λαβεῖν πρὸς

κατασκευὴν θατέρου, περὶ

ἀμφοτέρων ἐπέχομεν. 60 παραλαμβάνοι πρὸς βε-

βαίωσιν τοῦ ἀπορροίας

γίνεσθαι. 30

I due testi sono assai simili e addirittura identici alle linee 50-56,

a parte una parola (διάλληλος in PH e δι’ ἀλλήλων in DL). Que-

sta identità non può essere accidentale, per cui possiamo ragionevol-

mente concludere con la seguente disgiunzione: o Diogene ha tratto

la sua esposizione da PH31, oppure tanto Diogene quanto PH dipen-

dono da una fonte comune. (In effetti Diogene compose la sua opera

405

dopo quella di Sesto e a ogni modo nessuno studioso può supporre

che Sesto abbia copiato da Diogene.)

Qualunque di queste alternative sia vera, il confronto con PH

mostra che nei Cinque Modi se non altrove Diogene era un copista.

X

Bisogna considerare la natura e l’entità delle differenze che inter-

corrono fra l’esposizione di Diogene e quella di Sesto. Fra i due testi

vi sono numerose piccole differenze ed alcune di maggiore consistenza.

Sebbene anche quelle piccole possano essere di per sé significative,

prenderò in considerazione solo quelle maggiori.

Innanzitutto Diogene non fa riferimento all’ ἐποχή nella sua espo-

sizione. Al contrario in PH l’ ἐποχή è il ritornello che accompagna

le cinque strofe dei Modi. Invece Diogene fa riferimento in un solo

caso all’ “intensissimo contrasto” e “grande confusione” (la quale cosa

è abbastanza pirronista) e in un altro soltanto all’inconoscibilità (ἀγνω-

σία) delle cose, che un pirronista rigoroso e prudente non avrebbe

asserito32.

In secondo luogo Diogene nomina il proponente33 dei Cinque

406

Modi, mentre Sesto non lo nomina. Del resto Sesto non menziona

mai Agrippa che è sconosciuto al di fuori delle pagine di Diogene34.

In terzo luogo Diogene fa una breve illustrazione del quinto Modo,

che è invece omessa da PH.

In quarto luogo vi sono due significative differenze di contenuto

nelle due esposizioni del quarto Modo. PH in realtà non dice né

quale sia il Modo né come operi, dato che ci viene detto soltanto

quando (ὅταν)35 è applicabile, mentre il resto è lasciato alla nostra

immaginazione. Al contrario Diogene osserva che la pratica dei dogma-

tici di procedere a partire da principi primi non argomentati « è vana,

perché uno può ipotizzare il contrario » (cfr. PH i 173) 36. Inoltre i

dogmatici di Diogene in questo Modo usano il linguaggio dei peripa-

tetici, giacché essi pensano che τὰ πρῶτα [...] δεῖ λαμβάνειv ὡς

πιστά. Invece in PH i dogmatici κατὰ συγχώρησιν λαμβάνειν ἀξιοῦ-

σιν, venendo quindi descritti in termini stoici. Ciascuna delle due ter-

minologie è appropriata, dato che nella prospettiva pirronista non c’è

differenza rilevante fra le due posizioni. Ciò non toglie tuttavia che

esse siano perfettamente distinte dal punto di vista dei dogmatici.

Infine l’esposizione diogeniana del terzo Modo si allontana da

quella di Sesto. Anche il testo di PH Ι 135 al quale Sesto fa allusione

non si sovrappone con questo di Diogene.

Come spieghiamo queste differenze fra le due esposizioni dei

Cinque Modi? È chiaro che Diogene non “copiò” in senso stretto

407

dal testo di Sesto. È possibile che PH fosse la sua fonte principale

per i Modi che egli rielaborò pienamente forse sulla base di un’altra

fonte secondaria. Tuttavia è più plausibile ricavare dalle differenze

la conclusione che Diogene non può aver tratto i Cinque Modi da

PH e quindi che Diogene e Sesto hanno usato una fonte comune.

Questa è di fatto la posizione che ha assunto uno dei più importanti

studiosi di Sesto del nostro secolo, Karel Janáček37.

XI

Il punto di vista di Janáček sui Cinque Modi è il corollario di

una tesi generale concernente la relazione fra Diogene e Sesto che

egli ha sviluppato in una serie di articoli38. Questa tesi è a sua volta

collegata strettamente ai suoi fondamentali studi sul pirronismo in

408

Sesto. Le argomentazioni di Janáček procedono dalla raccolta di nu-

merose minutiae stilistiche, per cui non si prestano ad essere riassunte.

Mi limiterò qui a metterne in evidenza il sapore senza pretendere

di distillarne l’essenza.

Gli articoli pubblicati da Janáček mettono a confronto Diogene,

IX 97-99 con M XI 207-217 e Diogene, IX 101 con M XI 69-75.

Janáček osserva che emergono conclusioni simili se si mette a con-

fronto il resto della dossografia sul pirronismo in Diogene con i passi

corrispondenti di Sesto. I testi confrontabili, per quel tanto che posso

essermene reso conto, sono elencati nella appendice del presente lavoro39.

I confronti di Janáček mostrano primariamente e incontroverti-

bilmente che, sebbene la versione di Sesto sia generalmente molto

più estesa di quella di Diogene, esiste una sostanziale somiglianza fra

le due versioni, somiglianza che diviene in alcuni luoghi identità sia

di argomentazione sia di linguaggio. Le somiglianze mostrano che qui,

come nel caso dei Cinque Modi, o Diogene ha copiato da Sesto op-

pure entrambi gli autori hanno attinto ad una fonte comune.

I punto successivo nell’argomentazione di Janáček è quello de-

cisivo ed anche quello discutibile. Esso riguarda le “differenze” fra

Sesto e Diogene in quei luoghi in cui i loro testi sono molto “simili”.

È naturale supporre che le differenze siano presenti, almeno nella mag-

gior parte dei casi, perché Diogene ha seguito Sesto senza tuttavia

copiarlo alla lettera. Janáček tuttavia rifiuta questa supposizione.

A proposito di queste differenze Janáček scrive: «i cambiamenti

che si trovano nel testo di Sesto rispetto a quello di Diogene riflettono

esattamente i cambiamenti che Sesto apportò a numerosi passi di PH

in M VII-IX» ([1], p. 53). Un facile esempio fra i molti a disposizione

renderà chiara la posizione di Janáček. Nel paragrafo 97 (485.20)

Diogene scrive: τὰ δὲ πρός τι ἐπινοεῖται μόνον. La frase corrispon-

dente in M IX 208 suona: τὰ δὲ γε πρός τι ἐπινοεῖται μόνον. Dio-

gene usa δέ γε altrove e non avrebbe avuto motivi di ordine stilistico

per evitare quest’espressione, se essa si fosse trovata nella sua fonte.

(In altri termini, se M fosse stata la sua fonte, egli avrebbe scritto

409

δέ γε.) Ora δέ γε è raro in PH (tre occorrenze), mentre è frequente

in M VII-IX (147 occorrenze), dove rimpiazza spesso il semplice δέ

di PH. Perciò lo stile di Diogene qui si accorda con lo stile di PH

piuttosto che con quello di M. Alla luce di questa considerazione, se

supponiamo che Diogene abbia seguito Sesto dobbiamo supporre an-

che che frequentemente, senza apparente motivo, e in casi assoluta-

mente banali egli abbia modificato lo stile di M, così che il suo testo

sarebbe venuto a coincidere con quello di PH. Ma non possiamo ipotiz-

zare che Diogene abbia “deliberatamente” adattato M ad uno stile del

tipo di PH, né d’altra parte che tale adattamento sia avvenuto “per

caso”. Dunque Diogene nei paragrafi 97-99 non segue M IX. La conclu-

sione da trarre è piuttosto che tanto Diogene quanto Sesto seguono

una fonte comune e, inoltre, che Diogene è più vicino alla fonte

comune di quanto non lo sia M. Infatti le differenze di M rispetto a

PH possono essere considerate soltanto come un ulteriore allontana-

mento dalla fonte di partenza, visto che Diogene coincide con PH per

questo aspetto. La fonte comune «è preservata in una forma più vicina

all’originale dal più recente Diogene che dal più antico Sesto, che Dio-

gene ammirava, ma non conobbe, o almeno non usò» (Janáček [3],

p. 146).

Questa conclusione secondo Janáček è applicabile all’intera dosso-

grafia pirroniana di Diogene (in realtà ai paragrafi 70-108). Se si ag-

giunge a ciò il punto di vista di Janáček riguardo all’ordine e al

carattere degli scritti di Sesto si perviene alla seguente conclusione

generale. C’era un’esposizione del pirronismo ora perduta accessibile

tanto a Sesto quanto a Diogene. Non si può non chiamare tale Quelle

«Q». Q sarebbe stata usata almeno quattro volte. Una prima volta da

Sesto per PH: nel complesso Sesto sarebbe qui assai vicino a Q, anche

se comparirebbero già alcuni tocchi del suo stile caratteristico. Una

seconda volta Q sarebbe stata usata sempre da Sesto per M VII-IX,

anche se qui lo stile è molto più elaborato e l’adattamento è più libero.

Una terza volta Sesto l’avrebbe impiegata per alcune parti di M I-VI,

dove sono osservabili ulteriori alterazioni stilistiche che la allontane-

rebbero ancor più da Q. Infine Q sarebbe stata adoperata da Diogene

in IX 70-108, che sarebbe più vicino ad essa anche di PH, trattandosi

forse addirittura di una trascrizione letterale.

410

XII

Le conclusioni di Janáček sono della massima importanza per la

nostra valutazione di Diogene come storico. Se la fonte principale di

Diogene è Q, diviene obbligatorio supporre che almeno nella Vita di

Pirrone egli fosse poco più di uno scriba40 e adottare una posizione

vicina a quella che ho caratterizzato come radicalismo ingenuo.

Ma le conclusioni di Janáček sono ancora più importanti per la

nostra valutazione di Sesto, perché egli stesso finisce per essere princi-

palmente un copista, anche se, almeno in M, era in grado di rielaborare

stilisticamente il testo cui attingeva. Il punto di vista di Janáček su

Sesto non si fonda soltanto sul confronto con Diogene. Egli ha discusso

alcuni passi di M V che hanno un preciso riscontro nel libro IV della

Confutazione di tutte le eresie di Ippolito41. La maggior parte degli

studiosi ha supposto che Ippolito abbia copiato da Sesto. Janáček usa un

argomento esattamente analogo a quello che abbiamo or ora esposto

per concludere che Ippolito copiò da un’opera perduta Contro l’astro-

logia
che anche Sesto seguì con i suoi tipici abbellimenti stilistici.

Quale che sia il loro valore dimostrativo, le argomentazioni di

Janáček colpiscono il lettore. Inoltre egli ha sicuramente ragione su

una questione fondamentale di metodo, giacché è solo attraverso una

prolungata e dettagliata indagine stilistica, quale è quella da lui con-

dotta, che possiamo giungere alla comprensione dei modi di composi-

zione preferiti da Diogene e da Sesto. Gli altri metodi più grossolani,

che studiosi più indolenti comprensibilmente preferiscono, sono al con-

fronto privi di valore. Proprio per questa ragione non posso qui discu-

tere la posizione di Janáček con la speranza di poterla trattare adeguata-

411

mente. Ciò richiederebbe un esame di tutte le minuziose prove che

egli ha raccolto, anche con riferimento alle altre parti delle opere di

Diogene e di Sesto.

XIII

Tuttavia può essere utile fare, a titolo di prova, alcuni commenti

scettici. Consideriamo i primi tre esempi di differenze significative fra

Diogene e Sesto addotti da Janáček 42. Ho già menzionato il primo di

essi: Diogene in un luogo ha δέ mentre Sesto usa δέ γε. Il secondo

esempio è assai simile: c’è un luogo in cui Diogene ha δέ (IX 98

(485.24)), là dove Sesto ha ἀλλὰ μήν (M IX 209). Il terzo esempio

è il seguente: in un caso Diogene usa ὄv (IX 98 (486. 5)) mentre Sesto

ha καθεστώς (M IX 214). Janáček mostra che in ciascuno di questi

casi l’uso di Diogene va d’accordo con il modello di PH.

Si potrebbe pensare che il primo esempio non debba impressionare

più di tanto: δέ è una particella piuttosto comune e chiunque avesse

seguito M senza usarlo come testo da copiare avrebbe potuto rispar-

miare una goccia d’inchiostro scrivendo δέ invece di δέ γε. Per spiegare

il δέ di Diogene poi non serve addurre il fatto che M spesso ha δέ γε

là dove PH ha δέ.

Il secondo e terzo esempio potrebbero essere trattati nello stesso

modo: che cosa c’è di più naturale per uno che segua M di ridurre

ἀλλὰ μήν a δέ e καθεστώς a ὄv? Ma in questi due casi i confronti di

Janáček sono in qualche misura fuorvianti. Nel terzo esempio non si

tratta soltanto di sostituire ὄv a καθεστώς, dato che Diogene sostituisce

καὶ τὸ λοιπὸν σῶμα ὄν a πάντως καὶ τὸ λοιπὸν σῶμα καθεστώς.

In effetti πάντως scompare e καθεστώς è ridotto ad una parola più

semplice. Daccapo ciò è tipico di una persona che segue un testo senza

copiarlo e quindi non abbiamo bisogno di invocare né PH né Q per

spiegare il modo di procedere di Diogene. Il secondo esempio è ancora

diverso. Diogene scrive: οὐ πάρεστι δὲ πρὸς ὅ νοεῖται τὸ αἴτιον, mentre

412

Sesto ha: ἀλλὰ μὴν οὐκ ἔχει τὸ αἴτιον οὗ ἔστιν αἴτιον. È fuorviante

parlare qui di una “sostituzione” di ἀλλὰ μὴν con δέ, giacché i due

enunciati sono nel loro complesso l’uno la parafrasi dell’altro e ciascuno

di essi, si può aggiungere, si adatta perfettamente al contesto.

Nessuna di queste osservazioni capovolge o può capovolgere qual-

cuna delle conclusioni di Janáček . Piuttosto vorrei suggerire due piccoli

caveat. In primo luogo alcuni degli esempi addotti da Janáček possono

essere facilmente spiegati supponendo che Diogene segua Sesto però

senza copiarlo. In secondo luogo altri esempi non sono proprio quello

che essi sembrano essere e non dimostrano necessariamente una pre-

ferenza per uno stile più vicino a PH che a M. Rimane possibile che

Diogene abbia copiato Q per i Cinque Modi, mentre altrove abbia

seguito Sesto stesso.

XIV

Se passiamo a considerare i Dieci Modi, troveremo prove con-

clusive
per asserire che in questo caso Diogene non ha seguito Sesto.

I Dieci Modi, come del resto i Cinque Modi, sono enumerati tanto

da Diogene quanto in PH. A differenza di quel che avviene per i Cin-

que Modi, i Dieci Modi sono presi in considerazione da molti altri

scrittori: in effetti sono discussi da Favorino e da Plutarco, sono fami-

liari ad Aristocle e sono usati in un passo del trattato Sull’ubriachezza

di Filone43. Diogene non avrebbe avuto difficoltà a mettere le mani

su un testo da copiare.

Vi sono quattro significative differenze fra Sesto e Diogene nel

loro trattamento dei Modi. Innanzitutto gli esempi illustrativi sono

diversi nei due resoconti. Sebbene la versione di Sesto dei Modi sia

cinque volte più lunga di quella di Diogene e contenga un numero

di gran lunga maggiore di esempi, in Diogene compaiono esempi, alcuni

dei quali piuttosto ricercati, che non figurano in PH. Nel Modo riguar-

dante le disposizioni per esempio, Diogene fa riferimento allo stoico

413

Teone di Titorea e allo schiavo di Pericle (IX 82). Teone non è men-

zionato in PH e in effetti è sconosciuto al di fuori di Diogene. L’aned-

doto dello schiavo di Pericle è raccontato da Plinio e da Plutarco, ma

ad esso non allude Sesto.

In secondo luogo il Modo della relatività è completamente diverso

nelle due esposizioni. La questione è un po’ complicata, e qui è suffi-

ciente riportarne la conclusione, poiché gli argomenti a favore di essa

sono stati proposti altrove44. La versione sestana del Modo della relatività

ha parecchi aspetti peculiari rispetto alla versione degli altri nove Modi.

Le peculiarità sono spiegate con l’ipotesi secondo la quale Sesto avrebbe

tratto il Modo della relatività dai “Cinque” Modi e lo avrebbe inserito

fra i “Dieci” Modi, spostando quindi il Modo originale della relatività.

Il Modo originale — il Modo della relatività di Enesidemo — era

stato compendiato e conservato da Diogene, la cui esposizione non

rivela alcuna delle particolarità di quella di PH.

XV

In terzo luogo la struttura argomentativa dei Modi differisce in

alcuni casi da un’esposizione all’altra. Come ho già osservato, il testo

di Diogene è così conciso che spesso non siamo in grado di discernere

in esso granché di una struttura argomentativa. Tuttavia di alcuni Modi

possiamo congetturare la struttura e, almeno in un caso, essa è com-

pletamente chiara.

Il primo Modo, che procede dalle differenze fra gli animali, ci

spinge a sospendere il giudizio su varie questioni sulla base del fatto

che le cose appaiono diverse ai diversi animali. La bandiera rossa è

davvero rossa? Non possiamo dirlo perché essa appare rossa agli uomini,

ma appare grigia ai tori e non abbiamo motivo per preferire l’apparenza

umana a quella taurina.

La difficoltà nel primo Modo è la seguente: come possiamo sup-

porre che le cose appaiono davvero diverse ai diversi animali? Io so

414

che questo tabacco aromatico risulta inodore ad un altro uomo perché

egli me lo dice. Ma come faccio a sapere che odore esso ha per il mio

gatto? Pertanto il materiale esemplificativo raccolto nel primo Modo

consiste non di esempi della maniera in cui le cose appaiono agli ani-

mali, ma di aneddoti e argomentazioni volti a mostrare che le cose di

fatto appaiono diverse ad animali diversi.

In PH la struttura argomentativa è semplice: « Il primo argo-

mento, come abbiamo detto, è quello per cui, a causa delle differenze

fra gli animali, non sono le stesse le impressioni che li colpiscono a

partire dagli stessi oggetti. Noi inferiamo ciò sia dalle loro differenze nel

modo di riproduzione, sia dalla varietà nella costituzione del corpo »

(i 40). Come questo passo promette e il seguito conferma, Sesto pro-

pone due linee di ragionamento, che possono essere rappresentate

come segue:

  • (A) (1) Gli animali differiscono nella riproduzione.
  • Quindi: (3) Gli animali ricevono impressioni diverse.
  • (B) (2) Gli animali differiscono nella struttura corporea.
  • Quindi: (3) Gli animali ricevono impressioni diverse.


  • Il primo argomento sembra del tutto sciocco, giacché la premessa non

    è rilevante per la conclusione. Invece il secondo argomento è cogente,

    o almeno lo è se si suppone che la « struttura corporea » alluda speci-

    ficamente alla struttura dell’apparato percettivo degli animali (cfr.

    I 44).

    Il testo di Diogene è più complesso. Egli dice che da questo Modo

    «si deduce che <gli animali> non ricevono le medesime impressioni

    dai medesimi oggetti e che perciò un tale conflitto genera necessaria-

    mente la sospensione del giudizio. Infatti (γάρ) degli esseri viventi

    alcuni si generano senza mistione [...], altri con l’unione dei corpi [...].

    Poiché (διό) anche le loro sensazioni differiscono [...]. È logico dunque

    (εὔλογον oὖv) che alla differenza della facoltà visiva corrisponde la

    differenza delle impressioni » (IX 79). È chiaro che Diogene offre qui

    un unico argomento continuo. Le osservazioni sulla riproduzione sono

    equivalenti alla proposizione (1) nell’argomento (A) di Sesto. Come

    mostra la frase successiva, le osservazioni sulla percezione si fondano

    sulla struttura fisica degli organi di senso e, perciò, esse sono equi-

    415

    valenti grosso modo alla proposizione (2) dell’argomento (B) di Sesto.

    Quindi Diogene propone il seguente argomento:

  • (C) (1) Gli animali differiscono nella riproduzione.
  • Quindi: (2) Gli animali differiscono nella struttura corporea.
  • Quindi: (3) Gli animali ricevono impressioni diverse.


  • Quest’argomento di sicuro non è del tutto vincolante. Tuttavia mi sem-

    bra migliore dei due argomenti di Sesto e, in ogni caso, è incontroverti-

    bilmente diverso da essi.

    XVI

    Infine, l’ordine dei Modi è diverso nei nostri due testi. Sesto

    dice espressamente che l’ordine dei Modi non è fisso {PH ι 38) 45 e

    Diogene fa esplicitamente riferimento al diverso ordinamento di Sesto.

    Dopo aver abbozzato in due linee il nono Modo (IX 87), Diogene

    osserva:

    τὸν ἐνατὸν Φαβωρῖνος ὄγδοον, Σέξτος δὲ καὶ Αἰνεσίδημος δέκατον,

    ἀλλὰ καὶ τὸν δέκατον Σέξτος ὄγδοόν φησι, Φαβωρῖνος δὲ ἔνατον. 

    Questo passo fornisce cinque informazioni distinte:

  • (a) il nono Modo di Diogene è l’ottavo per Favorino;
  • (b) il nono Modo di Diogene è il decimo per Sesto;
  • (c) il nono Modo di Diogene è il decimo per Enesidemo;
  • (d) il decimo Modo di Diogene è l’ottavo per Sesto;
  • (e) il decimo Modo di Diogene è il nono per Favorino.
  • 416

    Sappiamo da Sesto (M VII 345) — o almeno riteniamo di sapere —

    che Enesidemo diede un resoconto, presumibilmente il primo, dei

    Dieci Modi, ma non abbiamo alcuna informazione che corrobori (o

    pregiudichi) il punto (c). Inoltre sappiamo da Aulo Gellio (XI 5, 5) che

    Favorino scrisse dieci libri sui Modi pirronisti, ma, daccapo, non abbiamo

    nessun’altra prova per i punti (a) ed (e).

    Sesto ci è pervenuto. Con riferimento a PH il punto (d) è vero,

    ma il punto (b) è falso, giacché il nono Modo di Diogene è pure in

    PH il nono e non il decimo. Piuttosto è il quinto Modo di Diogene

    che risulta il decimo in PH. Alcuni studiosi concludono da ciò che

    Diogene ha commesso un errore, mentre altri suppongono, più ragione-

    volmente, che i suoi copisti abbiano sbagliato. Perciò Hirzel aggiunge

    τὸν πέμπτον dopo Αἰνεσίδημος e quindi sostituisce a (b) un enunciato

    che risulta vero rispetto a PH (naturalmente egli altera anche (c))46.

    Tuttavia è possibile che né Diogene né i suoi copisti si siano sbagliati,

    come ha fatto presente Pappenheim47. Non siamo obbligati a considerare

    (b) e (d) come riferiti a PH: forse Diogene si rifa ai libri perduti di M

    e forse sia (b) che (d), così come stanno nei manoscritti, sono veri in

    rapporto a questi libri48.

    XVII

    Il passo del paragrafo 87 di Diogene prova, come del resto indicano

    decisamente le altre differenze che ho menzionato, che Sesto non è né

    il modello da cui Diogene copiava né la sua fonte principale per i

    417

    Dieci Modi. Inoltre possiamo fare due ulteriori inferenze dal para-

    grafo 87: Diogene non segue Enesidemo e non segue Favorino. Queste

    inferenze sono a mio parere importanti. Se dovessimo scegliere al

    buio il testo che Diogene avrebbe copiato, dovremmo sicuramente indi-

    care o Enesidemo (l’autorità primaria per i Dieci Modi, che Diogene

    altrove ha la pretesa di citare), oppure Sesto (la nostra autorità princi-

    pale per i Modi è un personaggio per lo meno noto a Diogene), oppure

    Favorino (che è uno degli autori più citati da Diogene)49. Tuttavia Dio-

    gene di sicuro non ha seguito nessuna di queste fonti di spicco.

    È possibile che nel resoconto sui Dieci Modi Diogene abbia co-

    piato, o almeno seguito, Q, il testo ipotetico che Janáček ha postulato?

    Questa possibilità non è sicuramente confutabile, anche perché non

    possiamo confrontare il presunto testo di Q con il passo di Diogene.

    Ma Q è la fonte solo a due condizioni che sono in conflitto con la tesi

    generale di Janáček, e precisamente a condizione che Diogene stesso

    abbia aggiunto il riferimento a Sesto nel paragrafo 87 e, ancora, a

    condizione che Sesto non abbia seguito Q nel suo resoconto dei Dieci

    Modi.

    XVIII

    Qualunque sostenitore del radicalismo estremo o della grande

    fonte Q deve ad un certo punto arrischiarsi a dare un nome a quest’opera

    perduta così importante che Diogene avrebbe servizievolmente copiato

    per noi. Per stabilire l’identità di Q dovremmo certamente rivolgerci

    in primo luogo alle quattordici auctoritates filosofiche effettivamente

    nominate da Diogene. Tre di esse — Sesto, Enesidemo e Favorino —

    sono già state eliminate. Potrebbe darsi che Diogene le avesse cono-

    sciute tutte e tre di prima mano; tuttavia nessuna di esse rappresenta

    il testo da cui avrebbe copiato almeno per quanto riguarda i Dieci

    Modi. Altri tre autori — Filone di Atene, Nausifane e Timone50,

    418

    contemporanei più giovani di Pirrone — sono troppo antichi. Riman-

    gono Agrippa, Antioco, Apella, Ascanio, Menodoto, Numenio, Teo-

    dosio, Zeussi. Nessuno di questi è noto per aver fornito un’esposi-

    zione del pirronismo e cinque o sei di essi sono per noi soltanto nomi51.

    Ciascuno di questi otto potrebbe essere Q e forse dobbiamo restare

    fermi a questa conclusione52. Ma di fatto uno degli otto ha trovato

    paladini presso un numero sufficiente di studiosi eminenti53.

    XIX

    419

    Gli scritti che Nietzsche ha dedicato a Diogene sono sempre

    brillanti e di quando in quando perversi54. Egli ha sostenuto che pra-

    ticamente l’intera opera di Diogene è copiata da Diocle di Magnesia.

    Tuttavia secondo Nietzsche Diocle non potè avere questo ruolo per

    quanto riguarda la dossografia su Pirrone per motivi puramente cro-

    nologici55. Ma allora da chi copiò Diogene l’esposizione del pirronismo?

    420

    «Sicuramente da uno scettico» è la risposta di Nietzsche56; «proba-

    bilmente» da Teodosio. Corrispondentemente Nietzsche suggerisce che

    il nome di Teodosio debba essere restituito in un passo corrotto del

    paragrafo 79.

    Non sappiamo quasi niente di Teodosio57. Egli scrisse un’opera

    chiamata Capitoli Scettici che Diogene conobbe e parafrasò (IX 70) ed

    421

    è probabilmente da identificare con il medico empirico Teodosio che

    scrisse un commento a Teoda e che quindi sarebbe vissuto nel II

    secolo d.C.

    Teodosio potrebbe essere stato la fonte principale di Diogene. Ma

    possiamo dire qualcosa di più di questo? Le argomentazioni con le

    quali i paladini di Teodosio sperano di identificarlo con Q sono a mio

    parere pressoché tutte senza valore58. Possiamo sostenere l’identità

    422

    soltanto se accettiamo la congettura di Nietzsche nel paragrafo 79.

    Questa congettura non è un buon complemento, ma non necessario,

    alla ipotesi teodosiana. Al contrario, l’unica ragione sostenibile per cre-

    dere che Teodosio sia stato la fonte di Diogene è che Diogene si rife-

    risca a lui in questi termini e l’unica ragione per pensare che Diogene

    si riferisca a lui sta nelle ragioni in favore della congettura di Nietzsche.

    Nel passo cruciale i manoscritti principali hanno:

    Αἱ δ' ἀπορίαι […] ἃς ἀπεδίδοσαν ἦσαν κατὰ δέκα τρόπους, καθ' οὓς

    τὰ ὑποκείμενα παραλλάττοντα ἐφαίνετο. τούτους δὲ τοὺς δέκα

    τρόπους καθ' οὓς τίθησιν ἓν [om. dg, ὧν φ]

    πρῶτον [πρῶτος dgφ] ὁ παρὰ τὰς διαφορὰς κτλ.

    Chiaramente il testo dell’ultimo periodo è corrotto: καθ' οὓς non ha

    senso. L’edizione principe ometteva καθ' οὓς e l’ultima edizione, quella

    423

    di Long negli Oxford Classical Texts ugualmente riporta: τούτους δὲ

    τοὺς δέκα τρόπους τίθησιν [...]. L’omissione di καθ’ οὕς è in se stessa

    abbastanza facile, giacché l’espressione può essere semplicemente una

    ripetizione negligente del καθ’ οὕς del periodo precedente. Ma il testo

    che ne risulta non è soddisfacente59. Esso dovrebbe presumibilmente

    significare: «Egli pose questi Dieci Modi». Ma questa è un’asserzione

    oziosa e, quel che più importa, il riferimento del pronome « egli », il

    soggetto di τίθησιν, è del tutto oscuro. (Non possiamo pensare a Pir-

    rone come soggetto: egli non è stato menzionato da parecchie pagine

    e in ogni caso Diogene sta dando ora una descrizione generale del pirro-

    nismo. Enesidemo è stato ricordato una decina di righe prima60, ma

    >il riferimento è comunque lontano e, in ogni caso, Diogene non espone

    la versione dei Modi propria di Enesidemo.)

    Nietzsche ha suggerito: τούτους δὲ δέκα τρόπους καὶ Θεοδόσιος

    τίθησιν [...]. Egli ha pertanto indicato un soggetto di τίθησιν e ha

    riscattato la frase dalla sua oziosità. Inoltre, per quel che vale, possiamo

    facilmente immaginare come καὶ Θεοδόσιος si sia potuto corrompere in

    καθ’ οὕς, sopratutto se Diogene abbreviava Θεοδόσιος in Θεο.

    La congettura è attraente61, ma non è obbligatoria, tant’è vero

    che sono possibili altre soluzioni del problema testuale. Per esempio,

    ci potrebbe essere una lacuna nel testo, nascosta dall’intrusione di

    καθ’ οὕς, là dove Diogene nominava parecchi autori a proposito dei

    Modi. Ancora, il singolare τίθησιν potrebbe stare erroneamente per il

    plurale τιθέασιν62. Certamente ci saremmo aspettati un plurale qui,

    424

    dopo ἀπεδίδοσαν e prima dei plurali impersonali che troviamo nel

    corso della dossografia. Un testo plausibile potrebbe essere il seguente:

    τούτους δὲ τοὺς δέκα τρόπους οὕτως τιθέασιν. Πρῶτος [...]. Non

    penso che esso sia meno probabile dell’emendamento di Nietzsche.

    Comunque, per finire, si consideri la possibilità che Nietzsche abbia

    ragione nel suo emendamento. Certamente non possiamo inferire da

    ciò che Diogene abbia semplicemente copiato il testo di Teodosio

    sui Modi. Infatti il testo di Nietzsche non dice e neppure suggerisce

    che Diogene abbia seguito Teodosio. Se si introduce la parola οὕτως,

    leggendo καὶ ὁ Θεοδόσιος (οὕτως) τίθησιν, la lezione che risulta

    suggerisce che Diogene abbia usato Teodosio come fonte primaria. Ma

    anche se è così, questa lezione ipotetica non prova che Diogene abbia

    effettivamente copiato da lui. Ancor meno il testo di Nietzsche

    stabilisce la sua tesi più forte, secondo la quale tutto il resoconto del

    pirronismo fatto da Diogene deriverebbe da Teodosio cosicché Q non

    sarebbe nient’altro che Teodosio. Nulla allude a questa conclusione,

    nemmeno alla lontana. Anche se Diogene avesse detto esplicitamente

    che egli prendeva i Dieci Modi da Teodosio, non potremmo inferire

    assolutamente niente sulle sue fonti per quanto riguarda la sua esposi-

    zione del resto del pirronismo63.

    XX

    Questa discussione del quesito (d), ossia dell’originalità di Dio-

    gene, è stata assai tortuosa. Riassumendola possiamo dire così: (I) il

    passo nel paragrafo 102, là dove Diogene allude alle συντάξεις pirro-

    425

    niane, suggerisce che non abbia attinto da un’unica fonte per l’intera

    dossografia sul pirronismo. (II) Il resoconto dei Cinque Modi o deriva

    da Sesto o è copiato da Q, la fonte comune di Diogene e di PH,

    e la seconda possibilità è più probabile. (III) Gli studi dettagliati di

    Janáček suggeriscono che Diogene abbia usato Q anche per altre parti

    della dossografia, ma le argomentazioni di Janáček non sono fuori

    discussione e di sicuro non stabiliscono che Q sia la fonte unica per

    tutta la dossografia. In particolare si può supporre che Diogene abbia

    qua e là usato anche Sesto. (IV) Il resoconto dei Dieci Modi mostra

    che Diogene non segue qui né Enesidemo né Sesto né Favorino. È

    possibile, ma non plausibile, che la fonte sia sempre Q. È anche possi-

    bile che il resoconto sia opera personale di Diogene.

    Come condurre a fine questa indagine? Non ritengo che siamo

    ancora nella posizione di risolvere questi problemi. Il lavoro di Janáček

    deve essere prima proseguito ed anche sottoposto ad un esame detta-

    gliato. Così questo mio scritto è senza una conclusione. Spero che sia

    tollerabile, perché « di coloro i quali compiono indagini filosofiche alcuni

    dicono di aver trovato la verità, altri dichiarano che non può essere

    attinta e altri che stanno ancora cercandola ».

    Questo articolo risulta da numerose discussioni sul pirronismo con Julia Annas:

    se il contenuto possiede qualche valore, ciò è dovuto a lei. Ringrazio anche

    Jacques Brunschwig, Fernanda Decleva Caizzi, Marcello Gigante, Hans Gottschalk

    e Charles Kahn, che hanno offerto utili commenti nel corso della discussione a

    Amalfi. Siano cordialmente ringraziati anche Mario Mignucci, che ha tradotto molto

    gentilmente una versione inglese di maniera, nonché Carol Clark, che ha corretto

    con gran cura la versione penultima, e Anna Maria Ioppolo, che ha pazientemente

    condotto una prova generale della mia relazione.

    APPENDICE

    Nella colonna di Sesto le cifre sottolineate indicano una corrispon-

    denza parola per parola (o quasi) con Diogene. Le cifre normali e

    senza parentesi indicano che si trova nei due autori lo stesso materiale,

    ma non le stesse parole. Le cifre entro parentesi quadre indicano una

    connessione di pensiero e le parentesi quadre doppie una remota con-

    nessione di argomento.

    426

    Diogene IX Sesto Detti pirronisti:

    74-77 (476.15-478.4)

    (477.18-20)

    [PH I 187-208; II 1-10]

    PH I 206; II 188; M VIII 480 Fonti delle ἀντιθέσεις:

    78 (478.5-15)

    (478.5-6)



    PH I 8 I Dieci Modi:

    79-88 (478.16-482.6)

    [PH I 40-163] I Cinque Modi:

    88-89 (482.7-22)

    (482.18-20)

    PH I 164-169

    PH I 169 Contro le prove:

    90-91 (482.23-483.15)



    (483.9-10)

    (483.10-12)

    [[PH II 144-192; M VIII 337-

    481]]

    [PH II 171-174; Μ VII 337A-339]

    PH II 183-184; M VIII 380 Contro i dogmatici:

    92-94 (483.16-484.15)

    (484.11-15)

    [[PH I 170-171]]

    [M VIII 51-54] Contro il criterio:

    94-95 (484.16-485.3)



    (484.16-21)

    [[PH II 18-78; M VII 263-446]]

    PH II 20 Contro i segni:

    96-97 (485.4-18)

    (485.4-5)

    (485.5-6)

    (485.8-10)

    (485.10-15)

    (485.15-16)

    [[PH II 97-133; M VIII 159-298]]

    M VIII 176-177

    M VIII 188

    M VIII 171

    M VIII 172-175

    PH II 119; M VIII 165

    427

    Contro le cause:

    97-99 (485.19-486.13)

    (485.19-20)

    (485.21-486.1)

    (486.1-11)

    [[PH III 13-29; M IX 195-330]]

    M IX 207-208

    M IX 209

    M IX 210-217 Contro il movimento:

    99 (486.14-17)

    PH III 71, II 242; M X 87 Contro l’apprendimento:

    100 (486.18-22)

    Μ I 10-14; PH III 256-258;

    Μ XI 219-223 Contro la generazione:

    100 (486.23-25)

    PH III 112; M X 326-327 Contro il naturalismo etico:

    101 (487.1-11)

    M XI 69-75; [PH III 179-182] Nota sulle fonti:

    102 (487.12-15) Gli scettici sono dogmatici?

    102-104 (487.16-488.8)

    [[PH I 13-15]] Gli scettici rigettano la vita?

    104-105 (488.9-24) Il criterio scettico:

    106-107 (489.1-17)

    [[PH I 21-22]] Il τέλος scettico:

    107-108 (489.17-490.6)

    (489.17-18)

    (489.22-490.5)

    [PH I 25-30]

    PH I 29

    M XI 162-166
    1.
    II termine “scetticismo” in questo lavoro denota lo scetticismo del pirronismo.

    Non prenderò in considerazione lo scetticismo accademico, dato che le due principali

    varietà dello scetticismo antico sono sufficientemente diverse da richiedere trattazioni

    separate. Inoltre il resoconto diogeniano dello scetticismo accademico è povero di

    contenuto filosofico, a differenza di quel che avviene per lo scetticismo del

    pirronismo.
    2.
    Sulla διαδοχή (IX 115-116) v. J. Glucker, Antiochus and the Late Academy

    (“Hypomnemata”, 56), Goettingen 1978, pp. 351-4. Cfr. inoltre sotto nota 4.
    3.
    Cfr. J. Mejer, Diogenes Laertius and his Hellenistic Background (“Hermes

    Einzelschriften”, 40), Wiesbaden 1978, pp. 2-7, 50-2.
    4.
    Si è pensato che Ἀπολλωνίδης ὁ Νικαιεὺς ὁ παρ’ ἡμῶν ἐν τῶν πρώτωι

    τῶν εἰς τοὺς σίλλους ὑπομνήματι (IX 109) fosse rilevante a questo proposito,

    dato che ὁ παρ’ ἡμῶν significa «auch wie ich ein Skeptiker» (U. von Wilamowitz-

    Moellendorf,
    Antigonos von Karystos, (“Philologische Untersuchungen”, 4)

    Berlin 1881, p. 32). Quindi un lettore imprudente potrebbe inferire che Diogene

    fosse uno scettico. Ma gli studiosi sono meno ingenui. (I) Lo stesso Wilamowitz

    riconobbe che Diogene non era un seguace di Pirrone. Quindi l’espressione è

    παρ’ ήμων si riferisce non a Diogene, ma alla sua fonte scettica e naturalmente

    Diogene era un copista troppo malaccorto o troppo trascurato per accorgersi che

    egli avrebbe dovuto omettere o cambiare queste parole. (II) Altri danno una

    interpretazione diversa dell’espressione. Essa significherebbe « il mio concittadino »

    o «il mio parente» e Diogene non direbbe di essere uno scettico, ma la sua

    provenienza da Nicea (cfr. l’articolo di J. Mansfeld in questo volume) o la sua

    appartenenza alla famiglia degli Apollonidi (cfr. J. Mejer, op. cit., p. 46 nota 95).

    (III) Altri ancora preferiscono emendare il testo: Menagius più modestamente

    ha proposto è ὁ πρὸ ήμών, mentre Nietzsche ha suggerito più spettacolarmente

    ὁ παροιμιογράφος. (Si veda inoltre F. Decleva Caizzi, Pirrone. Testimonianze,

    Napoli 1981, pp. 208-9; M. Gigante, Diogene Laerzio: Vite dei Filosofi, Roma-

    Bari 1983, 3a ed., p. 567 nota 264). Quale che sia la verità circa ὁ παρ’ ἡμῶν

    non c’è traccia nel passo di uno scetticismo diogeniano. In effetti non c’è la

    minima ragione per credere che Apollonide fosse un seguace del pirronismo. Per

    quel che mi è dato di sapere, gli studiosi l’hanno dichiarato uno scettico solo

    perché egli scrisse un commento ai Silli di Timone e questa non è di certo una

    buona ragione. Nella discussione a Amalfi, Marcello Gigante ha richiamato l’atten-

    zione su I 20, là dove Diogene insiste che il pirronismo è veramente una αἵρεσις:

    forse è un’indicazione da parte di Diogene che egli parteggia per lo scetticismo.

    Se si vogliono cercare motivi del perché Diogene abbia incluso questa nota sulla

    αἵρεσις pirroniana, la quale deriva probabilmente da Enesidemo (cfr. J. Glucker,

    op. cit., p. 179 nota 41), si può anche ipotizzare che egli abbia voluto giustificare

    la presenza del pirronismo nel suo libro sulle vite e opinioni di ciascuna αἵρεσις(

    sul titolo dell’opera di Diogene si veda M. Gigante, op. cit., p. XCVI). Gli studiosi

    continuano a domandarsi con preoccupazione: “A quale scuola filosofica Diogene

    appartenne?”. La risposta potrebbe anche essere: “A nessuna”, dato che un

    interesse filosofico non implica l’adesione ad una scuola. Si pensi a Galeno i cui

    interessi e le cui conoscenze filosofiche superarono di gran lunga quelli di Diogene.

    Cfr. M. Gigante, op. cit., p. XV: «Diogene Laerzio non appartenne a nessuna

    scuola filosofica, ma fu uomo di molti libri. Non può considerarsi un filosofo

    sistematico, ma un uomo aristotelicamente curioso della vita e della dottrina dei

    filosofi eminenti».
    5.
    Per la sezione biografica cfr., ad es., U. von Wilamowitz, op. cit., pp. 27-44

    (il suo entusiasmo per Antigono lo portò a congetture infondate); K. von Fritz,

    s.v. Pyrrhon (1), in RE XXIV (1963) coll. 88-93; G. A. Ferrari, Due fonti sullo

    scetticismo antico
    , «Studi Ital. di Filologia Classica», XL (1968) pp. 200-24 e le

    note pertinenti in F. Decleva Caizzi, op. cit. Vi sono scarsi cenni alla filosofia

    nelle sezioni non filosofiche della Vita: IX 61 (il resoconto di Ascanio: v. sotto

    nota 51); IX 62 (il punto di vista di Enesidemo secondo il quale lo scetticismo

    di Pirrone era una posizione filosofica e non implicava stranezze sul piano pratico:

    cfr. J. Barnes, The Beliefs of a Pyrrhonist, «Elenchos», IV (1983) pp. 5-43);

    IX 68 (Numenio: v. sotto nota 24); IX 70 (Teodosio: v. sotto nota 57 e nota 58).
    6.
    Cfr. IX 70; IX 69 (i pirronisti ἀπορητικοὶ δὲ καὶ σκεπτικοὶ [...] ἀπὸ τοῦ

    ΟΙΟΝ δόγματος προσηγορεύοντο); si veda anche I 19-20 insieme con Sext.

    Emp. PH I 13-17.
    7.
    Diogene ignora i Due Modi (Sext. Emp. PH I 178-179) ed anche gli Otto

    Modi speciali contro l’etiologia (PH I 180-186). Questi due gruppi di Modi ci

    sono noti solo da Sesto. I Due Modi sono di solito tralasciati in quanto non

    molti importanti; si veda tuttavia Janáček [6] (v. sotto nota 38 che elenca i

    titoli di questo autore cui qui si fa riferimento). Gli Otto Modi hanno lasciato

    tracce interessanti nella letteratura pirronista (cfr. J. Barnes, Scepticism and Causa-

    tion
    , in M. F. Burnyeat (ed.), The Skeptical Tradition, Berkeley 1983, pp. 160-70).
    8.
    Su questa controversa questione cfr. J. Barnes, art. cit., e gli articoli di

    Burnyeat e Frede lì citati.
    9.
    J. Mejer, op. cit., p. 7 nota 16, riferisce e approva l’idea che «la defini-

    zione di criterio nel paragrafo 106 non corrisponde a quella del paragrafo 94».

    È vero che i due riferimenti ai criteri (ad essere precisi non sono “definizioni”)

    non si corrispondono, ma ciò non è sorprendente: il paragrafo 94 riguarda il

    criterio di verità, mentre il paragrafo 106 ha a che fare con il criterio d’azione e

    questa distinzione era usuale (cfr. Sext. Emp. PH I 21; II 14; ecc.).
    10.
    K. von Fritz, op. cit., p. 99, dice che « nonostante l’ordinamento in rubriche

    degli argomenti [della dossografia], essi hanno ovviamente origini diverse». Se

    egli vuol dire che è “ovvio” che Diogene usi fonti diverse per argomenti diversi,

    posso dire solo che ciò non risulta ovvio a me. (Le mie rimostranze sono solo

    per la parola “ovvio”, che suggerisce, credo falsamente, che gli argomenti siano

    messi insieme malamente.)
    11.
    Ho usato l’edizione di H. S. Long negli Oxford Classical Texts [OCT]

    (Oxford 1964) i cui numerosi difetti e manchevolezze sono ben noti (cfr. M.

    Gigante, op. cit., pp. lxviii-lxx). Non so quanto accurati siano i riferimenti di

    Long ai manoscritti per il libro IX. Di sicuro i suoi riferimenti a congetture di

    studiosi sono spesso pesantemente errati (alcuni di questi sono riportati sotto

    nelle note 12 e 59). La mia argomentazione, poiché riguarderà in parte questioni

    testuali, è aperta alla possibilità di revisione, forse ad una revisione drastica, con

    riferimento all’edizione critica di Diogene che tutti aspettiamo. Il più recente

    studio sul testo a me noto è contenuto nella prefazione dell’edizione di V 36-57

    di M. G. Sollenberger, Diogenes Laertius 5.36-57: The Vita Theophrasti, in

    W. W. Fortenbaugh, Theophrastus of Eresus (“Rutgers University Studies in

    Classical Humanities”, 2), New Brunswick (N.J.) 1985. Ma il resoconto di Sol-

    lenberger non è rilevante specificamente per la Vita di Pirrone. Nella prefazione

    dell’edizione di VII 43-83 curata da U. Egli (Das Dioklesfragment bei Diogenes

    Laertius,
    Sonderforschungsbereich 99 Linguistik, Universität Konstanz, n. 55.

    Konstanz 1981) si trova proposto il seguente stemma:

    Se esso è corretto, allora le lezioni di Φ, dello ps.Esichio e della Suda debbono

    essere prese in attenta considerazione per il libro IX. Infatti il passo dello ps.Esichio

    (FHG IV p. 174) contiene una lezione rilevante (IX 64 (471.3): ἐξοδικῶς codd.,

    διεξοδικῶς ps.Esich.). Nella Suda si vedano gli articoli seguenti: ἐποχή = IX 61

    (469.22); μᾶλλον μᾶλλον = IX 75 (477.2-10); οὐδὲν μᾶλλον = IX 74-76

    (476.15-477-17) + 79 (478.17-18); πυρίβια = IX 79 (478.23-479.1); Πυρρώνειοι

    = IX 69-70 (473.21-475.4). Le differenze fra la Suda e i manoscritti di Diogene

    devono essere tutte spiegate come errori da parte della Suda oppure dei copisti della

    Suda. L’articolo Πύρρων corrisponde a IX 61 (469.16-470.4), ma Diogene non

    ne è la fonte. L’articolo τίς δ’ οἶδεν cita due righe di Euripide che si trovano anche

    in Diogene, IX 74 (475.17-18). L’articolo σημεῖον, citato da Long ad IX 96, non

    è rilevante.

    12.

    Segnalo solo alcuni passi in cui, per quanto mi è dato di sapere, o i problemi

    testuali non sono stati ancora percepiti o le loro soluzioni non sono ancora state

    trovate (vedi inoltre sotto nota 30). IX 70 (474.5): ἀπὸ τοῦ τοὺς δογματικοὺς

    ἀπορεῖν καὶ αὐτούς (καὶ αὐτούς ed. pr., om. FΦ, καὶ αὐτούς δέ BP). Ciò non

    ha senso: lo scetticismo non è detto «aporetico» perché «gli stessi dogmatici

    sono in difficoltà». (F. Decleva Caizzi, op. cit., p. 99, traduce: «aporetica dal

    fatto che sia i dogmatici, sia essi stessi, sollevano aporie». Ma non vedo come

    « sia ... sia ... » trovi fondamento nel testo. Questo punto non è importante,

    perché in entrambe le traduzioni l’osservazione non ha senso.) Per il senso

    richiesto cfr. Sext. Emp. PH I 7. Nessun emendamento semplice funziona e

    la frase dovrebbe essere asteriscata. IX 78 (478.14): il senso richiede <μὴ>

    θαυμαζόμενα (v. J. Annas, J. Barnes, The Modes of Scepticism, Cambridge

    1985, p. 186). IX 79 (478.16): invece di τὰς συμφωνίας si deve leggere τῆς

    συμφωνίας (Reiske) ο τὰς διαφωνίας (Annas-Barnes, op. cit., p. 186). IX 79

    (478.19): su questo passo vedi sotto pp. 422-3. IX 82 (479.23): παρὰ τὸ πνεῖν.

    Il senso è oscuro; forse bisogna leggere παρὰ τὸ πονεῖν. IX 83 (480.5): καὶ

    τεχνικὰς συνθήκας (codd.). Τεχνικάς non ha senso: Menagius propone ἐθικάς

    invece di τεχνικάς e ha di certo ragione. Συνθήκας non è al di sopra di ogni

    sospetto: cfr. Annas-Barnes, op. cit., p. 187. (Long ha καὶ τὰς ἐθνικὰς συνθήκας,

    attribuendolo a Menagius. A dire il vero l’edizione di Menagius ha ἐθνικάς,

    ma si tratta sicuramente di un errore di stampa. La lezione di Long è assurda.)

    IX 85 (481.9): ὁ γοῦν ἥλιος [...] πόρρωθεν φαίνεται (codd. plerique): Kuehn

    propone πόρρωθεν <μικρός>, Long ha μικρός invece di πόρρωθεν (attribuendolo

    a Kuehn), Menagius modifica πόρρωθεν in διπόδης. Piuttosto è meglio leggere

    ποδιαῖος invece di πόρρωθεν. Cfr. Annas-Barnes, op. cit., pp. 187-8. IX 96

    (485.8): ἐπεὶ τὸ νοητόν κτλ. non ha senso. Σημεῖον al posto di νοητόν

    restituisce il senso, ma lascia inesplicato νοητὸν δ’ οὐκ ἔστιν nella linea prece-

    dente. Vi è una lacuna nel testo e quindi bisogna scrivere: ἐπεὶ τὸ νοητόν

    <... ἔτι δὲ τὸ σημεῖον> ἤτοι κτλ. IX 98 (485.21-22): daccapo il testo trasmesso

    non ha senso. Il primo argomento contro le cause in (485.19-21) finisce con

    μόνον. Come dimostra il preciso parallelo di Sext. Emp. M IX 209, ἐπεὶ εἴπερ

    ἐστὶν αἴτιον deve introdurre un secondo argomento e ciò è quel che avviene

    nelle edizioni più antiche, che pongono un punto e non una virgola dopo μόνον.

    Bisogna cambiare ἐπεί in ἔτι (o eliminare ἐπεί e leggere εἴπερ τε o qualcosa

    di simile). In (485.22) ἐπεὶ οὐκ ἔσται αἴτιον deve voler dire «poiché (altrimenti)

    non sarà una causa». La stessa espressione si trova in M IX 209 e quindi deve

    essere conservata a causa del parallelismo (ἐπεί + μὴ ἔχον Bekker + εἰ μὴ

    ἔχει Bury), IX 98 (486.2): si legga ἀσωμάτου <ἢ ἀσώματον σώματος ἢ σῶμα

    ἀσωμάτου> con R. Hirzel, Untersuchungen zu Ciceros philosophischen Schriften,

    III, Leipzig 1883, p. 139 nota 1; cfr. Janáček [1], pp. 53-54. IX 107 (489.12):

    invece di στρογγύλου ἢ τετραγώνου si legga στρόγγυλος ἢ τετράγωνος (scil.

    φαντασία), IX 107 (489.16): τιθέναι ὅτι φαίνεται. L’argomento è incoerente:

    οτε al posto di οτι restituisce il senso. Il pirronista dice: «non dobbiamo porre

    entrambe le φαντασίαι della torre allo stesso tempo; noi poniamo i φαινόμενα

    quando si verificano». IX 108 (490.1): ὡς δυνήσεται βιοῦν [...] μὴ φεύγων.

    Non riesco a dare un senso a ciò. Ὡς <οὐ> δυνήσεται è migliore, ma è probabile

    che ὡς δυνήσεται βιοῦν sia stato interpolato da (490.3), per cui dovremmo

    leggere, per esempio, (ὡς δυνήσεται βιοῦν) τὸν σκεπτικὸν μὴ φεύγειν.

    13.
    Si veda qui l’Appendice per una tavola dei confronti fra Diogene e Sesto.
    14.
    (I) Si potrebbe pensare che la trattazione che Diogene fa dei segni nei

    parr. 96-97 costituisca un’eccezione a questa verità di carattere generale. Infatti

    mentre i suoi argomenti attaccano i segni tout court, Sesto distingue accuratamente

    fra i segni ὑπομνηστικά e i segni ἐνδεικτικά e insiste nel dire che egli attacca

    solo questi ultimi (si veda recentissimamente D. Glidden, Skeptic Semiotics,

    «Phronesis», XXVIII (1983) pp. 213-55). Diogene dunque omette una parte vitale

    della posizione pirronista? Ne dubito. L’attacco di Sesto contro i segni è proble-

    matico nel senso che i suoi argomenti appaiono diretti contro i segni di ogni

    forma, anche se la sua posizione ufficiale ammette i segni “commemorativi”. È

    possibile che i primi pirronisti respingessero i segni tout court e che Sesto per

    primo abbia introdotto nella posizione dei pirronisti la distinzione fra i segni.

    In questo caso Diogene presenterebbe correttamente una forma diversa di pirro-

    nismo. (II) Nel par. 91 Diogene offre un breve argomento contro la prova e

    Sesto sembra respingerlo. In M VIII 337 A Sesto dice che se cerchiamo di attaccare

    la nozione di prova attaccando prove “particolari”, ἀμέθοδον ποιησόμεθα τὴν

    ἔνστασιν ἄπειρων οὐσῶν τῶν τοιούτων ἀποδείξεων. Nel par. 91 (483.9-10)

    Diogene dice che «se le dimostrazioni particolari sono (tutte) indegne di fede,

    necessariamente anche la dimostrazione generale deve essere respinta come non

    valida». Quindi egli avalla l’argomento che Sesto respinge. Potrebbe essere che

    il passo di Diogene interpreti male la posizione pirronista sulle prove generali e

    particolari; tuttavia mi sembra altrettanto probabile che ancora una volta qui

    il pirronista di Diogene differisca da quello di Sesto.
    15.
    È proprio da piccole differenze di questo tipo che dipendono tutti gli

    argomenti di Janáček; cfr. sotto, pp. 402-11.
    16.
    In più i parr. 74-108 forniscono una massa di informazioni storiche che

    non sono conservate altrove.
    17.
    Cfr. J. Barnes, art. cit., pp. 29-41.
    18.
    Il caso di Cicerone è simile, dal momento che anche qui gli studiosi parlano

    in modo grossolano e vago di Quellen; cfr. J. Barnes, Cicero’s de fato and a

    Greek Source
    , in J. Brunschwig, C. Imbert e J. Roger (edd.), Histoire et

    Structure: à la mémoire de Victor Goldschmidt
    , Paris 1985.
    19.
    Rispettivamente Timone (IX 76, 102, 105, 107), Enesidemo (IX 78, 87, 102,

    106, 107), Favorino (IX 87), Sesto (IX 87), Agrippa (IX 88), Nausifane (IX 102),

    Numenio (IX 102), Zeussi (IX 106), Antioco (IX 106), Apella (IX 106).
    20.
    Cfr. ἄλλοι τοιοῦτοι in IX 102 e νιοι in IX 71.
    21.
    Rispettivamente Ascanio (IX 61), Filone (IX 67), Teodosio (IX 70), Menodoto

    (IX 115). Le altre fonti sono: Apollodoro (IX 61), Alessandro (IX 61), Antigono

    (IX 62, 110, 111, 112), Eratostene (IX 66), Posidonio (xx 68), Apollonide (IX 109),

    Sozione (IX 109, 112, 115), Ippoboto (IX 116), Filarco (IX 116). Alcuni di questi

    ultimi possono aver discusso aspetti filosofici del pirronismo.
    22.
    Cfr. J. Mejer, op. cit., p. 7 nota 16 per alcune osservazioni in proposito.
    23.
    R. Hirzel, op. cit., p. 40.
    24.
    Su Numenio si veda recentemente F. Decleva Caizzi, op. cit., pp. 204-5

    (con bibliografia, alla quale va aggiunto M. R. Stopper, Schizzi Pirroniani,

    «Phronesis», XXVIII (1983) p. 270). Vi sono tre testi da prendere in considera-

    zione, tutti in Diogene. (I) IX 102: Diogene fa capire che Numenio scrisse una

    σύνταξις del pirronismo e asserisce che egli fu uno dei συνήθεις di Pirrone.

    Ma la lista dei συνήθεις include anche Enesidemo, che non fu certamente un

    contemporaneo di Pirrone: o Diogene usa la parola συνήθης nel senso di « sim-

    patizzante » e non nel senso di «compagno», oppure la lista contiene almeno un

    errore grave. Quindi o il passo tace la cronologia di Numenio oppure esso è

    sicuramente confuso. A ogni modo, anche se il testo è corretto, il par. 102 non

    fornisce una prova affidabile per un Numenio contemporaneo di Pirrone. (II) IX 68:

    «Solo Numenio dice di lui [scil. Pirrone] che anche dogmatizzò». La caratte-

    ristica più strana di questa singolare testimonianza è raramente commentata:

    essa, così com’è, è completamente fuori posto nel contesto, tanto che dobbiamo

    sospettare una qualche forma di corruzione del testo. Comunque sia, la frase

    non dà alcuna indicazione sulla datazione o sull’identita di Numenio. (III) IX 114:

    συνεχές τε ἐπιλέγειν εἰώθει [scil. ὁ Τίμων] πρὸς τοὺς τὰς αἰσθήσεις μετ' ἐπι-

    μαρτυροῦντος τοῦ νοῦ ἐγκρίνοντας, Συνῆλθεν ἀτταγᾶς τε καὶ νουμήνιος.

    Questo è uno scherzo, o almeno una battuta, diretta sicuramente contro gli

    epicurei. Il ἀτταγάς e il νουμήνιος sono uccelli di specie simili (si veda la

    dotta nota di Menagius, ad loc.) e la frase metrica era detta proverbialmente dei

    ladri. Timone vuol dire che se si unisce il pensiero alla percezione, si ottiene solo

    una coppia di criminali. Wilamowitz ritiene che lo scherzo sarebbe inintelligibile

    se la parola νουμήνιος non contenesse un riferimento indiretto al pirronista

    Numenio. Questo riferimento non solo non è richiesto, ma renderebbe di fatto

    oscuro lo scherzo. (Se osservando una femminista e un’ecologista in combutta

    dicessi: «Gente della stessa pasta», la comprensione di questa mia battuta non

    sarebbe aiutata dal sapere che faccio riferimento, sia pure indirettamente, a un

    direttore di banca conservatore di nome Pasta.) Nel par. 114 non c’è nessun rife-

    rimento ad alcun Numenio.
    25.
    La traduzione della frase solleva due difficoltà. (I) Prendo la parola ὅλος

    nel senso di «generale». Jacques Brunschwig ha proposto invece «dettagliato»

    e se egli ha ragione le mie osservazioni sul par. 102 non sono valide giacché

    Diogene stesso non ha dato un’esposizione “dettagliata” del pirronismo. (II) Prendo

    la parola συναγωγή come sinonimo di ἀγωγή. Gigante la traduce con «deduzioni

    conclusive» e la sua traduzione (a parte il plurale) dà un senso più normale

    alla parola. Come parallelo per il senso da me preferito posso finora citare soltanto

    Philostorgius hist. eccl. ΙΙΙ 14.
    26.
    All’interno della Vita di Pirrone si veda IX 61 <469.16), 64 (471.1), 66

    (472.4), 69 (473.13).
    27.
    C’è forse anche una quarta obiezione: la frase nel par. 102 fa capire

    che l’autore non ha copiato da una σύνταξις. Ma chi è l’autore? Non è necessa-

    riamente Diogene, giacché egli avrebbe potuto copiare questa frase stessa da una

    fonte qualunque.
    28.
    Si deve forse osservare che, anche se la mia interpretazione del par. 102

    è falsa, il passo di sicuro non implica che Diogene abbia copiato da una σύνταξις

    pirroniana.
    29.
    Per ἀποδεικνύειν = « indicare », « rivelare » (non « provare ») cfr. ἀπο-

    δεικτικῶς in IX 77 (equivalente all’ ἀπαγγελτικῶς, di Sesto, per esempio in

    PH Ι 197), προαποδεικνύντες (IX 78), ἐδείκνυον (IX 79).
    30.
    II testo è corrotto nelle linee 34 (κατὰ πάντα codd., καθ’ ἑαυτό Stephanus

    — ma la corruttela è forse più estesa: Kuehn ha proposto <κατα>λαμβάνεσθαι;

    si può anche considerare ἀλλὰ <πάντα>, cfr. PH I 135), 58 (βέβαιοῖ codd.

    plerique, βεβαιῶν ed. pr.), e 61 (τό codd., τοῦ Rossius).
    31.
    Cfr. M. Gigante, op. cit., p. 566 nota 241: i Cinque Modi sono «derivati

    presumibilmente da Sesto Empirico».
    32.
    Ἀγνωσία è in effetti una parola chiave nel resoconto di Diogene: IX 76

    (477.17), 85 (481.3), 86 (481.15), 88 (482.5), 91 (483.14), 95 (485.2), 101

    (487.11). Sesto evita questa terminologia. Un pirronista può naturalmente dire:

    “Non conosco questo o quello”, ma non può dire: “Questo o quello è incono-

    scibile”, perché ciò sarebbe un “dogmatismo negativo”. In pratica i buoni pir-

    ronisti dicono spesso che le cose sono “inconoscibili”: in PH Ι 200 Sesto dice

    come ciò debba essere interpretato. Ciononostante il linguaggio di Diogene mi

    sembra qui marcatamente diverso da quello di Sesto.
    33.
    Egli dice οἱ περὶ Ἀγρίππαν. Quest’espressione non significa «i seguaci di

    Agrippa», ma piuttosto o «Agrippa e i suoi seguaci» oppure, più probabilmente,

    «Agrippa» (si veda S.L. Radt, Noch einmal Aischylos, Niobe Fr. 162N (278M),

    «Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik», XXXVIII (1980) pp. 47-58). Espres-

    sioni della forma di οἱ περὶ τὸν δεῖνα sono perifrasi normali che stanno per

    ὁ δείνα; tuttavia vi sono studiosi che persistono nel ravvisare in esse l’indicazione

    di scuole e di discepoli. È come se uno prendesse οἱ τῶν Πυθαγορείων παῖδες

    come riferita ai figli dei pitagorici.
    34.
    Insieme al par. 88 si veda il par. 106 (489.6): Ἀ πελλᾶς ἐν τῶι

    Ἀγρίππαι. Non abbiamo nessun altro rinvio ad Apella. Si è ipotizzato che Agrippa

    non fosse altro che un personaggio (immaginario) dell’opera di Apella.
    35.
    Ma non può essere data alcuna importanza alla parola ὅταν in se stessa,

    che ricorre nel quinto Modo e che è una semplice variante di καθ’ ὅν nel primo

    Modo e di ἐν ὧι nel secondo e nel terzo Modo. Piuttosto è rilevante che qui ὧταν

    è seguito non da una spiegazione del Modo, ma da un’asserzione riguardante le

    circostanze in cui esso è appropriato.
    36.
    Gigante traduce la frase così: «l’inconsistenza di tali premesse è rilevata

    dal fatto che altri partiranno da ipotesi contrarie». Il futuro «partiranno» corri-

    sponde esattamente all’ ὑποθήσεται di Diogene, ma penso che qui il futuro di

    Diogene ha un senso potenziale: se un dogmatico asserisce “P” come pura ipotesi,

    possiamo ipotizzare “non-P” con uguale giustificazione.
    37.
    Si veda Janáček [6], p. 47-48.
    38.
    Gli articoli di K. Janáček su Diogene e Sesto sono i seguenti: [1] Diogenes

    Laertius and Sextus Empiricus
    , «Eunomia» = «Listy Filologické», supp. 3 (1959)

    pp. 50-8; [2] Diogenes Laertius IX 101 und Sextus Empiricus Μ IX 69-75(-78),

    in F. Stiebitz-R. Hošek (edd.), Charisteria F. Novotný octagenario oblata, “Opera

    Universitatis Purkynianae Brunensis” (Facultas philosophica) vol. 90, Prague 1962;

    [3] Πρὸς τῶι bei Sextus Empiricus und Diogenes Laertius, «Philologus», CVI

    (1962) pp. 134-7; [4] Zur Würdigung des Diogenes Laertios, «Helikon», VIII

    (1968) pp. 448-51; [5] Τὰ δέκα τῶν Σκεπτικῶν, in J. Irmscher-B. Doer-U.

    Peters-R. Mueller
    (edd.), Miscellanea Critica: aus Anlass des 150jahrigen

    Bestehens der Verlagsgesellschaft ... B. G. Teubner
    , Leipzig 1964; [6] Skeptische

    Zweitropenlehre und Sextus Empiricus,
    «Eirene», VIII (1970) pp. 47-55; [7]

    Zum Stil des Diogenes Laertios, “Sborník Prací Filosofické Fakulty Brněnské

    University”, Řada Archeologicko-Klasická E 24 (1979) pp. 35-9. Molto vicini sono

    anche: [8] Novopythagorský Text u Sext a Empirika, in Studia Antiqua Antonio

    Salač septuagenario oblata
    , Prague 1955; [9] Hippolytus and Sextus Empiricus,

    «Eunomia», III (1959) pp. 19-21; [10] Eine anonyme skeptische Schrift gegen

    die Astrologen
    , «Helikon», IV (1964) pp. 290-6. Gli altri articoli di Janáček, le

    sue monografie su Sesto e il suo preziosissimo Index contengono tutti materiale di

    rilievo. (Per una bibliografia degli scritti di Janáček fino al 1975 si veda «Graeco-

    latina Pragensia», VII = «Acta Universitatis Carolinae (Philologica)», II (1976)

    pp. 13-21.)
    39.
    Si metta a confronto anche Diog. Laert. Ι 20, con Sext. Emp. PH Ι 16-17.
    40.
    Nella sua incantevole breve valutazione di Diogene, ossia in [4], Janáček

    afferma che i suoi risultati «non significano in alcun modo che Diogene fosse solo

    un copista» (p. 448). Inoltre, con riferimento a IV 1, egli osserva che «Diogene

    si vanta della stessa qualità che egli sottolinea nei filosofi [ossia la φιλοπονία], io

    credo a ragione » (p. 449). Tutto dipende da quel che si intende per «solo un

    copista»: secondo la teoria di Janáček Diogene è tutt’al più un accurato e laborioso

    copista, ma sempre appunto un copista.
    41.
    Cfr. Janáček [9] e [10].
    42.
    Cfr. Janâček [1],
    43.
    Su tutto ciò si veda Annas-Barnes, op. cit., cap. 3.
    44.
    Cfr. Annas-Barnes, op. cit., pp. 138-44.
    45.
    Χρώμεθα δὲ τήι τάξει ταύτῃ θετικῶς. Il significato di θετικῶς è incerto.

    (In effetti Diog. Laert. IX 75 e 87 potrebbe suggerire che dovremmo leggere <οὐ>

    θετικῶς; d’altra parte si veda, forse, Cic. parad. stoic. proem 5.) Il senso gene-

    rale è comunque chiaro: non bisogna insistere sull’ordine. (In realtà l’ordine di

    almeno i primi quattro Modi è logicamente determinato, come le stesse osservazioni

    di Sesto chiariscono: PH Ι 79, 91, 100.)
    46.
    Si veda R. Hirzel, op. cit., p. 116 nota 1.
    47.
    Cfr. E. Pappenheim, Die Tropen der griechischen Skeptiker, Berlin 1885,

    pp. 18-9.
    48.
    M VII-IX corrisponde a PH II-III. Questi libri erano originariamente prece-

    duti da uno o più libri corrispondenti a PH I: cfr. K. Janáček, Die Hauptschrift

    des Sextus Empiricus als Torso erhalten?
    , «Philologus», CVII (1963) pp. 271-7;

    J. Blomqvist, Die Skeptika des Sextus Empiricus, «Grazer Beiträge», II (1974)

    pp. 7-14. Blomqvist mostra convincentemente che τὰ δέκα τῶν σκεπτικῶν men-

    zionati da Diog. Laert. IX 116 sono gli originali dieci libri (ossia rotoli) di M.

    Si noti che la parte di M corrispondente a PH I doveva essere notevolmente più

    ampia.
    49.
    Cfr. J. Mejer, op. cit., pp. 30-2.
    50.
    Non c’è motivo di pensare che Diogene non leggesse Timone di prima

    mano: cfr. J. Mejer, op. cit., p. 29 nota 61.
    51.
    Su Agrippa e Apella si veda sopra, nota 34; su Numenio cfr. sopra, nota 24;

    su Menodoto cfr. sotto, nota 53; su Teodosio si veda sotto, nota 57. Antioco è

    noto solo per i riferimenti nei parr. 107 e 116. Zeussi è presumibilmente lo Ζεῦξις

    ὁ γωνιόπους del par. 116. Egli potrebbe essere identificato con il medico Zeussi

    (si veda K. Deichgraeber, Die griechische Empirikerschule, 2a ed., Berlin-Zürich

    1965, p. 209), ma non ci sono forti motivi per una tale identificazione. Ascanio

    di Abdera ci è noto solo grazie a Diog. Laert. IX 61: ὅθεν γενναιότατα δοκεῖ

    [scil. ὁ Πύρρων] φιλοσοφῆσαι, τὸ τῆς ἀκαταληψίας καὶ ἐποχῆς εἶδος εἰσα-

    γαγών, ὡς Ἀσκάνιος ὁ Ἀβδηρίτης φησίν. οὐδὲν γὰρ ἔφασκεν οὔτε καλὸν κτλ.

    La misura del debito di Diogene a Ascanio non è determinata dal testo, ma, per

    quanto capisco, non c’è motivo per attribuire ad Ascanio nulla di più della notizia

    che Pirrone «introdusse la forma della non-apprensione e della sospensione» (la

    frase si trova anche nella Suda, s.v. ἐποχή, e in psEsichio, ma Ascanio non è

    menzionato): ὅθεν γενναιότατα κτλ. potrebbe derivare da Ascanio e così pure,

    ma con una probabilità ancora minore, οὐδὲν γάρ κτλ. (parafrasato nella Suda, s.v.

    Πύρρων), mentre solo τὸ ... εἰσαγαγών proviene sicuramente da lui. Mueller ha

    suggerito che Ἀσκάνιος sia un errore per Ἐκαταῖος, e cioè che Diogene abbia

    in realtà attinto da Ecateo di Abdera, il discepolo immediato di Pirrone (cfr. IX 69).

    La congettura è infondata e pochi studiosi l’hanno accettata, ma sembra che abbia

    lasciato una traccia dietro di sé, giacché gli studiosi frequentemente suppongono

    che Ascanio fosse forse un immediato scolaro di Pirrone. Perciò al resoconto

    di Ascanio viene attribuita una considerevole importanza. In realtà la sola cosa che

    sappiamo della datazione di Ascanio è che è anteriore a Diogene Laerzio. Per una

    discussione di questo punto cfr. part. G. A. Ferrari, op. cit., pp. 218-20 e F.

    Decleva Caizzi,
    op. cit., pp. 135-6. (Ma l’ultima parola in proposito era già stata

    detta da Menagius: « Nescio qui fuerit, albus an ater homo».)
    52.
    Cfr. J. Mejer, op. cit., p. 28 nota 59: «It seems safe to assume that Dio-

    genes used II cent. AD sources for at least the Platonic and Sceptical doxographies».
    53.
    A. Schmekel, Die positive Philosophie in ihrer geschichtlichen Entwicklung,

    I, Berlin 1938, p. 309 nota 1, suggerisce che Menodoto fosse la fonte di Diogene,

    almeno per quel che riguarda il par. 107. (Per Menodoto, un eminente medico

    empirico sul quale possediamo qualche informazione, si veda K. Deichgraeber,

    op. cit., pp. 212-4.) U. Burkhard, Die angebliche Heraklit-Nachfolge des Skep-

    tikers Ainesidem
    , Frankfurt a.M. 1973, p. 14 nota 4 osserva con ragione che il

    suggerimento di Schmekel è «unbewiesen und unbeweisbar».
    54.
    Cfr. F. Nietzsche, De Laertii Diogenis fontibus, «Rheinisches Museum»,

    XXIII (1868) pp. 632-53; XXIV (1869) pp. 187-228; Analecta Laertiana, «Rheinisches

    Museum», XXV (1870) pp. 217-31; Beiträge zur Quellenkunde und Kritik des Dio-

    genes Laertius
    , Basel 1870. Questi lavori sono ora reperibili nell’edizione critica

    dei Werke di Nietzsche a cura di G. Colli e M. Montinari (vol. II 1, a cura di

    F. Bornmann e M. Carpitella, Berlin 1982). Il Nachlass di Nietzsche contiene

    un numero immenso di articoli, annotazioni, schizzi, congetture, ecc. su Diogene:

    si veda voll. IV e V dell’edizione Beck (München 1934). Cfr. M. Gigante, Friedrich

    Nietzsche nella storia della filologia classica
    , «Rendiconti dell’Accademia di Ar-

    cheologia Lettere e Belle Arti di Napoli», LIX (1984) pp. 5-46; J. Barnes, Nietzsche

    and Diogenes Laertius,
    «Nietzsche Studien», XV (1986) pp. 16-40.
    55.
    Poiché il resoconto del pirronismo allude a Sesto e a altri personaggi di

    quell’epoca, esso non potè derivare da Diocle che era più antico. L’argomento di

    Nietzsche presuppone che ogni parola di Diogene sia presa da qualcun altro.

    Ma Diogene avrebbe potuto abbastanza facilmente copiare una fonte precedente a

    Sesto e tuttavia aver aggiunto egli stesso la nota nel par. 87 (cfr. J. Mejer, op. cit.,

    p. 7 nota 16). Quale che sia la datazione del testo da cui Diogene avrebbe copiato

    (ammesso che ve ne sia stato uno), possiamo ancora ritenere che il suo resoconto

    rifletta una versione dei Dieci Modi precedente a Sesto. In realtà credo che sia

    proprio questo il caso (si vedano le osservazioni sul Modo della relatività sopra,

    p. 412-3). Anche K. von Fritz, op. cit., pp. 101-4, sostiene che il resoconto dioge-

    niano dei Dieci Modi riflette uno stadio del pirronismo antecedente a quello ri-

    specchiato nel resoconto di Sesto. Egli suggerisce che originariamente, prima di

    Enesidemo, esistesse un insieme di cinque Modi e sostiene che essi risalgono allo

    stesso Pirrone sulla base della presenza di elementi “democritei” nelle prime loro

    illustrazioni. Senza dubbio vi è materiale democriteo in alcuni esempi, ma i pirro-

    nisti raccoglievano da ogni parte i contenuti dei loro esempi. Le speculazioni di

    von Fritz si librano molto al di sopra dell’evidenza.
    56.
    La fonte di Diogene per lo scetticismo pirronista fu « certamente uno scet-

    tico; infatti nelle argomentazioni contro i dogmatici egli parla sempre in prima

    persona plurale, con “noi” ecc.» (Werke, II 1, p. 207). La prima persona plurale

    nei parr. 74-77 è irrilevante, perché «noi» non significa «noi scettici», ma è posta

    all’interno di una specie di dialogo. Così il par. 103 si apre con: πρὸς οὗς [scil.

    τοὺς δογματικούς] ἀποκρίνονται· Περὶ μὲν ὧν ὡς ἄνθρωποι πάσχομεν, ὁμολο-

    γοῦμεν [...] Qui la terza persona ἀποκρίνονται isola effettivamente tutte le succes-

    sive prime persone. Se scrivessi: «I socialisti rispondono: “Siamo uomini di sani

    principi ...”», non si potrebbe inferire che io stesso sia un socialista. Cfr. anche

    E. Maass, De biographis graecis quaestiones selectae (“Philologische Studien” 3),

    Berlin 1880, p. 5 nota 1.
    57.
    Su Teodosio v. K. Deichgraeber, op. cit., pp. 219-20; K. von Fritz, s.v.

    Theodosios
    (3), in RE V A 2 (1934), coll. 1929-1930. Oltre al riferimento in Diogene,

    vi sono un breve passo del cod. Haun. Lat. 1653 (cfr. K. Deichgraeber, op. cit.,

    p. 41) e un articolo nella Suda, s.v. Θεοδόσιος, che di sicuro confonde almeno due

    persone. F. Nietzsche, Werke, II 1, p. 207, dice che Teodosio «war ein Gegner

    der Pyrrhoneischen Skepsis. Seine Behauptungen, Pyrrho sei nicht der Urheber der

    Skepsis und habe kein Dogma, werden im Laertius dargelegt und hinterdrein

    ausführlich bewiesen. Dass er nach Sextus lebt, zeigt die deutliche Polemik gegen

    Hypotyp. I 3 [cioè PH I 7], die er vor sich hat». Teodosio, per quel che ne sap-

    piamo, non fu «un oppositore dello scetticismo pirronista»; egli sostenne sempli-

    cemente che gli scettici non dovrebbero chiamarsi pirronisti. Diogene riferisce

    tre argomenti in favore di questa opinione non ortodossa (ma essenzialmente

    cavillosa): (I) non possiamo conoscere lo stato mentale di nessun altro, per cui

    non possiamo conoscere la διάθεσις di Pirrone; quindi non dovremmo chiamarci

    pirronisti. (II) Pirrone non fu il primo scopritore dello scetticismo; (ma una filosofìa

    che prende il nome da un filosofo dovrebbe scegliere come suo eponimo il primo

    fondatore). (III) Pirrone non aveva una dottrina (mentre uno dovrebbe dirsi X-ista

    solo se condivide le dottrine di X) (cfr. I 19-20). Tutti i pirronisti avrebbero

    accettato la prima premessa di ciascun argomento. Teodosio sembra muoversi al-

    l’interno della scuola, partendo da premesse pirroniste e giungendo ad una con-

    clusione leggermente offensiva (οὐδὲ Πυρρώνειοι καλοίμεθ’ ἄν — si noti la prima

    persona). Ad essere precisi, non possiamo essere sicuri né che Teodosio fosse un

    pirronista né che non lo fosse. Per quanto riguarda Sesto quello che segue è il

    passo rilevante di PH Ι 7: ἡ σκεπτικὴ τοίνυν ἀγωγὴ καλεῖται [...] Πυρρώνειος

    ἀπὸ τοῦ ΦΑΙΝΕΣΘΑΙ ἡμῖν τὸν Πύρρωνα σωματικώτερον καὶ ἐπιφανέστερον

    ΤΩΝ ΠΡΟ ΑΥΤΟΥ προσεληλυθέναι τῇ σκέψει. Le due frasi in lettere maiuscole ri-

    spondono implicitamente ai primi due argomenti di Teodosio (mentre il terzo trova

    risposta, sempre implicitamente, in Ι 16-17). Invece di riscontrare in Teodosio una

    «deutliche Polemik gegen Hypotyp. Ι 3», viene la tentazione di prendere PH l 7

    come una deliberata risposta a Teodosio. In questo caso Teodosio precederebbe

    Sesto (si veda F. Decleva Caizzi, op. cit., p. 201).
    58.
    Teodosio è stato sostenuto, fra gli altri, anche da R. Hirzel, op. cit.,

    p. 137 nota 1; E. Pappenheim, Die angebliche Heraklitismus des Skeptikers Aene-

    sidemos
    , Berlin 1889, p. 9; K. von Fritz, Pyrrhon, cit., Janâček [3]; U. Burkhard,

    op. cit., p. 12; F. Decleva Caizzi, op. cit., p. 203. Von Fritz, il quale pensa che

    Teodosio sia «probabilmente» la fonte dell’«albero genealogico» dei parr. 71-73

    e, «almeno non improbabilmente», la fonte dell’intera dossografia sul pirronismo,

    presenta due argomenti di nessun valore: « la stretta connessione con la precedente

    citazione [di Teodosio nel par. 70] e la menzione di Ippocrate [nel par. 74] fra

    i primi scettici». Egli aggiunge anche un riferimento al suo precedente articolo

    su Teodosio in RE, evidentemente dimenticando che lì egli aveva rifiutato aperta-

    mente l’ipotesi che Teodosio fosse la fonte principale di Diogene. Poiché l’articolo

    Pyrrhon di von Fritz gode di grande stima, devo osservare che esso è in certe

    parti largamente fondato su speculazioni e stranamente privo di riferimenti. Burk-

    hard sostiene che Teodosio è la fonte dell’albero genealogico sulla base, evidente-

    mente insufficiente, del fatto che «der Abschnitt 70-73 ist nicht anders als eine

    Explikation der Ansicht, die Diog. Laert. in 70 Theodosius zuschreibt». Una con-

    siderevole parte dell’argomentazione svolta nella monografia di Burkhard, per altro

    eccellente, dipende purtroppo da questo assunto. Janáček osserva giustamente che

    i suoi predecessori non avevano fornito buone motivazioni a sostegno di Teodosio,

    ma anche le sue ragioni sono prive di valore. In [3] egli sostiene che «Diogene

    ha tratto da un’unica fonte le dottrine scettiche contenute nel testo dal par. 70

    fino forse alla fine del libro IX» (p. 136), e ritiene che questa fonte sia Teodosio.

    La prova di Janáček è la seguente: nel par. 70, in una citazione letterale di Teo-

    dosio (<474.10>), Diogene usa πρὸς τῶι nel senso di πρὸς τούτοις; lo stesso uso

    di πρὸς τῶι si ritrova anche nel par. 91 (483.9) e nel par. 95 (484.21). Al di

    fuori di questi passi πρὸς τῶι si incontra una sola volta nell’intero corpus della

    letteratura greca, precisamente in Sext. Emp. PH ΙΙΙ 74. La conclusione è che

    questo strano uso di πρὸς τῶι doveva essere una peculiarità della fonte scettica

    comune a Diogene e a Sesto e che, quindi, Diogene adopera la stessa fonte, ap-

    punto Teodosio, nei parr. 70, 91 e 95 e, plausibilmente (?), in tutto il corso dei

    parr. 70-116. (Cfr. inoltre M. Gigante, op. cit., [nota 4], p. 565 nota 225.) L’argo-

    mento non è valido sotto due rispetti. In primo luogo anche se nel par. 70 è

    usata l’oratio obliqua (l’accusativo + infinito), ciò non prova (con buona pace di

    Janáček [3] p. 135) che Diogene citi Teodosio alla lettera. Al contrario ciò prova

    che Diogene non lo cita parola per parola. Dopo tutto una delle principali diffe-

    renze fra l’oratio recta e l’oratio obliqua è proprio che quest’ultima non si ripro-

    mette di riprodurre le parole della fonte. Quindi ιλ par. 70, se suggerisce qualcosa,

    suggerisce che πρὸς τῶι era un capriccio dello stile di Diogene. In secondo luogo

    non vi è comunque nessuna oratio obliqua nel par. 70, giacché il πρὸς τῶι di

    Janáček è un’espressione fantasma, nel senso che non ha un’esistenza reale. In

    tutte e quattro le occorrenze che Janáček cita abbiamo la consueta costruzione

    greca di πρός + dativo, che significa “in aggiunta a”. Il τῶι in ogni singolo caso

    regge l’infinito che segue. Pertanto nel par. 70 la costruzione non è πρὸς τῶι

    (= πρὸς τούτοις), ... εὑρηκέναι (accusativo + infinito), ma πρὸς (preposizione)

    τῶι ... εὑρηκέναι (infinito nominale). Aggiungo due codicilli. (I) Il par. 70, se

    non usa l’oratio obliqua, non usa neanche l’oratio recta: Diogene si basa su Teo-

    dosio, ma non dà a vedere di citarlo. (II) I quattro enunciati introdotti da πρός

    (τῶι + inf.) risultano strani nella misura in cui sono usati come se fossero unità

    grammaticalmente indipendenti. Ma una cosa di questo genere non è una caratte-

    ristica inusitata dello stile telegrafico di Diogene.
    59.
    L’apparato critico dell’edizione OCT riporta: «om. fr<obenii editio>: secl.

    Cob(etus)». L’espunzione fu compiuta da Isaac Casaubon il quale osservava che

    l’intervento lascia il testo in uno stato insoddisfacente. Egli aveva suggerito:

    τούτων δὲ τῶν δέκα τρόπων οὕς τίθησιν εἷς πρώτος κτλ.
    60.
    Kuehn ha proposto: τίθησι [seil. Enesidemo] καθ’ εν, πρώτον ...
    61.
    Uno potrebbe cavillare sul καί dell’espressione καί Θεοδόσιος di Nietzsche

    e domandarsi quale forza esso possa avere. Ma si veda sopra, nota 26 e soprattutto

    IX 61 <469.16>, 69 (473.13).
    62.
    Anche l’ἓν πρῶτον dei manoscritti principali è sicuramente corrotto. Long

    segue testimonianze tarde leggendo ὧν πρῶτος κτλ. Πρῶτος è certamente richie-

    sto, mentre ὧν è forzoso. Forse ἓν è quel che resta di un εα scritto sopra l’η

    di τίθησιν.
    63.
    Diogene menziona Teodosio nel par. 70. Quindi, nel par. 71, egli introduce

    l’albero genealogico con la formula ἔνιοί φασιν. Ciò implica chiaramente che egli

    non usa più Teodosio: perché mai dovremmo rifiutare questa implicazione? (De-

    cleva Caizzi nota la difficoltà. Ella suggerisce, non convincentemente, che la parola

    ἔvιοι non si riferisce forse a Teodosio ma che «fosse usata da lui nella sua opera

    e riportata da Diogene».) Penso che dovremmo prendere sul serio il plurale di

    Diogene, ἔνιοι: l’albero genealogico menziona Omero e Euripide due volte e

    questo mostra che esso fu collazionato da fonti diverse (e perché mai non da

    Diogene?).


    Jonathan Barnes . :

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