IL MITO NEL LESSICO GIOVANILE SCHELLINGHIANO
Lidia Procesi
IL MITO NEL LESSICO GIOVANILE SCHELLINGHIANO
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L’ermeneutica del mito, è noto, rappresentò per Schelling un problema

ricorrente e ne accompagnò l’intera vicenda speculativa, sottolineandone si-

gnificativamente i momenti culminanti: dall’idealismo trascendentale e dalla

filosofia dell’arte all’epoca della filosofìa dell’identità, alla complessa e incom-

piuta meditazione sulle età del mondo, all’enigmatico abbozzo della dottrina

delle potenze nello scritto sulle divinità di Samotracia, fino al grande dramma

teogonico-mitologico della filosofia positiva. Molto è stato detto riguardo a

questa presenza ed alla continuità problematica che tuttavia essa attesta: si è

discussa l’evoluzione, la disgregazione o il riaffiorare dei temi speculativi; si è

sottolineata, più in generale, la necessità di analizzare questa tematica in fun-

zione della migliore conoscenza non solo del filosofo ma della sua epoca e se

ne è messa in luce quindi l’attualità o, viceversa, la si è dissolta all’interno di

tradizioni interpretative ricche ma superate. Ciò nonostante i primissimi ab-

bozzi di una teoria del mito formulati da Schelling negli scritti giovanili sono

tuttora oggetto di scarso interesse specifico, e ciò vale in particolare per il pic-

colo e brillante saggio Über Mythen, historische Sagen und Philosopheme der ältesten

Welt
(1793) 1. L’opinione degli studiosi a riguardo è del resto pressoché una-

nime: questo saggio, sviluppato dalla dissertazione latina di dottorato, testimo-

nia e conferma indubbiamente la precocità del genio filosofico schellinghiano

e rivela una notevole dimestichezza con la letteratura specialistica del tempo,

ma non se ne può sopravvalutare il significato. Al di là della generica imposta-

zione razionalistica, assorbita dalle concezioni correnti più note e significative,

non sembra possibile cogliervi una qualche anticipazione delle elaborazioni

teoriche successive o una peculiare originalità 2. Il giovanissimo Schelling

dimostra di avere perfettamente chiaro il dibattito contemporaneo sul mito ed

in particolare si serve con disinvoltura delle teorie di C. G. Heyne e di Herder,

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oltre che dell’Eichhorn, dello Storr, del Moritz ed è in grado di ricostruirne

una sintesi equilibrata e meditata. Ma il valore dei suoi primissimi scritti non

oltrepassa la dimensione biografica della sua maturazione 3 .

L’operetta Über Mythen , in effetti, non sembra suggerire particolari spunti

di meditazione ed appare più come una parentesi ben presto chiusa, per l’ur-

genza di altre questioni filosofiche più complesse. La nuova edizione critica,

tuttavia, consente di rivedere tale criterio o quanto meno di tentare una rilet-

tura dell’operetta incentrando l’analisi sul lessico. Estraendone infatti i termini

e i sintagmi filosoficamente significativi, come vedremo, è possibile cogliere

nella composizione e fusione degli elementi già noti operata da Schelling

un’impostazione originale, interessante non tanto ai fini di enfatizzare l’impor-

tanza e la portata di tale speculazione giovanile, quanto come messa a fuoco

dell’abbozzo di nuove ipotesi teoriche grazie all’arricchimento semantico della

terminologia usata ed alla sua incidenza, di riflesso, sulla rielaborazione stessa

delle dottrine correnti. Al di là quindi di cosa Schelling sostenne, tenteremo di

analizzare «come» egli espresse le proprie tesi, di quali ampliamenti semantici

si servì per riformulare teorie note ed accreditate. La nostra ipotesi è che il

linguaggio da lui usato si dimostra atto, se non a trasformarle radicalmente,

certo ad arricchirle di inconsuete e feconde sfumature ed insieme tale da porre

i presupposti per il loro abbandono e per il prender corpo di dottrine ad esse

non più riducibili. Nell’interpretazione del mito il lessico schellinghiano giova-

nile testimonia infatti in primo luogo un’acuta sensibilità filosofica in gestazio-

ne, ma già segnata dalla lettura di Kant, che sostanzia via via di sè contenuti

culturali tradizionali e conosciuti.

In Über Mythen, in sintesi, Schelling connette l’origine del mito alla sem-

plicità infantile dello spirito umano dei tempi più arcaici, e lo definisce pro-

dotto del bisogno più che dell’arte. Attraverso il mito, sia storico che filosofi-

co, secondo la sua nota distinzione, viene fissata la tradizione orale delle stirpi

e viene tramandata la più antica sapienza e tutte quelle verità che, intuite

7

oscuramente, non potevano essere espresse in concetti chiari a causa del pre-

valere della fantasia sull’intelletto. Il suo carattere è dunque narrativo, storico,

in quanto così è più consono a tale carenza della primitiva umanità, di cui esso

è l’espressione originaria; ciò vale indipendentemente da ogni tentativo di

cogliervi una verità commisurabile secondo gli schemi della ragione più evolu-

ta.

Si tratta di dottrine molto familiari nell’epoca, tuttavia Schelling le riela-

bora cosicché il mito, da semplice espressione dell’infanzia dell’umanità, che

può essere compreso solo rivivendolo simpateticamente o tuttalpiù tentando di

sospendere il divario tra quel mondo e quello di chi si pone ormai nel pieno

sviluppo delle facoltà razionali, comincia a strutturarsi come una forma primi-

tiva per il cui tramite la coscienza immaginifica primordiale attua la sua presa

sulla realtà e la sua prima costituzione della realtà, in una sorta di oscuro

abbozzo della funzione schematica dell’immaginazione trascendentale, formu-

lata poi nella filosofia dell’arte, e che qui viene proiettata nella situazione in

cui l’uomo era ancora «figlio» e «amico», non «legislatore della natura». Il

mito appare quale finitizzazione virtuale dell’infinito, in quanto prodotto di

un’attività organizzatrice della coscienza che opera su incerti presentimenti di

verità e conoscenza e che fa sorgere dalla semplicità arcaica una molteplicità di

contenuti: il mito storico come fissazione della memoria sfuggente delle stirpi,

il mito filosofico come primitiva teoresi, basata su rappresentazioni sensibili

che costruiscono la verità e insieme producono e collegano i primi concetti. Il

proclamato carattere originario del mito perde gradualmente il suo spessore

diacronico per accostarsi sempre più ad una dimensione puramente formale, in

cui la cornice storica e narrativa non è solo l’espressione della debolezza origi-

naria della ragione ma si fa risultato delle condizioni di spazio e tempo che

determinano il campo stesso della sensibilità, cui essa è connaturata. La riven-

dicazione di un significato del mito distinto dalla sua veste poetica o sapienzia-

le e connesso a fasi diverse dell’evoluzione umana passa in secondo piano,

mentre il rifiuto di assimilarlo ai prodotti artistici e di confonderlo con l’alle-

goria e la parabola comporta che ne sia messo in rilievo un ben diverso ruolo

primario nel movimento della coscienza verso la realtà, in cui la fantasia non è

più vaga immaginazione ma si caratterizza quale funzione produttiva determi-

nante.

L’analisi del lessico di questo testo sembra suggerire indizi significativi di

tale delinearsi del senso trascendentale del pensiero mitopoietico nell’interpre-

tazione del giovane Schelling. In primo luogo, infatti, le sue tesi si concentra-

no attorno ad un gruppo ristretto di termini interessanti e tipici delle dottrine

del tempo, che si combinano in contesti alquanto mutati: Dichtung, Geschichte,

Darstellung da un lato, Versinnlichung, Einbildungskraft, Wahrheit dall’altro. Il fitto

ricorrere di Dichtung, che compare quasi sempre secondo un’accezione ridutti-

8

va, rappresenta un punto di riferimento costante del più vasto discorso inter-

pretativo del mito come narrazione e storia: è attestato infatti un solo caso in

cui la Dichtung sia identificata come mezzo di trasmissione primario delle anti-

che saghe e tradizioni di una stirpe:

Mit Begeisterung hört das Volk jene Gesänge an, die Melodie derselben klingt in

seiner Seele lang noch nach, die Vorstellungen per Dichtung leben in seinem Mun-

de fort und erhalten sich bis auf die späte Nachwelt 4,

altrimenti la sua funzione è subordinata, successiva, distinta se non opposta

alla produzione mitica originaria. Il mito non deve essere estrapolato dalla

Dichtung in quanto questa, quale espressione di un’umanità più raffinata, rap-

presenterebbe un momento aggiuntivo e inessenziale all’individuazione del

carattere propriamente mitologico di un racconto. L’alta frequenza del sintag-

ma blosse Dicthung rafforza tale accezione negativa, che sfuma e svuota gradual-

mente la prospettiva razionalistica ed evoluzionistica, costituendo un presup-

posto per la successiva elaborazione di un’ermeneutica orientata in senso tra-

scendentale. Se nelle prime battute del saggio Dichtung ricorre in contesti con-

sueti e secondo un’utilizzazione diffusa nell’epoca:

Ferne sei es von uns, diejenige Sagen, die in ihrer Ursprünglichkeit erhalten sind

[.. .] für Produkte künstlicher Dichtung zu halten 5;

nel corso della trattazione tale suo significato si radicalizza, fino ad indicare il

«non originario» sul piano formale e non semplicemente diacronico. La blosse

Dichtung
indica costantemente una forma non necessaria, accessoria, uno dei

possibili e molteplici contenuti della saga e del mito: Werk der blosse Dichtung,

aus blossen Dichtungen entstanden sejn, blosse Dichtungen erhalten
sono alcuni dei sintag-

mi che indicano questa tendenza, la quale si mostra condizione e insieme esito

della trasformazione semantica che si avviano a subire termini come Geschichte,

Darstellung e sintagmi come Character der Einfalt, Geist der ältesten Welt che carat-

terizzano appunto lo stadio della produzione mitica. Inoltre i termini Bildung

ed Erziehung sono presenti solo una volta in contesti significativi:

lasset uns in ihnen [den Denkmälern der Vorwelt] den kindlich einfältigen Geist

der ältesten Welt, der uns aus ihnen entgegen weht, lernen und festhalten, lasset uns

endlich auch an ihnen eines der ersten Beförderungsmittel der Bildung unsers

Geschlechts mit warmem Herzen verehren 6.

Natürlich trägt es also auch für den ganzen Gang der Kultur eines Volks ausser-

9

ordentlich viel aus, welche Erziehung es in der Schule der Tradition erhalten

hat 7.

Ciò sembra confermare la perdita di spessore della dimensione diacronica

in quanto presupposto per la comprensione adeguata del mito e la rivalutazio-

ne o la scoperta della sua funzione.

Anche le accezioni con cui è impiegato il vocabolo Geschichte sono signifi-

cative di tale tendenza: solo in una minoranza di casi, tra numerose attestazio-

ni, Geschichte compare col significato più ampio di storia umana o delle stirpi, e

ciò avviene per lo più nelle pagine introduttive, ove il tono è più generico:

Ein weites Feld für die dichtende Einbildungskraft ist die dunkle Periode der

Urwelt, in deren Geschichte nur hie und da noch ein lichter Punkt schwach her-

vordämmert. Ferner: alle Völker haben die älteste Geschichte ihrer Familie, ihres

Landes oder ihres Erdtheils mit der ältesten Geschichte der Welt und des Men-

schengeschlechts überhaupt häufig identificirt 8.

Schelling se ne serve altrimenti nel senso più specifico e ristretto di rac-

conto, vale a dire di esposizione sensibile, in quanto è l’unico mezzo per il cui

tramite può essere fissata e rappresentata la verità:

der Urheber dieses [mythischen] Philosophems wollte, daß man die Geschich-

te, die er erzählt, eigentlich verstehen solle, aber sein Zweck ist nicht, daß man diese

Geschichte als wirkliche Geschichte glaube, sondern, daß man von der durch

sie versinnlichten Wahrheit überzeugt werde 9

Questa è la tesi razionalistica del carattere storico-narrativo del mito, da

connettersi strettamente al suo ruolo di esplicitazione e di trasmissione delle

antiche dottrine e tradizioni orali, consono all’oscuro sentire primitivo; nella

esposizione schellinghiana, tuttavia, tale tesi assume la valenza di abbozzo della

teoria del mito come schematizzazione dei dati confusi dell’esperienza arcaica,

con l’accentuazione delle sue implicazioni a livello formale. Geschicke, infatti, si

lega sempre nei contesti più significativi in sintagmi quali: durch Geschichte ver-

sinnlichen, durch Geschichte darstellen
, e funge da termine medio tra la Einfalt origi-

naria e la costituzione della sapienza primitiva in un’espressione fruibile. L’ac-

cezione connessa al puro kleiden è invece scarsamente attestata e complessiva-

mente meno rilevante. Se la tradizione mitica è dunque la manifestazione di

uno spirito semplice dominato dalla fantasia e mosso dal bisogno di esternare

un coacervo di presentimenti di verità confusi e inesprimibili, la narrazione

10

nel mito non è più identificabile immediatamente con la veste esteriore ma si

configura quale forma originaria in cui, più radicalmente, la coscienza articola

via via i propri contenuti, memorizzandoli e insieme costruendo la storia delle

stirpi e la più antica filosofia, tramite operazioni individualizzanti di cui il mito

è la produzione più significativa. Se nel mito è contenuta la più antica sapienza

dell’umanità, ciò avviene perché esso è riducibile alla Geschicht come forma

della Versinnlichung e della Darstellung, che, come si vedrà, sono condizioni della

verità stessa.

Ne risulta rafforzata la distintione dall’allegoria e, sopratutto, dalla para-

bola. L’oggetto della narrazione mitica, infatti, proprio per la sua dimensione

originaria, è wirklich angenommen e historisch dargestellt nel senso pregnante conferi-

to al termine historisch dall’interpretazione della storia-narrazione come presen-

tazione-rappresentazione di un contenuto altrimenti inattingibile. L’allegoria e

la parabola si collocano invece in quella dimensione secondaria e successiva a

cui appartiene anche la poesia, e sono più espressioni artificiose che indici di

un movimento originario della coscienza.

Il peculiare campo semantico di Geschichte si definisce ancor più chiara-

mente con il confronto con le accezioni del sostantivo Wahrheit, che ad esso si

accompagna frequentemente, e dell’aggettivo wahr, termini fondamentali per la

trasformazione dell’interpretazione tradizionale. Anche nel caso di Wahrheit

non si tratta più per Schelling di rivendicare semplicemente al mito una verità

parziale nei limiti di una comprensione di stampo evoluzionistico e di rivalu-

tarlo in quanto racconto storico ed espressione viva che si contrapponga al

morto linguaggio dei concetti: proprio per aver portato alle estreme conse-

guenze l’assunto razionalistico ed aver constatato l’impossibilità di individuare

comunque un contenuto vero nel mito, e quindi la vanità stessa della questio-

ne della sua verità, Schelling si pone il problema di spostare l’analisi sul piano

formale. L’aggettivo wahr è dunque attestato due volte e sempre in connessio-

ne a Geschichte. Esso indica un momento possibile ma non essenziale della fun-

zione di Versinnlichung propria del racconto mitico:

Eine solche Geschichte, durch die irgend eine Wahrheit versinnlicht wird, kann,

wenigstens den Hauptumständen nach, wahre Geschichte seyn 10.

Da aber doch, wenn ein Philosophem in eine wahre Geschichte gekleidet

wird, gewöhnlich wenigstens Nebenumstände geändert werden 11 .

11

Unito ad historisch, anche qui due sole occorrenze, compare in senso ancor più

netto come elemento secondario nella definizione del mito;

Um zu zeigen, daß ein gewisser Mythus kein historischer Mythus sey, ist es nicht

genug zu zeigen, dass er keine historisch- wahre Tradition enthalte 12.

Da aber der philosophische Mythus nichts anders zum Zweck hat, als Versinnli-

chung irgend einer Wahrheit, so soll, nach der Absicht seines Urhebers, ein solches

Philosophem denselben Eindruck, wie etwas historisch-wahres, auf uns ma-

chen 13.

Proseguendo la trattazione, Schelling sottolinea come nel mito possano

comparire anche elementi estranei alla esposizione della verità, puramente

accessorii e con una funzione semplicemente retorica, di suscitare l’effetto

historisch-wahr. Infine nell’unica occorrenza di das Wahre il termine indica

appunto un aspetto del tutto opinabile, al limite del falso problema nell’erme-

neutica del mito:

wie schwer es dem Geschichtsschreiber werden muß, aus einer mythischen

Geschichte das Wahre herauszufmden, und wie wenig historischen Gewinn wir am

Ende einer solchen Geschichte verdanken 14.

La verità del mito come racconto non ha dunque più molto a che spartire

con un processo rivelativo di un nucleo originario, avvolto nel rivestimento

dell’espressione fantastica primitiva, a conferma del senso già indicato per

Dichtung, e bisogna cercarne altrove il significato: l’analisi dell’uso di Wahrheit

mostra che Schelling configura il ruolo del mito, sia pure senza diffondersi in

esposizioni dettagliate, piuttosto come una posizione della verità stessa, il ten-

tativo di costituirla affrontato della coscienza primitiva, colta nella sua origina-

ria attività formale. La sola prospettiva oggettivistico-diacronica non dà invece

alcuna garanzia che nelle antiche saghe sia possibile mettere in luce una qual-

che verità di ordine scientifico, etico o storico:

In solchen Sagen dürfen wir also immer eher reinhistorische Wahrheit erwar-

ten; aber gewöhnlich sind sie eben in dem Maaße, in dem ihr Innhalt weniger wun-

dervoll werden konnte, auch weniger wichtig für uns 15.

Könnten wir noch jetzt einen jener Menschen aus der Periode der Tradition von

12

Mund zu Mund mit uns reden hören, die Enträthselung der Wahrheit würde uns

weit leichter 16.

Se l’insegnamento di Heyne proponeva la rivalutazione della verità del

mito a prezzo del suo snaturamento, l’approccio simpatetico di Herder non

garantiva comunque una effettiva comprensione, libera da ogni mistificazione:

in entrambe le prospettive il mito doveva esser ridotto ad una categoria diver-

sa e quindi veniva di fatto negato nel momento stesso in cui ci si proponeva di

affermarne il valore. Schelling, quindi, pur accogliendo le tesi di entrambi,

tenta di spostare il problema e tale suo tentativo traspare peculiarmente

dall’insistenza con cui il termine Wahrheit viene utilizzato con un senso lonta-

no da quello della verità data e più affine ad una concezione dinamica, funzio-

nale. Come esempio particolarmente significativo del legame diverso proposto

tra mito e verità si può citare tra l’altro un contesto in cui Wahrheit è stretta-

mente connesso alla Darstellung ed appare per la prima volta esplicitamente

come prodotto:

Das Hauptmerkmal aber, wodurch historische und philosophische Mythen unter-

schieden werden, ist dieses: der Zweck der historischen Mythen ist Geschichte, der

Zweck der philosophischen — Lehre, Darstellung einer Wahrheit. Der allge-

meine Zweck mythischer Philosopheme war immer Versinnlichung einer Idee 17.

Se ciò che conta non è il contenuto ma lo scopo, la verità nel mito

comincia ad apparire non tanto come un ipotetico presupposto, quanto come

risultato di un processo di primitiva fissazione della storia e della dottrina. Ed

è appunto in questa accezione capovolta che Schelling usa Wahrheit nel seguito

del saggio. Possiamo perciò mettere in evidenza una doppia accezione di que-

sto termine, che dapprima appare in senso generico e sciolto da espressioni

sintagmatiche: è la verità riposta nelle antiche saghe, a cui si può tornare rivi-

vendone il messaggio nel sentimento e nell’immaginazione:

Das Wunderbare nämlich gewährt zwar immer unserer Einbildungskraft große

Nahrung, aber, sobald es das Gepräge der Kunst an sich trägt, vermag es niemals ein

solches Wohlgefallen an sich hervorzubringen, als jene unschuldigen Sagen, die, in das

Gewand urächter Einfalt gekleidet, durch ihre täuschende Wahrheit uns selbst in

jene Zeiten der Einfalt zurückversetzen 18.

In seguito, precisandosi l’interpretazione del mito, Wahrheit compare quasi

esclusivamente legato in sintagmi con quei termini che ne specificano la

13

dimensione dinamica, in particolare versinnlichen e darstellen. Funzione per eccel-

lenza del mito è infatti la Versinnlichung, Darstellung einer Wahrheit, di cui la sto-

ria, secondo quanto accennato, rappresenta il medio, la semplicità primitiva il

punto di partenza e la Einbildungskraß la facoltà specifica. Gli oscuri barlumi di

verità e di conoscenza devono fissarsi nel mito storico e in quello filosofico in

un processo che è insieme entbinden, herauszjehen e anknüpfen: scioglimento dei

primitivi concetti dalle confuse regioni della memoria e loro produzione, infi-

ne loro collegamento secondo un’istanza formalmente analoga a quella che si

pone alla base delle spiegazioni naturalistiche razionali:

Oft ist es bei jener Darstellung nicht nur um Bezeichnung der Begriffe zu thun,

sie soll, wie die Lehrart des Sokrates, die Begriffe oft erst gleichsam entbinden,

und ans Licht hervorziehen. Ein philosoph der ältesten Welt kann auf Ideen

geleitet werden, die seiner Seele noch ganz fremd sind [...], die er sich nur dadurch

eigen machen kann, daß er sie an sinnliche Zeichen, an schon vorher gefaßte sinnli-

che Begriffe anknüpft 19.

È inoltre possibile individuare l’ulteriore specificarsi di tale funzione

dinamica nell’arricchimento semantico del termine Form, che mostra una

significativa evoluzione dalla occorrenze iniziali a quelle finali. Nelle pagine

introduttive, infatti, Form è attestato una sola volta ed in senso del tutto gene-

rico:

In Rücksicht auf die Form der ältetsten Sagen äussert sich jene Einfalt durch

eine Sprache voll lebendiger Bildung 20.

Nel seguito della trattazione, invece, Form tende a concentrarsi in una

serie di occorrenze, in cui è identificato come carattere distintivo del filosofe-

ma mitico, attraverso cui viene espressa la verità, indipendentemente dal con-

tenuto, nella distinzione tra forma interna e forma esterna del mito stesso:

Das Mythische an einen mythischen Philosophem betrift, dem bishergesagten

zufolge, bloß die Form des Philosophems. Der durch einen Mythus versinnlichte

Satz mag wahr oder falsch seyn, der Mythus bleibt auf jeden Fall. Vom Innhalt der

mythischen Philosophie haben wir also nur in sofern zu reden, als ein verschiedner

Innhalt in einem ganz verschiednen Verhältniß zum Mythus stehen kann 21.

L’abbozzo schellinghiano di una concezione dinamica della forma mitica

traspare anche dall’interpretazione del mito della nascita di Venere:

Hiedurch soll nämlich der Stillstand der Natur in Hervorbringung neuer Dinge

14

(nicht neuer Formen [...]) ausgedrückt werden. Die tiefe Wahrheit liegt in dem

Mythus, daß die Natur der Substanz nach immer dieselbe bleibe und nur die Form

ändere. Auf diese bezieht sich der damit verbundene Mythos vom Ursprung der Venus.

Das Quantum der Substanz wollte die Natur ferner weder vermehren noch vermin-

dern, aber die Form sollte jetzt erst noch durch den mannigfaltigsten Wechsel zur

schönsten Form ausgebildet werden 22.

In questo caso, accanto all’uso generico di Form — zur schönsten Form

ausgebildet werden — si presenta un’accezione indicativa del suo configurarsi

in senso attivo, costitutivo, rispetto alla staticità espressa nei due termini Natur

e Substanz. Infine, nell’ulteriore classificazione della forma interna del mito,

compare in alcune significative occorrenze il sintagma Bestimmungen der Zeit und

des Raums
, che sintetizza le condizioni di possibilità «storiche» per cui tramite

l’interiore forma mitica può adempiere alla sua funzione di sensibilizzare la

verità:

Was die innere Form eines Mythus betrifft [...], entweder wird die Wahrheit,

die durch ihn versinnlicht werden soll, selbst unmittelbar dargestellt, nur unter histori-

schen
Bestimmungen, die jene der Sinnlichkeit näher bringen, unter Bestimmungen

der Zeit, des Raums 23.

Il carattere storico-narrativo del mito ha dunque una portata formale,

funzionale, ed indica una posizione di contenuto, che esso solamente può ope-

rare, poiché è tramite la Geschichte che il contenuto stesso viene sottoposto alle

condizioni di spazio e tempo e reso quindi sensibile. Ne risulta arricchito

anche il significato del termine Einbildungskraft che, per quanto stia ad indicare

la fantasia come facoltà predominante dell’infanzia dell’umanità, compare

nell’accezione di funzione individualizzante nella primitiva presa di coscienza

della natura:

so war ihm [dem denkenden Weiser] der kurze Satz: Die Götter haben die Welt

aus dem Chaos gezogen, nicht hinreichend dazu, sondern seine Einbildungskraft

schuf ihm ein lebendiges Gemälde des Chaos, aus dem die Welt hervorging, sie bildete

ihm eine ganze Geschichte des allmähligen Ursprungs des Himmels und der Erde 24.

Trat nämlich bei transcendentalen Naturerklärungen vorzüglich auch die Ein-

bildungskraft ins Mittel, so war es dieser nicht genug, nur dunkle und verborgene

Kräfte, die ihr in dieser Unbestimmtheit, in welcher sie den ersten Naturerklärungen

15

zu Grunde liegen, wenig frommten, in der übersinnlichen Welt zu wissen, diese Kräf-

te sollten persönliche Wesen seyn 25.

Nel momento in cui personalizza negli dèi del mito le oscure forze della

natura, la fantasia dell’ipotetico saggio dell’antichità opera come una facoltà

produttrice che trae dal caos, dal disordine delle informazioni disorganiche e

delle intuizioni oscure in cui è immersa la coscienza, delle figure individuate e

dei contenuti precisi. Il progredire delle spiegazioni naturalistiche non rappre-

senta dunque più la completa smentita delle verità del mito, che finisce col

mettere in crisi ogni tentativo di interpretazione: essa resta comunque fissata a

livello formale e trascendentale come organizzazione peculiare dei contenuti

operata dalla Einbildungskraft, organizzazione che si porrà analogamente, dal

punto di vista della coscienza còlta nella sua attività produttiva, anche quando

ad operare saranno l’intelletto e la ragione.

Come si esplichi tale ruolo, quale sia l’attività della primitiva coscienza

mitopoietica è problema sintetizzato nei termini Versinnlichung e Darstellung , che

si caricano anch’essi di nuove sfumature semantiche. Il versinnlichen in primo

luogo, e la Versinnlichung in quanto caratteristica che qualifica il mito è sempre

funzione di un’attività individualizzante, in cui la primitiva Einbildungskraft fìni-

tizza gli indistinti e confusi sentimenti di conoscenza e verità ed articola in

una molteplicità organizzata la semplicità primordiale:

Wenn also z.B. die Weisem unter dem Stamme frühzeitig das Bedürfniß fühlten,

das große Räthsel der Welt aufzulösen, wenn sie, um die Geheimnisse der Natur zu

erklären, früzeitig unsichtbar wirkende Kräfte [...], höhere Wesen, in Verbindung mit

der Welt, dachten [...], wie wird wohl dieser Glaube anders fortgepflanzt, als wie die

Geschichte, zugleich mit der Geschichte, in Geschichte gekleidet, durch Geschichte

versinnlicht? 26.

Certamente la versinnlichte Philosophie è espressione di quel bisogno, di quel-

la povertà di linguaggio della ragione primitiva che, secondo la tesi allora cor-

rente sarebbe stata la vera fonte del mito; nel momento, tuttavia, in cui Schel-

ling fa propria tale tesi 27, egli tenta di dilatarne il senso per cogliere nell’atti-

vità mitopoietica quella dimensione di spontaneità originaria della coscienza

che sola consente di definire la verità del mito e rispetto a cui l’arte, in quanto

produzione raffinata, deve apparire come un momento successivo e trascurabi-

le. Ancora una volta, infatti, non è la Dichtung ma la Geschichte il vero e proprio

16

strumento attraverso cui lo spirito primitivo riveste i suoi concetti indistinti di

immagini e nella Geschichte — come si è visto — il semplice rivestimento si fa

Versinnlichung, posizione sotto le condizioni della sensibilità stessa, lo spazio e il

tempo, in cui la attività mitopoietica si compie come Darstellung, esposizione

dei contenuti nella narrazione nel senso più radicale del «metter fuori», del

passaggio dal segreto dell’interiore e oscura Vorstellung, la rappresentazione pri-

mitiva, alla luce della coscienza:

Wenn wir aber den Geist der ältesten Welt überhaupt kennen, so werden wir es

ganz natürlich finden, daß selbst diejenige, die zuerst über höhere Gegenstände nach-

zudenken anfingen [...], das Gewand der Geschichte für ihre Philosopheme wählten,

daß sie selbst hiezu ihr Mangel an volkommen entwickelten Begriffen, an festen

Grundsätzen, an Zeichen abstrakter Vorstellungen nöthigte, daß sie selbst gezwungen

waren, das Dunkle ihrer Vorstellungen, das Geheime ihrer Ahnungen durch das Licht

einer sinnlichen Darstellung aufzuhellen 28.

Come per altri termini, anche per Darstellung si verifica nel corso della

trattazione un precisarsi del significato, dall’uso generico di rappresentazione

vivace e pittorica 29 al senso più forte di risultato di un movimento di articola-

zione della coscienza, mediato appunto dalla specifica attività del versinnlichen:

Transcendentaler Mythus ist überhaupt Darstellung eines transcendentalen

Gegenstandes durch ein gedichtetes Faktum in der Zeit. Entweder wird nun wirklich

ein transcendentaler Gegenstand in die Sinnenwelt vesetzt, indem er durch ein Fak-

tum der Welt oder Menschengeschichte dargestellt wird, oder wird er nur in

soferne mythisch dargestellt, als er seinem Ursprung, seinen Wirkungen und

allen seinen Bestimmungen nach wenigstens unter den Bedingungen der Sinnenwelt

erscheint, und durch Geschichte oder geschichtähnlich dargestellt wird 30.

Tale precisarsi, che diviene il filo conduttore di tutto il saggio, non è del

resto casuale, in quanto accompagna lo specificarsi della definizione del mito

nel senso del filosofema mitico e della versinnlichte Philosophie. Nella prima parte,

infatti, dedicata al mito storico, si pongono i presupposti per lo svuotamento

della prospettiva ermeneutica evoluzionista, come testimoniano le attestazioni

di Geschichte, che va perdendo il senso puramente diacronico, e di Wahrheit, che

si fa sempre più un prodotto, invece che un mero dato; nella seconda, dedicata

alla filosofia mitica, il mito si caratterizza decisamente come teoresi, come

sapere che è insieme organizzazione dei contenuti e rapporto della coscienza

17

con la realtà, ed il cui significato va dunque individuato nella sua funzione

formale di originario — ma in un senso che ancora si confonde con «primiti-

vo» — movimento della coscienza stessa. Ed è questo movimento che il giova-

ne Schelling sembra voler mettere in luce nella sua rilettura delle interpreta-

zioni correnti del mito: la povertà concettuale primitiva si fa Einfalt e Sinnli-

chkeit
, semplicità che tenta di definirsi dandosi una costituzione sensibile;

l’arte, vista ancora come «artificio», è messa in secondo piano per far spazio al

processo individualizzante della Versinnlichung e della Geschichte; la Darstellung si

presta ad essere utilizzata nel senso più letterale, dinamico di esposizione; la

Form, intesa come ciò che nel suo variare impone diversi rapporti ai contenuti,

li mette in movimento e ne dà molteplici configurazioni, diviene segno pro-

prio dell’attività mitopoietica.

In Über Mythen Schelling si muove dunque certamente ancora nell’ambito

dell’ermeneutica illuministica del mito, temperata dalla ricezione di Herder;

questo saggio, inoltre, non poteva avere uno scopo o una portata speculativa

più ampia, sicché sarebbe una forzatura volervi leggere un’anticipazione delle

future problematiche interpretative formulate nella filosofia dell’identità; ac-

canto alle dottrine tradizionali, tuttavia, si affaccia il tentativo di una lettura

diversa, ancora non precisata, filtrata attraverso l’insegnamento kantiano, di

cui il lessico schellinghiano giovanile appare farsi originale portatore.

1.
Über Mythen, historische Sagen und Philosopheme der ältesten Welt, in Frierich Wilhelm Joseph

Schelling
, Historisch-kritische Ausgabe, im Auftrag der Schelling-Kommission der bayerischen

Akademie der Wissenschaften herausgegeben von H. M. Baumgartner, W. G. J. Jacobs,

H. Krings, H. Zeltner, Reihe I, Werke,1, pp. 193-246.
2.
II problema fu rivelato e sottolineato già di recente da L. Pareyson, La nuova edizione

storico-critica di Schelling
, in «Filosofia», XXX, 1, 1979, pp. 45-90.
3.
Per le questioni concernenti la genesi del saggio schellinghiano e la sua fortuna cfr.

V. VERRA, Mito, rivelazione e filosofia in J. G. Herder e nel suo tempo, Milano, Marzorati 1966, G. SEME-

RARI, Introduzione a Schelling, Bari, Laterza 1971, S. DIETZSCHE, Le problème du mythe chez le jeune

Schelling
, in «Archives de Philosophie», 38, 1975, pp. 395-400, in cui tuttavia l’accento è già

spostato sulla filosofia dell’arte; W. G. JACOBS, Anhaltspunkte zur Vorgeschichte von Schellings Philoso-

phie
, in Schelling. Einführung in seine Philosophie ,a cura di H. B. BAUMGARTNER, Freiburg-München

1975, pp. 27-37, IDEM, Geschichte als Progress der Vernunft , Ibidem, pp. 39-44. Lo Jabobs si sofferma

sull’importanza dell’impostazione herderiana e kantiana della primissima speculazione di Schel-

ling, in cui ritiene di poter cogliere in nuce gli sviluppi successivi del suo pensiero. Per una

trattazione del complesso problema della nuova mitologia cfr., tra i numerosi titoli, M. FRANK,

Der kommende Gott. Vorlesungen über die neue Mythologie , Frankfurt a.M., Suhrkamp 1982.
4.
Über Mythen, cit., p. 200.
5.
Ivi, p. 198.
6.
Ivi, p. 217.
7.
Ivi, p. 240.
8.
Ivi, pp. 210-211
9.
Ivi, p. 212.
10.
Ivi , p. 230.
11.
Ivi, p. 231.
12.
Ivi, p. 212.
13.
Ivi, p. 244.
14.
Ivi, p. 217.
15.
Ivi, p. 199.
16.
Ivi, p. 201.
17.
Ivi, p. 212.
18.
Ivi, p. 204.
19.
Ivi, p. 223.
20.
Ivi, p. 205.
21.
Ivi, p. 231.
22.
Ivi p. 234.
23.
Ivi, pp. 241-242.
24.
Ivi, p. 223.
25.
Ivi, p. 237.
26.
Ivi, pp. 218-219.
27.
«Nicht Werk der Kunst, sondern Werk des Bedürfnisses war jene versinnlichte Philo-

sophie», Ivi, p. 225.
28.
Ivi, pp. 226-227.
29.
«In Rücksicht auf die Form der ältesten Sagen äussert sich jene Einfalt durch eine Spra-

che voll lebendiger Bildung, voll malender Darstellung», Ivi, p. 205.
30.
Ivi, p. 238.


Lidia Procesi . :

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