‘SED NUNC DE LINGUIS APUD POPULOS RECEPTIS AGIMUS’: UNITÀ E MOLTEPLICITÀ NELL’UNIVERSO LEIBNIZIANO DELLE LINGUE
Stefano Gensini
‘SED NUNC DE LINGUIS APUD POPULOS RECEPTIS AGIMUS’:

UNITÀ E MOLTEPLICITÀ

NELL’UNIVERSO LEIBNIZIANO DELLE LINGUE

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  • 1. Premessa
  • Gli ultimi trent’anni, nell’ambito degli studi leibniziani, sono stati fra

    l’altro caratterizzati dal superamento di quella che è stata a suo tempo chia-

    mata “Tesi di Cassirer”. Alludo all’ipotesi che Leibniz, per un verso geniale

    teorico del potere simbolico del linguaggio come supporto della ricerca

    scientifica, fosse per altro verso rimasto insensibile alla “particolarità” (Ei-

    gentümlichkeit
    ) del linguaggio storico-naturale. A partire dai lavori di

    Aarsleff, degli anni Sessanta, di Heinekamp e Mugnai, dei primi anni Set-

    tanta, e dalla riscoperta dei pionieristici studi di Sigrid von der Schulen-

    burg,1 risalenti agli anni Trenta, non solo è tornata alla luce la straordinaria

    ricchezza e varietà degli interessi linguistici di Leibniz, ma si è anche comin-

    ciato a chiarire il loro intreccio coi temi più generali, filosofici e gnoseolo-

    gici, del suo pensiero.

    Il nesso unità/differenza che caratterizza, per così dire humboldtiana-

    mente, l’universo leibniziano del linguaggio, si riflette a colpo d’occhio nella

    molteplicità di aspetti che hanno attirato l’attenzione degli studiosi negli ul-

    timi lustri: l’analisi del concetto di segno e della funzione che esso svolge

    nella conoscenza (già nella Demonstratio propositionum primarum

    del 1671-72 e in Dialogus del 1677), i ricchissimi lavori sulla lingua razio-

    nale (a partire dalla fine degli anni Settanta) e gli studi preparatori per la

    realizzazione della ‘caratteristica universale’, così ricchi di addentellati non

    108

    solo logici, ma anche filosofico-linguistici, l’attenzione al problema dell’ori-

    gine del linguaggio (che accompagna Leibniz press’a poco dal 1680 fino

    agli ultimi scritti), le riflessioni sui caratteri e le funzioni delle lingue sto-

    rico-naturali (dispiegate soprattutto nei Nouveaux essais e nella tarda Epi-

    stolica de historia etymologica dissertatio
    , ma per vari aspetti già anticipate in

    scritti giovanili come la Nova methodus discendae docendaeque jurispruden-

    tiae
    e la prefazione al Nizolio), l’immensa mole di lavoro dedicata all’etimo-

    logia e alla comparazione delle lingue (dalla corrispondenza dei primi anni

    Novanta alla Brevis designatio del 1710 e, ancora, alla Epistolica dissertatio e

    al molto materiale inedito), le suggestioni pionieristiche circa la tecnica del-

    l’inchiesta linguistica sul campo (si vedano ad esempio le lettere del 1695 a

    Bodo von Oberg e del 1697 a Pierre Lefort2), quelle per l’analisi propria-

    mente testuale, avanzate nel solco della tradizione ermeneutica fin dal 1667,

    per finire coi saggi, ricchi non meno di ragioni teoriche che di ragioni po-

    litico-culturali, dedicati alla “Ausübung und Verbesserung der Teutschen

    Sprache”.

    Alla luce di questi risultati, sarebbe oggi difficile scrivere una storia

    della linguistica senza dare il debito riconoscimento al contributo del filo-

    sofo Leibniz, come sarebbe problematico (e tuttavia non mancano ecce-

    zioni, anche clamorose, in questo senso) presentare la filosofia leibniziana

    senza tener conto del ruolo che in essa gioca il linguaggio, nella varietà delle

    sue manifestazioni.

    La molteplicità degli interessi leibniziani ha tuttavia rappresentato un

    problema per numerosi ricercatori. Intanto, di rado è accaduto che qual-

    cuno ascrivesse pari rilievo sia al versante formale sia al versante empirico-

    storico di essi. (Questo limite si manifesta sia in lavori classici come quelli

    di Neff 1870-71 o Schulenburg 1973, sia in lavori recenti, come quelli di

    Ishiguro 1972, Burkhardt 1980 e altri). E inoltre stata posta la questione se

    vi sia unità teorica negli studi leibniziani sul linguaggio e sulle lingue o se

    non si debba piuttosto ammettere una sostanziale divaricazione al loro in-

    terno; e una risposta è stata cercata con strategie, direi, riduzioniste, ora

    suggerendo che il paradigma “adamico” stia sullo sfondo della “caratteri-

    stica universale”, ora sostenendo che al di sotto delle diverse parlate e fami-

    glie linguistiche sussista, per Leibniz, una grammatica universale cui esse

    potrebbero essere ridotte.3 In questo secondo caso, Leibniz si colloche-

    rebbe in definitiva nella prospettiva di Port-Royal. Più raro è stato lo sforzo

    di prendere alla lettera il nesso unità/differenza che Leibniz ci mette di-

    109

    nanzi, identificando le ragioni strutturali, di sistema, che lo fondano. Il pro-

    blema sembra, allo stato attuale delle ricerche, ancora aperto, anche se i

    profili d’insieme più recenti (penso soprattutto a uno scritto postumo di

    Heinekamp: 1992) sembrano additare quest’ultima strada come la più pro-

    duttiva; del resto, non è un caso se oggi lo studioso del Leibniz filosofo del

    linguaggio e linguista tragga motivi di grande interesse da studi che, pure,

    non si concentrano primariamente su problematiche linguistiche, quali, ad

    esempio, l’indagine di Mugnai (1992) sulle relazioni o quelle di Kulstad

    (1977) e Swoyer (1995) sul concetto di “espressione”.

    In questa sede si cercherà di illustrare alcuni punti a nostro avviso “cri-

    tici” della riflessione compiuta da Leibniz intorno alle lingue storico-natu-

    rali, combinando per il possibile la loro analisi interna con una prospettiva

    di storia della filosofia del linguaggio. Crediamo infatti che taluni nodi si

    facciano più chiari collocando il contributo di Leibniz nella linea di svi-

    luppo della riflessione sul linguaggio fra Sei e Settecento e identificando il

    ruolo oggettivo che esse vi svolgono, nel momento in cui riprendono e riela-

    borano originalmente temi e problemi teorici radicati in una tradizione più

    che millenaria.

    A tal fine, dopo alcune considerazioni preliminari volte a una possibile

    periodizzazione degli interessi linguistici leibniziani (§ 2), si prenderanno

    anzitutto in considerazione la discussione del concetto di ‘arbitrarietà’ e la

    sua correzione tramite la nozione del fondamento ‘naturale’ delle lingue (§

    3). Successivamente approfondiremo la natura del segno linguistico inda-

    gando la concezione leibniziana del ‘significato’, un tema che non ci sembra

    sia stato finora adeguatamente studiato (§ 4) e proporremo una tipologia

    degli usi leibniziani di tale concetto, illustrandone le diverse valenze teori-

    che (§ 5 ) . Gli argomenti dei §§ 3-5 confluiranno poi in una breve rivisita-

    zione della polemica con Locke condotta nei Nouveaux essais (§ 6): soster-

    remo a questo proposito che una corretta storicizzazione della terminologia

    metalinguistica leibniziana è decisiva anche ai fini di una migliore compren-

    sione del III libro di quest’opera fondamentale. Per finire, accenneremo alla

    sua teoria e pratica della ‘armonia delle lingue’ e, sulla scorta soprattutto

    della ancora poco studiata Epistolica de historia etymologica disser-

    tatio,
    discuteremo la delicata posizione di mediazione che Leibniz disegnò

    per se stesso, in questo ricchissimo campo di studi (§ 7).

    2. Una proposta di periodizzazione

    Si diceva dell’opportunità di una periodizzazione. Essa fa tutt’uno, a

    guardar bene, col problema interpretativo generale che si è posto, relativa-

    mente alla unità o meno del pensiero linguistico leibniziano. Chi tenga

    110

    conto delle date vedrà venir meno ogni ipotesi di innalzare uno steccato fra

    la parte universalistica e formale e la parte empirico-storica di quel pen-

    siero, il che non esclude, beninteso, non solo una diversa accentuazione di

    temi e problemi, ma anche una tensione reciproca delle varie direzioni di ri-

    cerca. Valgano alcune (ovvie) considerazioni cronologiche. Del 1666 è la

    Dissertatio de arte combinatoria , nella quale gli interessi universalistici e cal-

    colistici sono ovviamente centrali, ma del 1667 è la Nova methodus discen-

    dae docendaeque jurisprudentiae
    che contiene, sotto l’etichetta di “ermeneu-

    tica”, un compatto prontuario per l’indagine filologico-storica dei significati

    linguistici, e del 1670 è la prefazione al Nizolio, contenente un’acuta teoriz-

    zazione del carattere semanticamente aperto dei verba come distinti dall’u-

    nivocità dei termini. Un secondo esempio. Gli anni 1676-1686 sono da tut-

    ti considerati anni cruciali per gli interessi logico-linguistici del filosofo;

    eppure al periodo 1677-1685 appartiene, secondo la Vorausedition , il

    frammento De linguarum origine naturali , nel quale incontriamo per la

    prima volta formulate idee che accompagneranno Leibniz fino alla Episto-

    lica dissertatio ;
    e del 1679-80 è la Ermahnung an die Teutsche, ihren Ver-

    stand und Sprache besser zu üben
    , efficace documento degli interessi poli-

    tico-linguistici. A considerazioni analoghe ci conducono le osservazioni

    sulle lingue storico-naturali contenute in testi come l’ Analysis linguarum del

    1678 e il Consilium de encyclopaedia nova conscribenda dell’anno successivo:

    una combinazione di elementi che si ripete nel fondamentale De lingua phi-

    losophica
    , databile a partire dal 1689 (vale a dire dalla fase di gestazione

    delle ricerche empiriche). Infine, sia nei Nouveaux essais , sia nella Epistolica

    dissertatio
    , sia in una nota lettera a Remond del gennaio 1714,4 quindi pra-

    ticamente fino alla fine della sua vita, Leibniz conferma la sua fiducia nella

    realizzabilità della caratteristica.

    Sembra quindi difficile separare in modo netto, dal punto di vista cro-

    nologico, le fasi del pensiero linguistico leibniziano, anche perché questo

    non presenta al suo interno scarti o crisi vistose, ma anzi le posizioni teori-

    che principali restano complessivamente costanti, anche a distanza di parec-

    chi anni. Piuttosto che di momenti concettualmente distinti, si dovrebbe

    quindi parlare di alcune linee di riflessione che accompagnano in modo re-

    lativamente continuo l’esperienza leibniziana, “addensandosi” intorno a

    problemi o soluzioni diverse nei vari periodi.

    Dovendo formulare una proposta, identificherei quindi una prima fase

    relativa agli anni 1666-1670 nella quale si annunciano, intorno a problema-

    tiche molto diverse, geometriche, giuridiche, logico-filosofiche, le due dire-

    111

    zioni principali del pensiero linguistico di Leibniz. Una seconda fase inizia

    immediatamente a ridosso del periodo parigino, con le riflessioni sul con-

    cetto di segno contenute nella Demonstratio propositionum primarum , 5 e si

    sviluppa dopo il 1676 negli studi rivolti alla caratteristica universale e nei

    progetti, a questa strettamente correlati, dell’enciclopedia, articolandosi nei

    due percorsi, parzialmente sovrapposti da un punto di vista cronologico,

    della “lingua razionale” e del “calcolo logico”. Questa fase, a cui apparten-

    gono opere capitali per la gnoseologia leibniziana quali le Meditationes

    del 1684, le Generales inquisitiones e il Discours de metaphysique

    del 1686, non comporta tuttavia un azzeramento dell’attenzione alle lingue

    storico-naturali, che anzi continuano a rappresentare, per differenza, un ter-

    mine di confronto del discorso sulla caratteristica e, più in generale, sul

    “pensiero cieco o simbolico”. Le pagine sulle “parti del discorso” e sulle

    “particelle” lo dimostrano efficacemente. L’inizio della terza fase, quella

    delle ricerche empiriche sulle lingue, può collocarsi poco dopo il 1687-88,

    in coincidenza con l’avvio delle ricerche per servire alla storia della casata

    di Hannover e con quello della corrispondenza col grande orientalista Hiob

    Ludolf, e i suoi primi frutti si apprezzano nella corrispondenza degli anni

    1690-91. Questa fase non implica tuttavia uno spegnersi degli interessi filo-

    sofico-teorici, documentati non solo da scritti come il citato De lingua philo-

    sophica
    , ma anche dalla trattazione del III libro dei Nouveaux essais , che

    può essere letto come una sintesi del percorso filosofico-linguistico leibni-

    ziano. Questa ultima fase dovrebbe essere a sua volta distinta in un primo

    sotto-periodo per così dire preparatorio, nel quale Leibniz raccoglie una

    immensa quantità di materiali e si confronta analiticamente con i maggiori

    problemi posti dallo sviluppo degli studi linguistici e filologici del suo

    tempo (il carattere isolato o meno della lingua ebraica, l’ipotesi celto-scitica,

    la questione della maggiore o minore Grundrichtigkeit delle diverse lin-

    gue europee); e in un secondo, rivolto alla sintesi dei risultati raggiunti, cui

    appartengono scritti di grande importanza, ma tardi, quali la Brevis designa-

    no
    e la Epistolica dissertatio.

    Tenendo a mente questo schema generalissimo, che, ripetiamolo, non

    intende escludere dinamiche interne e ripensamenti su singoli punti da

    parte di Leibniz, procediamo adesso alla illustrazione di alcuni problemi

    particolarmente rilevanti per il nostro assunto.

    112

  • 3. Arbitrarietà e naturalità nel linguaggio
  • Com’è noto, la critica dell’arbitrarietà si affaccia una prima volta nella

    prefazione al Nizolio e si sviluppa nell’ Accessio ad arithmeticam infinitorum

    e più tardi in Dialogus per contestare l’ipotesi hobbesiana, formulata nella

    Computatio sive logica , che la verità possa consistere nei nomi anziché nelle

    cose.6 La soluzione proposta da Leibniz è quella secondo cui, pur nella dif-

    ferenza dei caratteri usati per ragionare intorno alle cose, sussisterebbe co-

    munque un rapporto non meramente arbitrario fra i primi e le seconde, ga-

    rantita dal fatto che le relazioni contratte dai caratteri fra loro corrisponde-

    rebbero isomorficamente alle relazioni sussistenti fra le cose. Questa solu-

    zione, di tipo logico-sintattico, è riferita in Dialogus sia al linguaggio della

    matematica sia alle lingue storico-naturali, delle quali Leibniz sottolinea op-

    portunamente certi meccanismi lessematici di limitazione dell’arbitrarietà

    che torneranno, nel primo Novecento, nelle lezioni di Ferdinand de Saus-

    sure.7 Essa è inoltre certamente da connettere alla nozione di ‘espressione’,

    studiata nel di poco successivo Quid sit idea e approfondita in una serie di

    note culminanti nella lex expressionis, secondo la quale l’analogia strutturale

    fra ordine dei pensieri e ordine dei caratteri sarebbe il nocciolo di ogni si-

    stema formalizzato di segni e dunque di una auspicabile caratteristica uni-

    versale.8 In casi del genere l’elemento non arbitrario del linguaggio tende a

    coincidere con le strategie di formalizzazione adottate: esse riguardano per

    un verso il tipo di caratteri da utilizzare (che ovviamente debbono garantire

    il massimo di possibile trasparenza) per un altro verso, e più sostanzial-

    mente, il metodo geometrico che fonda l’uso di quei caratteri, con catene di

    definizioni rigorosamente intertraducibili e l’uso sistematico del riferimento

    agli assiomi.9

    113

    Una seconda linea di riflessione sull’arbitrarietà si applica specifica-

    mente alle lingue storico-naturali: essa viene sviluppata nel già ricordato

    frammento De linguarum origine naturali (1677-85) e torna con formula-

    zioni analoghe nel III libro dei Nouveaux essais (1703-05), nella Brevis desi-

    gnatio
    (1710) e nella Epistolica dissertatio (1712?). Leibniz intende adesso

    contestare l’idea che il linguaggio abbia avuto origine grazie a un’imposi-

    zione arbitraria di nomi da parte della comunità primitiva, un’idea, questa,

    autorevolmente riaffermata da Hobbes nella già citata Computatio sive lo-

    gica .
    10 Tuttavia, come spesso accade nei dibattiti sei-settecenteschi intorno al

    linguaggio, la discussione del problema genetico assume in questi scritti an-

    che la fisionomia di un Gedankenexperiment per porre un problema

    teorico più generale relativo alla natura e al funzionamento delle lingue.

    Leibniz prende qui la nozione di ‘arbitrarietà’ come sinonimo delle espres-

    sioni mediolatine ex instituto , positione , ad placitum , che traducono una ca-

    pitale nozione aristotelica, quella della connessione katà synthéken che sus-

    sisterebbe fra suoni ( tà en teî phoneí ) e affezioni (pathémata) dell’anima, ri-

    salente al primo capitolo del De interpretatione. 11 ‘Arbitrarietà’ viene cioè

    intesa nel senso che oggi diremmo ‘debole’, come sinonimo dell’intervento

    di un atto cosciente di volontà istitutiva, in breve, di una convenzione. Era

    questa, del resto, l’accezione corrente nel dibattito sia grammaticale sia filo-

    sofico, ove si intrecciava alla rilettura delle pagine della Bibbia sull’onoma-

    tesi adamica e su Babele. John Wilkins, ad esempio, già nelle prime pagine

    del suo celebre Essay, aveva attribuito al dispiegarsi dell’arbitrarietà (e

    quindi al capriccio umano) le differenze linguistiche.12 Queste in sostanza

    nasconderebbero l’unità del principio di ragione (e quindi dei concetti) pre-

    sente negli uomini e renderebbero pertanto opportuno un nuovo tipo di

    convenzionamento, metodico e universale stavolta, che faciliti la trasmis-

    114

    sione della conoscenza. Dinanzi a questa tradizione interpretativa, Leibniz

    intende svelare l’equivoco razionalista contenuto nella nozione di arbitra-

    rietà e restituire l’origine e il funzionamento delle lingue a un più ampio

    scenario in cui non interviene solo l’arbitrio, ma anche un elemento natu-

    rale e istintivo e un elemento casuale, accidentale e circostanziale. Con

    grande chiarezza, Leibniz argomenta che solo le lingue artificiali possono

    dirsi, a rigore, generate in modo arbitrario: tali erano appunto i caratterismi

    di Dalgarno e Wilkins;13 tale doveva essere in fondo la sua stessa lingua ra-

    tionalis
    , fondata su un’opera sistematica di riduzione e regolarizzazione di

    una lingua storico-naturale, il latino. Nelle linguae apud populos receptae 14 si

    ha invece un intreccio originario (a) di dati naturali, inerenti non tanto al

    rapporto fra nomi e cose, ma a quello tra eventi psicologici (gli affectus su-

    scitati nell’animo dal rapporto con la realtà) e i suoni articolati per espri-

    mere tali eventi; e (b) di dati circostanziali, dovuti alle differenti situazioni

    in cui la o le comunità primitive si trovarono a coniare nomi. In questo

    sforzo quasi istintuale, “barbarico”,15 di stabilire un’analogia, un consen-

    sus
    fra un contenuto mentale e una sequenza fonica risiede propriamente

    la “naturalità” delle lingue: essa produce una gamma di onomatopee prima-

    rie ciascuna delle quali esprime una sorta di ‘significato radicale’.16 Dalle ra-

    dici (nozione che Leibniz molto probabilmente mutua dalla tradizione

    grammaticale ebraica) germinano progressivamente i vocaboli17 che recano

    in sé la traccia del valore espressivo originario ma che, evolvendosi nel

    tempo e diramandosi nello spazio, finiscono col sovrapporre a esso nuovi

    sensi e valori, tali da renderlo, alla fine, irriconoscibile. Alla varietà delle eti-

    chette foniche corrispondono dunque, con buona pace dell’aristotelismo

    scolastico e di Wilkins, significati profondamente diversi da comunità a co-

    munità, da tempo a tempo. Questo processo che Leibniz chiama ‘naturale’

    evidentemente non ha nulla a che fare con la cattura di una presunta es-

    senza delle cose, ma piuttosto corrisponde alla indole arcaica, primitiva, dei

    primi parlanti, dominati dai sensi e dalle emozioni piuttosto che dall’intel-

    115

    letto. Non a caso, seguendo Diodoro Siculo, il filosofo identifica nelle inte-

    riezioni il probabile punto di partenza dell’ iter che si è descritto.18

    L’importanza di questo schema interpretativo è stata a più riprese sot-

    tolineata. Esso offre fra l’altro una conferma per vie linguistiche dell’atten-

    zione che Leibniz rivolse, in sede di teoria della conoscenza, agli stadi “infe-

    riori”, sensoriali e immaginativi, dell’attività conoscitiva umana, stadi ch’egli

    evidentemente doveva ritenere fondativi dal punto di vista di una ipotetica

    storia naturale della nostra specie.19

    Da tale teoria discendono inoltre alcuni corollari. Combinando le tre

    componenti di cui si è detto, essa dà in primo luogo una motivazione fisio-

    logica, non “babelica”, della molteplicità delle lingue e del loro divenire nel

    tempo. Non a caso Leibniz parlerà nella Epistolica dissertatio di una “natu-

    ralis mutabilitas linguarum” ed etichetterà come “vulgaris opinio babelica”

    (ED § 29) la concezione tradizionale che, pure, trovava ancora numerosi so-

    stenitori fra i suoi contemporanei e che non era stata formalmente contrad-

    detta neppure da Hobbes. In secondo luogo, la teoria naturale delle lingue

    mostra la vanità della ricerca della Ursprache, nascosta per sempre sotto

    il sedimento storico delle “derivazioni” e delle trasformazioni;20 a questa

    viene sostituita la prospettiva di una paziente ricerca di elementi di conti-

    nuità genealogico-storici, da accertare in termini squisitamente filologici. In

    terzo luogo, Leibniz istituisce una precisa linea di confine tra i caratteri

    strutturali del linguaggio ordinario e delle lingue formali: queste ultime por-

    tano infatti a pieno sviluppo uno dei tre ingredienti basici del primo, l’arbi-

    trarietà, riducendo al minimo il peso dei due restanti, quello naturale e

    quello casuale. Allo stesso modo, nell’ambito dell’attività conoscitiva, si

    passa da una sfera dominata dai sensi, nella quale hanno un peso rilevante

    anche fenomeni che ricadono aldilà della nostra coscienza come le “piccole

    percezioni”, a una sfera dominata dall’intelletto, che esplicita a ogni passo

    le note inerenti alle nozioni di cui fa uso.

    Date queste premesse, l’elemento non arbitrario del linguaggio ordina-

    rio sembra avere una fisionomia piuttosto diversa da quella tipica delle lin-

    gue formalizzate. Nel caso delle lingue artificiali, è l’elaborazione razionale

    116

    a far si che la libera manipolazione dei segni espressa dal principio di arbi-

    trarietà escluda ogni casualità e capriccio e trovi la via del “fondamento”

    delle cose mediante definizioni rigorose e costanti e un uso sistematico degli

    assiomi. Nel caso delle lingue comuni, inversamente, la non arbitrarietà ri-

    siede proprio nell’esercizio delle componenti elementari, spontanee e irri-

    flesse, della facoltà conoscitiva. Un elemento comune si ravvisa nell’analogia

    di tipo espressivo che fonda, in entrambi i casi, il rapporto fra caratteri o

    voci e contenuti:21 ma mentre nei linguaggi formalizzati quell’analogia sussi-

    ste, come si è ricordato, sul piano logico-sintattico, nelle lingue comuni

    sembra dovere essere identificata primariamente a livello dei vocaboli, o

    meglio, delle radici ultime di questi. Ciò sembrerebbe mettere in dubbio

    che la soluzione proposta da Dialogus - quella cioè di un situs complexus o

    ordo isomorfico all’ordine della realtà, reperibile, per quanto “variato”, nei

    diversi sistemi di segni - possa essere presentata come ugualmente valida

    per tutto l’ iter filosofico-linguistico leibniziano.22 Ciò soprattutto esclude

    che la lingua razionale possa essere intesa come la struttura profonda del

    linguaggio ordinario, cioè come una sorta di universale linguistico-cognitivo

    che si tratterebbe di disincrostare dalle alterazioni prodotte dalle diverse

    parlate storiche. I due tipi di linguaggio sembrano piuttosto corrispondere a

    modalità e livelli differenti dell’attività conoscitiva: un punto sul quale do-

    vremo tornare più avanti.

    Sembra a questo punto opportuno chiedersi quale sia la posizione sto-

    rica della teoria ‘naturale’ dell’origine delle lingue che Leibniz ci offre. Per

    diretta ammissione del filosofo, e con buona pace di alcuni critici che non

    ne prendono sul serio le affermazioni, essa non ha nulla a che fare con Ja-

    kob Böhme e con la ricerca della lingua Adamica. Nei termini di uno scritto

    della fine degli anni Ottanta, quest’ultima è “a noi sconosciuta”,23 e tale è

    destinata a rimanere, per le ragioni anzidette; di più, Leibniz mette in dub-

    bio l’esistenza stessa di tale lingua facendo di Adamo, nella Brevis designa-

    tio,
    uno dei primitivi che diedero nomi sull’onda di aff e ct us e circostanze

    casuali.24 Per quanto ciò possa suonare sorprendente, Leibniz partecipa

    117

    dunque, per tale aspetto, a quel processo di secolarizzazione della tematica

    delle origini che è stato magistralmente raccontato da Paolo Rossi ne I segni

    del tempo.
    Al tempo stesso, per i motivi già esposti, tale teoria si distacca

    profondamente sia dalla lettura tradizionale, convenzionalista, del De inter-

    pretatione
    , sia dalle sue combinazioni con lo schema babelico, tipiche di

    Hobbes, Wilkins e altri. Si potrebbe quindi esser tentati di riferire il ‘natu-

    rale’ leibniziano alla tradizione del Cratilo , un’opera che in effetti il filosofo

    utilizza ampiamente nella Epistolica dissertatio. E tuttavia, come mostre-

    rebbe chiaramente un confronto con le posizioni dell’allievo e segretario

    Eckhart, Leibniz rifiuta quel mescolamento di cratilismo (più che di auten-

    tico platonismo) e misticismo linguistico che portava alcuni a considerare i

    nomi come “imitazioni dell’essenza delle cose”.25 Leggendo il testo plato-

    nico in modo, per i suoi tempi, molto personale e originale, Leibniz sposta

    l’attenzione dal piano delle cose al piano della formazione dei nomi e del

    rapporto fra significante e significato; recupera inoltre un motivo proprio

    non del Cratilo storico ma certamente di Platone, e cioè l’insistenza sull’é-

    thos come co-determinante delle dinamiche linguistiche.26 Da Platone Leib-

    niz tuttavia si discosta in modo decisivo allorché fa del linguaggio una com-

    ponente costitutiva, anziché un fattore di disturbo, nella genesi della cono-

    scenza.27

    Tenendo conto di tutto ciò, lo scenario teorico più attendibile nel quale

    collocare la teoria leibniziana dell’origine naturale delle lingue sembra es-

    sere quello che aveva trovato espressione in un importante capitolo del Syn-

    tagma
    gassendiano:28 uno scenario empirista e naturalista radicato nella

    118

    lunga tradizione storica della Epistola ad Herodotum di Epicuro, trasmesso

    in epoca antica e tardo antica attraverso autori cari a Leibniz quali Orazio,

    Vitruvio, Diodoro Siculo e rinvigoritosi in epoca più recente grazie ai natu-

    ralisti italiani del Cinquecento, a Montaigne, a Gassendi e ai suoi amici.

    Che Leibniz non menzioni mai, nel contesto che ci interessa, né Epicuro né

    Gassendi, non toglie che vi siano coincidenze quasi letterali fra alcune sue

    pagine e il citato luogo del Syntagma. Del resto, l’influsso dell’epicureismo

    linguistico tra Cinque e Seicento, anche per il tramite di complesse miscele

    concettuali con altre offerte teoriche, si era fatto così esteso che non occor-

    reva nominare esplicitamente i suoi capiscuola per sottoscriverne o rielabo-

    rarne le idee di fondo.29 Molto più prudente si mostra invece Leibniz su un

    altro punto qualificante della tradizione epicurea e lucreziana: quello del

    linguaggio degli animali e della continuità animali-uomo dal punto di vista

    delle capacità comunicative, un tema, come si sa, caro alla sensibilità liber-

    tina, ma che il nostro filosofo a mia conoscenza tocca solo di sfuggita. E tut-

    tavia, com’è noto, non rifugge dal contraddire nettamente Descartes quanto

    alla opportunità di ridurre gli animali ad automi, e occasionalmente non

    nega che vi siano nel linguaggio umano componenti, come l’uso delle inte-

    riezioni, che formano un punto di contatto col modus loquendi bestialis .30

    Se questa interpretazione potesse essere accolta, si avrebbe un’ulte-

    riore conferma di un dato per altri aspetti acquisito in sede critica, relati-

    vamente al dialogo intessuto da Leibniz, fin dalle sue opere giovanili, con

    Gassendi. Si estenderebbe inoltre alla dimensione del linguaggio una pe-

    nentrante indicazione di Rescher secondo la quale la gnoseologia leibni-

    ziana, allorché dal piano della considerazione metafisica delle cose si ri-

    volge al piano della “human epistemology”, assumerebbe i connotati di

    uno “strict empiricism”.31 A ogni livello del suo funzionamento, beninteso,

    il linguaggio è sempre in qualche modo “fondato” nelle cose, in omaggio

    al principio di ragion sufficiente; ma le modalità di tale fondamento sono

    da ritrovarsi, ai diversi livelli, nelle leggi che regolano dall’interno il lin-

    guaggio medesimo.

    119

  • 4. La nozione di 'significato’ linguistico
  • Se tuttavia la dottrina leibniziana del linguaggio si riducesse agli ele-

    menti finora discussi, la sua importanza teorica non sarebbe a nostro avviso

    tale da giustificare il rilievo che a essa si è data. Si tratterebbe in sostanza di

    un episodio, certo significativo, del confronto fra distinte opzioni filosofico-

    linguistiche che affondano le radici in una tradizione bimillenaria. A nostro

    avviso, invece, il nocciolo del ragionamento compiuto da Leibniz va cercato

    un passo più avanti, nel modo in cui il filosofo discute l’organizzazione se-

    mantica dei sistemi linguistici. Il livello del significato sembra infatti essere

    il punto nel quale si compie la mediazione tra le generali categorie dell’arbi-

    trarietà, della naturalità e del caso e il funzionamento concreto di una lin-

    gua. Inducono a pensare ciò non solo le considerazioni specifiche di Leib-

    niz, che fra breve menzioneremo, ma anche la sua convinzione, più volte ri-

    badita, che siano le parole a rappresentare il cuore delle lingue storico-natu-

    rali: “Der Grund und Boden einer Sprache sind die Worte, worauf die Re-

    densarten gleichsam als Früchte hervorwachsen” (UG § 32).

    Questo aspetto del pensiero linguistico leibniziano sembra esser stato

    un poco trascurato dagli studiosi che, intesi a valorizzare le importanti ri-

    flessioni leibniziane sulla grammatica razionale, e gli aspetti per cui esse

    sembravano anticipare problematiche sintattiche care alla sensibilità “gene-

    rativa” di oggi, hanno talvolta finito per sacrificare la dimensione semantica

    delle questioni dibattute. Eppure, proprio in alcuni degli scritti decisivi per

    lo studio leibniziano della grammatica, quelli sulle parti del discorso, si ca-

    pisce che il suo punto di partenza è l’analisi dei modi attraverso i quali i vo-

    cabula
    , vale a dire l’insieme delle voces e delle particulae , “significano” il

    pensiero, o, più precisamente, l’insieme dei concetti e dei modi di conce-

    pire.32 Nel De lingua philosophica (databile a partire dal 1689) è inoltre chia-

    rito che le prime significano nozioni e quindi “ci conducono per tutta la va-

    rietà delle cose”: sono potenzialmente infinite e riguardano, in senso stretto,

    il dizionario; le seconde invece costituiscono “la forma del discorso”, ov-

    vero servono a connettere le nozioni: hanno pertanto carattere “generale” e

    riguardano la grammatica.33

    Per mettere in luce il punto che ci interessa si tratta di approfondire in

    che modo le lingue svolgano la loro funzione di organizzazione e espres-

    sione del pensiero, un punto sollevato da Leibniz fin dagli inizi della sua ri-

    flessione filosofico-linguistica (basti pensare alla cogitatio implexa verbis

    120

    della prefazione al Nizolio). Posto (come sembra ormai acquisito34) che

    Leibniz consideri le lingue come un caso particolare del mondo dei segni,

    questa segnicità si risolve nell’offrire un supporto sensibile all’attività della

    mente, ai “concetti” che questa forma, oppure esiste un versante “interno”

    dei segni linguistici?

    Al tempo di Leibniz, come è stato osservato da Ian Hacking in un la-

    voro del 1975, si era soliti rispondere che la faccia interna del segno, ciò

    di cui il segno è segno, coinciderebbe con un dato concettuale, o un’idea.

    Già Hobbes si era pronunciato in questi termini nella Computatio sive

    logica
    , distinguendo opportunamente fra il livello dei concetti e il livello

    delle cose;35 Locke fa un passo ulteriore vedendo l’idea come il terminale di

    un processo di astrazione che stacca definitivamente il pensiero (e quindi il

    linguaggio) dalla rappresentazione di una presunta “essenza” della realtà.36

    Con questo tipo di risposte veniva messo in crisi il sistema di corrispon-

    denze che aveva fondato la concezione tradizionale del linguaggio grosso

    modo da Aristotele fino ai Modisti, secondo la quale i significati linguistici

    sarebbero garantiti sul piano ontologico da delle entità mentali (i modi in-

    telligendi )
    specularmente corrispondenti ai modi di essere delle cose ( modi

    essendi
    ).37 Tuttavia, né la risposta di Hobbes né quella, più radicale, di

    Locke, giungono a tematizzare il significato come una categoria propria-

    mente linguistica, ma tendono a ridurla a un evento psicologico, con tutte le

    difficoltà che Locke stesso segnala relativamente al problema della validità

    intersoggettiva del linguaggio.

    In effetti, Leibniz si esprime più volte in termini non dissimili dai suoi

    contemporanei, dicendo che un segno è segno di un concetto, di una no-

    zione, e più in generale di una cogitatio . 38 In qualche caso, ad esempio in

    un celebre passo del De summa rerum , si dice che quanto il segno rap-

    presenta è un’idea;39 tuttavia il termine cogitatio sembra ampiamente pre-

    121

    ferito, e la circostanza non stupisce data l’importanza della distinzione che

    Leibniz compie già nel 1678, e conferma in pieno nei Nouveaux essais , tra

    idee e pensieri, ovvero tra l’aspetto potenziale e l’aspetto attuale della cono-

    scenza, tra la dimensione della “possibilità” che prescinde dal nostro intel-

    letto e si connette al fondamento reale delle cose, e la dimensione dei pen-

    sieri umani dati in una serie storica, per definizione “provvisori” e propor-

    zionati allo sviluppo delle conoscenze.

    Vi è però una ricca gamma di contesti, disseminati sia in opere giovanili

    sia in opere della tarda maturità, nei quali Leibniz parla del significato dei

    segni linguistici come qualcosa di inerente ai segni medesimi. In effetti, già

    in epoca classica (e in particolare presso autori ben noti a Leibniz, come Ci-

    cerone e Aulo Gellio) si era parlato di una significatio vocis da distinguersi

    dalle accezioni di significatio più comuni (“indizio” o “segno” di dati o

    eventi extralinguistici). La tradizione umanistica e giuridica aveva più di re-

    cente ripreso e sviluppato tale accezione sottoponendo a una critica di tipo

    storico-filologico il valore semantico delle parole: basti qui menzionare au-

    tori come Maffeo Vegio o Andrea Alciati, autori entrambi di trattazioni De

    significatone verborum
    , o come Valla, le cui Dialecticae disputationes erano

    ben note a Leibniz.40 In pieno XVII secolo Micraelius può così attestare che

    la distinzione fra significatio vocis e significatio rei, 41 consolidata dai

    grammatici cinquecenteschi, era ben viva nell’uso colto della lingua. Leibniz

    sembra valorizzare e amplificare questa tradizione giuridica e lessicografica

    di ‘significato’, facendola interagire la sua teoria generale del segno e in par-

    ticolare con la dottrina del pensiero cieco o simbolico. Lungi dal concepire

    il significato linguistico come un rispecchiamento di dati esterni al linguag-

    gio, il filosofo tende con chiarezza crescente a considerarlo come una delle

    due facce in cui il segno linguistico si articola. Così, nel De totae cogitabi-

    lium varietate complexione
    , Leibniz spiega che le voci sono soni significan-

    tes
    , “suoni portatori di significato”, e, nella Epistolica dissertatio , che le par-

    ticulae
    , in quanto vocabula , constano di un elemento “espressivo” e di un

    elemento “di significato”.42 E mentre il termine significatio e il sinonimo si-

    122

    gnificatus sono usati per designare il significato lessicale, il termine sensus

    (con uno scarto, stavolta, rispetto all’uso attestato da Micraelius) viene a

    rappresentare il risultato dell’interazione semantica di più parole collegate

    in una frase o in un modo di dire, o di più frasi collegate in un testo; o an-

    che della singola parola, in quanto si cerchi di tradurla in una lingua

    differente.43

    Grazie a questi importanti correttivi, Leibniz può impostare in modo

    più preciso di quanto faccia il suo contemporaneo Locke il rapporto fra lin-

    guaggio e pensiero, avvicinandosi a una problematica che doveva divenire

    centrale agli inizi del nostro secolo: alludo alla distinzione fra significato e

    riferimento e alla concezione del significato come interfaccia del pensiero, e

    di conseguenza come sistema di fissazione della memoria collettiva.44

  • 5. Tipologie di uso della nozione di ‘significatio
  • Per documentare gli atteggiamenti leibniziani rispetto al problema della

    significatio , passeremo in rassegna in quel che segue le più interessanti tipo-

    logie di uso di tale concetto negli scritti a noi noti.

  • 5.1 La prima tipologia è offerta dagli scritti giovanili, nei quali il pro-

    blema della significatio vocis è tematizzato esplicitamente in un fitto dialogo

    non solo con la tradizione umanistica, ma anche con le più specifiche tradi-

    zioni dell’ermeneutica biblica (in particolare con Samuel Bohle) e dell’er-

    meneutica giuridica (da Justus Brawe ad Andrea Alciati). Nella Nova me-

    thodus
    del 1667 Leibniz pone la questione del ‘significato’ normale, istitu-

    zionale delle parole e del ‘senso’ che esse assumono collegandosi fra loro in

    un testo giuridico. E altresì sollevato il problema dell’accertamento storico-

    filologico del significato tramite strumenti ermeneutici che riducano per ap-

    prossimazione il margine di incertezza nella determinazione dei valori se-

    mantici, tenendo conto di variabili sia testuali, sia contestuali (l’epoca sto-

    rica, l’autore), sia intertestuali (l’esistenza di altre leggi con cui istituire un

    confronto).
  • Questa direzione di interessi si sviluppa nella Prefazione al Nizolio nella

    chiave di un approccio critico-terapeutico al linguaggio della filosofia: Leib-

    123

    niz tematizza i requisiti non solo di veritas, ma anche di claritas del discorso

    filosofico come co-determinanti della sua validità. La “chiarezza” ( notitia si-

    gnificationis )
    consisterebbe dunque in un criterio di trasparenza del signifi-

    cato operante su due livelli: (i) quello delle voces per se sumtae e (ii) quello

    delle voces ad caeteras relatae , ovvero di una chiarezza dipendente ex cir-

    cumstantiis orationis ;
    questo secondo parametro dovrebbe essere suc-

    cessivamente articolato (ii.i) in un elemento derivabile dal testo stesso (ex

    ipsa oratione) -
    oggi diremmo: un elemento cotestuale - e (ii.ii) in un ele-

    mento derivabile da fattori esterni al testo ( extrinsecus ) - oggi diremmo: un

    elemento contestuale.

    Il dato che unifica queste distinzioni è il riferimento all’uso, o, come

    Leibniz si esprime, alla “significatio vocis communiter nota eadem lingua

    utentibus”, che può essere relativa al valore di una certa radice o tema lessi-

    cale o alla serie di parole da essa derivabili analogicamente.

  • 5.2 Il valore usuale di una parola implica inoltre le innumerevoli possi-

    bili trasformazioni legate all’intervento di tropismi, un dato che, già in que-

    sto scritto del 1670, Leibniz considera come una delle principali forze dina-

    miche della lingua. La funzione ascritta da Leibniz alle strutture “retoriche”

    del linguaggio non è stata adeguatamente studiata, e tuttavia le osservazioni

    dedicate a tale argomento lungo tutto l’arco del pensiero leibniziano non la-

    sciano dubbi sul punto di vista adottato: separandosi dalla tradizione reto-

    rica, il filosofo considera i tropi non come degli “abbellimenti” del di-

    scorso, ma piuttosto come l’insieme delle forme che la lingua spontanea-

    mente assume aderendo alle evoluzioni dello spirito umano. Nelle note re-

    datte in vista di una seconda edizione della Nova methodus (fine 1695),

    Leibniz suggerisce che la metafora, la metonimia e la sineddoche siano le

    tre modalità principali di deriva del senso: secondo i possibili percorsi della

    comparazione, della connessione o della congiunzione semplice.45 Questo

    meccanismo non interessa solo le voces , ma tutte le componenti della lingua

    e in particolar modo le particulae , che come sappiamo esprimono le rela-

    zioni fra le nozioni. Esse infatti inizialmente significavano una relazione di

    luogo, come doveva esser tipico di una umanità concentrata sulla sfera sen-

    soriale,46 e in seguito, con un tipico slittamento tropico, fondato sull’analo-
  • 124

    gia fra sensibile e insensibile, passarono a significare ogni tipo di relazione.47

    Il caso delle particelle meriterebbe particolare attenzione perché la varietà

    dei modi con cui esse svolgono la funzione di connettere nozioni appare a

    Leibniz la traccia più rivelatrice delle incalcolabili “evoluzioni del nostro

    spirito” (secondo l’espressione dei Nouveaux essais). E va osservato che

    nello stesso testo Leibniz giunge a dubitare che si possa costruire una signi-

    ficatio formalis
    per esse, ovvero, nei termini di Bohle, un significato che ne

    racchiuda tutti i possibili sensi. La deriva tropica del linguaggio sembra

    dunque rappresentare il nocciolo della “naturalis mutabilitas”: non a caso,

    nella Epistolica dissertati o, Leibniz spiega che ci si è allontanti nel tempo dai

    significati originari “attraverso innumerevoli metafore, metonimie e sined-

    dochi” e conclude con Quintiliano che “tutto quel che diciamo è una figu-

    ra”.48 In breve, le figure retoriche non appartengono al “lusso” della lingua,

    ma alla sua vita quotidiana, al suo fisiologico sviluppo. Leibniz sembra dun-

    que non solo aver tratto profitto dalla lezione dei grandi teorici italiani del-

    l’acutezza barocca, Pellegrini e Tesauro; sembra anche aver già compiuto,

    senza troppo insistervi su, quella trasformazione della tematica delle figure

    in filosofia del linguaggio che di solito attribuiamo al Vico dell’ultima

    Scienza nuova .49

  • 5.3 Una diversa tipologia di riferimenti alla significatio riguarda le

    differenze che i significati linguistici presentano nel caso del linguaggio or-

    dinario e nel caso di un linguaggio tecnico-scientifico. Nel Nizolio Leibniz

    distingue tra verbum e terminus , ossia fra la parola assunta nell’uso cor-

    rente, semanticamente aperto, e la parola in quanto sottoposta a un conven-

    zionamento. Si ricorderà come, in consonanza con Nizolio e coi maestri di

    questo, Valla e Vives, Leibniz esorti a limitare per il possibile l’uso dei ter-

    mini e a valersi di parole ( verba ) nella misura in cui queste risultino inequi-

    voche e consentano di soddisfare l’obiettivo di una compendiosissima po-

    pularitas.
    Quel che più ci interessa è tuttavia che il termine germina al-

    l’interno della parola, sicché l’univocità del significato, quando è necessario

    usufruirne, non implica in alcun modo la soppressione della plurivocità del

    linguaggio ordinario, ma nasce e si rende disponibile in stretto rapporto

    con essa, limitandone e disciplinandone le valenze. A distanza di anni, uno
  • 125

    scritto come Modus examinandi consequentias per numeros (1679), rivela

    una analoga consapevolezza delle differenze di organizzazione semantica

    connesse ai due tipi di linguaggio. Con la mente ormai rivolta ai progetti di

    una lingua razionale, il filosofo illustra le ambiguità del linguaggio comune

    e le possibilità di errore inerenti all’adozione di significazioni “parum con-

    stitutae”:

    nam cum verbis utantur homines, manifestum est earum significationes pa-

    rum esse constitutas, et varia phrasium et particularum incrustatione falsam

    ratiocinationem speciosissime adornari posse, ut vix appareat sedes erroris;

    ed ordinem naturalem elegantia affectata, et aures mulcente saepe mirifice

    perturbari, quo fit ut plerumque homines jucunda oratione decipi quam

    arido quodam et aspero dicendi genere doceri malint. Modus examinandi

    consequentias per numeros
    , 1679; VE 7: 1522)

    E tuttavia non per questo presenta il linguaggio ordinario come il regno

    dell’“imperfezione”, ché anzi proprio il carattere fluido del significato ordi-

    nario delle parole sembra formarne il punto di maggior forza, quello che

    talvolta consente agli uomini impegnati in un dialogo di supplire con le ri-

    sorse delle parole al “defectus Logicae”:

    cum contra in usu loquendi et scribendi saepe una periodus contineat de-

    cem syllogismos simplices, si quis eam ad logici rigoris normam exigere ve-

    lit. Unde solent homines imaginationis vi, et consuetudine ipsa formularum

    sermonis, et intelligentia materiae quam tractant, supplere defectum logi-

    cae. VE 7: 1521)

    Dove è da notare, fra l’altro, il riferimento ad aspetti del discorso - le

    formulae fisse, i modi di dire - che sfuggono a una dissezione analitica e che

    funzionano come blocchi semantici omogenei: si tratta di un altro di quei

    punti di “resistenza” che il linguaggio ordinario pone ai processi di raziona-

    lizzazione; Leibniz aveva modo di rendersene conto proprio nei lavori di

    questi anni dedicati a tale obiettivo.

    La posizione teorica documentata da Modus examinandi consequentias

    per numeros
    è a mio avviso una costante del pensiero leibniziano, documenta-

    bile attraverso scritti a vario titolo strategici, come ad esempio il già citato De

    lingua philosophica
    e i Nouveaux essais , dove si parla esplicitamente di “cette

    indetermination du language, où l’on manque d’une espece de loix qui rè-

    glent la signification des mots”, una indeterminatezza che è tuttavia fattore

    decisivo “de l’agrément et de la force” delle espressioni linguistiche.50

    126

    Il problema posto da questo tipo di contesti inerisce dunque al rap-

    porto sussistente fra i significati “indeterminati” del linguaggio comune e i

    significati “fissi”, “strutturati” ( constituti ) di una lingua razionale.51 Come

    sempre, un’istanza di unità è equilibrata dall’emergere della molteplicità e

    viceversa. Piuttosto che presentarsi come la quintessenza dei primi, i signifi-

    cati “strutturati” sembrano essere il risultato di una loro semplificazione e

    regolarizzazione: operazione che, beninteso, comporta uno straordinario

    potenziamento delle funzioni conoscitive dei segni. Ma ancora una volta lo

    spazio semantico dei termini (nel senso introdotto nella Prefazione al Nizo-

    lio) sembra in qualche modo incardinato in quello più ampio e fluido delle

    parole; come se la condizione di possibilità di un uso formale e controllato

    dei significati risiedesse in definitiva nella loro fisiologica indeterminatezza.

  • 5.4 Il passaggio teorico al quale ho alluso in 5.3 non è esplicito in Leib-

    niz; o almeno, tale non è apparso alla maggioranza degli studiosi che hanno

    stabilito una precisa gerarchia di valori nell’universo linguistico leibniziano

    a favore degli orizzonti “neoadamici” della caratteristica universale (penso

    ad esempio a lavori come quelli di Courtine 1980, Pombo 1987 e Losonsky

    1992) o almeno alludendo a una sua intrinseca superiorità in quanto lingua

    dell’intelletto (vedi il recente, e per altri aspetti condivisibile, lavoro di Ru-

    therford 1995). C’è però una quarta tipologia di contesti che potrebbe dare

    un avvio di soluzione al nostro problema. Essa è stata quasi generalmente

    ignorata, nonostante riconduca a un aspetto centrale della gnosologia leib-

    niziana, ovvero al carattere “onnisciente” di ciascuna monade, che sia pure

    in modo confuso, si rappresenta la totalità delle altre monadi a partire da

    un punto di vista assolutamente particolare.
  • Ebbene, in tre testi fondamentali a fini filosofico-linguistici, quali la

    Prefazione al Nizolio del 1670, l’ Analysis linguarum del 1678 e Unvorgrei-

    fliche Gedanken
    del 1696-97, troviamo l’affermazione che le lingue “pos-

    sono dire tutto”, ovvero sono, per usare la terminologia semiotica d’oggi,

    “onniformative”. Può essere utile una citazione puntuale:

  • (a) Et quidem verissimum est, nullam res esse, quae non explicari terminis

    popularibus, saltem pluribus, possit. (A VI 2: 413)
  • (b) Quoniam autem variae sunt hominum linguae, et nulla fere est quae

    non jam satis exculta sit, ut quaelibet in ea scientiae tradi possint; ideo suf-

    ficit unam linguam assumi; unusquisque enim populus scientias domi inve-

    nire et ducere possit. (VE 4: 812)
  • 127

  • (c) Es kan zwar endlich eine jede Sprache, sie sey so arm als sie wolle, alles

    geben. (UG § 59 = Pietsch 1908: 344)
  • Si osservi che, nel primo passo citato, Leibniz sta ponendo un pro-

    blema epistemologicamente centrale anche ai fini di quel che sarà la carat-

    teristica universale, ovvero quello del rapporto fra linguaggio ordinario e

    lingua filosofica. Nel secondo caso, la considerazione che ogni lingua può

    veicolare i contenuti delle scienze fa da premessa all’adozione del latino

    come base della futura lingua razionale. Un ulteriore elemento che acco-

    muna il primo al terzo scritto ora menzionato è l’idea che le lingue popo-

    lari possano funzionare da “pietra di paragone” del pensiero: nella prefa-

    zione a Nizolio si fa il caso dei “disputatori dialettici”, esortati a tradurre

    in discorso comune le proprie astratte terminologie per vedere se esse

    contengano un qualche senso; in Unvorgreifliche Gedanken (§ 11) si

    dice che la lingua tedesca ha, per ragioni storiche, una sorta di spontanea

    propensione per i “realia” che la rende impermeabile ai termini e alle no-

    zioni inusuali e fumose. Ancora nei Gedanken , infine, Leibniz si sof-

    ferma sul fatto che le lingue, per quanto potenzialmente “onniformative”,

    hanno ciascuna una sua specificità tale da renderle reciprocamente asim-

    metriche e, in certo senso, intraducibili.52

    Nell’insieme dunque le lingue ordinarie sembrano oscillare fra un polo

    di individualità semantica (collegata al loro radicamento in una certa cul-

    tura ambientale e locale, in una data tradizione storica fatta di costumi, ci-

    viltà, lavoro) e un polo di potenziale universalità connessa alla capacità di

    veicolare ogni possibile senso eventualmente attraverso perifrasi e circonlo-

    cuzioni, una capacità il cui unico limite sta nella opportunità di serbare effi-

    cacia e perfino piacevolezza comunicativa.53

  • 5.5 L’ultima tipologia di uso della nozione di significatio concerne

    direttamente la funzione “caratteristica” del linguaggio. Come si sa, un lin-

    guaggio formalizzato valorizza al massimo ciò che Leibniz chiama cogitatio

    caeca sive symbolica ;
    esso cioè consente di sospendere o rimandare l’inter-

    pretazione dei simboli impiegati e di procedere innanzi nella dimostrazione

    finché non lo si ritenga opportuno. In tal modo si evita di gravare la mente
  • 128

    di un carico nozionale che ne eccederebbe grandemente i limiti, e se ne po-

    tenzia, per dir così, la portata. Il calcolo infinitesimale è un esempio tipico

    dei vantaggi che la cogitatio caeca sive symbolica arreca alla conoscenza

    umana; e la “caratteristica universale” deve sviluppare fino in fondo tali

    potenzialità.

    La formulazione “classica” di questi princìpi teorici è contenuta nei

    Fundamenta calcali ratiocinatioris (1688-89), dei quali giova riportare l’at-

    tacco, di sapore radicalmente anticartesiano:

    Omnis humana ratiocinatio signis quibusdam sive characteribus perfi-

    citur. Non tantum enim res ipsae, sed et rerum ideae semper animo distin-

    cte observari neque possunt neque debent, et itaque compendii causa signa

    pro ipsis adhibentur. (VE 6: 1203)

    Ma grazie a quale meccanismo possono i segni svolgere tale funzione?

    Leibniz insiste sul fatto che essi offrono un supporto sensibile alla mente,

    una sorta di filo meccanico che “toglie d’imbarazzo” l’immaginazione

    aprendole i territori ch’essa altrimenti non potrebbe attingere. Tuttavia, in

    uno scritto certamente strategico come le Meditationes del 1684, il filosofo

    introduce un elemento che, preso a sé, non ha nulla a che fare con la “sen-

    sibilità” o “meccanicità” tipica dei segni:

    ita cum Chiliogonum seu Polygonum mille aequalium laterum cogito, non

    semper naturam lateris et aequalitatis et millenarii (seu cubi a denario) con-

    sidero, sed vocabulis istis (quorum sensus obscure saltem atque imperfecte

    menti obversatur) in animo utor loco idearum quas de iis habeo, quoniam

    memini me significationem istorum vocabulorum habere, explicationem au-

    tem nunc judico necessariam non esse; qualem cogitationem caecam vel

    symbolicam appellare soleo, qua et in Algebra et in Arithmetica utimur,

    imo fere ubique. (VE 5: 1077)

    Leibniz fa esplicito riferimento a grandezze quali sensus e significatio :

    esse, incastonate come sono nelle parole chiliagono o, poniamo, 1.000.000 ,

    sono pertanto il nocciolo della cogitatio caeca sive symbolica. La funzione

    simbolica del segno si attua dunque mediante il meccanismo di reciproco

    rimando che opera tra le due facce che lo costituiscono. E tale meccanismo

    che consente all’intelletto di protendersi al di là dei suoi limiti naturali, met-

    tendo a frutto anche nozioni “confuse” o addirittura “oscure”.

    Leibniz aggiunge che di tale tipo di conoscenza facciamo uso “quasi

    ovunque” (imo fere ubique), indicazione che sembra implicare una presenza

    della cogitatio caeca anche entro le strutture del linguaggio ordinario. Mal-

    grado Leibniz non dia, né qui né altrove, chiarimenti ulteriori su questo

    129

    punto, il passaggio logico sembra sicuro:54 le funzioni elementari della sim-

    bolizzazione (di cui il calcolo è solo un possibile esempio) permeano, in-

    fatti, anche la vita quotidiana; ma vi è forse di più, se si pensa ai casi citati

    da Leibniz in cui, anche nella comunicazione ordinaria, la lingua sembra

    “precorrere” la mente, come quando certi periodi efficaci e concisi for-

    mano l’equivalente di dieci sillogismi; o come quando uomini dotati di elo-

    quenza pronunciano parole efficaci prima e indipendentemente dall’inter-

    vento di un preciso processo razionale.55

    La simbolicità è dunque un ulteriore elemento che avvicina linguaggio

    comune e linguaggio artificiale, svelandone la parentela epistemologica. Le

    analogie non debbono tuttavia far smarrire la portata delle differenze: men-

    tre nell’uso ordinario la permanenza di nozioni oscure o confuse è per così

    dire costituzionale alla dinamica del linguaggio, indeterminato per sua na-

    tura, nell’uso formalizzato la permanenza di tali nozioni è solo strumentale

    alla messa a punto di criteri di maggior distinzione per altre nozioni.

    Possiamo a questo punto provare a riassumere i risultati delle nostre in-

    dagini: (1) la semanticità è parte essenziale della simbolicità del linguaggio,

    sia storico-naturale, sia artificiale; (2) i tropi sono il meccanismo di base

    della trasformazione dei significati: nella misura in cui esprimono la straor-

    dinaria varietà delle operazioni dell’intelletto, essi sembrano portare nel lin-

    guaggio umano un elemento di incalcolabilità e di irriducibilità; (3) le lin-

    gue storico-naturali non sono, da tale punto di vista, né imperfette né defi-

    citarie, ma hanno una propria autonomia all’interno del mondo dei simboli;

    (4) tale autonomia è il punto di partenza per ogni opera di convenziona-

    mento o formalizzazione del linguaggio; (5) da tale punto di vista, la diffe-

    renza principale fra lingue storico-naturali e linguaggi artificiali è connessa

    al diverso grado di formalità dei significati; (6) malgrado le lingue artificiali

    siano essenziali alla ricerca scientifica, e le lingue ordinarie no, queste ul-

    time sono comunque potenzialmente onniformative; (7) tale caratteristica

    delle lingue storico-naturali sembra non esser neutrale rispetto al processo

    di formalizzazione del linguaggio; è ipotizzabile che essa sia la precondi-

    zione di tale processo?

    130

  • 6. La polemica con Locke
  • L’elaborazione compiuta da Leibniz intorno al concetto di significato

    consente di dar ragione anche di alcuni aspetti della sua polemica con

    Locke che ancora in anni recenti hanno fatto discutere i critici. Delle nume-

    rose questioni sollevate nel corso del III libro dei Nouveaux essais due sem-

    brano particolarmente interessanti nel nostro contesto: la discussione del-

    l’arbitrarietà e la lunga disputa intorno ai nomi di sostanza.

    Alcuni studiosi si sono chiesti se le riserve sollevate da Leibniz circa la

    concezione lockiana dell’arbitrarietà del linguaggio non implichino una sua

    almeno parziale ricaduta in un naturalismo essenzialista à-la Böhme.56 Una

    lettura dei §§ 1 e 2 del libro terzo che tenga conto dell’insieme delle criti-

    che di Leibniz all’arbitrarietà consente tuttavia di escludere ciò. Quanto

    Leibniz disapprova, nel dettato lockiano, è un uso della nozione di arbitra-

    rietà che gli appare materiato di convenzionalismo. Non a caso, fin dall’ini-

    zio del § 2 Leibniz parafrasa il passo di Locke sui nomi (che non dipende-

    rebbero da “aucune connexion naturelle qu’il y ait entre certaines sons arti-

    culés et certaines idées”) con la definizione scolastica (ex instituto ) che da

    almeno un trentennio era oggetto delle sue riserve; a essa contrappone la

    sua ben nota dottrina del “naturale” intesa a dar conto delle origini del lin-

    guaggio in un modo più adeguato alle caratteristiche largamente non razio-

    nali della mentalità primitiva, guidata da “raisons tantost naturelles où l’ha-

    zard a quelque part, tantost morales où il y entre du choix”.57 Gli ingre-

    dienti affettivo-emozionali che ci sono già noti (si parla qui di un “instinct

    naturelle”), la casualità, lo sforzo di stabilire un’analogia fra suoni e emo-

    zioni formano lo schema che Leibniz ancora una volta contrappone al ra-

    zionalismo arbitrarista. Nulla vi è in questa pagina che mostri il filosofo im-

    pegnato in un recupero della presunta Ursprache originaria, ché anzi tutto il

    libro è una appassionata rivendicazione della varietà e imprevedibilità delle

    piste prese dal linguaggio umano nel corso della storia. Quel che semmai si

    potrebbe “obiettare” a Leibniz è d’aver appiattito l’arbitrarismo lockiano

    su quello scolastico, non vedendo fino a che punto la concezione dell’idea

    come terminale di un processo di astrazione battesse in breccia proprio la

    dottrina che egli intendeva contestare. Ma questo ci porta al secondo punto

    della nostra veloce ispezione.

    131

    Come si sa, dopo due paragrafi in cui Teofilo e Filalete dialogano su

    basi di sostanziale accordo (a parte alcuni aspetti di un certo interesse, che

    però qui non approfondiremo58), l’inizio vero e proprio della contesa è fatto

    coincidere col passo del § 3 in cui Filalete-Locke afferma che le essenze

    sono opera dell’intelletto e dunque si risolvono nei significati dei nomi. In

    tale contesto, il problema che si pone è appurare quali conseguenze abbia la

    perorazione di Teofilo circa il carattere “reale” delle essenze. Implica tutto

    ciò una ritrattazione di quanto Leibniz ha finora detto sulla storicità del se-

    gno linguistico? Non siamo per caso dinanzi a una riedizione sotto altra ve-

    ste del naturalismo böhmiano? Più in generale, non si apre una vistosa di-

    scrasia fra l’impostazione “storicizzante” dei paragrafi iniziali e finali di

    questo III libro e l’impostazione metafisica del suo paragrafo centrale?

    Una risposta a questi interrogativi va probabilmente cercata tenendo

    conto dell’aspirazione, che accompagna un po’ tutta la filosofia linguistica

    (e forse tutta la filosofia) leibniziana, a conciliare forti esigenze nominaliste

    con la difesa di un impianto metafisico (e quindi con un atteggiamento

    “realistico”) complessivo.59 A questo corrisponde un metodo (richiamato

    con efficacia da Mugnai 1982a, 1982b) inteso a distinguere fra un approccio

    “rigorosamente metafisico” e un approccio secondo l’ordine storico, fat-

    tuale delle conoscenze. Ora, per orientarsi nei risvolti linguistici della que-

    relle
    occorre ricordare che il linguaggio appartiene per Leibniz all’oriz-

    zonte della storia (“un point de fait ou d’Histoire”, com’egli si esprime); la

    nozione di “significato” (di cui si parla costantemente in questo terzo libro)

    non va dunque confusa con la nozione di “idea”, che il filosofo ascrive in-

    vece, con grande forza, all’orizzonte “reale” delle cose. La scelta leibniziana

    di adeguarsi in questo dibattito alle abitudini terminologiche del suo inter-

    locutore rende più difficile che altrove cogliere la differenza di piani in

    gioco, ma essa si fa più chiara battuta dopo battuta. Le idee, infatti, appar-

    tengono a rigore all’ordine delle possibilità e come tali non coincidono né

    con i pensieri che gli uomini via via concretizzano nel corso della loro espe-

    rienza, né tantomeno coi significati che sedimentano e stabilizzano quei

    pensieri nei diversi periodi storici. Rivelatore a questo proposito è quanto

    Leibniz a più riprese scrive circa il carattere “provvisorio” dei significati,

    mutevole in ragione dell’evolversi delle conoscenze umane.60 Ciò che preoc-

    cupa Leibniz non è dunque tanto il fatto che Locke enfatizzi, introducendo

    il concetto di essenza nominale, il carattere costruttivo dei nomi, il loro es-

    132

    sere fino in fondo traccia e concrezione del pensiero: non a caso, verso la

    fine del § 3, Teofilo si dichiara d’accordo col suo interlocutore sul fatto che

    le differenze specifiche civili (come ad esempio quelle relative ai sistemi di

    misurazione o alla determinazione a fini civili delle fasi della vita umana)

    non abbiano alcun modello nella realtà. Quel che Teofilo-Leibniz non può

    accettare è che i significati “fagocitino” le essenze, sovrapponendo l’uno al-

    l’altro ordine storico e ordine metafisico della conoscenza. Ciò impliche-

    rebbe un clamoroso ritorno della “difficoltà hobbesiana” contro la quale

    Leibniz si andava difendendo almeno dal 1670: ed è molto probabile che

    sia Hobbes lo spettro che Teofilo vede agitarsi in talune formulazioni di Fi-

    lalete. Letta in questa chiave, appare non solo perfettamente comprensibile,

    ma teoricamente coerente, l’affermazione secondo la quale “l’arbitraire se

    trouve seulement dans les mots et nullement dans les idées. [...] Car les

    idées sont en Dieu de toute eternité et meme elles sont en nous avant que

    nous y pensions actuellement”.61

    Contestare questo punto scabroso della filosofia linguistica lockiana,

    non implica dunque che Leibniz receda dalla teoria del significato costruita

    in tanti anni di riflessione. La discussione dei nomi di sostanza lo conferma.

    In essa infatti il filosofo distingue fra i significati delle parole (che hanno i

    caratteri di storicità e provvisorietà già noti) e le essenze cui essi si riferi-

    scono. Così, la conoscenza che noi abbiamo dell’oro, e che si rispecchia

    nella terminologia scientifica che usiamo, include certamente le note carat-

    teristiche proprie delle definizioni nominali di cui siamo storicamente ca-

    paci; ma non esprime la definizione reale del prezioso metallo, né in alcun

    modo condiziona la sua struttura reale, che sussiste indipendentemente

    dalle operazioni del nostro intelletto. E solo l’adozione del consueto me-

    todo della ricerca scientifica e della formalizzazione del linguaggio a garan-

    tirci che le definizioni via via elaborate siano approssimazioni sempre più

    attendibili (ma comunque imperfette) alla realtà. Da un altro punto di vista,

    i significati della parola oro possono essere ben diversi se a parlare è una si-

    gnora che indossa i suoi gioielli per recarsi a una festa o un alchimista, ma

    entrambi hanno una loro legalità, connessa allo stato dei nostri costumi so-

    ciali e delle nostre abitudini; in entrambi i casi l’oro funziona da riferimento

    pur essendo diversamente conosciuto e sussunto nelle note che entrano a

    costituire i diversi significati linguistici impiegati.

    Non è un caso se queste pagine abbiano fatto pensare alla “divisione

    del lavoro linguistico” di Hilary Putnam62 e alla sua critica del principio

    133

    fregeano per cui l’intensione determinerebbe l’estensione. Tuttavia Putnam,

    se ho ben visto, non cita mai Leibniz negli scritti degli anni Settanta in cui

    espone la sua teoria del significato, e forse insistere troppo sulle analogie di

    sistemi di pensiero tanto diversi e storicamente distanti potrebbe alla fine

    risultare fuorviarne. In ogni caso, la distinzione fra il livello dei significati

    linguistici e il livello delle essenze cui questi si riferiscono, senza in alcun

    modo potersi risolvere in esse appare, nel caso dei nomi di sostanza, formu-

    lato con chiarezza. Principio di unità (del reale) e principio di varietà (dei

    sistemi di conoscenza) risultano dunque conciliati, per un verso superando

    il rischio di una dissoluzione delle essenze, per altro ribadendo la storicità

    dei significati.

    Resta da discutere se le “idee” di cui Leibniz ci parla nei Nouveaux es-

    sais
    possano a questo punto essere intese come una sorta di “significati

    mentali” soggiacenti ai significati delle lingue storiche. Ciò può forse essere

    detto se, mettendo in gioco l’innatismo disposizionale del filosofo, ci inte-

    ressa sostenere che ogni significato “storico” è in definitiva dipendente dal

    range di possibilità conoscitive iscritto in ciascuna idea. Ma di massima

    sembra preferibile attenersi al sistema di distinzioni impiegato da Leibniz,

    che evita di proiettare il piano del linguaggio (e quindi del significato) sul

    piano delle idee. Queste rappresentano piuttosto il polo extralinguistico,

    sussistente indipendentemente dal lavoro dell’intelletto,63 il polo rispetto al

    quale via via arricchiamo i significati linguistici di note sempre più efficaci,

    nell’ambito di una ricerca peraltro destinata a non esaurirsi.

    La soluzione così suggerita da Leibniz sembra rappresentare il punto

    d’arrivo di una problematica antica, risalente in effetti alla Acce ss io ad ari-

    thmeticam infinitorum
    , dove il filosofo, nel contesto di un’analoga contesta-

    zione del concetto di arbitrarietà, aveva distinto il piano delle cogitationes

    asymbolae, seu ipsarum idearum connexiones
    (che sarebbero “le stesse per

    tutte le genti”) dal piano delle parole e dei caratteri, chiaramente arbitrari.64

    Gli elementi che quello scritto giovanile offriva, per dir così, sovrapposti

    l’uno sull’altro, sono ormai ben distinti grazie a valutazioni di ordine sia

    teoretico sia storico-linguistico. Da una parte Leibniz ha infatti imparato a

    distinguere fra idee e pensieri, fra piano del possibile e piano dell’attualità,

    dall’altra l’esperienza guadagnata nell’osservazione delle lingue lo ha por-

    tato a ulteriormente distinguere fra pensieri e significati e a mettere in evi-

    denza il carattere instrinsecamente mutevole (quindi tutt’altro che univer-

    134

    sale) degli uni e degli altri. Il linguaggio, che non pretende di annettersi il

    regno delle idee, è invece strettamente connesso, pur secondo modalità

    sempre storiche e quindi provvisorie, all’articolazione e alla fissazione del

    pensiero.

  • 7. L’ ‘harmonia linguarum’
  • L’ultima fase del lavoro linguistico leibniziano ci offre fra l’altro uno

    scritto, la Epistolica de historia etymologica dissertatio , 65 nel quale la perce-

    zione della centralità teorica del significato diventa la base per una comples-

    siva inchiesta storica e comparata intorno alle lingue conosciute. Nella no-

    zione di etimologia Leibniz include adesso una ricerca delle rationes nomi-

    num
    66 che fa tutt’uno con la scoperta delle culture dei popoli antichi e delle

    loro possibili connessioni ( harmonia linguarum ). L’enucleazione delle signi-

    ficationes radicales
    , ovvero delle concrezioni di senso più lontane nel tempo

    che si riescano a riconoscere, è l’obiettivo di questo tipo di studio. Era que-

    sto, come si sa, l’obiettivo di un’intera generazione di dotti, intesa a ricer-

    care le cause ultime del linguaggio umano nell’ebraico e a scoprire per suo

    tramite i valori originari, “autentici” dei nomi.67

    Grazie all’applicazione sistematica dei princìpi “naturali” già descritti, e

    di una teoria dell’evoluzione del linguaggio che, sulle orme di Clauberg,68 si

    sforza di dare il giusto rilievo alla sensibilità nella genesi del significato,

    Leibniz si distacca tuttavia in modo nettissimo da questa tradizione di pen-

    siero. Nella Disserta tio è permanente la polemica sia con la corrente degli

    Hebraizantes , del cui più recente campione, il francese Louis Thomassin,

    era uscito postumo, pochi anni prima (1697) il Glossarium universale He-

    braicum quo ad Hebraicae linguae fontes linguae et dialecti paene omnes re-

    vocantur
    , sia con la corrente dei Graecissantes , alle cui file Leibniz ascrive

    sia studiosi francesi come Joachim Périon e Henri Étienne, sia tedeschi

    135

    come Johannes Petrus Ericus. In ogni caso il suo atteggiamento è caratteriz-

    zato, come già a suo tempo vide Hans Aarsleff (1969), da una parte dal ri-

    fiuto ogni connessione armonica non sufficientemente motivata sul piano

    della continuità storica e su quello della documentazione fattuale, dall’altra

    parte da un’apertura a ogni risultato positivo, nella fiducia che, come ipo-

    tesi di lavoro, l’etimologia armonica possa dare buoni risultati. Muovendosi

    su questo difficile binario Leibniz passa in rassegna circa duecentoventi

    opere fra vocabolari, grammatiche e dissertazioni sulle lingue “in univer-

    sum”, dando l’idea di un possibile curriculum studiorum per il dotto

    che voglia confrontarsi con tale problematica. Non gli sfuggono, fra l’altro,

    le valenze teoriche generali degli studi e delle pratiche terapeutiche riguar-

    danti i sordomuti, sviluppati nell’ultimo quarto del secolo precedente so-

    prattutto da personaggi quali Wallis e Amman.69 Di questo e di molto altro,

    sembra voler dire il filosofo, avrebbe avuto bisogno non solo il mediocre

    scolaro Eckhart (cui lo scritto, come si sa, è diretto, in forma di un com-

    mento sistematico alla Historia studii etymologici linguae Germanicae di

    questi, Hanoverae 1711), ma tutti coloro che siano sinceramente interessati

    allo studio scientifico delle lingue, senza farsi depistare da un malinteso or-

    goglio nazionalistico.

    Un aspetto importante da sottolineare è la cautela con cui, in questo

    suo tardo lavoro, Leibniz connette le lingue all’insieme della sua teoria filo-

    sofica del reale. Per quanto dovesse risultare attraente postulare come data

    l’armonia universale degli idiomi umani, il filosofo non va molto al di là del-

    l’ammissione, in linea di principio, della tesi monogenetica;70 e il concetto

    stesso di harmonia linguarum oscilla fra lo status di un metodo di ricerca,

    inteso alla comparazione sistematica delle lingue conosciute, e quello del

    possibile obiettivo di una serie di inchieste sul campo, opportunamente ap-

    profondite e fra loro coordinate. Lo stesso dicasi del possibile rapporto fra i

    concetti di “armonia” e di “espressione”, che astrattamente sembrerebbe

    136

    derivare in linea diretta dalle generali assunzioni metafisiche leibniziane.71

    Mentre Leibniz non lesina affermazioni piuttosto generali circa il fatto che

    le diverse lingue esprimono il mondo ciascuna dal suo punto di vista (un’i-

    dea, questa, ovviamente connessa al principio della reciproca rappresenta-

    zione delle monadi), è poi assai prudente quanto alla discussione delle mo-

    dalità specifiche di tale rispecchiamento. Nomi e particelle, se scavati nelle

    loro radici, gettano qualche luce sulle “cause” originarie delle lingue, e in

    particolare le particelle72 mettono in gioco quel piano relazionale che come

    sappiamo è per Leibniz, da un capo all’altro del suo studio, il nocciolo della

    lex expressionis. Ma mentre nei linguaggi formalizzati è possibile rico-

    noscere un principio costante, di tipo funzionale, nel rapporto fra elementi

    espressivi e elementi di contenuto, nell’analisi delle lingue l’accento cade in-

    variabilmente sulla variatio , sulla molteplicità indefinita dei percorsi presi

    dai processi di significazione. Non mi risulta che Leibniz abbia chiarito a

    fondo la questione che c’interessa, ma è ipotizzabile che, come già al livello

    delle monadi, così anche nell’universo dei linguaggi esistano gradi diversi di

    espressività, e che linguaggi formalizzati e lingue ordinarie siano più o meno

    chiaramente “espressivi”, in ragione delle loro differenti modalità costrut-

    tive e delle loro differenti funzioni. Pretendere di determinare puntual-

    mente la funzione rappresentativa delle singole lingue storico-naturali sa-

    rebbe forse sembrato al filosofo voler prendere una indebita scorciatoia fra

    piano metafisico e piano storico del ragionamento.73

    Non è questa la sede per una rassegna analitica, che pure andrà un

    giorno fatta, dei contenuti della Epistolica dissertatio e dei dati empirici da

    essa ricavabili. Mi preme tuttavia far osservare che in uno dei suoi paragrafi

    decisivi, il quattordicesimo, Leibniz sintetizza in poche righe le sue idee sul-

    l’origine delle lingue, e sulle conseguenze che esse hanno da una parte nei

    confronti della teoria adamica, dall’altra nei confronti del vecchio, mai del

    tutto abbandonato progetto della caratteristica:

    137

    Diversi enim nominum impositores, suos quisque respectus, suos affec-

    tus, suas occasiones, suam etiam commoditatem secuti, diversa iisdem rebus

    a diversis qualitatibus, interdum et casibus, vocabula dedere. Adde quod

    aliae gentes alias literas aliis illibentius pronuntiant, nonnullas piane vitant,

    un Sinenses literam R. [...] Iacobus Bohemus [...] linguam quandam natura-

    lem (Natur-Sprache) quam et appellabat Adamicam credebat erui posse;

    quam qui nactus esset, etiam arcana naturae rerumque proprietates nosset.

    Sed hoc quidem verum vanum esse, nemo dubitat. Illud verum est, posse

    linguam quandam vel characteristicen condi, quae omnibus praestaret

    scientiis (quantum ratione nituntur) quod Algebra Mathesi. 74

    Dal principio della naturalità del linguaggio deriva, come questo passo

    mostra meglio di qualunque altro, la smentita del carattere universale dei si-

    gnificati: dinanzi a cose che possono essere le stesse per tutti si ergono pro-

    cessi di significazione ogni volta diversi che muovono da “qualità diverse”

    delle cose, selezionate in base a diverse affezioni dell’animo, diverse esi-

    genze, diversi punti di vista. Per questo l’affaticarsi di Böhme nella ricerca

    delle perdute essenze è cosa vana; mentre è possibile istituire un linguaggio

    controllato che faccia da quadro di riferimento alle scienze, nella misura in

    cui queste si servono della ragione. Dunque la caratteristica non annuncia la

    riscoperta, artificiale stavolta, di ciò che, se pure è esistito, è per sempre se-

    polto nei significati originari delle lingue. La caratteristica è uno strumento

    di scienza, e si muove nei limiti della razionalità. Né, ancora una volta, si ve-

    dono segni di una sostanziale differenza di prestigio tra questa e le lingue

    storico-naturali.

    Che, giunto quasi alla fine del suo lungo interrogarsi intorno al linguag-

    gio, Leibniz abbia sentito il bisogno di stringere assieme settori così diversi

    dei suoi interessi non deve essere casuale. Può forse ripartire di qui una ri-

    flessione sulla natura tutt’altro che contraddittoria, ma anzi profondamente

    unitaria, del suo pensiero linguistico.

    138

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    1.
    Si vedano Schulenburg (1937), (1973); Aarsleff (1964), (1969); Heinekamp (1972), (1975),

    (1976), (1992); Mugnai (1976).
    2.
    Cfr. rispettivamente A I 11: 170-76 e A I 14: 389-391.
    3.
    Una sintesi di questi motivi in Pombo (1987).
    4.
    Vedila in GP III: 605-608.
    5.
    Soprattutto in riferimento al tema della cogitatio caeca questo scritto (vedilo in A VI 2:

    479 sgg.) presenta importanti elementi in comune non solo con la Accessio ad arithmeticam infini-

    torum
    spedita a Gallois nel 1672 (vedila in A II 1: 222 sgg.), ma anche col De sumnia rerum , po-

    steriore di qualche anno.
    6.
    Computatio sive Logica III 7 (= Opera I: 31-32).
    7.
    Nel citato passo di Dialogus Leibniz alterna infatti il concetto generico di character e il

    concetto, specificamente linguistico, di vox o vocabulum. (Cfr. GP VII: 192). Per il riferimento a

    Saussure cfr. CLG 181-84 , e le relative note di commento di T. De Mauro.
    8.
    Cfr. De characteribus et de arte characteristica (1685-90): “Ars characteristica est ars ita

    formandi atque ordinandi characteres, ut referant cogitationes, seu ut eam inter se habeant relatio-

    nem, quam cogitationes inter se habent. Expressio est aggregatum characterum rem quae exprimi-

    tus repraesentantium. Lex expressionis haec est: ut ex quarum rerum ideis componitur rei expri-

    mendae idea, ex illarum rerum characteribus componatur rei expressio” ( VE 7: 1482). Per un

    quadro dei problemi posti dal concetto di espressione, cfr. Kulstad (1977), Lamarra (1991) e Swo-

    yer (1995). In specifico riferimento agli scritti del periodo parigino, cfr. Lamarra (1978).
    9.
    La tecnica del ragionamento more geometrico era stata introdotta già nella Dissertano de

    arte combinatoria.
    Occorrerebbe indagare quanto delle idee di Leibniz intorno alla formalizza-

    zione del linguaggio sia dovuto alla lettura di Pascal (e in particolare al saggio sull' Esprit de géo-

    metrie ) nel corso del periodo parigino (v. in prop. Mesnard 1978). Un riferimento a Pascal è già

    nell’ Accessio (A II 1: 229).
    10.
    “Quod autem nomina ab arbitrio hominum orta esse supposuerim, rem minime dubiam

    brevitatis causa assumi posse judicavi; cui enim, qui verba quotidie nova nasci, vetera aboleri, di-

    versa diversis gentibus in usu esse, denique qui inter res et verba neque similitudinem esse, neque

    compartionem ullam institui posse videt, in animum venire potest naturas rerum sibimetipsis no-

    mina sua praebuisse?” ( Computatio sive Logica II 4 = Opera I: 14).
    11.
    Cfr. Aristotele, De interpretatione, 16a 19-20. Per una recente messa a punto dei problemi

    connessi a tale nozione, cfr. Coseriu (1992).
    12.
    “As men do generally agree in the same principle of reason, so do they likewise agree in

    the same internal notion or apprehension of things.
    [...] That conceit which men have in their

    minds concerning a horse or a tree, is the notion or mental image of that beast or natural thing, of

    such a nature, shape and use. The names given to these in several languages, are such arbitrary

    sounds or words, as Nations of men have agreed upon, either casually or designedly, to express

    their mental images of them” (Wilkins 1668: 20; corsivi miei).
    13.
    “Ex instituto rem fluxisse, non potest dici, nisi de Linguis quibusdam artificialibus, qua-

    lem Golius Sinensem esse suspicatus est, et qualem Dalgarnus, Wilkinsius aliique confinxere” ( VE

    3: 497).
    14.
    Quest’espressione è usata nella Epistolica dissertaito, cfr. ED § 15: 216.
    15.
    L’espressione risale alla Brevis Designatio (D IV 2: 187).
    16.
    Per le diverse formulazioni di questa teoria cfr. VE 3: 497-98, D IV 2: 186, A VI 6: 278

    sgg. (= NE III 2), ED § 15: 216-217. Per un commento sistematico, oltre ai già citt. lavori di Hei-

    nekamp e Mugnai cfr. Gensini (1991: 6155, 1993a).
    17.
    Discostandosi su questo punto dalla tradizione grammaticale ebraica, Leibniz precisa che

    le radici dovrebbero essere identificate non in verbi, ma in nomi.
    18.
    “Origini etiam maxime vicinae sunt particulae; et supra dixi, linguas ex interjectionibus

    natas videri. Notatque Diodorus Siculus lib. 1 [scil. Bibliothecae Historicae ] saepe fieri potuisse, ut

    rudes homines in voces inarticulatas prorumperent, ex quibus demum natas interjectiones articu-

    latas, et ex his voces” ( ED § 20: 225).
    19.

    Valorizza questi aspetti della teoria della conoscenza leibniziana Rescher (1991).

    20.
    “Tales detegunt sese primae origines vocabulorum, quoties penetrari potest ad radicem

    tès onomatopoíias. Sed plerumque tractu temporis, crebris translationibus veteres et nativae signi-

    ficationes mutatae sunt aut obscuratae” (D IV 2: 186).
    21.
    Nel caso delle lingue storico-naturali Leibniz parla ora di un consensus ( VE 3: 497), ora di

    una analogia ( D IV 2: 186) che si instaura tra affectus e suoni.
    22.
    E questa la tesi di Mugnai (1990: 347-349). Ma cfr. infra , § 4. Torneremo sulla questione

    nell’ultimo paragrafo.
    23.
    Cfr. Fundamenta calculi ratiocinatioris : “Lingua Adamica, vel certe vis ejus, quam quidam

    se nosse et in nominibus ab Adamo impositis essentias rerum intueri posse contendunt, nobis

    certe ignota est” (VE 6: 1204). Dove è da notare il riferimento alle posizioni di Böhme (“...quam

    quidam ...nosse contendunt”). Per un ampio commento cfr. Dutz (1989).
    24.
    “At in linguis paulatim natis orta sunt vocabula per occasiones ex analogia vocis cum af-

    fectu, qui rei sensum comitabatur: nec aliter Adamum nomina imposuisse crediderim” (D IV 2:

    187). Com’è noto, Leibniz invece non negava la possibilità della monogenesi. Cfr. la lettera allo

    Sparwenfeld del 29 gennaio/8 febbraio 1697 ( A I 13: 545 [= Wie 16-17]).
    25.
    Ciò emerge chiaramente fin dalla prima pagina dell ’Historia Studii Etymologici Linguae

    Germanicae
    dello Eckhart (1711). Per un approfondimento si v. Gensini ( in stampa ) .
    26.
    Cfr. ED §§ 14-18, e in specie l’osservazione che “cum de nominum institutore [Plato] lo-

    quitur, non videtur Legislatorem quendam intelligere, sed ipsos homines, qui non sine causis in

    vocabula incidere”.
    27.
    Sulle idee linguistiche di Platone rende ancora eccellenti servigi il lavoro di Antonino Pa-

    gliaro (1971).
    28.
    Cfr. Gassendi, Philosophiae Epicuri Syntagma, II 3, caput 20: “Quo loco, quia requiri so-

    let, qua ratione, ab initio Homines rebus significandis nomina imposuerint; ideo sciendum est, no-

    mina non fuisse ex mero hominum instituto, seu lege quadam imposita; sed ipsas hominum natu-

    ras, naturaleisve dispositiones, quae in gentibus fuere singulis, tum cum res ipsis occurrerent, spe-

    cialibus Animi motibus affectas, & propriis visis, seu imaginibus compulsas, peculiari quadam ra-

    tionem aerem ore emisisse, ipsumque elisisse, dearticulasseque, prout singulorum affectuum, viso-

    rumque impetus tulit: & interdum quoque locorum varietas, seu varius caeli, solique genius in va-

    riis regionibus fuit; & quae prolatae voces sic fuerunt, ac praesertim cum voluntate designandi

    aliis res, evasêre Nomina rerum. (...) Et quia tamen varij varias ad eandem rem aliis signifìcandam,

    dedêre voces, ac varia proinde fuere nomina; ideo deinceps nomina significandis rebus propria

    apud unamquamque nationem, & sensim, & quasi communi consensu delecta, assignataque ita

    fuerunt, ut & significatus fierent adinvicem minus ambigui, & res possent eloquio compendiosiore

    explicari”. Una traduzione e un commento della Epistula ad Herodotum nella Physica (Sectio III,

    Liber XI, 4).
    29.
    Per questo problema mi sia permesso rimandare ai dati raccolti in Gensini (1993b). Una

    fine presentazione delle idee linguistiche di Epicuro, con molti cenni al problema della loro “for-

    tuna” plurisecolare, è quella di De Mauro (1996).
    30.
    Cfr. il passo del De lingua philosophica ( VE 2: 360).
    31.
    Cfr. Rescher (1979: 124).
    32.
    Cfr. Characteristica verbalis (VE 5: 1059 ).
    33.
    De lingua philosophica , VE 2: 353 .
    34.

    Per tutti cfr. Dascal (1978), i cui risultati sono ampiamente utilizzati in questo lavoro.

    35.
    “Quoniam autem Nomina, ut definitum est, disposita in oratione, signa sunt conceptuum;

    manifestum est ea non esse signa ipsarum rerum” ( Computatio sive Logica II 5 = Opera I: 15).
    36.
    Questo punto è stato chiarito con precisione da Lia Formigari (1988). Per la definizione

    lockiana delle parole come “the signs of their ideas” (connessione operante “by voluntary imposi-

    tion”) cfr. Essay on Human Understanding III 2 1.
    37.
    Nei termini di Bursill-Hall, “The progression of being, understanding, and signification

    can be labelled [per i Modisti] a metaphysical series” (1971: 73).
    38.
    Cfr. ad es. A VI 2: 479 (1671-72?); A VI 2: 500 (1671-72?); VE 1: 338 (1677-); VE 7: 1482

    (1685-90), ecc.
    39.
    “Cum cogito aliquid quo maius cogitari non potest, quid aliud cogito quam separatim

    ideas singulorum quae sub his vocibus continentur, ut aliquid, maius, cogitari, non, posse. Separa-

    tim habeo idea, eius quod voco aliquid; eius quod voco maius, eius quod voco cogitationem, ita-

    que unum post alterum cogitans; non ideas horum inter se, sed postea vocabula tantum seu cha-

    racteres coniungo et fìngo me ideam habere eius quo maius cogitari non potest” ( A VI 3: 462).
    40.
    Lo scritto di Vegio, risalente al 1433, era stato pubblicato nel 1477 sotto il titolo L i ber e

    juresconsultorum scriptis excerptum .
    Lo scritto di Alciati (edito a Lyon, 1530) è citato da Leibniz

    nella parte II, § 65 della Nova Methodus. L’importanza di Valla (anche indipendentemente dalla

    medizione nizoliana) è stata spesso rimarcata dalla critica (a partire almeno da Tillmann 1912).
    41.
    “Significatio vocis seu verbi est vis et potestas ejus ad significandum. Significatio rerum

    est ex ipsis rebus sine ministerio verborum significans, quod actu significat significatum” (Micrae-

    lius, Lexicon Philosophicum s.v.).
    42.
    Cfr. VE 2: 338; ED § 20: 225.
    43.
    Quest’accezione metalinguistica di sensus va aggiunta a quelle trattate da Palaia in un suo

    recente contributo (1995).
    44.
    Curiosamente, Hacking (1975) non faceva cenno del ruolo di Leibniz nel passaggio (co-

    m’egli si esprimeva) dallo Heyday of Ideas allo Heyday of Meaning; tuttavia lo stesso studioso ha in

    seguito (1988) offerto un contributo eccellente alla chiarificazione della teoria linguistica leibni-

    ziana.
    45.
    Cfr. A VI 1: 277-78 e i commenti in proposito di Dascal (1978).
    46.
    “Mirum autem non est homines in praepositionibus formandis loci tantum rationem ha-

    buisse, quia initio res tantum sensibiles sive corporales spectarunt” (Analysis particularum 1683-

    87: VE 3: 516).
    47.
    Cfr. ancora Analysis particularum (VE 3: 517) , e il successivo De lingua philosophica (VE

    2: 356).
    48.
    ED § 16: 217.
    49.
    Sulla funzione dei tropi nella teoria della conoscenza di Leibniz è ora da vedere lo studio

    di Francesco Piro (1996). Per quanto riguarda Vico, basti qui rimandare all’ottimo volume di sin-

    tesi di Jürgen Trabant (1994).
    50.
    Nouveaux essais II 29 (= A VI 6: 260).
    51.
    Leibniz parla a questo proposito di regularis significa ti o (VE 3: 470), significationes bene

    constitutae
    (VE 4: 678), constans significa ti o ascribenda (VE 4: 813) e simili.
    52.
    “Nun glaube ich zwar nicht, daβ eine Sprache in der Welt sei, die anderer Sprachen

    Worte jedesmal mit gleichem Nachdruck und auch mit einem Worte geben könne” ( UG § 61).
    53.
    È questo un altro punto della Prefazione al Nizolio che trova conferma negli Unvorgreifli-

    chen Gedanken
    (“Allein, obschon alles endlich durch Umschweife und Beschreibung bedeutet

    werden kann, so verliert sich doch bei solcher Weitschweifigkeit alle Lust, aller Nachdruck in

    dem, der redet, und in dem, der hört.”, § 59).
    54.
    Anche nella Demonstratio propositionum pri marum del 1671-72 Leibniz aveva scritto esser

    “nihil apud homines frequentius aut necessarium magis” della cogitatio caeca ( A VI 2: 481).
    55.
    “Cum plerumque in hominibus promptis lingua praecurrat mentem, et parum eloquens

    ille futurus sit, qui nullum verbum nisi ratiocinando quaesiturus enuntiet (VE 1: 195). In questo

    e analoghi passi si sente, ancora una volta, la familiarità di Leibniz con la cultura barocca dell in-

    genium
    e dei ‘detti acuti’, che, approfondendo un antico spunto di Aristotele, aveva messo in luce

    le risorse entimematiche del linguaggio e ipotizzato l’esistenza di una forma di conoscenza focaliz-

    zata non su ciò che è vero ma su ciò che è verosimile.
    56.
    Un lavoro classico è quello di Aarsleff (1964), cui ha fatto seguito un’impegnata replica di

    Hacking (1988). Anche lavori recentissimi come Edel (1999) inclinano a stabilire una continuità

    fra il ‘naturale’ leibniziano e quello di Böhme.
    57.
    NE III 2 (= A VI 6: 278).
    58.
    Mi sia permesso di rimandare a Gensini (1991: 159 sgg.).
    59.
    Chiariscono assai bene questo aspetto della ricerca leibniziana Mates (1986) e Mugnai

    (1992).
    60.
    Cfr. ad es. NE III 6 (= A VI 6: 316-317).
    61.
    Cfr. NE III 4 (= A VI 6: 300). Sulla problematica delle essenze v. Jolley (1984).
    62.
    Ne parlano, fra gli altri, Jolley (1984: 151-152) e Rutherford (1995).
    63.
    “... je ne voy point qu’elle puisse empecher les choses d’avoir des essences reelles indepen-

    damment de l’entendement, et nous de les connoitre”. ( NE III 6 = A VI 6: 321).
    64.
    Cfr. A II 1: 228 e le osservazioni in proposito di Lamarra (1978) e Mugnai (1990).
    65.
    Diversamente dalla Schulenburg e dagli studiosi che l’hanno seguita, uso per la Dissertatio

    la dizione Epistolica (anziché Epistolaris ) , utilizzata da Leibniz in Hann. Ms. IV 441, f° 4r. Ovvia-

    mente, nulla attesta che, se l’opera fosse giunta a pubblicazione, il filosofo avrebbe scelto proprio

    questo titolo, certo un titolo ‘di lavoro’.
    66.
    La dizione concorre con quella di causa (che certo risente della suggestione di Scaligero,

    De causis linguae latinae): ratio o causa di una parola è in ogni modo la sua significatio radicalis.
    67.
    Per una panoramica di queste ricerche i lavori di riferimento restano Borst (1957-63) e

    Droixhe (1978).
    68.
    Leibniz si riferisce ( ED §§ 21-22) all’incompiuto De causis linguae Germanicae annun-

    ciato da Clauberg, di cui la sezione pervenutagli sarà pubblicata nei postumi Collectanea Etymo-

    logica.
    69.
    Cfr. ED § 24, ove figurano (e vi sarà forse un’eco del paragrafo dedicato a tali temi dal

    Morhof nel suo Polyhistor ) tutti i nomi ascrivibili a una storia dello studio e della terapia dei sor-

    domuti: da Rudolf Agricola a Pablo Bonnet, dagli Elements of Speech di Holder fino all’opera del

    medico e anatomista italiano Girolamo Fabrizi di Acquapendente.
    70.
    Fin dal 1697 Leibniz aveva osservato: “Cela n’empeche pas que tous les hommes qui ha-

    bitent ce globe ne soyent tous d’une meme race, qui a esté alterée par les differens climats, comme

    nous voyons que les bestes et les plantes changent de naturel et deviennent meilleurs ou dégene-

    rent” ( A I 13: 545). Nella stessa lettera (allo Sparwenfeld), il filosofo osserva che “C’est une belle

    et grande enterprise que celle de l’Harmonie des Langues”, ma dice di dubitare che essa possa

    condursi al modo del padre Thomassin, tutto riconducendo all’ebraico e alla discendenza da

    Adamo.
    71.
    Si ricordi l’impegnativa avvertenza della lettera a De Volder del giugno 1703: “Doctrinam

    meam quomodo quodlibet corpus omnia alia exprimat, et quomodo quaelibet anima vel Entele-

    chia et suum corpus et per ipsum alia omnia, videris pulchre perspexisse. Sed ubi ejus vim expen-

    deris, nihil aliud dictum a me videbis, quod non inde consequatur” (GP II: 253).
    72.
    In ED § 20 Leibniz osserva che le particelle “origini etiam maxime vicinae sunt” (posto

    che le interiezioni siano le portatrici più probabili delle signif icationes radicales ); addirittura esse

    gli appaiono “vera vocum sementa ob simplicitatem tum expressionis tum significationis”.
    73.
    Il caso del tedesco (rispetto al quale Leibniz sembra inclinato ad ammettere, con qualche

    maggior prudenza, l’idea schotteliana di una speciale prossimità alle “origini”) rappresenterebbe

    una parziale eccezione a questo schema; in linea di massima, tuttavia, il filosofo è assai critico

    verso tutte le ipotesi tese a esaltare la Grundrichtigkeit di questa o quella parlata. (Cfr. la bella let-

    tera dell’aprile 1699 allo Sparwenfeld, ancora da leggere in Wieselgren 1884-85: 40-41).
    74.
    ED § 14: 215-216


    Stefano Gensini . :

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