UNITÀ METODOLOGICA E MOLTEPLICITÀ DISCIPLINARE NELLA NOVA METHODUS DISCENDAE DOCENDAEQUE IURISPRUDENTIAE
Roberto Palaia
UNITÀ METODOLOGICA E MOLTEPLICITÀ DISCIPLINARE NELLA NOVA METHODUS DISCENDAE DOCENDAEQUE IURISPRUDENTIAE
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ce que je desire le plus, c’est... de

donner plustost des Methodes que des

solutions des problemes, puisque une

seule méthode comprende une infinité

de solutions
(GP VII 25)

Nella lettura dei testi di cultura seicenteschi e settecenteschi, pochi ter-

mini come methodus e méthode offrono suggestioni e spunti di riflessione;

anche gli scritti di Leibniz su tale argomento non fanno eccezione: «la veri-

table méthode - scriveva Leibniz nel 1677 - nous doit fournir un filum

Ariadnes, c’est à dire un certain moyen sensible et grossier, qui conduise

l’esprit, comme sont les lignes tracées en geometrie et les formes des opera-

tions qu’on prescrit aux apprentifs en Arithmetique. Sans cela nostre esprit

ne sçauroit faire un long chemin sans s’égarer».1

Che la questione del metodo sia da considerarsi centrale nella rifles-

sione leibniziana, almeno fino al Discours de metaphysique, è non solo ac-

quisizione consolidata e comune della critica, ma risulta in modo evidente

anche dal semplice computo della frequenza con la quale methodus torna

nei titoli degli scritti leibniziani, in particolare in quelli precedenti al suo de-

finitivo rientro ad Hannover: poco più di un decennio dopo la pubblica-

zione nel 1667 dellaNova methodus discendae docendaeque jurisprudentiae,

compare la celeberrima Nova methodus pro maximis et minimis (1682),

mentre di qualche anno prima era la Méthode générale pour mener les tou

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chantes des lignes courbes (1677). Sempre nello stesso periodo (1684) Leib-

niz scriverà Des méthode de réunion , sulla riunificazione delle confessioni

cattolica e protestante mentre, tra i lavori inediti posteriori alla Nova metho-

dus del ’67, Couturat pubblica la Méthode de l’universalité; andrebbero poi

considerati i numerosissimi scritti di chiarimento al calcolo infinitesimale,

per giungere infine allaDe vera methodo philologiae et teologiae (1691),

pubblicata nel primo volume della raccolta delle opere edita dall’Erd-

mann.2 L’ampio uso del termine è confermato anche dalla sua estesissima

frequenza, tanto che methodus e méthode sono attestati centinaia di volte

nei sette volumi dei Philosophische Schriftendi Gerhardt.3 Fin da una

prima analisi dei passi risulta subito evidente l’uso non specifico della pa-

rola, a conferma che Leibniz non definisce un metodo generale sempre va-

lido, ma preferisce parlare di diversi metodi, quello dei cartesiani, quello

delle tangenti e così via. Spesso infatti parlerà dei metodi più che del me-

todo, come nei Nouveaux Essais, quando, ricordando la questione affrontata

negli scritti giovanili relativa all’applicabilità dei procedimenti usati in mate-

matica anche nella riflessione nel campo dell’etica, della morale e della giu-

risprudenza, scrive: «Les Figures Geometriques paroissent plus simples que

les choses morales; mais elles ne le sont pas, parce que le continu enveloppe

l’infini, d’où il faut choisir... Il n’en est pas de même dans les questions de

morale, lors qu’elles sont determinables par la seule raison».4 Nella Nova

methodus discendae docendaeque jurisprudentiae
la questione del metodo

emerge in filigrana dalla struttura stessa dell’opera oltre che dalle esplicite

citazioni leibniziane. «Composition échevelée sur un fond bibliographique

monstrueux» o «trattato di didattica giuridica scritto ... ai tavoli delle ta-

verne», nella Nova methodussono presenti tutte le suggestioni e gli intendi-

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menti del giovane Leibniz e fin dalle prime righe dell’opera sono esplicitati

gli intendimenti dell’autore: riuscire a far compiere alla giurisprudenza i

medesimi progressi fatti nel corso dei precedenti due secoli dalle altre disci-

pline.5 Ma già scorrendo il lunghissimo elenco degli ispiratori e delle fonti

dell’opera ci si domanda quale metodo, ammesso fosse uno solo, Leibniz ri-

tenesse opportuno utilizzare per tentare di rinnovare l’insegnamento della

giurisprudenza: metodo e insegnamento diventano i due punti di riflessione

preliminari di tutto lo scritto.6

Le caratteristiche formali e problematiche dell'opera

La struttura della Nova Methodus ricorda le molte opere di riflessione

metodologica caratteristiche del periodo, frutto di un ricercato ideale pan-

sofico e del tentativo di definire uno status per la scienza del diritto all’in-

terno di un progetto enciclopedico di sistemazione del sapere. In tal senso è

significativa la ripartizione fra la prima parte dell’opera tesa a definire un

metodo corretto di insegnamento e la seconda dedicata alla disciplina in og-

getto, cioè alla giurisprudenza. Lo scopo dello scritto è esposto chiaramente

dall’autore fin dallaPraefatio ad Lectorem, nella quale vengono individuati

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gli ispiratori dell’opera di rinnovamento della giurisprudenza nei novatores

Lorenzo Valla, Pietro Ramo, René Descartes, Wilhelm Harvey, ma soprat-

tutto, nel campo del diritto, Hugo Grotio, Christoph Colerus, e poi G.

Voet, M. Havemann, H. Vultejus.7

Il rinnovamento della giurisprudenza, che Leibniz auspica, doveva sca-

turire da una critica ai precedenti trattati di diritto, i quali senza procedere

da presupposti dimostrati tendevano a definire un complesso di dottrine

prive di un adeguato fondamento metodologico, avendo per riferimento o

un precedente diritto positivo o un principio di autorità esterno.8 Il com-

pito più urgente è invece per Leibniz quello di definire uno status discipli-

nare autonomo per la giurisprudenza; a tal fine la prima parte dello scritto

sarà dedicata alla definizione del metodo d’insegnamento, la seconda sol-

tanto alla giurisprudenza in senso specifico. Quando in Leibniz si parla di

metodo e si tenta una riflessione credibile sull’esistenza o meno di un ‘uni-

co’ metodo partendo dalle fonti, ci si imbatte subito nel problema della va-

rietà delle fonti e della molteplicità dei metodi utilizzati dai pensatori esami-

nati dal filosofo tedesco. In questo laNova methodus non fa eccezione e

rappresenta un caso tipico. Se da un lato appare scontato il richiamo alle ri-

vendicazioni ramiste di rinnovamento dell’insegnamento che influenzarono

tanto profondamente il pensiero filosofico e pedagogico del ’600, dall’altro

risulta anche plausibile il richiamo al metodo euclideo secondo il quale è

necessario procedere da principi assiomatici procedendo per proposizioni

conseguenti. La cosa potrebbe, e in parte dovrebbe, rimandare alla indeci-

frabile questione delle fonti leibniziane, e anche in questo caso la Nova me-

thodus
è opera esemplare: l’impressionante numero degli autori e delle

opere citate scoraggerebbero qualsiasi tentativo di districarsi nella sylva syl-

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varum del retroterra culturale del filosofo di Lipsia. Ma, sfrondata la molti-

tudine di questioni affrontate ed emersi dall’oceano delle definizioni e delle

discussioni dottrinarie, restano evidenti alcuni nodi problematici particolar-

mente significativi per la riflessione filosofica del pensatore tedesco.

La relazione teologia-giurisprudenza

La prima domanda che nasce dalla lettura del testo è relativa al con-

cetto stesso di metodo, sotteso al titolo dell’opera: cosa intende Leibniz per

metodo e perché parte proprio da qui per realizzare la riforma della giuri-

sprudenza da lui auspicata? E il metodo qui rivendicato dal filosofo di Lip-

sia è omogeneo con quello da lui utilizzato nello studio di altre discipline?

Nella Nova methodusla questione è affrontata fin dai primi paragrafi, dove

viene sottolineata la stretta connessione che corre fra il processo di forma-

zione delle idee, la inventio, il metodo:9 «Habitus hominibus proprii sunt

vel Memoriae, vel Inventionis, vel Judicii», di conseguenza le tre parti della

didattica relative saranno la mnemonica relativa al ricordare le proposizioni,

la topica propria della produzione delle proposizioni, l’analitica dedicata al

loro giudizio; topica e analitica compongono la logica. Compito della mne-

monica è quello di fornire la materia della riflessione, quello della metodo-

logia è di definire la forma dell’argomentazione, infine la logica, cioè la to-

pica e l’analitica, avrà l’onere dell’applicazione della materia alla forma. In

questo quadro concettuale, caratterizzato dal recupero della terminologia

logica aristotelica attraverso cui venivano riletti i temi di provenienza rami-

sta che tanto peso, anche attraverso la mediazione di Weigel e della scuola

di Herborn, ebbero sul Leibniz di questi anni, ci si imbatte nella prima de-

finizione relativa al metodo fornita da Leibniz nell’opera:

Methodologia seu ars disponendi versatur circa methodum. Methodus au-

tem est vel naturalis, cuius haec est regula, quicquid sine altero cognosci

potest, non vero alterum sine ipso, illud alteri praeponi debet; vel occasio-

nalis, cujus nulla generalis regula tradi potest, sed variat infinitis modis. 10

temi elencati e tratteggiati in queste prime pagine vengono meglio

precisati nella seconda parte dell’opera, ove il tema dell’insegnamento della

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giurisprudenza e della formazione del giureconsulto diviene centrale. Fin

dal primo paragrafo Leibniz definisce la giurisprudenza come scienza del

diritto relativa a ogni fatto e a qualsiasi caso si verifichi, definendo le carat-

teristiche del giureconsulto così come il percorso necessario per pervenire

alla sua perfetta formazione. Dopo aver precisato l’oggetto della sua rifles-

sione e l’itinerario formativo dell’uomo di legge, Leibniz precisa che l’erudi-

tio
del perfetto giureconsulto dovrà essere strutturata secondo il modello

della teologia ed essere articolata in quattro parti: la didattica, la storia, la

esegetica e la polemica. Di queste quattro poi soltanto la didattica e la pole-

mica, rispettivamente da un punto di vista teorico e pratico, sono propria-

mente parti della giurisprudenza, mentre la storia e l’esegetica hanno un

ruolo che oggi potremmo definire strumentale, senza avere una caratterizza-

zione e un valore autonomo come le altre due. Nel paragrafo 4 Leibniz de-

finisce la similitudine strutturale fra giurisprudenza e teologia: «mira est

utriusque Facultatis similitudo. Utraque enim duplex principium habet,

partim rationem ... partim Scripturam seu librum quendam Authenticum

Leges positives, illic Divina, hic Humanas continentem».11 Sbaglierebbe

perciò chi volesse rassomigliare la giurisprudenza con la medicina, la filoso-

fia o la matematica: Euclide non è creduto per ciò che ha detto, ma per

quanto ha provato, a differenza di quanto accade nelle leggi umane e divine

dove la volontà è al servizio della ragione. Non dovranno apparire fuori

luogo pertanto le analogie fra giurisprudenza e teologia, essendo quest’ul-

tima una sorta di giurisprudenza assunta in senso universale avente per og-

getto il diritto e le leggi del regno di Dio.12 Tale affermazione leibniziana era

già stata espressa l’anno precedente nel De arte combinatoria dove il paralle-

lismo fra teologia e giurisprudenza era stato illustrato sottolineando la corri-

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spondenza formale fra le due discipline.13 Riprendendo alla lettera lo scritto

pubblicato l’anno precedente, la teologia viene presentata come una sorta

di giurisprudenza di valore universale, nella quale la teologia morale corri-

sponderebbe al diritto privato e le altre parti della riflessione teologiche sa-

rebbero l’equivalente del diritto pubblico nel sistema della giurisprudenza

civile: gli infedeli possono pertanto essere paragonati ai ribelli, gli ecclesia-

stici ai buoni sudditi, la sacra scrittura ai codici, i peccati mortali ai delitti

capitali, il giudizio estremo al processo penale, la dannazione eterna alla

pena capitale. In breve, gran parte della teologia trarrebbe le proprie argo-

mentazioni dalla giurisprudenza.14 Ma, come pure è stato notato, non estra-

nea a questa similitudine deve essere stata anche la consapevolezza delle ca-

ratteristiche assunte dal dibattito teologico coevo, come dimostrano i riferi-

menti espliciti alla confutazione delle tesi sociniane svolte da Grozio nel li-

bro De satisfactione Christie nell’esplicito titoloJurisprudentiae Theologicae

del volume «egregii Dorschaei».15 Leibniz ha così stabilito il piano della si-

militudo fra la giurisprudenza e la teologia, fra due discipline il cui fonda-

mento è rappresentato dalle proposizioni frutto di una volontà determinata

e dalle quali, attraverso le procedure definite dall ’Ars combinatoria, giun-

gere alla loro formalizzazione completa. Ma, stabilito questo piano della si-

militudo
, resta aperto il discorso del metodo proprio della giurisprudenza.

La questione del metodo della scientia juris

Nella parte dello scritto compresa fra l’ottavo e il ventunesimo para-

grafo della seconda sezione, Leibniz fa una lunga digressione dedicata al

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metodo utilizzato nell’opera per rinnovare gli studi di diritto: è qui che egli

pone la questione del valore esemplificativo del metodo euclideo anche

nelle discipline diverse dalla matematica. Tra gli innumerevoli volumi pub-

blicati fra Cinquecento e Seicento che recano nel titolo il termine Elementa

con esplicito rinvio al testo di Euclide, Leibniz ne cita alcuni che considera

esemplificativi per lo meno metodologicamente:Elementis de cive et Cor-

pore
di Hobbes, e gli Elementis Jurisprudentiae di Pufendorf e Felden.16 Il

rinvio alla struttura formale degli Elementaeuclidei permette a Leibniz di

distinguere le due parti fondamentali costitutive dell’opera, l’una dedicata

alle definizioni, l’altra ai precetti o regole; la prima parte poi fornirà una

sorta di vocabolario a premessa dell’illustrazione delle regole. Leibniz rifa-

cendosi alla tradizione cinquecentesca e seicentesca della trattatistica giuri-

dica, sottolinea come il criterio di cui ci si servirà nello studio del diritto

non dovrà essere di tipo alfabetico, ma quello ‘accurato e solido’ capace di

esplicare le cose e coadiuvare la mente: si dovranno formare quindi delle ta-

belle capaci di offrire, allo stesso modo di una mappa geografica, una vi-

sone sinottica della scienza. Si tratta, come lo stesso Leibniz puntualizza, di

utilizzare gli insegnamenti ramisti senza cadere però negli inconvenienti che

l’applicazione ossessiva delle dicotomie aveva comportato. Ma prima del-

l’applicazione del nuovo metodo capace di rendere più efficace e più sem-

plice la formazione del giureconsulto, Leibniz sottolinea la necessità di sot-

toporre a critica i precedenti sistemi del diritto utilizzati e in particolare sot-

tolinea i limiti della sistemazione giustinianea del diritto, modello fonda-

mentale della scienza giuridica per oltre un millennio: «nos contra methodi

justinianeae vitia, novae utilitatem explicabimus».17 La critica leibniziana al

corpus giustinianeo è radicale per il metodo lì utilizzato, che finisce per mol-

tiplicare il lavoro, utilizzando una procedura per le Istitutiones e un’altra

per i codici e per il digesto. Il metodo delle Istitutiones, che articola la ma-

teria per persone, cose e azioni procura, secondo Leibniz, un’insopportabile

moltiplicazione casistica, frutto di distinzioni formali sostanzialmente prive

di significato.18 Al giovane studioso di diritto risultava quindi evidente la ir-

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riformabilità di un sistema giuridico basato sulle fonti classiche che era or-

mai diventato un intreccio sempre più aggrovigliato di principi, commen-

tari, glosse ecc. del tutto inadeguato di fronte alle esigenze espresse dalla

realtà storica seicentesca. Per Leibniz tutto questo era diventato risolvibile

solo utilizzando un metodo diverso, ridefinendo i principi primi del diritto

a partire dai quali fosse possibile ricostruire in modo rigoroso, secondo un

intrinseco criterio di razionalità, l’intero sistema del diritto. Così infatti de-

scrive l’articolazione che avrebbe dovuto avere la scienza del diritto:

Methodus vero nova incredibilia commoda afferet, si accurata erit; ita enim

primum mirabile orietur compendium discendorum, dum generalibus regu-

lis infinitae speciales simul discentur, et praemissis generibus gradatim de-

scendetur ad species, dicenturque ea tantum, quae nuda generalium sub-

sumptione non constant. 19

Un metodo così ordinato avrebbe permesso di dedurre le singole fatti-

specie partendo dai principi più generali e l’analisi eventuale per i casi non

immediatamente deducibili dalle premesse. Ciò rafforzerebbe le capacità

della memoria e della cognitio juris, permettendo una più sicura determina-

zione dei casi dubbi.

Un tale metodo per essere efficace avrebbe dovuto pertanto fondarsi su

definizioni certe, capaci di sostenere il sistema del diritto, come Leibniz

esemplifica nel paragrafo 14 ove egli fornisce, fra le altre, le definizioni di

jurisprudentia, justum e injustum, publice, moralitas.20 Senza entrare nella

trattazione di queste definizioni che richiederebbe un esame approfondito e

specifico, ma che sono riconducibili all’attenzione leibniziana per qualifi-

care il valore delle azioni in relazione alla volontà di Dio, l’aspetto più inte-

ressante della trattazione risiede nel criterio rigorosamente deduttivo usato

nell’illustrazione della casistica giuridica:

Moralitas autem, seu Justitia, vel Injustitia actionis oritur, ex qualitate per-

sonae agent is in ordine ad actionem, ex actionibus praecedentibus orta,

quae dicitur: Qualitas moralis. Ut autem Qualitas realis in ordine ad actio-

nem duplex est: Potentia agendi, et necessitas agendi; ita potentia moralis

dicitur Jus, necessitas moralis dicitur Obligatio. Subjectum qualitatis mora-

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lis est Persona et Res. Persona est substantia rationalis, eaque vel naturalis

vel civilis. 21

La lunga citazione illustra il metodo ritenuto necessario da Leibniz per

rinnovare la scientia juris, che doveva soprattutto possedere i requisiti di

completezza, brevità e ordine per evitare i vizi ricorrenti nei corpora giuri-

dici coevi, le ripetizioni, le oscurità, le contraddizioni. Nell’articolazione

leibniziana finiscono così per coincidere piani differenziati del discorso: da

un lato quello formale relativo al ragionamento, la cui legittimità è fondata

sull’uso rigoroso di un metodo combinatorio capace di far discendere dalle

premesse tutta la possibile casistica, seguendo un criterio di deducibilità e

applicando ai soggetti delle proposizioni i diversi predicati, verificandone le

possibilità combinatorie; su un altro piano emergono i presupposti di que-

sto metodo euristico, cioè l’omogeneità delle singole azioni alla volontà di-

vina e, come fine anche di quest’ultima, il bene come presupposto (più che

come fine) dell’agire.22 In modo ancora più evidente questi aspetti, relativi

alla fondazione del diritto, emergono dalla trattazione del diritto naturale

che Leibniz svolge verso la conclusione della Nova methodus.

La fondazione del diritto naturale

Il tema del diritto naturale è trattato da Leibniz nell’ultima parte della

Nova methodus, dopo che «jurisprudentiae exegeticae pelagus emersi su-

mus».23 Il giureconsulto, dopo aver affrontato nel percorso della sua forma-

zione la parte dottrinale, la storica e l’esegetica della giurisprudenza, si

trova a doversi misurare con la polemica giuridica, per lo svolgimento della

quale è necessario essere in grado di orientarsi immediatamente e corretta-

mente, qualsiasi casistica si presenti. Alla formazione della decisione presie-

dono la ragione, che in Leibniz è il principio fondante il diritto di natura, e

la somiglianza (similitudo) , che svolge il medesimo ruolo nel diritto civile.24

Il giureconsulto dovrà pertanto utilizzare questi due capisaldi nell’affron-

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tare il singolo caso, avendo chiaro che in ultima istanza il diritto di natura

mantiene un valore prioritario nella definizione della norma: «ideo tutius

arbitror, referre se ad merum immutabileque jus naturae».25

Nella discussione sul diritto naturale Leibniz introduce la trattazione ri-

mandando ai filosofi classici e recenti, offrendo così un interessante elenco

delle sue fonti; tra gli antichi Platone, Aristotele, Epicuro, Cicerone e fra i

moderni Grozio, Sforza Pallavicini, Hobbes, Felden e Scharrok. Ciascuno

di essi fornisce una diversa definizione del diritto naturale e le loro differen-

ziazioni dottrinali e temporali finiscono per corroborare l’oggettività di una

teoria che Leibniz definisce cercando di considerare tutti gli aspetti proble-

matici espressi dai suoi predecessori.26 «Juris naturae tres sunt gradus: Jus

strictum, aequitas, pietas. Quorum sequens antecedente perfectior, eumque

confirmat, et in casu pugnantiae ei derogat»:27 la distinzione dei tre gradi

del diritto naturale resterà una costante nella riflessione leibniziana, così

come il tentativo di conciliare interpretazioni diverse dello jus naturae. Il

primo grado definito dal filosofo tedesco è lo jus strictum, cioè lo jus belli et

pacis
ed è riassumibile nella formula neminem laedere. 28 Leibniz, per defi-

nire il secondo grado del diritto naturale, cioè l’ aequitas o aequalitas, ri-

prende il principio definito in tal senso sin da Aristotele e dalla scuola giu-

snaturalistica moderna groziana, sintetizzata dalla formula suum cuique tri-

buere
: «Aequitas seu aequalitas, id est, duorum pluriumve ratio vel propor-

tio consistit in harmonia seu congruentia».29 Secondo quanto esplicitato fin

dall’inizio della trattazione, l’aequitas o aequalitas, avendo fra i suoi fini la

ricomposizione dei contrasti attraverso la determinazione della proportio,

supera il grado precedente dello jus naturae, ammettendo gli arbitrati e in-

troducendo elementi compensativi. Per l’affermazione dell’aequalitas Leib-

niz introduce qui un elemento di novità che rinvia ad aspetti fondamentali

della sua riflessione, ovvero il computo dell’indennizzo (restitutio) che il

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giudice deve fare affinché sia stabilita la giustizia. È questo un tema che ac-

compagnerà lungamente il filosofo tedesco, fino agli scritti relativi al calcolo

dell’interesse e rimanda all’applicazione dei suoi studi sulle serie infinite per

la determinazione delle regole che debbono presiedere alla vita associata:30

Haec [aequalitas] requirit, ut in eum qui me laesit, non bellum interneci-

num instituam, sed ad restitutionem; arbitros admitti, quod tibi nolis, alteri

non faciendum; item ut puniatur non tam imprudentia, quam dolus et

malitia. 31

Il terzo principio del diritto è la voluntas superioris: il superior può es-

sere la natura e quindi Dio, oppure il patto, quindi l’uomo e il suo diritto

civile. E nella determinazione di questo terzo principio del diritto naturale

che Leibniz si distacca decisamente dalla scuola giusnaturalistica del pe-

riodo e definisce un fondamento originale alla sua riflessione giuridica. Il

superior di cui viene espressa la volontà può essere tale o per natura, e al-

lora il superior si identifica con Dio che può manifestare tale volontà come

pietas o come legge dello jus divinum positivum; oppure superior può indi-

care l’esistenza di una volontà accettata universalmente in forza della sua

fondazione naturale o convenzionale da cui scaturisce anche lo jus civile. 32

Questi passi ove Leibniz assegna il medesimo ruolo funzionale della vo-

luntas superioris
tanto allo jus divinum positivum , quanto all’eventuale patto

che origina lo jus civile , evidenziano la distanza sostanziale che separa que-

sta riflessione da quella coeva di origine hobbesiana, per la quale il patto

nasceva dall’esigenza di superare lo stato di guerra: l’idea di patto come

fondamento del diritto naturale è estranea al pensiero di Leibniz. Il diritto

naturale, anziché nascere come soluzione allo stato di guerra, si origina

155

dalla condivisione dei principi comuni fondati sulla pura ragione e da que-

sto trae il suo valore universalistico e assoluto. E la pietas allora che diviene

per Leibniz il sommo grado dello Jus naturae, capace di dare perfezione e

validità a tutti gli altri gradi del diritto, massimo livello di armonia, in grado

di far coincidere utilità degli uomini, armonia del mondo naturale, espres-

sione della volontà di Dio:

Pietas igitur tertius est gradus Juris Naturae, tribuitque caeteris perfectio-

nem et effectum. Nam Deus, quia omniscius et sapiens est, Jus merum et

aequitatem confirmat; quia omnipotens, exequitur. Hinc coincidit utilitas

generis humani, imo decor et harmonia mundi, cum voluntate divina.33

Ridurre questo sforzo di ridefinire i fondamenti del diritto ad una sem-

plice apologetica della fede, farebbe torto al tentativo di fondare razional-

mente il diritto nella complessa articolazione dell’universo leibniziano. Qui

forse, più che nella raffigurazione del migliore dei mondi possibili svolta

nelle opere della maturità, emerge come l’armonia, la perfezione, lo stesso

Dio rappresentino dei passaggi fondamentali nell’equilibrio della riflessione

filosofica leibniziana. Leibniz crea una connessione fortissima che lega i di-

versi aspetti della sua riflessione giuridica con i capisaldi della sua filosofia.

In una densa lettera di qualche anno posteriore alla Nova methodus discen-

dae docendaeque jurisprudentiae
Leibniz offre una serie di definizioni che

esemplificano la coerenza e l’unitarietà del suo pensiero:

La Justice est la charité du sage, ou une charité conforme à la sagesse. La

Charité n’est autre chose que la bienveillance generale; la sagesse c’est la

Science de la felicité, la Felicité est l’estat de joye durable, la Joye c’est un

sentiment de perfection, la Perfection c’est le degré de realité.34

Ancora temporalmente lontana dalla definitiva formalizzazione degli

anni della maturità, la riflessione relativa ai tre gradi del diritto naturale raf-

figura tre punti di vista dello stesso fenomeno. La voluntas superioris dà si-

gnificato, in un ambito di totale autonomia, a tre espressioni differenti dello

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jus naturae: neminem laedere è la massima che presiede allo jus strictum,

principio più ricco dello jus bellis ac pacis hobbesiano, non semplice garan-

zia di attività del soggetto, ma anche espressione del limite alle possibilità di

azione; suum cuique tribuere, il principio che presiede al secondo grado

dello jus naturae, traduce in termini leibniziani l’aequitas o aequalitas di ori-

gine aristotelica, rientrata nel linguaggio della riflessione giuridica seicente-

sca attraverso la mediazione rappresentata dall’uso affermatosi nei testi di

carattere cosmologico o matematico del Cinquecento.35 In tal modo la fi-

gura dell’uomo economico hobbesiano, che agisce secondo il proprio inte-

resse nel primo grado espresso dal diritto di natura, è mediata da quella

dell’uomo morale e sociale che agisce secondo un principio di moralità e di

equità. E nell’ultimo grado del diritto naturale che viene ritrovato il princi-

pio dell’agire nell’honeste vivere , traduzione moderna del principio etico del

diritto romano, ma anche fine dell’uomo sapiente capace di riconoscere

nella voluntas superioris l’autonomo obbligo di ciascuno di scegliere di es-

sere virtuoso, perché la perfezione può essere soltanto appannaggio della

conoscenza, così che la perfezione, l’armonia e il bene trovano la loro giusti-

ficazione soltanto nella ragione.36

L’armonia e il bene risolvono la questione dell’unitarietà del metodo e

rappresentano il suo fondamento nelle diverse discipline, risolvendo in tal

modo l’individuazione di un principio epistemologico unitario nella rifles-

sione leibniziana. A molti anni di distanza Leibniz tornerà a scrivere e a ri-

scrivere molte parti della Nova methodus che resterà un lavoro, forse l’u-

nico, sul tavolo del filosofo tedesco per tutta la vita, al quale aggiungerà

note, postille, nuovi brani più omogenei alle argomentazioni rinnovate della

sua filosofia.37 A testimonianza della relazione sempre più stretta che nella

riflessione leibniziana assumerà la relazione fra teologia e giurisprudenza, è

157

interessante notare la variante redatta da Leibniz negli anni Novanta sul cri-

terio di evidenza dell’esistenza di Dio: nel 1667 dimostrata con certezza ma-

tematica, venti anni dopo, a conclusione del lungo percorso intellettuale

svolto confrontandosi con i risultati della riflessione filosofica e scientifica

seicentesca, individuata nell’incrocio fra discipline diverse, recuperando un

motivo classico della riflessione filosofica:

Existentia igitur Entis alicujus sapientissimi et potentissimi, seu Dei, est Ju-

ris Naturae simul fundamentum ultimum et fastigium supremum; in quo

Theoreticae et Practicae Philosophiae supremae rationes conjuguntur.38

1.
GP VII 22.
2.
Nella Bibliographie des Oeuvres de Leibniz sono elencate oltre una decina di titoli di opere

e scritti editi leibniziani contenenti il termine methodus. Ovvio che la maggior parte di essi si rife-

risca, come normale nel tardo Seicento, a lavori d’argomento matematico e scientifico, poi pubbli-

cate in varie raccolte di opere leibniziane; cfr. Bibliographie des Oeuvres de Leibniz , ed. par Emile

Ravier, Paris, Felix Alcan, 1937, rist. Hildesheim, Olms, 1966, pp. 693-694.
3.
Nel Leibniz-Lexicon, a dual Concordance to Leibniz's ‘Philosophischen Schriften’ compiled

by R. Finster, G. Hunter, R. F. McRae, M. Miles and W. E. Seager, methodus-méthode risulta tra i

termini più ricchi di attestazioni, circa trecento; dato destinato ad aumentare sensibilmente nel

caso si considerassero anche gli scritti matematici, gli inediti e quanto pubblicato in altre edizioni.

Il problema del metodo nel pensiero leibniziano è, ovviamente, oggetto di studi non solo specifici,

ma anche in grado di confrontarsi con tutti i temi e i periodi della vita intellettuale del filosofo te-

desco. Su questo si rimanda al classico volume di Arndt che rappresenta un valido punto d’orien-

tamento iniziale: H. W. Arndt, Methodo scientifica pertractatum. Mos geometricus und kalkülbe-

griff in der philosophischen Theorienbildung des 17. und 18. Jahrhunderts , Berlin, New York, de

Gruyter, 1971, pp. 99-123.
4.
NE, IV, 3, § 20, in A 6, VI, p. 385.
5.
«Mosaïque, archéologie, reconsitution d’un ensamble vertébré, non certes ce que Leibniz

aurait pu écrire, voyez les romans, mais ce qu’il a de fait écrit, ayant à la fois trop et trop peu dit,

toujours en redites aux infimes variation. Composition échevelée sur un fond bibliographique mo-

nstrueux: les fascicules des thèses et la Nova Methodus de 1667 mentionnent plus de 1100 auteurs

et dans les 5000 titres», cfr. A. Robinet, Le meilleur des Mondes par la Balance de l’Europe, Paris,

PUF, 1994, pp. vi-vii. L’altro riferimento è a E. Pasini, Corpo e funzioni cognitive in Leibniz , Mi-

lano, Franco Angeli, 1996, p. 32; la Nova methodus è stata di frequente oggetto di attenzione della

recente critica; si vedano fra gli altri: G. Solari, Metafisica e diritto in Leibniz, «Rivista di Filoso-

fia», vol. XXXVIII, 1947, pp. 35-64. H. P. Schneider, Der Plan einer ' Jurispudentia Rationalis’ bei

Leibniz, «Archiv für Rechts und Sozialphilosophie, 52, 1966, pp. 553- 578. C. Vasoli, Enciclopedi-

smo, pansofia e riforma ‘metodica’ del diritto nella ‘Nova Methodus’ di Leibniz, «Quaderni fioren-

tini per la storia del pensiero giuridico moderno», 2, 1973, pp. 37- 107. G . Kalinowski, La Logique

Juridique de Leibniz, conception et contenu, «Studia Leibnitiana», 9, 1977, pp. 168-189.
6.
«Nos nihil ad tanta nomina, si proprias tantum meditationes, non magnorum Virorum re-

perta proferremus, quorum nullus est, qui non meliorem docendi rationem desideret, quam et

nonnulli in liberorum suorum ingeniis experti sunt», G. W. Leibniz, Nova metho dus di scendae do-

cendaeque jurisprudentiae,
Francofurti, 1667, in A VI, 1, pp. 259-364, d’ora in poi citata Nm, Prae-

fatio ad Lectorem,
pp. 265; l’importanza del metodo d’insegnamento è una convinzione che Leib-

niz condivise in tutta la sua vita. Si veda per esempio, pochi anni prima della sua morte, la lettera

a Bierling in GP VII, pp. 494 e sgg. La questione dell’applicazione del metodo nuovo (cioè quello

di Euclide e di Ramo) alla giurisprudenza impegnerà molte energie del giovane Leibniz. Sul tema

dell’applicazione alla giurisprudenza di modelli argomentativi rigorosi cfr.: H. Schepers, Leibniz’

Disputationen D e Conditionibus’: Ansätze zu einer juristischen Aussagenlogik, «Akten des II. In-


ternatiuonalen Leibniz-Kongresses», Hannover, 17.-22. Jul 1972, «Studia Leibnitiana - Supple-

menta» 1975, Bd. IV, pp. 1-18.
7.
Nella Praefatio Leibniz ricorda come l’attività dei novatores, in ogni disciplina, sia stata

sempre accolta da diffidenze e cautele. Nondimeno gli appare del tutto urgente un rinnovamento

nel metodo dell’insegnamento e in quello della scientia juris non meno profondo di quello operato

in diverse discipline da Valla, Ramo e dagli altri innovatori che operarono a partire dal Quattro-

cento. Solo così sarebbe diventato possibile utilizzare l’insegnamento al fine di acquisire quelle co

noscenze che altrimenti soltanto una lunghissima esperienza potrebbe fornire: «Quia enim vita

brevis, ars longa est, non potest nimis institutio accelerari. Erit hoc manifestius, si de tota studio-

rum ratione (etsi Jctum inprimis formandum susceperimus) in limine ad majorem sequentium lu-

cem disseremus. Nam et Hugo Grotius in egregia de Studio Politico ad Benjamitatem Auberium

Legatum Regium Epistola, et Christophorus Colerus in alia ejusdem argumenti; et Gilbertus Voë-

tius Meyerusque Bremensis in Bibliothecis Theologicis, ac Michael Havemannus in Amusio; tum

etiam Hermannus Vultejus ac Henricus Moreelse in dissertationibus de Studio Juris: à tota studio-

rum ratione rem repetiere, perque omnes se disciplinas diffundere: quarum in Corpore Juris vesti-

gia reperiri demonstratum a nobis est in Specimine Quaestionum Philosophicarum ex Jure collec-

tarum», cfr. Nm, Praefatio ad Lectorem, p. 265.
8.
«Jurisprudentae divisio a concreto sumpta, omnis confusionis principium est», cfr. Nm II, § 10, p. 298.
9.
«Habitus hominibus proprii sunt vel Memoriae, vel Inventionis, vel Judicii; unde et Di-

dactica istorum habituum triplex: Mnenonica, Topica, Analytica». Cfr. Nm I, § 22, p. 277.
10.
Nm I, § 26, p. 280. Sul rapporto fra il pensiero giovanile di Leibniz e l’enciclopedismo

della scuola di Herborn si veda L. E. Loemker, Leibniz and th e Herborn encyclopedists, «Journal

of the History of Ideas», 22, 1961, pp. 323-338. Cfr. anche il recente lavoro di H. Hotson, M. R.

Antognazza, Alsted and Leibniz , Wiesbaden, 1999 e la bibliografia lì contenuta.
11.
Nm II, § 4, p. 294.
12.
La relazione fra teologia e giurisprudenza è un motivo molto ricorrente nel pensiero leib-

niziano; così è per esempio espresso nella Dissertatio de arte combinatoria del 1666, GP IV, 30:

«Theologia autem quasi species est Jurisprudentiae, de Jure nempe Publico in republica DEI su-

per homines»; a fine anni Ottanta così scriveva nell’ Antibarbarus, GP VII, 344: «solas Monades...

substantias, et hinc animarum omnium inextinguibilitatem... extra controversam collocari, atque

ita sublimiorem Metaphysicam Ethicamque, id est Theologiam naturalem ac Jurisprudentiam divi-

nam perpetuam constitui, et ex cognitis rerum causis verae felicitatis scientiam derivari»; in uno

scritto inedito degli anni Novanta De fine scientiarum , pubblicato in Grua 240, afferma che:

«Theologia ostendit modum consequendi felicitatem perpetuam, per voluntatem divinam seu gra-

tiam. Jurisprudentia ostendit modum consequendi felicitatem temporalem per voluntatem huma-

nam, comprehendit enim et politicam». La considerazione di teologia e giurisprudenza come di-

scipline parallele sarà espressa anche nella Theodicée (cfr. GP VI, 70: «le droit universel est le

même pour Dieu et pour les hommes») e nei Nouveaux essais (GP V, 504: «Vous savée qu’on

considere la Theologie avec raison comme une Science practique, et la Jurisprudence ... pas

moin»).
13.
II riferimento esplicito di Leibniz è al paragrafo 47 del De arte combinatoria: «Par in

Theologia terminorum ratio est, quae est quasi Jurisprudentia quaedam specialis, sed eadem fun-

damentalis ratione caeterarum. Est enim velut doctrina quaedam de Jure publico, quod obtinet in

Republica DEI in homines, ubi Infideles quasi rebelles sunt, Ecclesia velut subditi boni, personae

Ecclesiasticae, imo et Magistratus politicus velut Magistratus subordinati, Excommunicatio velut

Bannus, Doctrina de Scriptura sacra et verbo DEI velut de Legibus et earum interpretatione; de

Canone, quae leges authenticae, de Erroribus fundamentalibus quasi de Delictis capitalibus, de

Iudicio extremo et novissima die velut de Processu Iudiciario et Termino praestituto, de Remis-

sione Peccatorum velut de jure aggratiandi, do Damnatione aeterna velut de Poena capitali etc.»,

De arte combinatoria ..., cit., § 47, in GP IV, p. 60.
14.
II testo ripropone quanto Leibniz aveva pubblicato l’anno prima nel De arte combinatoria :

«infideles quasi rebelles sunt, Ecclesia velut subditi boni, personae Ecclesiasticae, imo et Magistra-

tus Politicus, velut Ministri et Magistratus subordinati», cfr. Nm II, § 5, p. 294.
15.
Leibniz si riferisce si testo di H. Grotius, Defensio fidei catholicae de satisfactione Christi

adversus Faustum Socinum Senensem
, Leiden, 1667 e al volume di J. G. Dorsche, Jurisprudentia

Theologica
, che non risulta in alcun repertorio e che l’ Akademie Ausgabe indica come inedito, cfr.

A VI, 2, p. 675.
16.
I riferimenti sono a T. Hobbes , Elementorum philosophiae sectio prima de corpore, Lon-

don, 1655, Elementorum philosophiae sectio secunda de homine , London, 1658, Elementorum phi-

losophiae sectio tertia de cive
, Paris, 1642; S. Pufendorf, Elementorum jurisprudentiae universalis

libri duo
, Den Haag, 1660, e all’opera di J. von Felden, Elementa juris universi et in specie publici

Justinianei
, Francofurti et Lipsiae, 1664.
17.
Cfr. Nm, § 10, p. 297.
18.
Sul rapporto fra Leibniz e la tradizione giuridica classica si rimanda a F. Sturm, Das römi-

sche Recht in der Sicht von G. W. Leibniz
, Tübingen, Mohr, 1968. Uno sguardo d’insieme sull’af-

fermazione del modello giusnaturalistico nella riflessione fra Seicento e Settecento si trova in M.

Mori, Giusnaturalismo e crisi dell’ordine naturale , «Rivista di filosofia», 77, 1986, pp. 7-40.
19.
Nm, § 11, p. 299.
20.
«Jurisprudentia est scientia actionum quatenus justae vel injustae dicuntur. Justum autem

atque injustum est, quicquid publice utile vel damnosum est. Publice, id est, primum Mundo, seu

Rectori ejus Deo, deinde Generi Humano, denique Reipublicae... Moralitas autem, seu Justitia,

vel Injustitia actionis oritur», cfr. Nm II, § 14 e 14a, pp. 300-301.
21.
Nm, § 14a e § 15, p. 301.
22.
Che i presupposti posti da Leibniz a base della teologia e della giurisprudenza siano gli

stessi si evince dalla struttura stessa del suo ragionamento: «Nec mirum est, quod in Jurispruden-

tia, idem et in Theologia usu venire, quia Theologia species quaedam est Jurisprudentiae univer-

sim sumte, agit enim de Jure et Legibus obtinentibus in republica aut potius regno DEI super ho-

mines; moralis de Jure privato, reliqua de Jure publico», Nm II, § 5, p. 294.
23.
Nm, § 69, p. 349.
24.
«Principia decidendi sunt Ratio ex Jure Naturae; et Similitudo, ex Jure Civili certo», cfr.

Nm II, § 70, p. 341.
25.
Ibidem.
26.
Per i riferimenti alle opere dei numerosissimi autori antichi e moderni che Leibniz cita,

spesso probabilmente anche da fonte indiretta, si veda il ricchissimo elenco dei titoli delle opere

citate in appendice al secondo volume degli scritti filosofici dell’ Akademie Ausgabe : A VI, 2, pp.

659-713.
27.
Nm, § 73, p. 343.
28.
La medesima distinzione è ripresa nella prefazione al Codex Juris Gentium Diplomaticus

del 1693 e in altri saggi, cfr. D 4, 3, p. 295. Si vedano anche le considerazioni di G. Solari, op. cit

p. 51; sui tre gradi di giustizia nella riflessione leibniziana cfr. G. Gruà, La justice humaine selon

Leibniz
, Paris, PUF, 1956, in particolare le pp. 77-228. Molto datate le letture offerte da M. Baril-

lari, La dottrina del diritto di G. G. Leibniz , Napoli, 1913 e di G. del Vecchio, La Giustizia , Bolo-

gna, Zanichelli, 1923, pp. 13-21.
29.
Nm, § 74, p. 343.
30.
Su questa questione Leibniz rifletterà per moltissimi anni producendo una lunga serie di

scritti, sul corretto calcolo degli interessi, sulla determinazione oggettiva del dovuto e del conve-

niente, nei quali confluivano contenuti definiti attraverso le riflessioni di argomento logico-mate-

matico sulle serie infinite di cui si avvarrà in tutta la sua ricca riflessione finalizzata al computo del

probabile; inoltre il tema della prova probabile e della sua determinazione è uno dei temi più inte-

ressanti analizzati proprio nella Nova methodus del 1667. Su questo si veda l’interessante ‘ Int ro-

duction ’
di M. Parmentier al recente volume G. W. Leibniz, L’estime des apparances, Vrin, Paris,

1995, pp. 7-43.
31.
Nm, § 74, p. 344.
32.
«La giustificazione di un diritto, non distinto perciò dalla etica, rimane fondamentalmente

utilitaristica, se pure di un utilitarismo che, nel passaggio da uno ad altro grado, via via si depura e

quasi si supera, pur mantenendo ferma l’unità di forma e contenuto e così un criterio materiale di

eticità, con una unità che rimane costante e caratteristica del pensiero leibniziano in uno svolgi-

mento che costituisce un sempre maggiore approfondimento», T. Ascarelli, Hobbes e Leibniz e la

dogmatica giuridica
, in: T. Hobbes , G. W. Leibniz, A dialogue between a philosopher and a stu-

dent/Specimen quaestionum philosophicarum ex jure collectarum
, Milano, Giuffrè, 1960.
33.
Nm, § 75, p. 344. Tale raffigurazione del diritto naturale da parte di Leibniz ha spinto al-

cuni, per esempio Fraenkel, a indicare il filosofo tedesco come uno dei fondatori del diritto natu-

rale comunitario, contrapposto a quello societario, tipicamente fondativo delle società liberali mo-

derne. Pur non entrando nel merito di una discussione che fu molto accesa qualche decennio or-

sono, va ricordato come il tentativo leibniziano vada nella direzione non di una maggiore defini-

zione dei confini geografici e sociali all’interno dei quali applicare il diritto naturale, ma al contra-

rio, realizzando, con l’applicazione di un metodo rigorosamente razionalista, un universalismo di

valore assoluto. Si veda E. Fraenkel, Il doppio Stato , Einaudi, Torino, 1983 (ed. orig. Der Doppel-

staat ,
Europäische Verlagsanstalt, Frankfurt a. M. - Köln, 1974), pp. 173-179.
34.
GP VII, 27.
35.
Sull’uso di aequalitas nei testi filosofici del XVII e XVIII secolo rimando alla voce omo-

nima di R. Palaia in: Lessico Filosofico dei secoli XVII e XVIII, Sezione Latina, a cura di M. Fat-

tori, vol. I, 1, Roma, Ed. dell’Ateneo, 1994, pp. 350-357.
36.
«La dottrina monadologica offrì modo al Leibniz di conciliare e integrare i punti di vista

opposti di Grozio e dell’Hobbes. Riconosce con questi che il jus strictum è originario, sorge dall’a-

mor di sé, dalla natura egoistica dell’uomo che tende attivamente al piacere e all’utile; ma ricono-

sce che il jus strictum è già espressione di socialità anche se confusa e limitata alla considerazione

del proprio utile... da attività economica la giustizia si trasforma... in attività sociale, per cui il

bene generale, la perfezione e la felicità altrui diventa lo scopo della giustizia e la condizione del

nostro stesso bene», G. Solari, Metafisica e diritto in Leibniz , cit., p. 55.
37.
Sul ruolo della Nova methodus nell’impegno, durato tutta la via, di fondare una Jurispru-

dentia rationalis
si vedano le prime pagine, ricche anche di indicazioni bibliografiche utili per la ri-

costruzione della storia del testo, dell’articolo di H. P. Schneider, Der Plan einer..., cit., pp. 553-

557. Si vedano anche il Vorwort di Erich Hochstetter al secondo volume della sesta serie dell’ Aka-

demie Ausgabe,
A VI, 2, pp. xix-xxi.
38.
A VI, 1, p. 345.


Roberto Palaia . :

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