IDEA NELLE OPERE DI BERKELEY
Paolo F. Mugnai
IDEA NELLE OPERE DI BERKELEY
265

Berkeley partecipò in modo piuttosto originale all’ampio dibattito solleva-

to dalle nuove prospettive aperte dalle soluzioni gnoseologiche ed epistemolo-

giche avanzate da Locke nello Essay concerning Human Understanding. In particola-

re egli, nel collocarsi a pieno titolo su quella che il prof. Yolton ha chiamato

the way of ideas, si unisce alle preoccupazioni di coloro che vedono nella linea

Locke-Collins aprirsi un cammino che tramite il deismo conduce con nefasta

sicurezza all’ateismo 1 . Non v’è dunque da meravigliarsi se la sua riflessione

giovanile, rintracciabile nei Philosophical Commentaries e nelle sue prime opere a

stampa, si soffermi a lungo sul termine idea e trovi nei concetti ad esso sottesi

il cardine di un discorso nuovo che pur prendendo le mosse dall’impostazione

lockeana se ne distacchi con decisione e anzi tragga da una critica diretta a

Locke gli strumenti che pur mantenendo i presupposti antiinnatisti della cono-

scenza, costituisca un bastione di difesa per le verità della religione cristiana

espresse in una forma che, pur essendo compatibile con l’ortodossia anglicana,

abbia modalità di procedimenti, caratteri di linguaggio tali che possano non

essere immediatamente respinti dai nuovi filosofi, dagli esponenti della nuova

scienza e quindi dai liberi pensatori, ma anzi li conducano con stringente con-

sequenzialità ad abbandonare i percorsi tortuosi consueti alla filosofia per

giungere per vie ad essi familiari alle verità della religione 2.

266

Il termine idea, e ciò che esso è chiamato a significare da Berkeley, è inti-

mamente legato alle sue più note dottrine: antiastrattismo, immaterialismo,

l’esse est percipi, la dottrina del linguaggio divino, trovano in questo termine

proprio il denominatore comune che le riconnette in un disegno unitario. Par-

lare esaurientemente di tale termine significherebbe, perciò, rendere ragione di

queste dottrine, esaminarne la connessione e la presenza in tutta la filosofia

berkeleyana, e considerare dunque le interpretazioni che di essa dettero i suoi

contemporanei e quelle che hanno diviso i moderni interpreti, impresa che più

che ardua si rivela impossibile nei limiti della presente circostanza. Mi limite-

rò, dunque, a ricordare gli usi principali del termine, a riassumere le dottrine

che ad essi sono sottese, ad indicare alcuni dei vari nodi problematici 3.

Per chiarezza devo però premettere i dati essenziali della mia interpreta-

zione del pensiero berkeleyano. Ritengo che la filosofia di Berkeley, anche se

si dipana in un indubbio travaglio, possa essere considerata fondamentalmente

unitaria, che tale unità si mantenga nonostante una diversità di accenti e di

presentazione, che trovano sufficiente spiegazione nel proposito dichiarato del-

le prime opere di condurre una battaglia sul terreno dell’avversario, pur

nell’apparente distanza tra le modalità moderne del ragionare stringente dei

267

Principles of Human Knowledge e gli oscuri sentieri della Siris in cui si è condotti

mediante il ricorso ad un ampio spettro di Auctoritates. Il momento unitario va

ricercato nell’intento apologetico, nella convinzione della necessità di ripro-

porre l’onnipresenza e l’azione continua di una divinità onnisciente, onnipo-

tente e buona, di ripresentare questa semplice verità, a tutti disponibile, a

coloro che per sete di conoscenza se ne vanno allontanando, con i linguaggi e

le modalità ad essi più familiari. In questo quadro, a parte la determinante

presenza della gnoseologia lockeana e del dibattito da essa sollevato, costituisce

certamente esperienza rilevante la meditazione sugli scritti di Cartesio, di Spi-

noza, di Malebranche, da cui Berkeley mutua certa terminologia e suggestioni,

ma più che altro occasioni di polemica e differenziazione. Il radicalismo sensi-

sta del pensiero berkeleyano cerca lo stretto cammino che possa coniugare

l’antiscetticismo, la certezza della percezione sensibile ad un ridimensionamen-

to della realtà mondana, ad una svalutazione dell’autonomia dei sensi di con-

tro ad una realtà spirituale che sembra trovare più consone le suggestioni della

tradizione platonico-neoplatonica che si vanno esplicitando nella tarda Siris.

Per quanto riguarda più direttamente il termine idea, la prima identifica-

zione che Berkeley opera è quella fra idea e sensation, che è certamente la più

costante e più incontrovertibile. Questa identificazione è, del resto, il vero

punto di contatto con l’impostazione lockeana, ma su di essa Berkeley lavora

spingendola agli esiti più estremi, differenziandosi da Locke e individuando

una strada che lo conduce alla propria filosofia, all’immaterialismo e al lin-

guaggio visivo. Il carattere di questa identificazione è la sua esclusività e totali-

tà: le ideas sono solo sensations e in esse si sostanziano. Il primo risultato di

questa identificazione radicale, come si presenta nella New Theory of Vision, è

l’apparente dissoluzione dell’oggetto stesso proprio mentre lo si presenta inte-

ramente disponibile all’attività percettiva dell’uomo. Idea come esclusivamente

sensation significa anche analisi delle idee in ideas of touch e ideas of sight, ma anche

idee degli altri sensi; l’oggetto sembra perciò dissolversi in cinque oggetti

distinti, profondamente differenti fra loro, anzi per natura eterogenei e senza

alcuna necessary connection che ne giustifichi a priori il riconoscimento e l’identifi-

cazione. Anzi, l’intero mondo sembra dissolversi in cinque serie di ideas or sen-

sations
parcellizzate, cangianti e fluttuanti. Anche questa dottrina fa la sua com-

parsa in tutte le opere berkeleyane. Essa viene approfondita e rinsaldata dalla

critica della possibilità della formazione delle abstract general ideas che, infatti,

trova nella New Theory of Vision la sua prima formulazione, proponendo una

differenziazione profonda con la gnoseologia lockeana. Un sensismo così estre-

mo è perfettamente compatibile con l’immaterialismo che se nella New Theory

non viene proposto esplicitamente, trova in essa il suo terreno di coltura. Ciò

che caratterizza qui, infatti, le idee o sensazioni è la sottolineatura positiva del-

la loro immediatezza. Dice Berkeley: «I take the word idea for any the imme-

268

diate object of sense or understanding, in which large signification it is com-

monly used by the moderns» 4. Qui, a parte il significativo rivendicare l’ap-

partenenza del proprio uso ad una modalità diffusa fra i moderni, è importante

rilevare che immediatezza non significa l’impossibilità delle idee di essere

mediate da altre idee, ché, anzi, ciò è costantemente affermato nella New Theo-

ry,
bensì il loro non potersi riferire a qualcosa di esterno alla sfera della perce-

zione, sia esso perciò un archetipo materiale o un modello astratto. La New

Theory
sembra, a prima vista, dissolvere la possibilità di una salda conoscenza,

la distanza, la dimensione, la situazione degli oggetti sembrano sfuggire alla

scienza; l’oggetto stesso si dissolve nell’immediatezza sensibile, sembrando pre-

ludere allo scetticismo, proprio quello scetticismo di cui non a caso Berkeley

fu accusato e che invece riteneva di poter combattere e debellare alla radice.

In realtà la New Theory, mentre si batte contro la pretesa dell’ottica geometrica

di conoscere e costituire la realtà con lo strumento aprioristico fornito dalla

geometria e dalla matematica, tende a ricostituire la possibilità di una cono-

scenza basata sull’esperienza. Le serie fluttuanti delle idee sono mostrate rico-

struire una possibilità dell’oggetto sensibile consacrata dall’attribuzione, del

resto, ambigua e ingannevole, dei nomi, ma saldamente fondata dal riconosci-

mento di una connessione arbitraria fra le idee rivelata dalla abitudine e, in

ultima analisi, garantita dal corso ordinario della natura. Berkeley procede,

cioè, ad una doppia reidentificazione delle idee compatibile con il loro essere

sensazione: le idee si rivelano da una parte segni, signs, dall’altra cose, things. È

questa nuova connotazione che permette a Berkeley di caratterizzare il suo

sensismo, il suo empirismo radicale a tal punto da rovesciarne gli esiti, non più

una strada verso una conoscenza probabile o peggio uno scetticismo basato

sulla soggettività e la mutevolezza dell’esperienza sensibile, ma un cammino

sicuro che riconcilii l’esperienza filosoficamente fondata con l’esperienza im-

mediata e aproblematica dei semplici, nonché con le verità rivelate dalle Sacre

Scritture e oggetto del culto e della religione cristiana. L’identificazione fra

ideas, e in particolare ideas of sight, e signs avviene nella New Theory con un proce-

dimento insensibile che applica alle idee la terminologia della significazione,

del linguaggio, ma in modo più fondante mostrando come il rapporto che

intercorre fra ideas of sight e ideas of touch è della stessa natura di quello che

intercorre fra i segni e significati: la loro connessione, che pure esiste ed è

riscontrabile per esperienza, viene mostrata come non necessaria ma costumary,

è fondata e appresa per abitudine, come un insieme di segni arbitrari viene

appreso per significare e comprendere un insieme di significati. La New Theory

accenna soltanto agli esiti di questa dottrina che pure è presente nei Principles e

269

nei Dialogues e troverà piena esplicitazione nel quarto dialogo dell’ Alciphron, ma

essi sono evidenti: l’identificazione fra idee e segni, il loro costituire un lin-

guaggio rimanda al corso ordinario della natura, alla sua provvidenziale regola-

rità che è spia del parlante, di un Autore buono e provvidente che ci parla,

permettendo di portare a buon fine la nostra vita.

E proprio in questo quadro, in cui le idee si presentano come segni rego-

lari e ricorrenti nel contesto del corso ordinario della natura, che si fa strada

l’identificazione fra ideas e things, fra idee e cose, ma naturalmente cose sensibili

poiché il termine cosa, thing, conserverà la possibilità di indicare, carico dei

valori di res, le thinking things, sicché la contrapposizione fra spirits e ideas espres-

sa nel Trattato sarà contrapposizione fra sensible things e thinking things. L’identifi-

cazione fra ideas e things è già presente nei Philosophical Commentaries, anche se

Berkeley ancora esita 5 . Nella New Theory of Vision la trasformazione è lenta:

all’inizio le idee prese in esame sono the distance, the situation, gli oggetti propri

della vista, e quindi le sue idee, sono identificati nella luce e nei colori e così

quelli del tatto sono il duro, il molle e simili; ma, man mano il discorso si

trasforma, le idee prese in esame sono la testa, i piedi, e insensibilmente il

termine thing comincia ad essere usato come sinonimo di idea, sicché si parla di

cose sensibili, di cose visibili. Al paragrafo 109 si nega l’apriorità del numero e

quindi se ne indica la sua arbitrarietà, si mostra come si formino le cose, siano

esse idee o combinazioni di idee, e si rileva come questo procedimento di

combinazione è procedimento del tutto arbitrario della mente, come totalmen-

te arbitraria è l’attribuzione del nome alle cose. Proprio quando questa analisi

sembra sfociare nel soggettivismo più estremo, si mostra come in realtà il pro-

cedimento trovi il suo fondamento nell’esperienza. Dice, infatti, Berkeley:

«But for a fuller illustration of this matter it ought to be considered that num-

270

ber (however some may reckon it amongst the primary qualities) is nothing

fixed and settled, really existing in things themselves. It is intirely the creature

of the mind, considering either an idea by it self, or any combination of ideas

to which it gives one name, and so makes it pass for an unit. According as the

mind variously combines its ideas the unit varies: and as the unit, so the num-

ber, which is only a collection of units, doth also vary. We call a window one,

a chimney one, and yet a house in which there are many windows and many

chimneys hath an equal right to be called one, and many houses go to the

making of one city. In these and like instances it is evident the unit constantly

relates to the particular draughts the mind makes of its ideas, to which it affi-

xes names, and wherein it includes more or less as best suits its own ends and

purposes. Whatever, therefore, the mind considers as one, that is an unit. Eve-

ry combination of ideas is considered as one thing by the mind, and in token

thereof is marked by one name. Now, this naming and combining together of

ideas is perfectly arbitrary, and done by the mind in such sort as experience

shews it to be most convenient: Without which our ideas had never been col-

lected into such sundry distinct combinations as they now are» 6.

Dunque, proprio quando sembra che si sia giunti all’estrema soggettivi-

tà nella formazione delle idee nella loro identificazione con le cose, si vede

come questa formazione abbia un riscontro necessario nell’esperienza; è qui

che trova una sua ragion d’essere il discorso antiastrattista, sia esso inteso

come impossibilità della distinzione fra qualità primarie e qualità secondarie,

o come assurdità della possibilità di abstract general ideas. Già nella New Theory

of Vision
l’antiastrattismo fa la sua comparsa, ma il luogo più noto è l’intro-

duzione ai Principles, sia nella sua versione manoscritta sia nella versione

pubblicata. A ben vedere il discorso antiastrattista si fonda proprio sulla

doppia indentificazione delle idee con le cose, da un lato, e con i segni,

dall’altro. L’argomentazione di Berkeley è infatti piuttosto immediata: la

famosa citazione lockeana che connota l’idea di triangolo viene mostrata

assurda perché una tale idea è impossibile, per la contraddittorietà dei suoi

elementi, da prodursi con l’immaginazione, non può essere cioè considerata

una cosa possibile, cioè una cosa percepibile. L’immaginazione è infatti la

facoltà con cui la mente umana può riprodurre le sensazioni, quali sono

percepibili nell’esperienza. Essa si dinstingue dal senso perché le sue idee

sono più tenui, meno vivide, possono anche, specie nel sogno, non rispon-

dere alla consequenzialità, al tipo di ordine riscontrabile nell’esperienza, ma

non possono sottrarsi, secondo Berkeley, ai caratteri generali delle idee:

l’immaginazione può certo rielaborare l’ordine delle sensazioni, ma non può

271

esimersi dal costruire idee concrete, cioè cose quali sarebbero comunque

possibili nella percezione. Le idee generali astratte sono in definitiva creatu-

re della fancy, di questa facoltà produttrice di assurdità proprio perché non

sono componibili secondo i caratteri di una cosa, cioè secondo le modalità

di una esperienza possibile. Se, dunque, la distinzione fra idea e ideatum , fra

‘cose reali’ e cose ‘immaginate’, fra ideas - real things e ideas or images of things ,

si fonda per Berkeley sul non presentarsi delle seconde nella successione

ordinata del corso della natura e nel loro essere soggette alla capacità attiva

della nostra mente di dividere e ricomporre nella nostra immaginazione le

cose dell’esperienza in cose di percezione 7 , anche se solo possibile, le idee

generali astratte sono assolutamente inimmaginabili, non sono cose percepi-

bili e quindi non esistono affatto. Particolare chiarezza assume il § 10 della

Introduction ai Principles·. «Whether others have this wonderful faculty of ab-

stracting their ideas,
they best can tell: for my self I find indeed I have a

faculty of imagining, or representing to my self the ideas of those particular

things I have perceived and of variously compounding and dividing them. I

can imagine a man with two heads or the upper parts of a man joined to

the body of a horse. I can consider the hand, the eye, the nose, each by it

self abstracted or separated from the rest of the body. But then whatever

hand or eye I imagine, it must have some particular shape and colour. [...]

To be plain, I own my self able to abstract in one sense, as when I consi-

der some particular parts or qualities separated from others, with which

though they are united in some object, yet, it is possible they may really

exist without them. But I deny that I can abstract one from another, or

conceive separately, those qualities which it is impossible should exist so

separated; or that I can frame a general notion by abstracting from particu-

272

lars in the manner aforesaid. Which two last are the proper acceptations of

abstraction» 8.

Ancora contro le idee generali astratte opera l'identificazione fra le idee e

i segni, è infatti per questo che viene a mancare la motivazione che, secondo

Berkeley, aveva spinto Locke a presupporle nonostante la loro assurdità, e cioè

la necessità di presupporle come elemento di mediazione fra nomi generali e

idee particolari. Le parole divengono generali e possono indicare le idee parti-

colari allo stesso modo in cui le idee divengono generali. Dice infatti Berke-

ley: «By observing how ideas become general, we may the better judge how

words are made so. And here it is to be noted that I do not deny absolutely

there are general ideas, but only that there are any abstract general ideas : for in

the passage above quoted, wherin there is mention of general ideas, it is

always supposed that they are formed by abstraction , after the manner set forth

in Sect. 8 and 9. Now if we will annex a meaning to our words, and speak

only of what we can conceive, I believe we shall acknowledge, that an idea,

which considered in it self is particular, becomes general, by being made to

represent or stand for all other particular ideas of the same sort. To make this

plain by an example, suppose a geometrician is demostrating the method, of

cutting a line in two equal parts. He draws, for instance, a black line of an

inch in length, this which in it self is a particular line is nevertheless with

regard to its signification general, since as it is there used, it represents all

particular lines whatsoever; for that what is demonstrated of it, is demostrated

of all lines or, in other words, of a line in general. And as that particular line

becomes general, by being made a sign, so the name line which taken absolute-

ly is particular, by being a sign is made general. And as the former owes its

generality, not to its being the sign of an abstract or general line, but of all

particular right lines that may possibly exist, so the latter must be thought to

derive its generality from the same cause, namely, the various particular lines

which it indifferently denotes» 9

La possibilità che le idee particolari hanno di essere assunte come segni di

altre idee particolari, di poter star per loro, di rappresentarle, costituisce il loro

essere idee generali. Ma questa possibilità che Berkeley sembra dare come evi-

dente e scontata tanto da non essere spiegata per se stessa, ma da essere usata

come chiarimento del modo in cui i nomi possono divenire generali, non

sarebbe poi così accettabile ed evidente se non si tenesse conto che essa è

fondata sulla dottrina del linguaggio e della significazione divina. La stessa

funzione della significazione sarebbe, del resto, fondata in Berkeley su principi

273

contraddittori se non si tenesse conto della dottrina del linguaggio divino. Il

rapporto fra segno e significato è infatti indicato da Berkeley come rapporto

arbitrario, come è arbitrario il rapporto fra idee visive e idee tattili. Egli dun-

que esclude una forma di rapporto che sia basato sulla somiglianza. Qui, inve-

ce, a proposito delle idee generali la somiglianza sembra essere a fondamento

di questo «to represent, or stand for all other particular ideas of the same

sort», ma le due diverse forme di relazione divengono compatibili se conside-

riamo che la serie di idee e quindi delle cose che troviamo nell’esperienza

sono sì fondate su un rapporto arbitrario, ma che questa arbitrarietà è quella

della volontà benefica di Dio che le organizza in un linguaggio che ha una sua

regolarità, una sua grammatica. La serie di segni arbitrari si presenta a noi,

cioè, in una forma comprensibile di parole o meglio idee, o meglio cose, rico-

noscibili proprio per esperienza e che, in ultima analisi, sono al fondamento

nella nostra capacità di conoscenza e di significazione.

Il concetto di idea si arricchisce nei Principles di una serie di connotazioni

che del resto erano già latenti nei Philosophical Commentaries e nella New Theory .

L’importanza dottrinale del termine è immediatamente evidente: il primo

paragrafo dei Principles è tutto dedicato alle ideas secondo la linea già esposta.

Le idee, considerate gli oggetti della conoscenza umana, sono esclusivamente o

«ideas actually imprinted on senses, or else such as are perceived by attending

to the passions and operations of mind, or lastly ideas formed by help of

memory and imagination, either compounding, dividing or barely representing

those originally perceived in the aforesaid ways». Come si vede, qui sono già

presenti tutte le possibilità già considerate: le idee come oggetti immediati dei

cinque sensi, come cose intese quali collezioni di idee ricavate dall’esperienza

— infatti «as several of these are observed to accompany each other, they

come to be marked by one name, and so to be reputed as one thing»; ma

intese, infine, anche nella loro funzione di segni, di cose da evitare o da ricer-

care, «pleasing or disagreeable», per ciò che producono in noi, o infine come

puri segni di altre cose, per la loro funzione rappresentativa, «or barely repre-

senting» 10. Ma subito, già nel secondo paragrafo, accanto a questi oggetti della

conoscenza viene presentata un’altra realtà che essi stessi reclamano e impon-

gono, la realtà degli spiriti, delle sostanze pensanti, vere sostanze che rendono

possibile l’esistenza stessa delle idee e che le connotano per opposizione. Le

vere sostanze, gli spiriti sono connotati per essere eminentemente attivi, cioè

volenti, immaginanti, ricordanti, chiariscono di converso la vera natura delle

idee come entità eminentemente passive, inattive, dipendenti. In altre parole,

viene esplicitato il famoso primo principio, l’esse est percipi, che in questa for-

274

mutazione concerne propriamente solo le idee, «the existence of an idea con-

sists in being perceived» (§ 2). L’immaterialismo, cioè, che sul primo principio

si fonda e si presenta come conseguenza necessaria della stessa definizione del-

le idee e quindi della contraddittorietà e inconsistenza dell’esistenza assoluta di

una sostanza materiale che non sia né idea né spirito, né sensible thingthinking

thing.

Questa analisi della natura delle idee come esseri dipendenti e passivi che

era già tutta implicitamente presente nelle definizioni già presentate, apre una

nuova e sorprendente serie di considerazioni. Le idee come entità eminente-

mente passive (§ 25) non possono rappresentarci, per via di immagine o somi-

glianza, ciò che è attivo («represent unto us, by way of image or likeness, that

which acts», § 27). Ciò apre una via di conoscenza, completamente fondata

sull’intuizione dell’io, di se stessi e perseguibile per via analogica, che porta alta

conoscenza degli altri spiriti finiti e, infine, alla conoscenza di Dio. Questa via

non è fatta di idee, ma nelle idee nella loro realtà inerte e dipendente trova il

suo fondamento e punto di partenza. Le idee divengono cioè segno di Dio.

Ancora la loro passività e dipendenza esclude che esse possano essere cause in

senso proprio, esse si qualificano cioè effetti delle uniche vere cause, gli spiriti,

e in particolare della causa prima, lo spirito infinito. Si ripropone cioè la natu-

ra del mondo come manifestazione, segno e linguaggio articolato del Dio, un

dio provvidente e buono, Autore della natura. La proposta di questa via analo-

gica provocò, come è noto, una polemica con Peter Browne e la messa a punto

di Berkeley nell'Alciphron sulla natura propria dell’analogia che conduce alla

conoscenza di Dio (Dialogo IV). Questa aspra polemica fra Browne e Berkeley

— le cui posizioni, è stato giustamente osservato dal prof. Yolton, non erano

poi così distanti come talvolta si è voluto mostrare 11 — nonché l’apparizione

dell’ Enquiry di Andrew Baxter, ebbero come risultato secondario di stimolare

un chiarimento terminologico da parte di Berkeley proprio circa la parola idea.

Mi riferisco alle considerazioni che portarono ad alcune note modifiche al

testo delle edizioni del 1734 dei Principles e, in particolare, dei Dialogues between

Hylas and Philonous,
cioè a una distinzione più netta dell’uso dei termini idea e

notion 12. C’è però da rilevare che se queste varianti sono di grande interesse

275

per la chiarezza del discorso non modificano la valenza dottrinale del termine

idea che era già pienamente chiara, tecnicizzano se mai il termine notion, chia-

rendo la natura della nuova via conoscitiva che dalle idee trova fondamen-

to 13.

Il terzo dialogo fra Hylas e Philonous, sia con che senza le aggiunte del

1734, costituisce una splendida riflessione e chiarificazione dell’uso del ter-

mine idea, molto più chiara ed incisiva di quella che io sto indegnamente

tentando, e se vi fosse tempo varrebbe la pena rileggerlo tutto. Vorrei solo

ricordare come Berkeley esprima qui ad evidenza come il termine idea sia

solo una parola, come rivendichi per il suo uso le connotazioni che abbia-

mo già illustrato, uso tecnico che viene confermato dalla costatazione di un

uso generico: «However, taking the word idea in a large sense, my soul may

be said to furnish me with an idea, that is, an image, or likeness of God,

though indeed extremely inadequate. For all the notion I have of God, is

obtained by reflecting on my own soul heightening its powers, and remo-

ving its imperfections» 14. Questa nuova strada di conoscenza non contrad-

dice, secondo Berkeley, quella della valorizzazione delle idee o sensazioni

come fonte di conoscenza, egli anzi fa una interessantissima precisazione in

funzione antiscettica, il cui senso forte dovrebbe essere ormai chiaro: «I am

not for changing things into ideas, but rather ideas into things; since those

immediate objects of perception, which according to you, are only appearen-

ces of things, I take to be the real things themselves» 15. Del resto Berkeley

con questa affermazione non fa che ben descrivere il suo percorso di distac-

co dalla gnoseologia lockeana, dalle idee alle cose.

Naturalmente l’individuazione di una parte della realtà, la più impor-

tante e sostanziale, quella degli spiriti e di Dio, come inattingibile tramite le

idee se non considerate come effetti e segni dell’azione divina, influisce sul-

lo stesso impiego del termine idea. E massiccio e pervasivo nei Philosophical

Commentaries,
nella New Theory of Vision, nei Principles, nei Dialogues between

Hylas and Philonous,
dove il problema gnoseologico è prevalente e si parla

appunto della natura e del ruolo delle idee. La situazione muta radicalmente

nel l’Alciphron e nella Siris. Nei primi sei dialoghi dell’ Alciphron, dove si discu-

tono le opinioni dei nuovi filosofi, i liberi pensatori, il termine si fa raro,

276

legato per lo più a qualche uso meramente idiomatico o all’uso specifico di

qualche avversario, come ad esempio per idea of Beauty secondo Shaftesbury

(Dialogo III). Di numerose occorrenze secondo impieghi non berkeleyani

erano state, del resto, esempio notevole nelle opere precedenti le locuzioni

abstract ideas o abstract general ideas e di casi analoghi sono ricchi ovviamente i

Dialogues between Hylas and Philonous , poiché la forma dialogica dà spazio agli

usi di Hylas. Ma è interessante rilevare che anche il dialogo IV dell’ Alci-

phron,
dove si espone la prova berkeleyana dell’esistenza di Dio, non presen-

ti che marginalmente l’uso di idea, proprio perché le prove sia di tipo ansel-

miano che di tipo cartesiano di tale esistenza, fondate sull’idea di Dio, non

sono più utilizzabili dato che di Dio propriamente non si può avere idea.

L’uso del termine idea riesplode, invece, nel settimo dialogo, dove si affron-

ta, secondo le modalità già esaminate ma in modo più sistematico, il pro-

blema delle nuove prospettive epistemologiche aperte dall’antiastrattismo e

dall’empirismo radicale di Berkeley.

Ciò che qui emerge di più interessante è che a termini come Grace

(§ 4) o Force (§ 6), indicanti azione, non possono corrispondere idee in

quanto entità eminentemente passive, e che quindi essi sono solo parole;

ma, poiché le parole sono in grado di operare senza un corrispondente di

idee, essi sono ammissibili nel loro impiego nelle varie scienze che, del

resto, sembrano essere in larga misura caratterizzate per operare su segni,

anche se il loro referente di base è costituito dalla serie di idee o fenomeni

inerti la cui vera spiegazione è nell’operare ordinato dell’agente divino che

costituisce l’unica vera causa. Questa è del resto la dottrina soggiacente alla

Siris che, quale analisi delle virtù (e quindi dell’azione) dell’acqua di catra-

me, risale dalla analisi dei fenomeni alla loro vera causa che non può essere

che l’agente divino. Anche qui l’uso di idea è raro ma, quando usato, è coe-

rente con le dottrine berkeleyane; non deve ingannare l’uso del termine in

senso stoico e platonico in occasione dell’esposizione di tali dottrine viste

certo con particolare simpatia, ma considerate come esposizioni metaforiche

dell’operare dello spirito divino. Nella Siris è indubbiamente presente una

svalutazione del mondo dei fenomeni, non però nel senso di una svalutazio-

ne scettica della sensibilità, ma piuttosto nella considerazione della condizio-

ne di dipendenza e non autonomia ontologica delle idee, la cui natura è,

per altro, di essere meri segni di un significato più alto, dottrina questa, a

ben guardare, presente in tutta l’opera di Berkeley.

Per concludere, un accenno alla nota questione del rapporto fra idee

eterne nella mente di Dio e idee che Dio ci manifesta, per dirla nella ter-

minologia cudworthiana della Siris, fra Archetipi e Ectipi. Anche qui credo

la soluzione sia da individuare nella identificazione delle idee con i segni e

le cose che permette a Berkeley l’utilizzazione della nozione di creazione.

277

Dio crea nel tempo il tempo per noi e se in questa nozione permangono

difficoltà, per dirla con Berkeley, la sua dottrina delle idee certo non la rende più complicata 16.

1.
Cfr. J. W. YOLTON, John Locke and the way of ideas, London, 1956, ma dello stesso vedi

anche il più recente Perceptual acquaintance from Descartes to Reid , Minneapolis, 1984, nonché la

relazione a questo congresso.
2.
Una prova collaterale ma significativa dell’importanza del termine idea nei Philosophical

Commentaries
è che persino la sua grafia e cioè il suo impiego con la minuscola o la maiuscola è

divenuto argomento di discussione ed interpretazione. Mi riferisco all’impiego fattone da Luce

da una parte per avvalorare la nuova impaginazione dei Notebooks (con B a precedere A) dall’al-

tra a sostenere il progressivo tributo a Malebranche. Per le questioni circa the orthography of «idea»

confronta A. A. LUCE, Berkeley’s Commonplace Book — Its date, purpose, structure, and marginals

signs,
«Hermathena», n. XL VII (1932), pp. 117-122, e dello stesso Another look at Berkeley’s Note-

books,
«Hermathena», n. CX (1970), pp. 5-23; ma anche il contributo recente di Bertil Belfrage

che, mostrando con lodevole acribia la complessa stratificazione del Commonplace Book, svuota

anche ogni velleità di una ricostruzione di sviluppo progressivo e della teoria e della grafia:

B. BELFRAGE, The order and dating of Berkeley’s Note-books, «Revue Internationale de Philosophie»,

n. 154 (numero interamente dedicato a Berkeley), XXXIX (1985), pp. 196-214. Per il rapporto

con Malebranche, che è vexata quaestio fin dalle prime letture dei contemporanei, rinvierò a CH.

J. McCRACKEN, Malebranche and British Philosophy, Oxford, 1983, che pur riconoscendo che «What

Berkeley meant by ‘idea’ was something very different from what Malebranche meant by it»

afferma che «None the less, how Berkeley conceived ideas was not without its debt to Male-

branche» (p. 236), proponendo l’idea berkeleyana come sintesi fra le idee e le sensazioni di

Malebranche (ivi pp. 236-242).
3.
Praticamente ogni interpretazione complessiva del pensiero berkeleyano non può non

dedicare una trattazione e all’antiastrattismo e al tema delle idee, rimandare a questi temi signi-

ficherebbe dunque affrontare tutta la bibliografia berkeleyana. Da questo punto di vista è esem-

plare la ricostruzione del pensiero berkeleyano e del dibattito interpretativo attorno ad esso pro-

posta da Geneviève Brykman in Berkeley, Philosophie et Apologétique, 2 voll., Lille-Paris, 1984. In

questo ampio e articolato studio il ruolo del termine idea e dei concetti ad esso sottesi è fonda-

mentale per la ricostruzione. Esso si basa sulla distinzione di un uso duplice contraddittorio e

incompatibile del termine: di un senso lato «cartesiano» e di un senso stretto caratteristico

dell’immaterialismo. Il senso di questa interpretazione è icasticamente illustrato dalla stessa

Brykman nella Présentation al già citato numero speciale della «Revue Internationale de Philoso-

phie»: «La faille de l’immatérialisme est ainsi, fondamentalement, dans ce va et vient entre un

sens étroit (et berkeleyen) et un sens large (et cartésien) du mot idée. Dès la constitution de sa

philosophie, Berkeley avait été pris au piège de sa prope audace: vouloir défendre la tradition

chrétienne en se servant de la nouvelle méthode des idées et, à l’interieur de cette nouvelle

méthode, introduire une nouvelle extravagance, en réduisant les choses à des idées entendues

comme qualités perçues» (p. 195). Berkeley resosi conto del proprio errato oscillare tornerebbe

dopo il 1734 ai motivi del First Draft dell’ Introduction to Principles.
4.
N.T.V., § 45, Works, I, p. 188.
5.
I brani più interessanti nei Philosophical Commentaries (Works, I) sono: «By thing I either

mean Ideas or that wch has ideas» (ivi, p. 44, entry 369); «Thing and Idea are much wt words of

the same extent and meaning, why therefore do I not use the word thing? Answ: because thing is

of a greater latitude than Idea. Thing comprehends also volitions or actions, now these are no

ideas» (ivi, p. 79, entry 644); «The word thing as comprising or standing for Idea and volition

usefull. as standing for Idea and Archetype without the Mind Mischievous and useless.» (ivi,

p. 84, entry 689); ma poi esprime qualche preoccupazione: «Dangerous to make Idea & thing

terms Convertible, that were the Way to prove spirits are Nothing.» (ivi, p. 103, entry 872). Ma

ancora meglio in Principles § 39: «If it be demanded why I make use of the word idea, and do not

rather in compliance with custom call them things. I answer, I do it for two reasons: first

because the term thing, in contradistinction to idea, is generally supposed to denote somewhat

existing without the mind: secondly, because thing hath a more comprehensive signification than

idea, including spirits or thinking things as well as ideas. Since therefore the objects of sense

exist only in the mind, and are withal thoughtless and inactive, I chose to mark them by the

word idea, which implies those properties». (Works, II, p. 57).
6.
N.T.V., § 109, Works, I, pp. 214-215.
7.
Così nei Philosophical Commentaries·. «The distinction between Idea and Ideatum I cannot

otherwise conceive than by making one the effect or consequence of Dream, rêverie, Imagina-

tion the other of sense and the Constant laws of Nature» (Works, I, p. 100, entry 843). Principles,

§ 33: «The ideas imprinted on the senses by the Author of Nature are called
real things : and

those excited in the imagination being less regular, vivid and constant, are more properly ter-

med ideas, or images of things, which they copy and represent. But then our sensation, be they

never so vivid and distinct, are nevertheless ideas, that is, they exist in the mind, or are percei-

ved by it, as truly as ideas of its own framing. The ideas of sense are allowed to have more

reality in them, that is, to be more strong, orderly, and coherent than the creatures of the mind.

They are also less dependent on the spirit, or thinking substance which perceives them, in that

they are excited by the will of another and more powerful spirit: yet still they are ideas, and

certainly no idea, whether faint or strong, can exist otherwise than in a mind perceiving it»

(Works, II, pp. 54-55). Ma si vedano anche i §§ 29-30 (ivi, p. 53).
8.
Principles of Human Knowledge. Introduction, § 10, Works, II, pp. 29-30.
9.
Principles of Human Knowledge. Introduction, § 10, Works, II, pp. 29-30.
10.
Principles of Human Knowledge, § 1, Works, II, p. 40.
11.
Cfr. J. W. YOLTON, John Locke, cit., in particolare pp. 195-202, e anche Perceptual acquain-

tance,
cit., in particolare p. 109.
12.
In una lettera scritta da Berkeley (ripubblicata integralmente in G. BRYKMAN, Berkeley.

Philosophie
, cit., II, Appendice I, pp. 1-7) a Peter Browne, dopo la pubblicazione di Things divine

(P. BROWNE, Things Divine conceived by analogy with Things natural and human, London 1733), Berkeley

dice esplicitamente, mostrando la sua ironica «docility»: «I’ll give up the hateful word idea, to

be used as your Lordship shall think fit. Provided we agree in our conceptions, tis to me no

matter by what collection of sounds they are comunicated; or should we differ, no sawcy [sic]

idea of mine shall intrude upon your Lordship. My notions only shall be modestly conveyed to

you» (G. BRYKMAN, op. cit., p. 2). Per le notizie circa questa lettera, si veda ivi, p. 1.
13.
Si può del resto rilevare che l’uso indistinto di idea e notion è proprio dei momenti di

polemica contro Locke e contro i cartesiani che di questo uso lato erano portatori e che quindi

rientra nell’uso voluto e studiato del linguaggio degli avversari.
14.
Three Dialogues, Works, II, pp. 231-32.
15.
Three Dialogues, Works, II, p. 244.
16.
Alla domanda di Hylas: «Creation of what? of ideas?», Berkeley risponde per bocca di

Philonous: «Moses mentions the sun, moon, and stars, earth and sea, plants and animals: that

all these do really exist, and were in the beginning created by God, I make no question. If by

ideas, you mean fictions and fancies of the mind, than these are no ideas. If by ideas, you mean

immediate objects of the understanding, or sensible thing which cannot exist unperceived, or

out of a mind, then these things are ideas. But whether you do, or do not call them ideas, it

matters little. The difference is only about a name. And whether the name be retained or rejec-

ted, the sense, the truth and reality of things continues the same. In common talk, the objects of

our senses are not termed ideas but things. Call them so still: provided you do not attribute to

them any absolute external existence and I shall never quarrel with you for a word. The Crea-

tion therefore I allow to have been a creation of things, of real things. Neither is this in the least

inconsistent with my principles ...» (Dialogues , in Works, II, pp. 250-251). E ancora: «...I ima-

gine that if I had been present at the Creation, I should have seen things produced into being;

that is, become perceptible, in the order described by the sacred historian. I ever before believed

the Mosaic account of the Creation, and now find no alteration in my manner of believing it.

When things are said to begin or end there existence, we do not mean this with regard to God,

but His creatures. All objects are eternally known by God, or which is the same thing, have an

eternal existence in his mind: but when things before imperceptible to creatures, are by decree

of God, made perceptible to them; then are they said to begin a relative existence, with respect

to created minds. Upon reading therefore the Mosaic account of the Creation, I understand that

several parts of the world became gradually perceivable to finite spirits, endowed with proper

faculties; so that whoever such were present, they were in truth perceived by them. This is the

literal obvious sense suggested to me, by the words of the Holy Scripture: in which is included

no mention or no thought, either of substratum, instrument, occasion, or absolute existence. And

upun inquiry, I doubt not, it will be found, that most plain honest men, who believe the Crea-

tion, never think of those things any more than I. What metaphysical sense you may understand

it in, you only can tell» (ivi, pp. 251-252).


Paolo F. Mugnai . :

This page is copyrighted

Refbacks

  • There are currently no refbacks.