APPUNTI SUI CONCETTI DI NATURA E FORZANELL’EPISTOLARIO FRA LEIBNIZ E STURM
Roberto Palaia
APPUNTI SUI CONCETTI DI NATURA E FORZA

NELL’EPISTOLARIO FRA LEIBNIZ E STURM 0
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Fra il 1694 e il 1695 si sviluppò un breve dibattito fra Leibniz e il profes-

sore di matematica e di fisica di Altdorf, importante collaboratore degli «Acta

Eruditorum», Johann Christoph Sturm1. Fu questo un periodo particolarmen-

te rilevante per Leibniz, nel quale egli approfondì la propria concezione della

natura; di questi anni sono infatti gli scritti sistematici più importanti dedicati

a questa questione. L’interesse per il carteggio fra Sturm e Leibniz, composto

da due lettere del professore di Altdorf e da due risposte leibniziane, nasce

soprattutto dai riferimenti alle discussioni sul concetto di natura che si svilup-

parono alla fine del secolo XVII in Germania, in relazione soprattutto a quan-

to negli stessi anni si discuteva in Inghilterra2.

«Legi non sine maxima animi voluptate Celeberrimi Viri G. G. Leibniz

mense Martio praesentis annis Actis vestris inserta monita De primae philosophiae

emendatione
quam juxta cum Viro Laudatissimo omnibus exopto, dudumque

exoptavi votis…»3 aveva scritto Sturm nella sua prima lettera al Pfauz retto-

re dell’università di Lipsia e intermediario dello scambio epistolare, facendo

riferimento all’opera appena apparsa sugli «Acta Eruditorum». La definizione

lì fornita del concetto di sostanza assegnava un ruolo al concetto di forza del

tutto nuovo rispetto a quello tradizionale: «at enim cum ad finem fere illorum

monitorum legendo pervenissem, ibique non notari tantum eos, qui materiae

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essentiam in sola extensione vel etiam inpenetrabilitate hactenus collocarunt,

sed ex opposito vim ipsi agendi, ut et corporibus omnibus, adtribui, eamque ab

agendo nunquam cessantem, animadvertissem»4. A Sturm non sfuggiva la

differenza fra tale trattazione e quella fornita nella giovanile De arte combinatoria,

apparsa fra l’altro in una ristampa non autorizzata appena quattro anni prima a

Francoforte5, in cui la sostanza veniva definita seguendo la tradizionale con-

cezione scolastica: «non solum Substantia vocari videbam, quicquid aut movet

aut movetur, sed inter axiomata quoque poni haec duo: si quid movetur, dari

aliud movens et omne corpus movens moveri»6.

Nel De primae philosophiae emendatione veniva posto il problema della chiarez-

za delle singole proposizioni filosofiche, che era necessario formulare come se

«non minus quam Euclidea methodo ad calculi instar quaestiones resolvantur,

servata nihilominus claritate, quae nec popularibus sermonibus quicquam con-

cedat». Come prova di ciò forniva l’esempio della nozione di sostanza, «quae

tam foecunda est, ut inde veritates primariae consequantur»7; centro della

questione è il valore del concetto di forza nell’esplicare la vera nozione di

sostanza; la forza era infatti intrinsecamente connessa tanto alla sostanza cor-

porea come a quella spirituale, determinandone il continuo agire. Sturm espri-

meva tutto il proprio stupore per aver trovato che la nozione di sostanza era lì

spiegata attraverso l’approfondimento del concetto di forza, poiché una tale

definizione del concetto di sostanza sarebbe risultata distante dalla tradizionale

lezione scolastica, da lui ripresa proprio in quel periodo nell’Idolum naturae8:

«materia ut talem, – proseguiva Sturm nella lettera a Leibniz – in sua natura

et essentia, sine omni forma physica, aut alio quovis accessorio cuius recipien-

di capax esse possit, consideratam, substantiam esse, mobilem quidem et

patiendo aptissimam, activa vero virtute proprie sic dieta penitus destitutam,

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utpote in extensione mera quam divisibilitas, figurabilitas, mobilitas, formabili-

tas etc., mere-passiva omnia, ultro consequuntur, consistentem»9.

La risposta leibniziana alle questioni esposte da Sturm fu l’occasione per

puntualizzare ulteriormente quanto già espresso nel De primae philosophiae emen-

datione
e di anticipare gran parte delle argomentazioni comparse successiva-

mente nel De ipsa natura del 1698. Il tentativo iniziale fu infatti quello di defi-

nire un contatto fra le formulazioni date da Sturm e le proprie: «Materiam

accipere pro pure passivo cuius licet, nec ego ab hoc usu abhorreo, sed ita

incompletum quiddam est, nec substantiam absolvit. Fateor omnia in corpore

si vim motricem adimas esse pure passiva et Deum vim motumque ei largiri,

adeoque quod agunt res corporeae divinae voluntatis efficacia fieri»10. Dopo

aver ricordato quanto scritto nella sua opera giovanile, Leibniz sottolineava i

limiti impliciti in una identificazione fra sostanza ed estensione: «corpus vel si

mavis substantiam corpoream a materia distinguo. Et puto si aliter sentiamus

ac vim agendi rebus adimamus uti fecisse visi sunt qui systema causarum occa-

sionalium pro magna vere; nos in Spinosae sententiam, qui solum Deo pro

substantia habuit praecipites ituros»11.

Pur esprimendo le proprie argomentazioni con molte cautele, Leibniz

aveva inteso soprattutto sottolineare due aspetti:

a) la distinzione fra il concetto di sostanza e quello di materia;

b) l’impossibilità di trovare soluzioni diverse da quella occasionalista e

da quella spinoziana qualora si fosse identificata la sostanza con la res extensa

cartesiana.

Nella risposta Sturm cercava di ricondurre i motivi di contrasto a semplici

problemi di definizioni, spesso dando l’impressione di non cogliere l’articola-

zione e la profondità delle riflessioni leibniziane: «in caeteris qualiscunque dis-

sensus noster in vocibus magis, quam circa rem, opinor, haerebit quando Vir

Nobilissimus substantiae nomen et appellationem denegat materiae in statu

mere passivo consideratae, utpote quae sit incompletum quiddam, solamque

ad eo materiam jam formatam seu divinitus ab ipsa mundi creatione incessan-

ter actam, et sic in quiddam completum coalitam, substantiae nomine digna-

tur»12. Non affrontando i nodi cui la concezione virtuale leibniziana cercava

di dare una risposta, Sturm ribadiva sostanzialmente le proprie convinzioni

riformulando genericamente il concetto di sostanza: «omnes substantiae corpo-

reae et materiales, prout in rerum natura jam extant et actu ipso reperiuntur,

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activa virtute divinitus in ipsis et per ipsas incessanter operante praeditae

sint»13. Solo concependo in tal modo la materia, pur rimanendo tale definizio-

ne incompleta, sarebbe stato possibile, secondo Sturm, stabilire un rapporto

corretto fra Dio e sostanza senza il rischio di incorrere in possibili influenze

spinoziane.

Consapevole delle ambiguità presenti nelle argomentazioni del professore

di Altdorf, l’ultima lettera di Leibniz14 puntualizzava i diversi aspetti della

questione, negando contemporaneamente che tutto potesse essere ridotto ad

un puro disputare sui termini: massa, estensione e sostanza non sono sinonimi

e non potevano essere usati indifferentemente.

Qui più che altrove, forse proprio perché la definizione non nasce stretta-

mente dalla riflessione sulla meccanica dove spesso i ragionamenti leibniziani

scontano i limiti di una frequente incertezza terminologica, il concetto di

sostanza tendeva ad essere identificato con la «quantità di materia» del corpo

privata della forza e, come tale, presupposto all’estensione: «cum ergo leges

motuum, praeter extensionem et molem a potentiae consideratione pendeant,

indicium est, hanc quoque ad substantiae corporeae naturam pertinere»15. Il

moto e il suo studio diventa progressivamente uno strumento euristico per la

definizione ulteriore della sostanza «si in corpore nihil aliud esset quam quod

Democritici vel Cartesiani in eo concipiunt corpus fore indifferens ad motum

et quietem, adeoque moventi non debere resistere ac proinde si quiesceret,

quantumcumque esset, debere abripi posse ab alio quantulocumque, sine abri-

pientis retardatione»16.

Prima di pervenire alla conclusione del suo ragionamento, Leibniz sottoli-

neava la necessità che i fenomeni naturali fossero omogenei alle leggi della

natura; lo stesso Dio prescrive le leggi alle cose secondo le disposizioni della

fisica e nel programma razionalista leibniziano non trova posto il contrasto fra

legge divina e ordine della natura: «erit fortasse qui dicet, hoc oriri non ex

natura substantiae corporeae, sed ex legibus arbitrio divino constitutis. Vero

enim vero sciendum est, Deum leges rebus praescribere, non promulgatione

quadam morali, sed physica dispositione, dando illis et conservando naturam,

vi cujus illae leges observantur…»17

Stabilite tali distinzioni, Leibniz perveniva alla conclusione che «corpo-

ream essentiam non in extensione aut massa sed in quadam vi ut ita dicam

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δυναμιcἇ consistere ex communi natura omnium substantiarum»18. La forza

(potentia) diventa pertanto ancora una volta l’elemento fondante la sostanza e

definibile secondo due differenti punti di vista: «unam in qua conveniunt cor-

pora, quae toti et partibus communis est, potentiam scilicet passivam seu vim

resistendi» che per alcuni versi semb;ra coincidere con il concetto di massa, e

per altri sembra esserne l’espressione della sua grandezza; «alteram esse acti-

vam, Aristotelis ejntelevceia thvn prwvthn vulgo formam, qua corpora invicem

distinguuntur et sine qua non motu tantum sed actuali figura carerent, quam

in pieno non nisi motus facit, vel vis potius»19, e coincide essenzialmente con

le consuete spiegazioni di forza fornite da Leibniz in quegli anni.

La definizione del concetto di sostanza a partire da quello di forza non è

stata mai rappresentata da Leibniz come una identificazione totale, quanto

invece la utilizzazione di un modello euristico volto a scoprire il senso stesso

della sostanza e più in generale della natura; «dicam interim, notionem virium

[...] plurium lucis afferre ad veram notionem substantiae intelligendam» scri-

veva Leibniz nel 1694 nel De primae philosophiae emendazione, e qualche anno

dopo, nel De ipsa natura chiariva che «jam concedendum est, quandam inditam

esse rebus efficaciam, formam vel vim, qualis naturae nomine a nobis accipi

solet»20.

Recentemente è stato sottolineato l’intento antioccasionalistico degli scrit-

ti leibniziani di questo periodo, fino a sancire un vero e proprio distacco dalla

filosofia della natura formulata nel periodo giovanile21; ma la tesi storiografi-

ca di una concezione della natura che procede da un iniziale occasionalismo

verso quella monadologica della maturità resta per molti versi da verificare. La

discussione di questi anni è segno piuttosto di un importante momento

nell’evoluzione dei concetti di sostanza e di natura nel pensiero di Leibniz;

l’introduzione avvenuta in questo periodo del concetto di monade, propone in

termini nuovi la relazione fra mondo delle sostanze e realtà naturale. La

preoccupazione, espressa per la prima volta nella lettera a Sturm e poi ripetuta

negli scritti di questi anni, di incorrere inevitabilmente in concezioni della

natura o di tipo occasionalista o verso la «pessimae notae doctrinam nuper

scriptor quidem subtilis, at profanus, orbi invexit vel renovavit»22, dimostra la

consapevolezza, propria del filosofo di Lipsia, della necessità di utilizzare un

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nuovo modello nell’analisi della realtà naturale. Il rifiuto tanto della Natura-

Dio di provenienza spinoziana, che della realtà cartesiana che suddivide la

natura in res extensa e res cogitans, introducono una duplicità che sembra riman-

dare a quella che determinerà, superati tutti i residui realisti impliciti nella

filosofia giovanile, i concetti di substantia e di phaenomena bene fundata.

Nel carteggio con Sturm, Leibniz individua esattamente i limiti della tra-

dizionale concezione della substantia «aliud in substantia corpora esse quam

molem […] credo materiam sive potentia activa sumtam, ne eo quidem sensu

substantiam esse, quo substantia accipitur pro re quae sine subjecto inhaesionis

existere potest»23, e introduce i concetti di vis resistendi e vis activa come suoi

elementi caratteristici. Ancor più chiaramente nella prima lettera a Sturm,

Leibniz afferma: «corpus vel si mavis substantiam corpoream a materia distin-

guo»24; ma la sostanza non è ancora diventata monade e la natura non è soltan-

to un insieme di phaenomena bene fundata: l’ispirazione realista della concezione

della natura è ancora molto evidente. Restano ancora così insoluti molti dei

problemi della concezione della fisica leibniziana. E per quanto nell’ultima let-

tera a Sturm egli affermi l’insoddisfazione per le soluzioni presentate da More

e dai cartesiani del problema della relazione fra sostanze spirituali e sostanze

materiali, sarà soltanto il concetto di armonia, sotteso a molti scritti di fisica, il

principio capace di risolvere le tensioni interne al progetto razionalistico di

Leibniz.

0.
Il testo riprende, pur con cambiamenti, la relazione Anmerkungen zu Naturbegriff und

Kraftbegriff im Briefwechsel zwischen Leibniz und Sturm
presentata al V Leibniz-Kongreß, tenutosi ad

Hannover nel novembre 1988.
1.
Johann Christoph Sturm fu tra i più noti matematici tedeschi della fine del secolo; la

sua riflessione sul concetto di natura fu illustrata nei volumi Idolum naturae (1692), De natura sibi

incassum vindicata
(1698) e nella raccolta di scritti Philosophia eclectica (1686-1698).
2.
Sulla ricostruzione del dibattito sul concetto di natura il testo che offre un’esposizione

più completa delle posizioni è ancora G. Baku, Der Streit über den Naturbegriff am Ende des 17.

Jahrhunderts
, in «Zeitschrift für Philosophie und philosophische Kritik», 1891, pp. 162-190.
3.
Le lettere sono contenute nel fascicolo 909 dell’epistolario leibniziano, secondo la clas-

sificazione canonica di E. Bodemann, Der Briefwechsel des G. W. Leibniz, Hannover 1895, ristampa

anastatica, Hildesheim, Olms 1966 (d’ora in poi citato LBr.).
4.
1a lettera di Sturm, in LBr. cit., 909.
5.
Nel 1690 era apparsa a Francoforte la ristampa non autorizzata del testo giovanile De

arte combinatoria
; a proposito di questa edizione lo stesso Leibniz scrisse una nota che fece pubbli-

care, anonima, sugli «Acta Eruditorum», 1691, p. 63; la recensione poi è stata riprodotta in Die

philosophische Schriften von G. W. Leibniz
, hrsg. von C. I. Gerhardt (d’ora in poi citato GP), vol. IV,

pp. 103-104.
6.
1a lettera di Sturm, in LBr. cit.
7.
G. W. Leibniz, De primae philosophiae emendatione, in GP, vol. IV, p. 469.
8.
Sturm, nelle definizioni di natura presentate nel suo testo, presuppone le nozioni aristo-

teliche di sostanza, accidente ecc.: «Denique quinta haec significatio vocis Naturae, qua cujus-

que corporis naturalis formam et essentiam designat, per translationem quandam ad quaevis alia

entia, peperit Philosopho sextam, multo laxiorem, qua universaliter cuiusque rei essentia dicitur

eius natura, sive sit accidens, sive substantia
; prout Sonerus iterum notanter expressit haec

Aristotelis», J. C. Sturm, Idolum Naturae, 1692, p. 5.
9.
1a lettera di Sturm, LBr. cit.
10.
1a lettera di Leibniz, LBr. cit.
11.
Ibid.
12.
2a lettera di Sturm a Leibniz, LBr. cit.
13.
Ibid.
14.
2a lettera di Leibniz a Sturm, LBr. cit.
15.
Ibid.
16.
Ibid.
17.
Ibid.
18.
Ibid.
19.
19 Ibid.
20.
G. W. Leibniz, De primae philosophiae emendatione, cit., p. 469; Id., De ipsa natura, in GP, vol. IV, p. 507.
21.
Si veda, fra gli altri, il recente articolo di C. Wilson, De Ipsa Natura. Sources of Leibniz’s

Doctrines of Force, Activity and natural Law
, «Studia Leibnitiana», vol. XIX/2, 1987, pp. 148-172.
22.
G. W. Leibniz, De ipsa natura, cit., p. 509.
23.
2a lettera di Leibniz, cit.
24.
1a lettera di Leibniz, cit.


Roberto Palaia . :

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