L’AESTHETICA DI BAUMGARTEN. GNOSEOLOGIA LEIBNIZIANA E RETORICA ANTICA
Pietro Pimpinella
L’AESTHETICA DI BAUMGARTEN

GNOSEOLOGIA LEIBNIZIANA E RETORICA ANTICA*
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L’Aesthetica di A. G. Baumgarten non ha solo il merito di aver dato il

nome alla moderna teoria dell’arte1. Il suo merito precipuo consiste certa-

mente nell’aver stabilito precisi fondamenti, funzioni e confini della nuova

disciplina, nell’averne cioè tracciato un disegno sistematico, dal quale i mag-

giori cultori dell’estetica, da Kant a Croce, hanno tratto stimoli potenti, diret-

tamente o per via mediata. Quest’opera complessa, tuttora ricca di fermenti,

reca anche nel suo linguaggio denso e arduo, che a ragione è stato detto «spi-

nis horridus», le tracce dei molteplici aspetti della poetica antica, rinascimen-

tale e coeva, che Baumgarten, talvolta non esplicitamente, critica o rielabora.

Nella complessità della sua genesi e costruzione si coglie tuttavia agevolmente

la presenza di due elementi fondamentali, che ne costituiscono, per così dire,

l’ossatura, cioè la logica e la retorica antica. La struttura dell’Aesthetica è

mutuata infatti per un verso dalla logica, con riferimento al modello wolffia-

no, e per altro verso dalla retorica classica.

In stretta analogia con la logica Baumgarten distingue l’estetica in naturalis

e artificialis e ripartisce l’estetica naturalis in connata e acquisita2. Suddivide quin-

di quest’ultima in due parti, docens e utens, riprendendo esattamente la suddivi-

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sione wolffiana della logica sia naturalis sia artificialis: «Aesthetica nostra sicuti

logica, soror eius natu maior est I) Theoretica, docens, generalis [...]; II)

Practica, utens, specialis»3.

Alla retorica si richiama invece Baumgarten per articolare l’estetica theore-

tica
o docens. La tripartizione di quest’ultima in «1) de rebus et cogitandis heuris-

tice, 2) de lucido ordine, methodologia, 3) de signis pulchre cogitatorum,

semiotica» è modellata infatti sulle prime tre parti della retorica: inventio, dispo-

sitio
, elocutio, giacché il termine heuristice, derivato da εὕρησις, equivale a inventio,

ordo
traduce τάξις ed è sinonimo di dispositio, mentre semiotica sta evidentemente

per elocutio ed è una derivazione dal greco per ars signorum, presente in varie

forme già nel Seicento («semaelogia» in Wilkins, «sematology» in Dalgarno,

«semeiologia» in Kircher»)4. Anche Orazio, che utilizza le partizioni della

retorica nella sua poetica, si serve del termine ordo così come adopera res, che

ricorre parimenti in Cicerone a indicare l’oggetto dell’inventio. Baumgarten può

pertanto avvalorare la sua ripartizione dell’aesthetica artificialis docens con l’auctori-

tas
di Orazio: «Cui lecta potenter erit res, nec facundia deseret hunc, nec luci-

dus ordo»5.

La struttura dell’Aesthetica pone quindi due problemi. Anzitutto: qual è il

senso della precisa corrispondenza tra logica e teoria dell’arte, ovvero in che

senso si deve considerare la logica come sorella maggiore dell’estetica. In

secondo luogo: perché la parte teorica dell’estetica, corrispondente alla logica

artificialis docens
, si articola secondo il canone della retorica, ovvero qual è il

senso dell’inclusione delle tre parti della retorica in una struttura modellata

sulla logica? La soluzione del primo problema contiene le premesse per una

risposta alla seconda questione. Si cercherà di mostrare che la congiunzione

del modello logico e di quello retorico è il fondamento su cui poggia l’estetica

di Baumgarten. L’utilizzazione di partizioni, dottrine, concetti della retorica

nella sua teoria dell’arte non dev’essere valutata semplicemente come il ricorso

a un familiare e sperimentato schema espositivo, un modo di usare recipienti

antichi per versarvi un contenuto nuovo. Baumgarten piuttosto costruisce la

sua estetica attraverso una reinterpretazione critica della retorica e della poeti-

ca alla luce di una nuova gnoseologia, che ha le sue ascendenze più dirette e

preponderanti nella metafisica di Leibniz e nella psicologia di Wolff6. L’in-

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nesto della retorica classica, come pure della poetica antica, sulla logica della

conoscenza sensitiva si dimostra molto fecondo per la teoria dell’arte7.

Per comprendere in che senso l’estetica è da considerarsi ‘sorella minore’

della logica, converrà confrontare le definizioni che Baumgarten dà dell’una e

dell’altra, rispettivamente al par. 1 dell’Aesthetica: «Aesthetica (theoria libera-

lium artium, gnoseologia inferior, ars pulchre cogitandi, ars analogi rationis)

est scientia cognitionis sensitivae» e al par. 9 dell’Acroasis logica: «Logica (dia-

lectica, ars rationis, analytica, sensus veri et falsi, medicina mentis, organon)

artificialis est philosophia cognitionis intellectualis perficiendae»8. Come si

vede le due definizioni manifestano una stretta simmetria: l’estetica sta alla

conoscenza sensibile, come la logica alla conoscenza razionale. Come la logica,

che comprende analitica e dialettica, è ars rationis, così l’estetica, che è teoria

delle arti liberali ovvero ars pulchre cogitandi, è ars analogi rationis. Entrambe sono

arti nel senso che riconducono a regole conoscenze presenti nella natura uma-

na, rispettivamente nella logica naturale e nell’estetica naturale, ed entrambe

sono discipline scientifiche ovvero filosofiche in quanto capaci di dimostrare a

priori
i loro principî. Questi principî sono derivati dalla psicologia, che nel

pensiero di Wolff ha la funzione di fondamento sia per la logica sia per la

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conoscenza di grado inferiore a quella intellettuale9. Wolff distingue infatti

una parte inferiore della facoltà conoscitiva, che ha per oggetto le idee oscure

e confuse, e una parte superiore, che ha per oggetto le idee e le nozioni distin-

te10. La teoria wolffìana delle facoltà e della loro classificazione è una tradu-

zione in termini psicologici della classificazione logica che Leibniz aveva dato

delle idee11.

Classificando le idee secondo le dicotomie: oscuro-chiaro, confuso-distin-

to, inadeguato-adeguato, Leibniz non poneva in via preliminare il problema

della loro origine. Diversamente, Baumgarten — sulle orme di Wolff — iden-

tifica il campo delle idee oscure e di quelle chiare ma confuse con l’insieme

delle rappresentazioni che hanno origine dalle facoltà inferiori della conoscen-

za e quindi individua precipuamente nelle idee chiare e confuse l’oggetto del

pulchre cogitare12. Nell’ambito della conoscenza umana Baumgarten distingue

pertanto due territori: quello della conoscenza intellettuale, «horizontem logi-

cum (territorium et sphaera rationis et intellectus)» e quello estetico, «horizon-

tem aestheticum (territorium et sphaera pulchri rationis analogi)»13.

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Analogon rationis denota la facultas cognoscitiva inferior ed evoca l’analogia che

sussiste tra conoscenza sensitiva e conoscenza razionale14. La conoscenza sensitiva

si configura come un sapere che possiede forma autonoma ma analoga a quella

della conoscenza razionale; questa analogia di forme rende ragione del fatto

che l’estetica possa essere considerata una logica facultatis cognoscitivae inferioris. Già

Wolff aveva inteso con analogum rationis quel ratiocinum confusum, che, grazie

all’attività congiunta di memoria e immaginazione, collega avvenimenti del

passato alla esperienza del presente, «expectatio casuum similium»15. Simil-

mente Leibniz aveva riconosciuto alla memoria la funzione di stabilire tra le

idee «una espèce de Consecution, qui imite la raison, mais qui en doit être

distinguée»16. Baumgarten elabora in modo originale il concetto delineato dai

suoi maestri e sotto di esso comprende l’intera facultas cognoscitiva inferior. Le

facoltà della sensibilità rispecchiano il nexus rerum in modo confuso, cioè non

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distinto, ma perciò determinato e concreto, a differenza dell’intelletto che si

rappresenta il mondo in maniera discorsiva e astratta17. La conoscenza sensitiva

possiede dunque una dignità sua propria; ciò che in essa si perde in rigore

formale, si guadagna in ricchezza di contenuti rappresentativi: «Hinc huma-

num veritatis studium nunc formalem [perfectionem] potissimum intendit,

quod fieri non potest sine dispendio materialis, nunc materialem [perfectio-

nem] potissimum amplectitur, neque potest idem, nisi cum detrimento forma-

lis»18. L’astrazione comporta infatti inevitabilmente una perdita di ciò che

rende la rappresentazione extensive clarior: «Equidem arbitrar philosophis aper-

tissimum esse iam posse, cum iactura multae magnaeque perfectionis in cogni-

tione et veritate logica materialis emendum fuisse, quicquid ipsi perfectionis

formalis inest praecipue. Quid enim est abstractio, si iactura non est?»19.

L’analogon rationis diviene fonte di bellezza, dunque pulchrum rationis analogon,

allorché la conoscenza, che da esso scaturisce, raggiunge la sua compiutezza.

Perfectio cognitionis sensitivae suona la definizione baumgartiana della bellezza20. Il

concetto di perfezione perviene a Baumgarten ancora una volta attraverso la

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mediazione di Wolff, che lo definisce come consensus in varietate21. La varietà

della conoscenza sensitiva deve dunque attingere, nel pulchre cogitare, la sua speci-

fica coerenza; i molteplici aspetti del suo oggetto debbono armonizzarsi

nell’unità della rappresentazione: «Pulcritudo cognitionis sensitivae erit uni-

versalis, 1) consensus cogitationum […] inter se ad unum, qui phaenomenon

sit»22. Unitas in varietate è la formula corrispettiva in Leibniz, che identifica

armonia e bellezza: «harmoniam sive pulchritudinem»23. Leibniz aveva inol-

tre posto bellezza e armonia in connessione con una più ampia costellazione di

concetti: «Daraus siehet man nun, wie Glückseligkeit, Lust, Liebe, Vollkom-

menheit, Wesen, Kraft, freiheit, übereinstimmung, ordnung und schöhnheit an

einander verbunden, welches von wenigen recht angesehen wird»24. La con-

nessione di forza (Kraft) e di essenza (Wesen) si chiarisce alla luce della conce-

zione leibniziana della sostanza come attività, dunque come forza in atto, spe-

cificamente come forza rappresentativa25. Quindi, giacché l’essenza consiste in

una certa forza, la perfezione è intesa anche come «grösse des wesens» o anco-

ra come «erhöhung des wesens»26. Baumgarten è debitore di questo specifico

aspetto del pensiero leibniziano allorché fonde felicemente il momento cono-

scitivo e quello della tensione espressiva nella figura dell’artista.

Le facoltà della parte inferiore della conoscenza, in cui Baumgarten risol-

ve l’analogon rationis, concorrono alla formazione dell’ingegno artistico, «inge-

nium venustum et elegans connatum» e di quel complesso di doti e abilità

artistiche, che Baumgarten chiama «character felicis aesthetici»27. Ma, accanto

allo sviluppo delle facoltà conoscitive preposte alla cognitio sensitiva, quali ad

esempio senso interno ed esterno, memoria, phantasia e facultas fingendi, Baum-

garten considera requisito essenziale dell’artista un’indole sensibile ai contenu-

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ti emotivi e una temperie delle facoltà appetitive che predispone più facilmen-

te alla conoscenza del bello, in breve il «temperamentum aestheticum conna-

tum»28. Parimenti tra le doti che un artista deve coltivare, egli assegna, accan-

to alla disciplina, alla correctio ed alla exercitatio aesthetica, un posto importante

all’entusiasmo (impetus aestheticus, pulchra mentis incitatio, ἐνθουσιασμός)29. Di que-

sta disposizione del temperamento artistico Baumgarten dà una giustifica-

zione di evidente derivazione leibniziana: «Psychologis patet in tali impe-

tu totam quidem animam vires suas intendere, maxime tamen facultates

inferiores, ita, ut omnis quasi fundus animae surgat nonnihil altius»30. Il

concetto di fundus animae, costituito dal complesso di rappresentazioni

oscure, è da ricondurre alla dottrina leibniziana, che afferma essere pre-

senti nell’anima, accanto alle percezioni di cui si ha consapevolezza, infi-

nite rappresentazioni sprovviste di coscienza o appercezione31. Queste

percezioni, le cosiddette petites perceptions, che premono verso la chiarezza

della coscienza, sono connesse in Leibniz al giudizio di gusto32. Baumgar-

ten interpreta dunque felicemente il pensiero leibniziano quando afferma:

«Durante ἐνθουσιασμῷ […] intenditur omnis anima»33. L’entusiasmo produ-

ce infatti una tensione della vis repraesentativa, che costituisce l’essenza dell’ani-

ma.

La trama concettuale fondata sulle nozioni di perfectio e analogon rationis

costituisce lo strumento che permette a Baumgarten di integrare la retorica e

la poetica classiche nell’estetica, rifondandole nel quadro della gnoseologia inferior.

La dimostrazione di questa tesi richiederebbe un commento analitico all’Aes-

thetica
, tutta intessuta, per limitarsi ai casi più frequenti, di citazioni da Cicero-

ne, Quintiliano e Orazio, e, in misura minore, ma non meno significativa, di

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riferimenti ad Aristotele. Ci si limiterà ad alcuni esempi e considerazioni di

carattere generale.

Baumgarten struttura l’euristica, cioè l’inventio, l’unico aspetto che egli

tratta espressamente nell’Aesthetica, in cinque parti, a ciascuna delle quali fa

corrispondere un compito, una cura del felix aestheticus e a ogni cura associa una

classe di argumenta: alla ubertas gli argumenta locupletantia, alla magnitudo gli argumen-

ta augentia
, alla veritas gli argumenta probantia, alla lux gli argumenta illustrantia, alla

persuasio gli argumenta persuasoria. La prima cura deve mirare all’abbondanza e ric-

chezza della materia poetica, com’è richiesto da uno degli aspetti essenziali del-

la perfezione, cioè dalla varietas. Nell’ambito di questa prima cura Baumgarten

riprende la dottrina retorica dei loci o τόποι, dunque la «topica sive topologia,

ars inveniendorum argumentorum», consacrata, com’egli sottolinea, dall’auto-

rità di Cicerone e di Aristotele34. La riappropriazione della topica si accompa-

gna a una sua reinterpretazione secondo i principî gnoseologici dell’analogon

rationis
e a una sua traduzione in termini psicologici. Baumgarten infatti giudi-

ca i loci universales di scarsa utilità in estetica, giovevoli tutt’al più agli esercizi

preliminari (palaria), perché la materia poetica deve possedere la qualità speci-

fica della conoscenza sensitiva, cioè concretezza e individualità: «[…] ex catho-

licis locis, quae quadrent rebus omnibus, vix ac ne vix quidem sperari posse

[…] minus curabit horum topicorum subsidio hylen corradere, parum aut

nihil ad venuste cogitandum profuturam»35. Maggiore considerazione è perciò

accordata ai loci particulares, che vertono su themata singularia36. L’interpretazione

della topica della tradizione retorica non si limita però a sottolinearne gli

aspetti che si accordano con la natura specifica del pulchre cogitare, bensì trasva-

luta le sue categorie in quelle psicologiche delle facoltà inferiori dell’anima.

Alla rassegna dei loci si sostituisce il facultatum animae sensitivarum catalogon:

«Aliam addamus formulam topicorum aestheticorum. Quo plures, quo perfec-

tiores facultates animae inferiores, quo plura, quo maiora, quo magis cohae-

rentia, sub intellectus et rationis imperio, poterunt conferre ad pulchre cogi-

tandum thema datum, hoc erit illud pulchrae meditationi aptius»37. Nel qua-

dro di questa nuova topica Baumgarten riformula le classiche dottrine retori-

che dell’argumentum e delle figurae. Quintiliano, che concepiva i loci come sedes

argumentorum
, aveva definito l’argumentum come «ratio probationem praestans,

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quo colligitur aliud per aliud»38. Baumgarten traduce questa definizione nei

termini della gnoseologia inferior, trasvalutando il termine ratio da nesso argomen-

tativo in connessione tra percezioni: «Perceptio, quatenus est ratio, est argu-

mentum»39. La materia del pulchre cogitare è, in obbedienza alla natura dell’atti-

vità rappresentativa, nesso di percezioni: «Ergo et omnis ad cogitandum mate-

ries, ratio alterius perceptionis, perceptio»40. Alle classi degli argomenti

Baumgarten riconduce poi le figure: «Figurarum sententiae tot, quot argumen-

torum, sunt genera»41. Egli può così disporre argomenti e figure secondo una

scala che corrisponde alla nuova topica: «Erit itaque secundum hanc intensio-

nis scalam argumentum et figura pulcherrima, quae cognitionem et locupletio-

rem et graviorem et veriorem et clariorem et ardentiorem […] simul effi-

ciant»42. Si noterà come l’arido catalogo di luoghi comuni e di figure o forme

espressive, in cui si era andata esaurendo la topica tradizionale, sia ricondotto,

grazie a una nuova fondazione teorica, ai valori originari di una conoscenza

attenta alla ricchezza e importanza della materia da esplorare e ordinare, alla

chiarezza e concretezza dell’esposizione e alla tensione emotiva che ne favori-

sce l’espressione43.

La struttura concettuale della gnoseologia inferior, scandita secondo le perspi-

cue categorie della psicologia wolffiana, nelle quali però Baumgarten reintegra

o accentua elementi specificamente leibniziani, si dimostra dunque strumento

abbastanza potente per reinterpretare il patrimonio dottrinale della retorica

classica e per utilizzarlo come un codice in cui articolare e tradurre la poetica

nella nuova teoria dell’arte. La gnoseologia inferior può assolvere questa funzione

in quanto la sua portata teorica permette di definire con precisione un ambito

ampio e organico di conoscenze ed esperienze prelogiche, in cui le categorie

della poetica e della retorica palesano un’omogeneità che le sottrae alla separa-

zione teorizzata da Aristotele. D’altra parte questo ambito risulta anche chiara-

mente caratterizzato e distinto rispetto al territorium logicum, sicché è abbastanza

agevole per Baumgarten di rivendicare, contro le concezioni retoriche sia di

Cicerone sia di Platone, una distinzione tra retorica e logica in cui la prima

s’identifica con l’estetica e la seconda va intesa come logica in senso stretto.

Per cercare di chiarire queste due tesi, si consideri in tutta brevità che i

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due concetti fondamentali della poetica aristotelica sono, accanto alla catarsi,

l’imitazione e l’unità di azione, mentre i due concetti che caratterizzano l’am-

bito della retorica sono la verosimiglianza e la persuasione44. La persuasio,

come si è accennato, è la quinta cura del felix aestheticus: «Poetarum non minus

est, ac oratorum persuadere»45. La persuasione è momento essenziale della

poesia perché procura la certitudo sensitiva ed è «veritatis et similitudinis con-

scientia et lux»46. Il poeta dunque persuade quando evoca alla coscienza mon-

di di tangibile, luminosa evidenza e porta a consapevolezza esperienze che pos-

seggono la verità della concretezza sensibile. La verità infatti è estetica «quate-

nus sensitive cognoscenda est»47. La verità estetica, in quanto sensibile,

richiede l’unità di azione, di tempo e di luogo: «Hinc et veritas aesthetica

utramque poscit unitatem in cogitandis suis, quatenus sensitive deprehendi

potest, inseparabilitatem determinationum in cogitandis, salva perceptionis

totalis pulchritudine»48. L’unità sarà dunque o delle determinazioni interne,

cioè unitas actionis o delle determinazioni esterne, cioè unitas loci et temporis49.

Imitare vuol dire creare un mondo che possiede concretezza analoga a quello

reale, dunque anzitutto una coerenza analoga. Se l’analogia con la concretezza

del reale guida la verità dell’esperienza estetica, questa non si limita però al

suo mero rispecchiamento e dunque si deve parlare piuttosto e a maggior

ragione di verosimiglianza: «Est ergo veritas aesthetica a potiori dicta verisi-

militudo»50. Nel concetto di verosimiglianza trova la sua collocazione teorica

la fictio poetica; oggetto della verosimiglianza è infatti non solo ciò che accade

per lo più o suole accadere, ma anche ciò che si pensa possa accadere: «hoc

illud eijkov~ et verisimile, quod Aristotele et Cicerone assentente sectetur

aestheticus»51. Si comprende dunque come, sul fondamento della gnoseologia

inferior
, le due categorie fondamentali della retorica si saldino tra loro e con le

categorie della poetica.

L’assimilazione nell’estetica dei concetti essenziali della retorica aristoteli-

ca si accompagna in Baumgarten all’acuta consapevolezza critica nei confronti

delle antitetiche concezioni della retorica rappresentate da Cicerone e da Pla-

tone. Pur utilizzando ampiamente le analisi ciceroniane, attinte ai trattati reto-

rici, e pur servendosi di esempi tratti dalle orazioni, Baumgarten critica il pri-

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mato che Cicerone assegna alla retorica. Contro Cicerone, scettici, accademici

vecchi e nuovi, egli rivendica il primato della conoscenza alla logica propria-

mente detta, pur sottolineando, contro i moderni dogmatici, che non solo il

probabile e il verosimile, ma anche il sensibile e il confuso posseggono valore

autonomo di conoscenza52. Con maggior vigore Baumgarten respinge la carat-

terizzazione della retorica come ars fallendi, che risale a Platone: «Aesthetica,

quam minus inadaequate, ac Plato rhetoricen, describas, nec, ut Plato, non artem,

sed peritiam
, verum et peritiam, et artem quandam gratiae ac voluptatis, non qualem-

cunque persuasionem fabricatur, sed, quae se deceat, bonam, et vere elegan-

tem, nec est, quamAthenaeus rhetoricen dicit, ars fallendi»53. Baumgarten utilizza

dunque la polemica contro le concezioni ciceroniana e platonica della retorica

per riaffermare la validità della distinzione tra gnoseologia inferior e logica strictius

dicta
, tra orizzonte estetico e orizzonte logico. Valutata alla luce di questa

distinzione, la retorica trova la sua collocazione nell’orizzonte estetico. Ma è

pur vero che, reinterpretata nel contesto della gnoseologia inferior, essa è sottopo-

sta a una trasvalutazione, sicché Baumgarten può sostenere che l’estetica vola

più in alto della retorica, «surgit altius, suamque post se trahit rhetoricen, ultra

quaestiones civiles in magis sublimia»54.

*.
Questo testo riproduce la versione italiana della relazione, tenuta in francese, al Sep-

tième congrès international des lumières, Société Internationale du Dix-Huitième Siècle

(SIEDS), Budapest 26 juillet-2 août 1987.
1.
A. G. Baumgarten, Aesthetica, 2 voll., Frankfurt a.d. Oder 1750-1758 [ripr. anast. Hil-

desheim-Zürich-New York, Georg Olms 1986], D’ora in poi si userà l’abbreviazione Aesth.
2.
Chr. Wolff, Philosophia rationalis sive Logica, Pars II, in Gesammelte Werke, II, Abt.-Lateini-

sche Schriften, Bd. I. 2, Hildesheim-Zürich-New York, Georg Olms 1983, par. 6 sgg.;

A. G. Baumgarten, Acroasis logica in Christianum L. D. De Wolff, in Chr. Wolff, Gesammelte Werke,

III. Abt.-Materialien und Dokumente, Bd. 5, Hildesheim/Zürich-New York, Georg Olms 1983,

par. 12: «Quicquid ad logicam connatam, Naturalis accedit Logices, est Acquisita; eaque Theo-

retica, (docens,) solo usu acquisita logicorum cognitio, et habitus secundum huius regulam

cognoscendi (utens seu) Practica». Cfr. Aesth., par. 2: «Naturalis facultatum cognoscitivarum

inferiorum gradus solo usu citra disciplinalem culturam auctus Aesthetica Naturalis dici potest,

et distingui, sicuti logica naturalis solet, in connatam, ingenium pulchrum connatum, et acquisi-

tam, et haec denuo in docentem et utentem».
3.

Aesth., par. 13.

4.
Ibid. Cfr. R. Jacobson, Lo sviluppo della semiotica, Bompiani, Milano 1978, pp. 30 sgg.
5.
Ars Poetica, vv. 40-41, cit. in Aesth., par. 13.
6.
A. G. Baumgarten, Sciagraphia encyclopaediae philosophicae, hrsg. von J. Förster, Halle 1769,

par. 25: «GNOSEOLOGIA (die Wissenschaft zu denken, die Logik in weiterer Bedeutung),

(Logica significatu latiori) est scientia cognitionis tam cogitandae quam proponendae, philoso-

phiae organicae pars potior [...] Quia omnis cognitio vel sensitiva est vel intellectualis, erit

scientia cognitionis I) sensitivae, II) intellectualis. Prior est Aesthetica (die Aesthetik, die philo-

sophische Theorie der schönen Wissenschaften)».
7.
A. G. Baumgarten, Metaphysica, Halle 17797 [ripr. anast. Hildesheim-New York, Georg

Olms 1982] par. 533: «Scientia sensitive cognoscendi et proponendi est AESTHETICA (Logica

facultatis cognoscitivae inferioris […]»; cfr. Id., Meditationes philosophicae de nonnullis ad poema perti-

nentibus
, in A. G. Baumgarten, Aesthetica, Bari, Laterza 1936, par. 115: «Quum vero in loquendo

repraesentationes eas habeamus, quas comunicamus, supponit philosophia poetica facultatem in

poeta cognoscitivam inferiorem. Haec in sensitive cognoscendis rebus dirigenda quidem esset

per Logicam sensu generaliore, sed qui nostram scit logicam, quam incultus hic ager sit, non

nesciet». Cfr. Aesth., par. 17.
8.
Vedi A. G. Baumgarten, Kollegium über die Ästhetik, in Id., Texte zur Grundlegung der

Ästhetik
, übers, u. hrsg. von H. R. Schweizer, Felix Meiner, Hamburg 1983, p. 80: «So wie man

nun von λογικός, von dem, was deutlich ist, λογική gemacht, das die Wissenschaft des Deutli-

chen anzeigt, so machen wir nun von αἰσθητὸς αἰσθητική die Wissenschaft von allem, was sinn-

lich ist». Cfr. Id., Philosophische Briefe an Aletheophilus, ivi, p. 69: «Eigentlich sagt er [der Verfasser]

seie die erste die Wissenschaft der Verbesserung des Erkenntnisses, die Logik aber, ihr

vornehmster Teil, zeige, wie es ihre Benennung und die Gewohnheit der meisten Vernunft-

Lehrer bestätige, mur den Weg zur deutlichen Einsicht in die Wahrheiten, sie habe zu ihrem

Vorwurf nur den Verstand in seiner engern Bedeutung und die Vernunft… Er stellt sie sich

also, als eine Wissenschaft der Erkenntnis des Verstandes oder der deutlichen Einsicht vor, und

behält die Gesetze der sinnlichen und lebhaften Erkenntnis, wenn sie auch nicht bis zur Deutlich-

keit, in genauester Bedeutung, aufsteigen sollte, zu einer besonderen-Wissenschaft zurück.

Diese letztere nennt er die Ästhetik [...]».
9.

Cfr. A. G. Baumgarten, Meditationes philosophicae, cit., par. 115: «Quum psychologia det

firma principia, nulli dubitamus scientiam dari posse facultatem cognoscitivam inferiorem quae dirigat, aut

scientiam sensitive quid cognoscendi».

10.
Chr. Wolff, Psychologia empirica, edidit et curavit Joannes École, Hildesheim, Georg

Olms, 1968, par. 54: «Facultatis cognoscendi pars inferior dicitur, qua ideas et notiones obscuras atque

confusas nobis comparamus», e par. 55: «Facultatis cognoscendi pars superior est, qua ideas et notio-

nes distinctas acquirimus». Baumgarten accentua la portata di questa distinzione riformulandola

in quella tra facultas cognoscitiva inferior e facultas cognoscitiva superior.
11.
Vedi G. W. Leibniz, Die philosophischen Schriften, hrsg. von C. I. Gerhardt, Hildesheim,

Georg Olms, 1965, Bd. 4, pp. 422 sgg.
12.
A. G. Baumgarten, Metaphysica, cit., par. 520: «Anima mea quaedam cognoscit obscure,

quaedam confuse cognoscit, iam, caeteris paribus, percipiens rem, eamque diversam ab aliis,

plus percipit, quam percipiens rem, sed non distinguens. Ergo, caeteris paribus, cognitio clara

maior est, quam obscura», e par. 521: «Repraesentatio non distincta sensitiva vocatur. Ergo vis

animae meae repraesentat per facultatem inferiorem perceptiones sensitivas». Cfr. Id., Meditatio-

nes philosophicae
, cit., par. 13: «Ergo poema, cuius repraesentationes clarae, perfectius quam cuius

obscurae et clarae repraesentationes magis poeticae, quam obscurae».
13.
Aesth., par. 119. Il riconoscimento di una modalità autonoma di conoscenza, attribuita,

come si vedrà, all’analogon rationis, implica una distinzione e non una separazione tra l’ambito

della logica e quello dell’estetica. I legami tra i due territori sussistono per vari ordini di ragioni.

Anzitutto il principio di continuità tra i gradi di chiarezza e distinzione, affermato da Leibniz,

vale anche per Baumgarten al di là della distinzione tra facultas cognoscitiva inferior e facultas cognosci-

tiva superior
. Vedi Aesth., par. 7: «Obi. 5) confusio mater erroris. Resp. a) sed conditio, sine qua

non, inveniendae veritatis, ubi natura non facit saltum ex obscuritate in distinctionem. Ex nocte

per auroram meridies». Inoltre l’intelletto svolge una funzione, seppure subordinata, rispetto

alla conoscenza sensitiva propria del pulchrum rationis analogon, Vedi ivi, par. 38: «Ad ingenium

venustum [...] B.) facultates cognoscitivae superiores, quatenus a) intellectus et ratio per impe-

rium animae in semet ipsam multum non raro conferunt, ad excitandas facultates inferiores, b)

consensus harum et apta pulcritudini proportio saepe non nisi per intellectus et rationis usum

obtinetur, c) magnae vividitatis in analogo rationis consectarium spiritui naturale est Pulcritudo

intellectus et Rationis, perspicientiae nexus extensive distinctae». Infine oggetto del pulchre cogita-

re
non è soltanto ciò che è chiaro e confuso, ma anche il distinto, sebbene quest’ultimo debba

essere «nascosto» o calato nella rappresentazione bella, che di per sé non è distinta. Vedi

A. G. Baumgarten, Kollegium über die Ästhetik, par. 17, in Bernhard Poppe, Alexander Gottlieb

Baumgarten, Seine Bedeutung und Stellung in der Leibniz-Wolffischen Philosophie und seine Beziehungen zu

Kant. Nebst Veröffentlichung einer bisher unbekannten Handschrift der Ästhetik Baumgartens
, Robert Noske,

Borna-Leipzig 1907, p. 81: «Wir nennen zwar die Ästhetik eine Wissenschaft von der sinnli-

chen Erkenntnis; allein nicht deshalb, als wann alles sinnlich und gar nichts deutlich darinnen

wäre, nein, sondern weil die Hauptbegriffe sinnlich bleiben, so wie man das einen deutlichen

und scientifischen Vortrag nennt, wo die Hauptbegriffe deutlich sind. In dem sinnlichen Vor-

trage sind die deutlichen Begriffe versteckt. Die Schönheit wird hier nicht in die Verwirrung

gesetzet, sondern es wird gezeigt, wie verworrene Vorstellungen schön werden sollen». Cfr.

Aesth., par. 443, citato infra, nota 17.
14.
A. G. Baumgarten, Metaphysica, cit., par. 640: «Nexum quorundam confuse, quorun-

dam distincte percipio. Ergo habeo intellectum nexum rerum perspicientem, i.e. Rationem, et

facultates nexus confusius cognoscentes, quales 1) inferior facultas identitates rerum cognoscen-

di, quo ingenium sensitivum, 2) inferior facultas diversitates rerum cognoscendi, quo acumen

sensitivum pertinet, 3) memoria sensitiva, 4) facultas fingendi, 5) facultas diiudicandi, quo iudi-

cium sensitivum, 6) exspectatio casuum similium, 7) facultas characteristica sensitiva. Hae

omnes, quatenus in repraesentando rerum nexu rationi similes sunt, constituunt Analogum

Rationis, complexum facultatum animae nexum confuse repraesentantium».
15.
Chr. Wolff, Psychologia empirica, cit., par. 506: «Quoniam igitur etiam in hoc expectatio

casuum similium rationi similis; expectatio casuum similium est id, quod analogum rationis dici solet». Cfr.

paragrafi 502, 503, 504 e soprattutto par. 505 e par. 507.
16.
G. W. Leibniz, Monadologie, par. 26. Cfr. Principes de la Nature et de la Grace, fondés en raison,

par. 5: «Il y a une liaison dans les perceptions des Animaux, qui a quelque ressemblance avec la

Raison: mais elle n’est fondée que dans la memoire des faits ou effects, et nullement dans la

connoissance des causes».
17.
A. G. Baumgarten, Meditationes philosophicae, cit., par. 18: «Quo magis res determinantur

hoc repraesentationes earum plura complectuntur; quo vero plura in repraesentatione confusa

cumulantur, hoc fit extensive clarior, magisque poetica. Ergo in poemate res repraesentandas quantum

pote determinari, poeticum
». Cfr. Aesth., par. 443: «Veritatum aestheticologicarum generalium eae

tantum aestheticae sunt, quae et quatenus analogo rationis, salva venustate, sensitive repraesen-

tari possunt, vel manifesto, et explicite, vel cryptice in omissis enthymematum enunciationibus,

vel in exemplis, in quibus, tanquam concretis, haec abstracta deprehendantur». Cfr. Metaphysica,

cit., par. 148-149. Oggetto delle rappresentazioni è in Wolff, indipendentemente dai gradi di

confusione e distinzione, il mondo. Come per Leibniz la monade è «un miroir vivant de l’uni-

vers», così per Baumgarten l’anima è «vis repraesentativa universi» (vedi Metaphysica, cit.,

par. 513; cfr., ivi, par. 401). Per il concetto di nexus rerum, cfr. Metaphysica, cit., par. 557: «In omni

mundo sunt partes actuales, hae singulae connectunctur cum toto, hinc singulae connectuntur

cum singulis. Ergo in omni mundo nexus est partium et harmonia universalis». Nexus e harmonia

non sono presenti dunque soltanto nel mondo reale, ma spettano a ogni mondo, dunque anche

ai mondi della fantasia creati dal poeta. Vedi Meditationes philosophicae, cit., par. 68: «Dudum

observatum, poetam factorem sive creatorem esse, hinc poema esse debet quasi mundus. Hinc

kat’ ajnalogivan de eodem tenenda, quae de mundo philosophis patent». Baumgarten è anche per

questo aspetto debitore di Leibniz, precisamente della sua dottrina dei mondi possibili. Vedi

Aesth., par. 444 e 530; cfr. Meditationes philosophicae, cit., par. 57.
18.
Aesth., par. 558.
19.
Ivi, par. 560. Vedi Meditationes philosophicae, cit., par. 16: «Si in repraesentatione A plura

repraesententur quam in B C D etc., sint tamen omnes confusae, A erit reliquis Extensive Cla-

rior
»; cfr. par. 18 (citato supra, nota 17).
20.
Aesth., par. 14: «Aesthetices finis est perfectio cognitionis sensitivae, qua talis. Haec

autem est pulchritudo». Cfr. Metaphysica, cit., par. 662.
21.
Chr. Wolff, Philosophia prima sive Ontologia, in Id., Gesammelte Werke, II. Abt. Lateinische

Schriften, Bd. 3, hrsg. von Jean École, Hildesheim, Georg Olms, 1962, par. 503: «Perfectio est

consensus in varietate, seu plurium a se invicem differentium in uno. Consensum vero appello

tendentiam ad idem aliquid obtinendum». Cfr. A. G. Baumgarten, Metaphysica, cit., par. 94: «Si

plura simul sumpta unius rationem sufficientem constituunt, consentiunt, consensus ipse est

Perfectio, et unum, in quod consentitur, ratio perfectionis determinans (focus perfectionis)».
22.
Aesth., par. 18. A. G. Baumgarten, Meditationes philosophicae, cit., par. 5: «Ex oratione

sensitiva repraesentationes sensitivae connexae cognoscendae sunt» e par. 6 sgg.
23.
G. W. Leibniz, Die philosophischen Schriften, cit., Bd. 7, p. 74: «Deus omnia creavit secun-

dum maximam harmoniam sive pulchritudinem possibilem».
24.
Ivi, p. 87.
25.
Ivi, p. 75: «Vollkommenheit ist ein hoher grad des wesens oder der kraft».
26.
Ivi, p. 87: «Vollkommenheit nenne ich alle erhöhung des wesens»; p. 112: «Die Lust

ist nichts anders als die empfindung einer Vollkommenheit. Und die Vollkommenheit ist eine

grösse des wesens».
27.
Vedi Aesth. par. 29, 27, 30 sgg.
28.
Ivi, par. 44. Cfr. Metaphysica, cit., paragrafi 535, 537, 579, 589.
29.
Aesth., par. 78.
30.
Ivi, par. 80. Cfr. Metaphysica, cit., par. 511: «Sunt in anima perceptiones obscurae.

Harum complexus Fundus Animae dicitur».
31.
G. W. Leibniz, Nouveaux Essais sur l’entendement humain, in Die philophischen Schriften, cit.,

Bd. 5, p. 46: «D’ailleurs il y a mille marques qui font juger qu’il y a à tout moment une infinité

de perceptions en nous, mais sans apperception et sans reflexion, c’est à dire des changements

dans l’ame même dont nous ne nous appercevons pas».
32.
Ivi, p. 48: «Ces petites perceptions sont donc le plus grande efficace par leur suites

qu’on ne pense. Ce sont elles qui forment ce je ne sçay quoy, ces gouts, ces images des qualités

des sens, claires dans l’assemblage, mais confuses dans les parties». Vedi ancheId., Meditationes,

cit., p. 423; «Similiter videmus pictores aliosque artifices probe cognoscere, quid recte, quid

vitiose factum sit, at judicii sui rationem reddere saepe non posse, et quaerenti dicere, se in re

quae displicet desiderare nescio quid».
33.
Aesth., par. 95.
34.
Ivi, par. 130.
35.
Ivi, par. 138. Cfr. ivi, par. 132.
36.
Ivi, par. 139. Vedi anche Meditationes philosophicae, cit., par. 19: «Individua sunt omnimo-

de terminata, ergo repraesentationes singulares sunt admodum poeticae».
37.
Aesth., par. 140.
38.
Quintiliano, Institutio oratoria, 5, 10, 11, cit. in H. Lausberg, Handbuch der literarischen Rhe-

torik
, Max Hubber, München 19732, p. 197. Cfr. Aesth., par. 132: «[…] locus […] sive sedes

argumenti […]».
39.
Aesth., par. 26.
40.
Ivi, par. 540.
41.
Ivi, par. 26.
42.
Ivi, par. 142.
43.
Vedi ivi, par. 18, 22, 25, 26.
44.
Vedi rispettivamente Poetica, 1447a-1448b e 1451a e Rhetorica, 1357a e 1355b
45.
Aesth., par. 856.
46.
Ivi, par. 829.
47.
Ivi, par. 423.
48.
Ivi, par. 439.
49.
Ibid. e Meditationes philosophicae, cit., par. 31, 32.
50.
Aesth., par. 483. Cfr. ivi, par. 441, 511.
51.
Ivi, par. 484.
52.
Ivi, par. 480: «Non solum adversus Ciceronem, et scepticos academicosque, vel veteres,

vel recentes, lubenter admitto dari rationi et intellectui puriori ac distintiori per scientias assur-

gere nonnunquam ultra verisimilitudinem, non ad plenam quidem et omnibus numeris absolu-

tissimam, completam tamen et eam, quae omnem oppositi formidinem excludat, veri notitiam

et perspicientiam: sed id etiam addo, quod pauci recentiorum dogmaticorum forte concedant,

inesse iam ipsis sensitivis et confusis animae perceptionibus nonnihil completae tamen certitudi-

nis, et conscientiae vera quaedam ab omnibus falsis distinguendi sufficientiam».
53.
Ivi, par. 835.
54.
Ivi, par. 836.


Pietro Pimpinella . :

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