CHRISTIAN WOLFF E GLI «ESSAIS DE THÉODICÉE» DI LEIBNIZ
Giuseppe Tognon
CHRISTIAN WOLFF E GLI «ESSAIS DE THÉODICÉE» DI LEIBNIZ
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Il nome di Christian Wolff è associato alla storia degli Essais de Théodicée di

G. W. Leibniz fin dalle origini dell’opera, quando, nell’estate del 1707, il filo-

sofo di Breslau fu il copista del manoscritto leibniziano1. Quattro anni più

tardi Wolff li recensirà anonimamente negli «Acta Eruditorum»2, ma sui

suoi rapporti con quel celebre testo manterrà per tutta la vita un discreto e

problematico silenzio.

Il fatto che Wolff fosse stato uno dei primi a leggere con grande anticipo

sulla pubblicazione il manoscritto della Teodicea è passato fino ad oggi inosser-

vato, ignorato dai biografi3 e non studiato dagli specialisti4, ma esso non

sarebbe degno di particolare attenzione se non gettasse ulteriore luce su di una

questione storiografica e critica di grande rilevanza e cioè quella della cura che

Wolff volle o fu costretto a dedicare alla definizione pubblica del suo debito

con il grande filosofo suo predecessore: «Ego magna Leibnitii in scientia meri-

ta veneror – scrive Wolff –, non tamen instar colo, cum nulla penes me fit

dicentis autoritas, qui nihil admitto, nisi quod notionibus meis conforme

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deprehendo, ita ut nec verbis Leibnitianis alium sensum tribuam, nisi quem

notionibus meis congruum observo, de mente eius genuina parum sollicitus,

modo sim certus de veritate»5. Coinvolto in decennali polemiche teologiche,

accademiche e politiche6, Wolff si trovò a sostenere, dietro alle accuse di

ateismo, di fatalismo e di razionalismo rivolte a Leibniz, anche il peso del rim-

provero di essere un semplice ripetitore, l’epigono di una scuola filosofico-

scientifica perniciosa ed eversiva, «spinoziana».

La questione del rapporto tra Wolff e più in generale di tutta la filosofia

accademica tedesca prekantiana con Leibniz è molto complessa e non può

essere univocamente risolta solo attraverso un esame estrinseco delle relazioni

personali tra i protagonisti né tantomeno solo attraverso un esame intrinseco

dei concetti e delle idee: Wolff ebbe più volte a rimproverare a Bilfinger e ad

altri «leibniziani» di aver coniato e utilizzato impropriamente nei suoi con-

fronti la formula della filosofia «leibniziano-wolffiana»7 anche quando, a suo

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dire, esaminate le date di pubblicazione e il contenuto dei suoi scritti e di

quelli del Leibniz, risultava evidente che il suo sistema era stato impostato in

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maniera autonoma sulla base di apporti molteplici8. Comunque sia, per Wolff

la figura di Leibniz divenne nel tempo doppiamente ingombrante ed egli, piut-

tosto che affrontarla, nella maggior parte dei casi preferì tentare di rimuoverla

e di occultarla, anche quando – con il passare dei decenni, l’evolvere dei pro-

blemi e il mutare complessivo del gusto – il suo debito divenne agli occhi dei

critici semp re più evidente9.

Confortati dal rinnovato interesse che si è manifestato per la figura e per

l’opera di Wolff con l’incremento repentino degli studi a lui dedicati10 e con

la costituzione di un mercato per la monumentale ristampa delle sue opere,

oggi sappiamo che la filosofia wolffiana è a tutti gli effetti uscita dalla condizio-

ne di minorità teorica in cui l’avevano collocata i riverenti, ma riduttivi, giudi-

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zi di Kant o di Hegel11; resta tuttavia ancora molto da indagare sul significato

storico che questa opera assunse nel quadro della cultura moderna preillumini-

sta e in quello della storia universitaria europea, tanto più che anche il capito-

lo sulla fortuna di Leibniz in Germania, in particolare della fortuna della sua

filosofia morale e della sua teologia razionale, dipende in larga misura dalla

mediazione intellettuale e dalla strategia pedagogica di Wolff.

In particolare, anche alla luce dei nuovi dati che qui presentiamo, agli

specialisti del pensiero wolffiano spetta il compito di spiegare il caso della

significativa «rimozione» operata da Wolff di un momento importante della

sua biografia, quello dell’incontro con la Teodicea leibniziana. Wolff non si è

mai soffermato a ricordare, a nostra conoscenza, di essere stato incaricato da

Leibniz di mettere in bella forma il manoscritto degli Essais: l’unica traccia che

abbiamo, fino ad oggi, resta quella indiretta riportata da Johann Friedrich

Hodann, uno degli amanuensi di Leibniz, che in una lettera del 1734 scrive:

«Von dem Herrn Wolff haben mir des Herrn Leibniz leute gesaget, dass er zu

Berlin ihm die Theodiceam ins reine gebracht, die er hernach zu Hanover

noch einmahl abschreiben liess»12. Di avere solo letto la Teodicea, e senza spe-

cificare di averne avuto tra le mani il manoscritto, scriverà trentacinque anni

più tardi al ministro Manteuffel nella lettera dove rivela di essere l’autore della

recensione del 1711: «Dass er (Prof. Bose) die belles lettres überall einmengen

will, hat mir nicht gefallen und ist heut zu Tage nirgends mehr der Ge-

schmack davon, als in Holland. Daher nehme mir nicht die Gedult, was dahin

gehöret zu lesen, sondern übergehe es: wie ich auch aus dieser Ursache des H.

von Leibnitz Théodicée nicht gantz durchlesen können, sondern vielmehr nur

oculo fugitivo durchblättert habe, ob ich gleich davon die recensionem in die

Acta gemacht, indem nur das herausgenommen, was zur Sache gehöret:

worinnen ich ihm auch selbst ein Genügen gethan»13.

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Ma l’espressione «oculo fugitivo», sotto la penna di Wolff e agli occhi di

tutta la filosofia tedesca a lui contemporanea, aveva un significato ben preciso,

più positivo che negativo, e soprattutto centrale nella discussione sul senso e le

potenzialità di una filosofia autenticamente «eclettica». Il raggiungimento e il

perfezionamento di una simile filosofia sarà, ad esempio, uno degli obiettivi di

Crusius, il più rigido nel teorizzare la distinzione tra un falso sincretismo e un

vero eclettismo14, riprendendo di fatto una tradizione critica inauguratasi con

Thomasius15 e fatta propria, in forme e modi diversi, da tutta la filosofia scola-

stica tedesca, da Wolff come dai suoi più acerrimi avversari16. Attraverso la

discussione sulla storia, il senso e il metodo della filosofia eclettica la cultura

filosofica e religiosa tedesca della prima metà del diciottesimo secolo andava

cercando di definirsi nei confronti delle altre culture continentali ma soprat-

tutto nei confronti dell’intero patrimonio teorico ed erudito trasmesso dalla

tradizione. Indagato e divulgato da più di un secolo con nuovo rigore filologi-

co ed editoriale, esso poneva nuovi ed affascinanti problemi metodologici e

metateorici ad uomini impegnati in una aspra ricerca dei fondamenti e della

difesa del proprio agire, predisposti dallo scetticismo erudito e dalla nuova ese-

gesi ad un più acuto sentimento della diacronia e delle relazioni storiche con-

crete. Quella dell’eclettismo, come tutte le formule, conteneva in sé istanze

divergenti, empiriste e insieme innatiste, pietiste e anche latitudinariste, ma

ciò non impedì che servisse a far maturare l’identità stilistica e contenutistica

della filosofia accademica tedesca al punto da permettere che di essa si potesse

un giorno parlare come di una nuova e particolare «scolastica».

L’emergere europeo di un nuovo genere letterario quale quello delle sto-

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rie della filosofìa – che conoscerà proprio nella prima metà del Settecento la

sua consacrazione in alcune capitali imprese storiografiche – va di pari passo

con l’affermarsi in tutte le aree culturali e politiche del continente di un rin-

novato bisogno di porre ordine alle proprie ragioni, di consolidarle con nuove

genealogie e soprattutto con nuove teorie. In terra germanica discutere di

eclettismo anziché di sincretismo significava rivendicare alla «ratio philosophi-

ca» il primato su quella ragione dogmatica che si manifestava nel dogmatismo

delle sette e degli epigoni, veri corruttori dello spirito dei maestri: significava

rivendicare il diritto, come nel caso di Thomasius, di preferire alla assolutistica

filosofia greca la filosofia romana, più duttile ed emendata dai «vanis litigiis,

quae faciebant sectas»; di preferire Cicerone a Platone o ad Aristotele17;

significava rivendicare il diritto di nuovi percorsi intellettuali oltre l’impatto

con il muro rappresentato dalla consacrazione, ma insieme corruzione e com-

mistione, che il Medio Evo scolastico aveva fatto di Aristotele e di Platone.

Anche le riforme rinascimentali non erano riuscite a superare il pregiudizio

delle Autorità e dei testi ed era giunto, per Thomasius e per la maggior parte

dei filosofi tedeschi che a lui si ispirarono, il momento di usare un nuovo

eclettismo per imporre una svolta nella ricerca e nei presupposti etici di libertà

che guidano il ricercatore18. Potamone, mitico capo della setta degli eclettici

sta quindi a rappresentare la risposta ai danni arrecati alla fede e alla ragione

sia dalla prospettiva scettica che da quella artatamente mediatrice e sincretista.

Non è un caso che Olearius, il traduttore latino, nonché revisore e continuato-

re ammirato della History of Philosophy di Stanley, inserisca proprio alla fine

dell’opera, contravvenendo al suo piano originario che si limitava allo studio

della filosofia antica prima di Cristo, una sua trattazione De philosophia eclectica

che rimase, benché sotto anonimato, in tutte le successive edizioni19.

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Proprio Wolff fu anzi il primo a dare all’opera dell’eclettico il significato

supplementare e più impegnativo di un ‘discernimento sistematico’, arrivando

a dire che solo chi filosofa da sistematico può a buon diritto vantarsi del titolo

di filosofo eclettico, perché solo chi segue la trama di una sua originale rifles-

sione può permettersi di scegliere ed integrare in essa ciò che vuole o, meglio,

solo quello che serve per progredire senza per ciò stesso preoccuparsi di demo-

lire inutilmente quanto resta. Lo scorrere «oculo fugitivo» i volumi degli altri

filosofi diventava così il modo particolare di rapportarsi alla scienza altrui di

chi ha già in sé costruito le basi della propria e può quindi meglio percepire il

valore di ciò che veramente è per lui inedito, non ancora pensato, e soprattut-

to funzionale all’economia del proprio sistema: «Qui intellectu systematico

praediti sunt – scrive Wolff –, ab autoritatis praejudicio immunes, et eclecti-

cos agere apti sunt… Eclecticum agere dicitur, qui ex Autoribus optima quae-

que seligit, verum a falso separans, certum ab incerto discernens. Qui intellec-

tu systematico gaudet, is Autorum volumina fugitivo oculo percurrens, praeter-

missis in systemate suo jam contentis attentionem in iis solum propositionibus

figit, quae sibi nondum perspectae sunt»20. L’eclettico non ha quindi il dovere

di tutto integrare, ma anzi fa uso della responsabilità della scelta e di una ine-

dita libertà di lettura.

Che il silenzio di Wolff sulla storia degli Essais de Théodicée abbia retto per

secoli e che nessuno sia stato attratto dalla circostanza a studiare più da vicino

la questione, è dipeso, come spesso accade, anche da alcuni dettagli materiali

ed editoriali. In buona sostanza è dipeso da due fatti concomitanti: il primo è

che nessuno – tranne Grua21 – si era mai curato di studiare con attenzione i

manoscritti della Teodicea, e questo sia per la poca simpatia che quell’argomen-

to di riflessione continuò a suscitare nella filosofia contemporanea, sia perché

dinnanzi alla ricchezza e vastità del Nachlass leibniziano inedito parve fuori

luogo concentrare energie filologiche sull’unica opera di una certa mole pub-

blicata direttamente dall’autore; il secondo fatto è che G. I. Gerhardt, l’editore

del Briefwechsel zwischen Leibniz und Wolff intervenne a tagliare le risposte di

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Wolff successive al 1707, dando di esse solo quei brani che a suo parere erano

indispensabili per la comprensione delle lettere di Leibniz22. E se già W. Ar-

nsperger nel 1897 aveva avvertito che l’epistolario edito non conteneva tutte

le lettere conosciute e catalogate negli archivi di Hannover e di Göttingen23,

pochi studiosi fecero caso alle lacune presenti nel materiale già pubblicato24.

Wolff copista

Il manoscritto degli Essais de Théodicée era pronto alla fine della primavera

del 1707 ed era già stato stilisticamente corretto a Berlino da Ancillon, l’unico,

a parte i copisti, che lo vide prima della pubblicazione: le sue correzioni di

francese, riportate in fogli che si conservano tra le carte leibniziane, coprono

l’intera opera, dal Discours alla fine, a conferma che anche il terzo dei tre saggi

di cui la Teodicea è composta, quello che si conclude con la continuazione del

dialogo sul libero arbitrio di Lorenzo Valla, era gà pronto alla fine di maggio

del 1707: fu Leibniz che direttamente le riportò sul manoscritto prima di darlo

a copiare25. Il 23 giugno 1707, al ritorno da un viaggio a Lipsia, egli scrive ad

Ancillon d’avere «pris des mesures avec un francais assez intelligent pour faire

mettre mon discours au net de sorte que j’espere de le pouvoir avoir prest dans

quelques semaines» e noi sappiamo che da Lipsia Leibniz aveva raggiunto

Halle proprio agli inizi di giugno per rendere visita a Wolff. I rapporti tra il

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filosofo e il giovane professore erano ormai abbastanza stretti, più di quanto

molti interpreti abbiano creduto: Wolff aveva reso visita a Leibniz a Berlino

nel gennaio dello stesso anno per chiedere aiuto e raccomandazioni per la sua

nomina accademica e per riferire delle sue ricerche matematiche e filosofiche;

Leibniz lo racconta poco dopo ad Hansch26. Chi fosse il francese «assez intel-

ligent» che doveva copiare la Teodicea, finora non ci è dato di sapere; in varie

lettere dell’estate 1707 Wolff ne parlerà sempre solo come di un «gallus», sen-

za altre qualificazioni. Il 3 luglio Wolff riferisce del primo problema sopravve-

nuto con il copista di cui si sentiva in qualche modo responsabile: il francese

aveva già trascritto «4 plagulas» che con la sua scrittura erano diventate 6, ma

giudicava che per completare il lavoro gli occorressero molti altri mesi e che

quindi non potevano essere rispettati gli accordi; d’altra parte non avrebbe

continuato se non riceveva da Leibniz un assenso sui tempi; Wolff avrebbe

volentieri affidato il lavoro a qualche altro copista, ma quelli a cui aveva

domandato scrivevano troppo male e chiede quindi istruzioni sul da farsi27.

Leibniz tarda a rispondere e Wolff sollecita un cenno nella lettera successiva

del 24 luglio dicendosi anche pronto, visto che ormai il francese chiaramente

rifiutava il lavoro, a rinviargli il manoscritto il 3 agosto successivo tramite un

amico che doveva passare per Hannover28. L’occasione di inviarlo sfuma, ma

ormai, considerata la situazione, lo stesso Wolff e quel suo amico si mettono al

lavoro e iniziano a copiarlo29 senza però procedere di molto tanto che il 10

settembre successivo Wolff comunica a Leibniz che, dovendosi mettere nuova-

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mente in viaggio di lì a pochi giorni l’amico Thelesius – finalmente appare il

suo nome – per suo tramite gli avrebbe mandato il tutto, scusandosi di non

aver potuto completare il lavoro30: nel frattempo, non vedendo giungere

alcun messo, il 26 agosto Leibniz aveva inviato a Wolff una lettera preoccupa-

ta in cui mostrava di essere molto in ansia per la sorte della sua opera31.

Accuserà ricevuta del manoscritto solo il 12 ottobre seguente, ringraziando:

«Plurimum et tibi et amico tuo Dno. Thelesio – scrive – debeo, quod in

scripto meo tantum opera ponere voluistis, itaque erga hunc etiam libenter

aliquo officio demereri hanc eius, humanitatem velim»32. La vicenda si con-

clude in questo modo e altro non troviamo nella loro corrispondenza, per

quanto la conosciamo. Wolff pare dimenticarsi completamente della Teodicea

fino a quando in una lettera del 9 novembre 1710, il libro già ampiamente

annunciato, chiede lumi a Le ibniz su quel principio metafisico dal quale

dipendono le stesse leggi della meccanica che era già stato spiegato una volta

in quell’opera che aveva visto manoscritta e che ora apprendeva fosse stata

pubblicata in Olanda33. La trascrizione del manoscritto fu in seguito affidata

alla mano di un altro copista di Hannover: sempre ad Ancillon, l’unico con

cui Leibniz parlava della sua opera, il 5 dicembre scriverà che stava ormai

mettendo in ordine il volume e che stava facendone terminare la copia34.

Nessun contatto era stato ancora preso con lo stampatore: Wolff fu quindi una

delle pochissime persone che videro il testo quasi completo degli Essais fin dal

1707.

Dall’esame dei manoscritti degli Essais è possibile sapere quanta parte del

testo Wolff, il suo amico Telesio e il copista «gallus» avessero rispettivamente

trascritto. Leibniz, come è noto, usò vari copisti che spesso reclutava là dove si

trovava e la cui identità, soprattutto dopo il 1700, ci è quasi sempre ignota. In

particolare, nei manoscritti della Teodicea, comprese le varie versioni della Pré-

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face
, troviamo, oltre a quella dell’autore, altre sei calligrafie e tra queste la più

facile da individuare è proprio quella di Wolff perché, oltre alla possibilità di

un rapido confronto grafologico con le lettere, è lo stesso Leibniz che si preoc-

cupa di indicare il punto in cui Wolff si interruppe: Wolff copia esattamente

la seconda metà del Discours preliminare e i primi 64 paragrafi del primo sag-

gio, dopo di che Leibniz marcherà nel suo manoscritto «bis hier hat Wolf

angeschreiben»35. È verosimile ritenere che l’amico di Wolff abbia copiato la

parte successiva, quasi tutto il secondo saggio dal par. 106 al par. 229, quando

interviene una nuova mano per poche altre pagine fino al par. 250. Il primo

copista aveva trascritto solo i paragrafi iniziali del Discours, quelli che nella ver-

sione definitiva vanno dal quattordicesimo al quarantesimo, dove appunto

interviene Wolff: si tratta infatti di una calligrafia cosiddetta «francese», diver-

sa da quella normalmente usata dai copisti in terra tedesca. Infine, l’ultima

parte dell’opera (§§ 250-417) nonché i primissimi paragrafi e quelli compresi

tra il punto a cui era arrivato Wolff e quello dove aveva cominciato il suo

amico (§§ 65-105) sono di un’altra mano, quella che stese anche una delle

copie della prefazione e che, alla luce delle varie fasi della composizione

dell’opera e degli spostamenti di Leibniz, molto probabilmente è berlinese36.

La recensione sugli Acta Eruditorum

La recensione degli Essais apparsa nella primavera del 1711 sugli «Acta

Eruditorum» non fu la prima37 in assoluto, ma fu certamente una tra le più

attente e le più favorevoli. Non solo dovette piacere a Leibniz, ma forse fu

addirittura vista da lui prima della pubblicazione – ciò potrebbe spiegare per-

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ché non se ne parli nelle lettere che possediamo. La scelta di Wolff come

recensore non presenta alcuna originalità: dal 1705 il giovane studioso era

diventato infatti uno dei più assidui collaboratori degli «Acta», per i quali

stenderà circa trecento schede, la maggior parte, come d’uso, anonime38.

Quella di Wolff è una recensione tematica, nella quale, seguendo l’ordine

di scrittura, vengono presentati i problemi affrontati da Leibniz insieme alle

categorie e ai concetti da lui utilizzati per risolverli. Non troviamo alcuna cita-

zione diretta del testo e anche l’insistente contrappunto con i testi di Bayle è

ricondotto ad occasione retorica e letteraria dell’autonomo sviluppo filosofico

leibniziano; anzi, pur segnalando che vengono discusse e risolte tutte le obie-

zioni bayliane, come riferimenti filosofici diretti alle tesi del Leibniz vengono

messi in primo piano Hobbes, Spinoza e Descartes. Si viene così a ricondurre

ad esposizione più o meno sistematica ciò che era stato scritto in forma e stile

dialogici: notiamo che Wolff, tipico esponente del ceto accademico, non man-

ca di indicare l’utilità del «compendium methodicum» latino della Causa Dei

nel quale «Auctoris principia et dogmata […] leguntur, in usum eruditorum,

qui fuse et populariter ad captum plerorumque lectorum exposita, nunc ad

scholarum morem nervosis thesibus comprehensa, in conspectu habere fortasse

desiderabunt: cui instituto Latinus sermo aptior est visus»39.

La recensione è molto puntuale e, proprio perché segue con meticolosità

il testo leibniziano, risulta molto utile anche ai fini di un confronto interno

alla lingua filosofica wolffiana tra il dettato latino delle definizioni qui usate e

quello tedesco che più tardi il filosofo utilizzerà nei suoi corsi e nei suoi scritti

contribuendo non poco allo sviluppo della lingua filosofica tedesca: vi compa-

iono ad esempio le definizioni di «veritas», «ratio», «lumen», «spiritus»,

«idea», ecc. Le tematiche trattate da Leibniz non erano certo inedite, ma è pur

vero che il suo linguaggio e la sua sottigliezza ermeneutica non avevano eguali

nel panorama filosofico e se Wolff nel recensire in latino il testo leibniziano

aveva a disposizione come tavola di riferimento la Causa Dei, pure dovette fare

opera di discernimento e di traduzione filosofica. Tanto più che questa recen-

sione risulta essere il primo scritto di filosofia e di teologia che Wolff abbia

elaborato: dello stesso genere lo precede solo il brevissimo Methodus Demonstran-

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di veritatem Religionis Christianae
apparso sugli «Acta» nell’aprile del 1707

40 quando ancora non aveva letto il manoscritto della Teodicea e dove Wolff pre-

tende di indicare attraverso quale catena di dimostrazioni – composta da 11

passaggi – si può affrontare la soluzione dei problemi inerenti l’esistenza di

Dio, quella delle sue perfezioni e quella delle qualificazioni dei suoi rapporti

con la creazione. D’altra parte, oggi sappiamo dagli studi critici sulla sua for-

mazione universitaria e sull’ambiente intellettuale dei suoi professori – Geh-

rard, Weigel, Neumann – quanto Wolff, già in quegli anni, fosse perfetta-

mente in grado di comprendere e di seguire lo sviluppo e le ragioni della pole-

mica teologica di Leibniz41.

Oltre all’aspetto lessicale si possono però fare altre osservazioni: si può

notare ad esempio l’attenzione tutta particolare che Wolff porta alla prima par-

te della Préface leibniziana che in qualche modo è il manifesto dell’intera opera

e insieme un brano fortemente «ispirato» e già chiaramente «illuminista». Essa

contiene le parole chiave del linguaggio filosofico preilluminista: la vera pietà,

il rifiuto del formalismo, la religione naturale che fonda, non contraddice,

l’autorità dei dogmi; l’ardore e la luce dell’intelligenza come complemento

delle perfezioni della volontà e della grazia. In questo caso, come in certi pas-

saggi dedicati al Discours préliminaire la recensione di Wolff rasenta la parafrasi

letterale e diviene particolarmente efficace42. Non mancano infine alcune

accentuazioni personali che, alla luce della successiva produzione di Wolff,

risultano molto indicative di una personalità già formata: il filosofo non si

lascia sfuggire di sottolineare con compiacimento quanto affermato da Leibniz

a proposito del valore della logica aristotelica – «sine ratione a vulgo erudito-

rum hodie spreta»43, aggiunge Wolff – e molto insiste su tutti quei luoghi

della Teodicea dove è possibile vedere all’opera ragionamenti in «forma bona»

che possono essere ricondotti più facilmente a una «catena veritatum» attra-

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verso la quale risulti più facile discernere la retta dalla corrotta ragione, dalla

«mixtura praejudiciorum et passionum»44. Di grande interesse è l’accentuazio-

ne che Wolff usa nei confronti dei consigli e dei precetti morali contenuti

nell’opera leibniziana e in particolare l’insistenza sulla efficacia di una «buona

educazione» e di una retta «consuetudo» intellettuale per «diminuire», «tolle-

re» o «insensibilia reddere… multa mala»45.

Si può insomma affermare che questa recensione è stata ben pensata; che

denota una conoscenza tematica puntuale della filosofia leibniziana e che, solo

nel senso «forte» che Wolff attribuiva all’espressione, corrisponde ad una let-

tura «oculo fugitivo» degli Essais de Théodicée di Leibniz. Essa non fu mai più

riprodotta anche se venne attribuita a Wolff fin dagli anni Venti quando per la

prima volta fu steso l’inventario della sua produzione: mai raccolta nemmeno

dopo la morte del filosofo in nessuna delle numerose sillogi dei suoi scritti

minori – non compare nei Meletemata – resta tuttavia un documento impor-

tante da collocare in posizione evidente all’interno della complessa vicenda dei

rapporti tra Wolff e la filosofia leibniziana della Germania nella prima metà

del secolo XVIII.

1.
Una prima versione di questo testo è stata letta al V Internationaler Leibniz-Kongress,

che si è tenuto ad Hannover dal 14 al 19 novembre 1988 (cfr. Vorträge, pp. 961-972): si è ora

tenuto conto di alcuni suggerimenti emersi in sede di discussione e si è proceduto ad alcuni

approfondimenti.
2.
Anno 1711, marzo pp. 110-121, aprile pp. 159-168.
3.
Le biografie settecentesche più importanti sono: C. Chr. Baumaister, Vita Facta et

Scripta Christiani Wolfii Philosophi
, Breslau und Leipzig 1739; J. Chr. Gottsched, Historische Lob-

schrift des Weiland Hoch – und Wohlgebornen Herrn Christians, des H. R. R. Frey Herrn von Wolf
, Halle

1755; quindi H. Wuttke (hrsg.), Ch. Wolffs eigene Lebensbeschreibung…, Leipzig 1841. Tutte e tre

sono state riunite nel 1980 in un volume anastatico delle Chr. Wolff, Gesammelte Werke. Materia-

lien und Dokumente
, hrgs. von J. Ecole, J. E. Hofmann, M. Thomann, H. W. Arndt, Ch. A. Corr,

Hildesheim-New York, Olms 1965 sgg.
4.
Nulla in W. Arnsperger, Ch. Wolffs Verhältnis zu Leibniz, Weimar (Phil. Habilschr.)

1897, che riporta solo una inesatta e indiretta notizia tratta dal carteggio con Manteuffel (pp. 22-

23), ripresa ma non discussa e verificata anche da Ch. A. Corr, Christian Wolff and Leibniz, in

«Journal of the History of Ideas», 36 (1975), pp. 241-262 (nota 17, p. 247); nulla nel fondamen-

tale saggio di Mariano Campo, Cristiano Wolff e il razionalismo precritico, Milano, 2 voll. 1939, Olms,

1 vol. 1980 e in F. L. Marcolungo, Saggio sui rapporti Wolff-Leibniz, in Storiografia e filosofia del

linguaggio
, a cura di C. Giacon, Padova 1975, pp. 85-121.
5.
C. W. Monitum de sua philosophandi ratione…, in Ch. Wolff, Meletemata Mathematico-Philoso-

phica...
, Halae Magdeb. 1755, Olms 1974, n. XXXVII, p. 169.
6.
Le più aspre furono quelle con il teologo pietista J. Lange che durarono dal 1723 al

1736: la loro storia è ricostruita e commentata in alcune fondamentali opere settecentesche, in

particolare C. G. Ludovici, Ausführlicher Entwurff einer vollständigen Historie der Wolffischen Philoso-

phie…
, 3 voll. 1735 (1736), 1738 (Olms 1977) a cui si devono aggiungere le Neueste Merckwürdig-

keiten des Leibnitz-Wolffischen Weltweiseheit...
, Frankfurt und Leipzig 1738 e gli articoli Wolff Chri-

stian
e Wolffische Philosophie nel Grosses… Universallexicon dello Zedler (1748), coll. 549-677 e coll.

883-1232; G. V. Hartmann, Anleitung zur Historie der Leibnitzisch-Wolffischen Philosophie…, Frank-

furt und Leipzig 17 37 (Olms 1973); anche la Causa Dei (1727), la Modesta disquisitio e le Placidae

vindiciae
(1723) del Lange sono state ristampate da Olms nel 1984 e nel 1986; si vedano anche le

pièces finali edite in francese prima di essere ritradotte in tedesco, Nouvelles pièces sur les erreurs

prétendues de la Philosophie de Mons. Wolf
, s.l. 1737 (Olms 1985); si veda B. Bianco, Libertà e fatali-

smo. Sulla polemica tra Joachin Lange e Christian Wolff
, in «Verifiche» Anno XV, 1-2, 1986. Per le

polemiche con D. Straehler e con J. F. Budde cfr. anche la notizia di W. Arndt nella Einlei-

tung
a Chr. Wolff, Ausfürliche Nachricht…, Hildesheim, Olms 1973, pp. IX-XI e la ristampa dei

testi dell’epoca, Bände 17-18 dei Deutsche Schriften di Wolff, Abt. I, Olms 1980.
7.
Scrive Wolff l’11 maggio del 1746 a Manteuffel (H. Ostertag, Der philosophische Gehalt des

Wolff-Manteuffelschen Briefwechsels
, Leipzig 1910, Olms 1980, p. 60) che il sistema di Leibniz «als

welches erst sich da anfänget, meines aufhöret. Die Confusion aber hat H. Bulffinger gemacht,

welcher zuerst mit der Philosophia Leibnitio-wolfiana auf gezogen kommen. Und also konnte

man auch noch wohl jetz sagen das die Monades Leibnitianae, darauf sein eigentliches Systema

gebauet ist, ein Rätzel sind, sonach nicht völlig aufgeloset, und ich nicht auflosen mag, ob ich

wohl könnte, veil ich es zu meinem Vorhaben nicht brauche, ich auch diese Sache in ihrem

Werth und Unwerth beruhen lasse». Nella Christian Wolff eigene Lebensbeschreibung, cit., p. 141-142

leggiamo: «Als aber, wie ich die deutsche Metaphysik schreib, Leibnizens Theodicee heraus

war, ingleichen seine Streitschriften mit dem Clarke, so habe nachdem in der Ontologie und

cosmologie und in der Psychologia rationali einige Begriffe von ihm angenommen und mit mei-

nem Systemate vereiniget. Und dieses hat nach dem Anlass gegeben, das, da H. Bulffinger mei-

ne Methaphysik philosophiam Leibnitio-Wolfìanam genannt, man überhaupt meine Philosophie

Leibnitio-Wolfianam geheissen». La strategia di difesa di Wolff si basò essenzialmente sulla pre-

cisazione, più volte ripetuta, che con Leibniz egli non ebbe mai scambi filosofici significativi,

come era testimoniato dallo stesso Leibniz in una lettera a Rémond dove, nel luglio 1714, aveva

scritto: «M. Wolffius est entré dans quelques uns de mes sentimens; mais comme il est fort

occupé a einsegner, sur tout les mathématiques, et que nous n’avons pas eu beaucoup de com-

munication ensemble sur la philosophie, il ne sauroit connoitre presque de mes sentimens que

ce que j’en ay publié. J’ay vu quelque chose que des gens avoient écrits sous lui ; j’y trouvay bien

du bon, mais il y avoit pourtant des endroits dont je ne convenois pas». Leibniz, Philosophischen

Schriften
, hrsg. C. I. Gerhardt, III, p. 619. Wolff: «Daher ich mit ihm in dessen Philosophicis

nicht corrispondiren mochte, wie er deswegen auch selbst an den Remond in Frankreich

geschrieben…, ich konnte deswegen von seinen sentiments nicht wissen, als wear er drucken

lassen, so er aber selbst vor etwas weniges ansahe», Wolff eigene Leben…, cit., pp. 142-143; lo

stesso a Manteuffel il 19 dicembre 1746, Ostertag, op. cit., p. 47, e nel C. W. Monitum de sua

philosophandi ratione
, cit., p. 169. Una ulteriore spiegazione nel Monitum ad commentationem de differentia

sapientis et fatalis necessitatis
, Halle 1724, par. XVIII, pp. 34-35: «Me istam philosophiam Leibnitia-

nam in peculiaris systematis formam redegisse, non omnino verum est, cum paucissima sint

Leibnitii, quae in meditationibus metaphysicis leguntur: plura controversa ex D. Thoma, quam

Leibnitio hausta. Sed sit ita: neque enim criminatio de Leibnitio evicta est. Immo novi, cum

Theodicaea viri etiam post fata summi primum prodiret, unum ex vererabili illo Ordine librum

a principiis sanioribus mihi commendasse. Quod ex philosophia a me tra dita damnum in stu-

diosos redundarit, ego ignoro: novi autem e contrario, quod multi theologiae studiosi meliores

ceteris fecerint progressus, qui lectiones meas frequentarunt»; lo stesso in una successiva edizio-

ne tedesca, Kleine philosophische Schriften, pubblicati ad Halle a partire dal 1734, vol. IV, p. 269. La

tesi di Wolff, alla luce dell’epistolario con Leibniz non è del tutto convincente perché basta

leggere le lettere che gli inviò Leibniz nel luglio del 1711 per accorgersi che oggetto di discus-

sione erano proprio alcuni dei problemi più complessi e delicati della monadologia e della meta-

fisica. L’espressione «philosophia Leibnitio-Wolfiana» sarà canonizzata da Hartmann, op. cit.,

che a lungo ne parla nel capitolo (Sect. I, P. II, Cap. 3) della sua storia dedicato alle «Haupt-

quellen der Wollfische WeltWeisheit»; non è dello stesso parere il Ludovici che, più vicino

alle intenzioni del Wolff, soprattutto nell’ultima parte della sua Historie si sofferma sulle diffe-

renze tra il sistema leibniziano e quello wolffiano. Max Wund, Die deutsche Schülphilosophie in Zeit-

alter der Aufklärung
, Tubingen 1945 (Olms 1964), afferma (p. 164) che l’espressione «Leibnitio-

Wolffiana» non è di Bulffinger, ma che appare per la prima volta nel 1724 nei Bedenken über die

Wolffianische Philosophie
di F. Budde, al par. 13, p. 104. L’origine e il valore critico della definizione

combattuta da Wolff sono discussi dettagliatamente nell’importante articolo di Sonia Carbonci-

ni
, Christian August Crusius und die Leibniz-Wolffsche Philosophie, in Beitraege zur Wirkungs- und Rezep-

tionsgeschichte von G. W. Leibniz
, Studia leibnitiana suppl. XXVI, Wiesbaden, Steiner 1986, pp. 110-

125. Crusius la adopera solo a partire dal 1753 nella prefazione alla seconda edizione della sua

Metaphysik, p. 8. Nella Dissertatio de usu del 1743, quando già ha chiaro l’intento di contrapporre

una sua nuova filosofia a quella allora insegnata in Germania, Crusius definisce Wolff «felicissi-

mus philosophiae leibnitianae propagator» (cap. X).
8.
La questione fino ad oggi è stata dibattuta dagli specialisti sulla base di un materiale

documentario insufficiente (una utile panoramica introduttiva nell’articolo di Ch. A. Corr, cit.):

essa potrà essere meglio affrontata solo quando si avrà uno studio puntuale di tutta la corrispon-

denza Leibniz-Wolff, (si veda la comunicazione di Sonia Carboncini, Der Briefwechsel zwischen

Leibniz und Chr. Wolff
, V Internationaler Leibniz-Kongreß, Hannover 14-19 novembre 1988,

Vorträge, pp. 139-146) e soprattutto dell’intera corrispondenza leibniziana e wolffiana posteriore

al 1705, per valutare anche i giudizi che i due studiosi si sono scambiati scrivendo a terzi.
9.
Ciò spiega la scarsità dei riferimenti diretti ed espliciti alle opere di Leibniz presenti in

quelle di Wolff, soprattutto in quelle successive alla metà degli anni Venti. Quasi inesistenti

quelli alla Teodicea: nell’Index auctorum et locorum Scripturae Sacrae ad quos Wolffius in opere metaphysico et

logico remittit
, curato da J. Ecole, Olms 1985, voce Leibnitius, pp. 91-102, troviamo citata la Causa

Dei
(par. 15) una sola volta nel Monitum ad luculentam commentationem de differentia nexus rerum sapientis

et fatalis necessitatis
…, cit., par. 5, p. 9. Proprio questa breve opera, insieme al De differentia nexus rerum sapientis

et fatalis necessitatis
…, Halae Magdeb. 1723, 1737 (ristampate sotto il titolo di Opus-

cula metaphysica
, Olms 1983) mostra molto bene come Wolff cercasse di coprire i riferimenti

ai concetti leibniziani dietro l’autorità dei classici, come San Tommaso, o di altri teologi moderni

meno «pericolosi»; a questo proposito vedi l’esame dettagliato di J. Ecole, Les Opuscula metaphy

sica de Christian Wolff
, nel volume che raccoglie alcuni suoi scritti Introduction à l’Opus Metaphysicum

de Christian Wolff
, Paris 1985, pp. 223-252. Altrettanto scarsi i riferimenti agli Essais di Leibniz

nelle opere tedesche; riguardo ai suoi rapporti personali con Leibniz e in particolare riguardo

alla vicenda che qui ora presentiamo, Wolff non dice nulla di esplicito né nella Ratio praelectio-

num Wolfianarum in Mathesin et Philosophiam universam
, Halle 1718 e quindi, con una aggiunta sul

diritto naturale> 1735 (Olms 1972), né nella Ausführliche Nachricht von seinen eigenen Schriften… Frank-

furt am Main 1726, Olms 1973. Non figurano in maniera significativa né gli Essais né la Causa

Dei
nell’elenco degli scritti di Leibniz da cui Wolff trasse ispirazione e concetti per la sua filoso-

fia: cfr. l’elenco redatto da A. Bissinger, Die Struktur der Gotteserkenntnis. Studien zur Philosophie Chr.

Wolffs
, Bonn 1970, pp. 22-23.
10.
Cfr. G. Biller, Die Wolff-Diskussion 1800 bis 1985. Eine Bibliographie, in Christian Wolff

1679-1754. Interpretationen zu seiner Philosophie und deren Wirkung
…, zweite, durchgesehene Auflage,

hrsg. W. Schneiders, Hamburg 1987, pp. 321-346: circa il 60% delle pubblicazioni catalogate

sono apparse dopo il 1960. Si veda anche il volume Christian Wolff als Philosoph der Aufklärung in

Deutschland
, hrsgg. H. M. Gerlach, G. Schenk, B. Thaler (Beiträge zur Universitätsgeschichte),

Halle 1980.
11.
E, grazie alla loro autorevolezza, ripetuti anche da altri storici contemporanei: cfr.

E. Zeller, Geschichte der deutschen Philosophie seit Leibniz, München 1873, pp. 211 sgg.; K. Fischer,

Geschichte der neueren Philosophie, Heidelberg 1920 (5), pp. 612 sgg.; K. Vorlander, Geschichte der

Philosophie
, Bd. II, Leipzig 1927 (7), p. 234.
12.
La lettera è stata edita da H. Schneider, An unpublished Letter conceming Leibniz, in «Isis»,

44 (1953), pp. 266-272.
13.
H. Ostertag, Der philosophische Gehalt des Wolff-Manteuffelschen Briefwechsels, cit., p. 176, let-

tera del 13 dicembre 1743: questa notizia fu data già dal Wuttke, cit., p. 83, ma quello che è più

interessante notare è che fu ripresa da C. I. Gerhardt, l’editore del Briefwechsel zwischen Leibniz

und Wolff
, Halle 1860, pp. 12-13, come testimonianza che Wolff non fosse riuscito o non avesse

voluto applicarsi alle più difficili riflessioni leibniziane, senza metterla in relazione con quanto

l’esame dei manoscritti e delle lettere che egli veniva editando gli mostrava di diverso o almeno

di interessante. Arnsperger, op. cit., p. 4, ne fa una prova a conferma della autonomia teorica di

Wolff.
14.
Cfr. S. Carboncini, Christian August Crusius…, cit., pp. 120-124. Sulla dicotomia tra

Eclettismo e Sincretismo anche H. Holzhey, Philosophie der Eklektik, in «Studia leibnitiana», 15,

1983, pp. 26 sgg.
15.
«Voco autem Eclecticam philosophiam, quae iubet non dependere ab ore unius, aut

in unius magistri verba jurare, sed ex ore scriptisque doctorum quorumcunque, quicquid veri

bonique, non docentis autoritate, sed argumentorum pondere convictus quis cognoverit, in hor-

rea sua colligere, adeoque de suo subinde addere, et ita suis potius oculis quam alienis videre»,

Ch. Thomasius, Introductio ad philosophiam aulicam, Lipsiae 1688, p. 90.
16.
«Eclectici autem nomine tituloque is demum dignus est, qui ex rerum ipsarum contem-

platione principia accurate sibi format, ad quorum normam deinde eligat ea omnia, quae apud

alios legit, assumens quae cum istis principiis conveniunt, quae cum illis conciliari nequeunt,

respuens… Eclectici itaque non sunt, qui alterius principiis stricte inhaerentes, saltem in quibus-

dam conclusionibus ab iis dissentiunt; aut qui multa sine ordine corradunt, parum solliciti, quo

pacto in iustum aliquod et apte cohaerens systema ea coalescant: multominus qui dissentien-

tes philosophorum opiniones, praepostero concordiae studio inter se appellantur», J. Fr. Bud-

deus
, Elementa philosophiae instrumentalis, seu institutionum philosophiae eclecticae, I, Halae Magdeb. 1717

(6), pp. 95-96. Il Buddeus, per molti anni, professò un corso di Philosophia eclectica raccolta in tre

volumi, editi venticinque volte fino al 1727.
17.
Introductio ad philosophiam aulicam, Halle 1702, cap. I (De philosophorum sectis) pp. 20-

22.
18.
Ibid., pp. 42-44.
19.
L’opera di Stanley uscì nel 1655 contemporaneamente alla Historia philosophica di Horn

ed ebbe numerose edizioni, la più completa delle quali fu quella del 1701. Le Clerc tradusse in

latino la parte dedicata al pensiero orientale e Samuel Borr ne preparò allora una versione olan-

dese in attesa che Olearius desse alla luce la versione latina integrale, come avvenne a Lipsia

nel 1711. Quella di Olearius è un vero e proprio rifacimento tanto che l’edizione inglese del

1743 terrà conto delle sue numerose varianti, dei nuovi indici e soprattutto delle numerose

integrazioni. Nell’edizione lipsiense il capitolo sulla filosofia eclettica è alla fine del secondo

volume alle pp. 1205-1222: «ad retundendum scepticismum» Potamone aveva correttamente

intrapreso l’opera di esaminare una per una le sentenze dei predecessori, di studiarne «funda-

menta et principia» scartando tutte le tesi oscure ed accettando dal patrimonio comune solo

quelle chiare e soprattutto coerenti e comunicanti tra loro, indipendentemente dal fatto se esse

fossero o meno gemelle, dello stesso autore o almeno coeve. Sulla History e l’Historia cfr. L. Ma-

lusa
, Le prime storie generali della filosofia in Inghilterra e nei Paesi Bassi, nel volume miscellaneo della

Storia delle storie generali della filosofia, I, Dalle origini rinascimentali alla «Historia philosophica», Brescia, La

Scuola editrice 1981, pp. 167-215; sul dibattito successivo in terra tedesca vedi anche nel primo

volume dell’opera, Dall’età cartesiana a Brucker, Brescia 1979, la sezione curata da Mario Longo

alle pp. 329-421.
20.
Horae subsecivae Marburgenses, I, Francfurt u. Leipzig 1729 (Wolff, Werke..., II, 34.1,

1983, p. 149; cfr. ancora S. Carboncini, art. cit., pp. 123-124, che ha il merito di aver chiarito la

differenza semantica che intercorre nell’uso dei medesimi termini tra Wolff e Crusius.
21.
G. W. Leibniz, Textes inédits d’après les manuscrits de la Bibliothèque provinciale de Hanovre, par

G. Grua, 2 voll., Paris 1948, p. 494.
22.
Si consideri che i passaggi negletti dal Gerhardt erano già saltati nelle lettere edite dal

Pertz, Leibnitzens Gesammelte Werke, Erste Folge, Hannover 1843-1847.
23.
Gerhardt aveva edito solo 97 delle 127 lettere inventariate da W. Arnsperger, op. cit.,

pp. 66-72, che a p. 22, quando parla degli incontri tra Leibniz e Wolff, afferma che durante la

prima di queste visite, nel 1706, Wolff vide il manoscritto della Teodicea. Va corretta la data in

1707 e soprattutto va corretta l’affermazione che i due filosofi si fossero incontrati solo tre vol-

te: si incontrarono due volte già solo durante il 1707, cfr. K. Muller, G. Kronert, Leben und

Werk von G. W. Leibniz
, Frankfrut/M. 1965, pp. 204-205.
24.
Anche Mariano Campo, Cristiano Wolff e il razionalismo precritico, cit., nel suo esame

dell’epistolario con Leibniz salta le lettere comprese tra il 1707 e il 1709 ritenendole, sulla scor-

ta delle indicazioni e della pubblicazione di Gerhardt, non degne di nota e quindi rimanendo

anch’egli all’oscuro della vicenda redazionale degli Essais (p. 279).
25.
Degli Essais noi conserviamo il manoscritto originale di una ottantina di grandi carte

numerate in 152 fogli (LH. Theologie, II) e un secondo manoscritto più lungo in bella copia, in

piccola parte autografo e per il resto di mano del copista con successive correzioni di Leibniz

(LH. Theologie, I, Blätte 249). Solo della Préface, la parte più tormentata, abbiamo più copie; i

manoscritti delle appendici e della Causa Dei sono a parte. È evidente che il primo manoscritto,

abbastanza corretto, ma steso di getto in poco meno di tre mesi, testi di Bayle alla mano, è

indispensabile per cogliere il filosofo nel momento creativo, mentre il secondo in quello riflessi-

vo ed editoriale.
26.
«Dominus Wolfìus mihi Berolini loquutus est, professionis dignitatem Halae nactus est,

non dubito etiam emolumenta accessura. Erat cum eo iuvenis eruditus silesius, mathematici stu-

dii non expers» in Kortholt, Leibnitii Epistolae ad diversos, Lipsiae 1734-1742, III, p. 71 (Dutens

G. W. Leibnitii Opera…, V, p. 160).
27.
«In describendo MSC. […] admodum est Gallus qui hunc laborem in se suscepit. Non-

dum 4 plagulas absolvit (ipsius characteres 6 implent) quodque superest, nonnisi intra 9 menses

desini posse asseverat, quod cum contractui ipsius adversari dixissem; nolle se in describendo

pergere affirmavit […] num A.E.V. assideat hac conditio. Libentissime viderem […] hunc in

alium devolutum: sed alii quibus hanc curam demandare […] fueram, vitiose nimis scribunt, ut

iterata descriptione fere opus sit, correctione sphalmatum facta. Peto itaque, ut A.E.V. propediem

mihi significet, quid fieri velit? Quod mearum partium est, nullam praetermissam occasionem,

qua contestari licet me esse», LBr. 1010, Bl. 60r.
28.
«Scripsi iam nuper quod difficultates facessat Gallus circa MSS. Gallici descriptionem:

nunc eam plane detrectat. Nec reperire licuit huc usque ad rem, quem non statim laboris

suscepti poeniteat. Peto itaque ut E.V. perscribat, quid fieri debeat: quoniam d. 3 Aug. est occa-

sio illud, si ita videtur, remittendi, amico quodam Helmstadium, et inde porro Hannoveram

abituro», LBr. 1010, Bl. 62r.
29.
«Cum amicus Hannoveram abiturus iter hactenus distulerit, MSS. Gallicum remittere

non licuit. Equidem ne mora damno esset tum ipsemet plagulas quasdam descripsi, tum aliquas

illi describendas tradidi. Sed laborem prorsus absolvere non datum fuit», LBr. 1010, Bl. 63r.
30.
«Amicus per quem MSS remittere decreveram, iter suum per integrum fere mensem

distulerat: unde et illud asservavi, donec paucos ante dies abiret, quo propediem id I.E.V. ipse-

met redderet. Atque ne interea descriptioni morae necterentur, tum ego, tum ille, eidem incu-

buimus, quantum alia negotia permiserent, ita ut dissidium jam sit descriptum et ultra, totumque

descripturi eramus, siquidem otium nos non defecisset. Nullus dubito, quin propediem

E.V.MSS. probe obsignatum sit acceptura ex ipsius Dn. Thelesii (hoc enim ipsi nomen est)

manibus. Iter coeteroquin in Bataviam et Angliam parat. Quodsi quid eius opera ibi expediri

possit, pergratum ipsi erit. Est in studio Medico, anatomico inprimis, optime versatus, curiosus

et industrius», LBr. 1010, Bl. 64v.
31.
La lettera, del cui contenuto sono stato gentilmente informato dalla dott.ssa Carbonci-

ni, si trova alla Deutsche Staatsbibliothek di Berlino Est con la segnatura Acc.ms. 1940.106.
32.
LBr. 1010, Bl. 201: si tratta di una lettera entrata nel Leibniz-Archiv nel 1973.
33.
LBr. 1010, Bl. 123-124.
34.
LBr. 12, Bl. 115.
35.
LH, Theol., II, Bl. 66v.
36.
Per la descrizione dei manoscritti e per il loro esame paleografico e filosofico, riman-

diamo al saggio in preparazione già indicato. Alcune indicazioni preziose, ma sparse, in Grua,

op. cit. e, sulla parte finale – «le mythe de Sextus» – in A. Robinet, Leibniz, la Renaissance et l’âge

classique
, in «Studia Leibnitiana Supplementa», XXIII, 1983, pp. 12-36.
37.
La precedette, in terra e in lingua tedesca, quella apparsa nel luglio del 1710 (pp. 405-

410) su di una rivista specializzata in materie teologiche, le «Unschuldige Nachrichten von

Alten und Neuen theologischen Sachen…» che venivano pubblicate a Lipsia da Ernst Loe-

scher
; in Francia da quella di Jacques Bernard sulla «Nouvelles de la Republique des Lettres»

del settembre-ottobre 1710. Sulla fortuna e la circolazione della Teodicea manca un’opera esausti-

va: per la Francia si veda W. H. Barber, Leibniz in France from Arnauld to Voltaire, Oxford 1955.

Sono sempre utili i numerosi repertori bibliografico-critici dell’epoca, tra i quali segnaliamo il

Delectus argumentorum et syllabus scriptorum qui veritatem religionis Christianae adversus atheos, epicureos, deis

tas… asseruerunt
di J. A. Fabricius, Hamburgo 1725 (gli «Scripta ad controversias leibnitianas

facientia» sono alle pp. 385-388).
38.
La lista delle recensioni di Wolff tra il 1705 e il 1717, comprensiva di quella alla Teodi-

cea
, è pubblicata dal Ludovici nel suo Ausfürlicher Entwurf..., cit., II, pp. 184-226 (sono 247), ma

va completata con l’elenco delle altre 37 indicate nelle SupplementBänden IV-VI degli «Acta»;

tutte sono riportate nel Universallexicon dello Zedler, voce Wolff, coll. 652-676.
39.
Pag. 168. Il sospetto che Leibniz abbia visto il testo o che almeno si sia raccomandato

con il Wolff o con i redattori della rivista si ricava anche constatando che alla fine della recen-

sione viene riportata, emendata da alcuni errori tipografici, una parte della seconda tavola espli-

cativa allegata alla Causa Dei.
40.
Pp. 166-168; ripreso nei Meletemata…, cit., pp. 5-7.
41.
Cfr. Raffaele Ciafardone, Le origini teologiche della filosofia wolffiana e il rapporto ragione-

esperienza
, in «Il Pensiero», XVIII, 1973, pp. 3-27. Wolff stesso dichiarerà nella sua autobiografia

che il suo interesse per i problemi teologici era stato precoce, antecedente o almeno contempo-

raneo ai suoi studi matematici, Wolffens eigene Lebensbeschreibung, cit., pp. 120-122. Cfr. Marco Pao-

linelli
, La filosofia in Germania nell’età dell’illuminismo, in Sofia Vanni Rovighi (ed.), Storia della

filosofia moderna
, Brescia, La Scuola editrice 1976, pp. 489-588.
42.
Si confronti il sesto capoverso della Préface (GP. VI, p. 28) con il seguente passaggio:

«Praeter divinam gratiam dotes naturales, bonam educationem, consuetudinem cum hominibus

virtute praeditis ad veram pietatem acquirendam multum conferre; sed maximum a bonis prin-

cipiis subsidium expectandum. Lumen enim ardori jungendum, et a perfectionibus intellectus

esse complementum perfectionum voluntatis. Finem igitur verae religionis eo tendere, ut verita-

tum salutarium cognitione animi hominum imbuantur», «Acta Eruditorum», cit., p. 114.
43.
Ivi, p. 115.
44.
Ivi, pp. 115-116.
45.
Ivi, p. 162.


Giuseppe Tognon . :

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