SUL LESSICO FILOSOFICO LATINO DEL SEICENTO E DEL SETTECENTO
Tullio Gregory
SUL LESSICO FILOSOFICO LATINO

DEL SEICENTO E DEL SETTECENTO *
1

Nella celebre lettera di Giovanni Pico della Mirandola a Ermolao Barba-

ro in difesa dei «barbari filosofi», l’accento batte sul valore singolare del loro

stile e soprattutto del lessico insofferente degli orpelli della retorica perché

rivolto a un più severo impegno speculativo: «de humanarum divinarumque

rerum rationibus agitur et disputatur». Al discorso filosofico «cuius studium

omne in cognoscenda et demonstranda ceteris veritate versatur», si oppone il

discorso retorico, «merum mendacium, mera impostura»; alle scuole dei filo-

sofi, le scuole dei grammatici; allo studio delle realtà terrene e celesti l’eserci-

zio letterario sulle favole antiche. I filosofi barbari «quaerebant quid abhor-

rens, quid receptum in natura, quid a romanis interea non curabant», rifiutan-

do di disonorare la filosofia con artifici da istrioni.

La norma dicendi dei filosofi medievali – detta con disprezzo parisiensis – il

loro lessico con tutti i barbara nomina, è coerente a una ratio che ricerca non il

suono delle parole ma la natura delle cose, spingendosi oltre l’esperienza dei

latini antichi: «quae aures respuunt utpote asperula, acceptat ratio utpote rebus

cognatiora». L’esempio di Pico è preciso: causare, verbo fondamentale per defi-

nire un rapporto ontologico fra causa e effetto, è duramente riprovato dai

puristi: «hoc non est latinum, non est romane dictum»; ma se è vero che il

verbo causare non appartiene alla lingua romana (che Pico con senso vivo della

realtà storica distingue dal parlare latino), è tuttavia conforme a verità dire «a

sole hominem causari», anziché produci, come vorrebbero gli imitatori del lati-

no antico.

Tutta la lettera di Pico insiste sulla specificità di uno stile, di un lessico in

rapporto all’oggetto di cui si parla e si scrive: la terminologia usata dai filosofi

medievali – che costituisce ancora nel Quattrocento e poi nei secoli successi-

vi la struttura del discorso filosofico – risponde alle esigenze proprie di una

2

disciplina tecnica come la filosofia: «nostrum esse componere mentem potius

quam dictionem, curare ne quid aberret ratio, non oratio»1.

Tre secoli più tardi Immanuel Kant nella Critica della ragion pura sottolinee-

rà la necessità di fare ricorso al latino, in luogo del disperato mezzo dei neologi-

smi tedeschi, ogni qualvolta l’antica lingua, benché morta e dotta, offra

l’espressione appropriata di un concetto che si vuole spiegare. Non a caso tutta

l’opera è intercalata di parole e sintagmi latini atti a chiarire espressioni tede-

sche2.

Le due testimonianze sono qui ricordate per indicare pressappoco l’arco

cronologico in cui il latino moderno è stato – come è noto – il veicolo

privilegiato della comunicazione scientifica: lo riconosceva ancora d’Alembert,

deciso difensore dei moderni, delle lingue moderne, contro il pedantismo di

grecisti e latinisti: «Mais autant il serait à souhaiter qu’on n’écrivît jamais des

ouvrages de goût que dans sa propre langue, autant il serait utile que les ouvra-

ges de science, comme de géométrie, de physique, de médicine, d’érudition

même, ne fussent écrits qu’en langue latine, c’est-à-dire dans une langue qu’il

n’est pas necessaire en ces cas-là de parler élégamment, mais qui est familière

à presque tous ceux qui s’appliquent à ces sciences, en quelque pays qu’ils

soient placés. C’est un vœu que nous avons fait il y a long-temps, mais que

nous n’espérons pas de voir réaliser. La plupart des géomètres, des physiciens,

des médecins, la plupart enfin des Académies de l’Europe, écrivent au-

jourd’hui en langue vulgaire. Ceux même qui voudraient lutter contre le tor-

rent sont obligés d’y céder. Nous nous contenterons donc d’exhorter les savans

et les corps littéraires qui n’ont pas encore cessé d’écrire en langue latine, à ne

point perdre cet utile usage»3.

Solo lungo l’Ottocento – anche se rimasto in uso in alcune università (a

metà del secolo Gauss teneva a Gottinga lezioni in latino), e più ampiamente

nelle dissertazioni dottorali sino alla fine del secolo («quid e Cournoti discipli-

na ad scientias sociologicas sumere liceat», discuteva – creando un neologi-

smo – uno dei fondatori della sociologia moderna C. Bouglé nel 1899)4 – il

latino cessa di fatto dall’essere lingua di attiva comunicazione intellettuale,

3

sostituito ormai dalle lingue nazionali; sopravviverà soprattutto nell’ambiente

ecclesiastico romano quasi a segno dell’ecumenicità cattolica e ancora in alcu-

ne nomenclature scientifiche (quella anatomica veniva fissata in latino dalla

Anatomische Gesellschaft alla fine del secolo scorso e poi sempre aggiornata

sino alla lista parigina dei Nomina Anatomica, P.N.A., del 1955)5 segno anche

questo dell’ecumenicità propria della scienza.

Il latino moderno costituisce uno dei settori privilegiati nei programmi

del Lessico Intellettuale Europeo, secondo due linee di ricerca: il Lessico filosofi-

co dei secoli XVII e XVIII
e l’inventario informatizzato di termini e sintagmi

tardo-medievali e moderni non attestati nei lessici esistenti per il latino classi-

co e degli scrittori cristiani antichi (Thesaurus mediae et recentioris latinitatis).

Il latino moderno quale si presenta nella produzione filosofica, scientifica,

tecnica, fra ’600 e ’700 è zona poco praticata dagli studiosi del neolatino,

attenti piuttosto a quella che si considera produzione propriamente letteraria.

Come è noto infatti con il termine neolatino (che risale forse al principio del-

l’Ottocento) si suole indicare una «terza età» della lingua latina che «ha origi-

ne negli ideali e nei principi dell’umanesimo italiano»6 e che comporta una

precisa periodizzazione e una serie di cesure: latino cosiddetto classico, età

medievale, rinascita delle humanae litterae di cui il neolatino sarebbe frutto e

prosecuzione.

Inutile sottolineare come questa concezione segmentata dello sviluppo

storico della lingua latina scandita secondo nascite, decadenze e rinascite, non

solo rischi di privare il latino di ogni vitalità e di ridurre il neolatino nell’am-

bito di processi imitativi, ma è fortemente condizionata da una valutazione

stilistica e formale della lingua e della produzione letteraria, emarginando tutta

quella produzione in cui il latino moderno ha trovato alcune delle sue più

vitali espressioni. Si proietta del resto in questa concezione non solo il canone

del classico – eretto a metastorico canone di giudizio – ma anche quella che

è stata per gran parte l’impostazione degli studi sul latino antico ove – le

bibliografie sono lì a dimostrarlo – è evidente lo squilibrio fra gli studi e i

commenti dedicati ad alcuni grandi autori di opere letterarie (persino nello

studio di Cicerone è prevalente l’interesse per le opere retoriche rispetto a

quelle filosofiche) mentre ancora si attende un commento completo a scrittori

come Vitruvio, Firmico Materno e Marziano Capella, che pure sono stati per

secoli veicoli fondamentali di cultura. Questo cenno (analoghe considerazioni

4

potrebbero farsi per lo studio della storia delle lingue moderne e delle rispetti-

ve tradizioni lessicografiche) non sembri un’incursione in un campo che non è

il mio: volevo solo giustificare le difficoltà in cui si trova ogni ricerca sul lati-

no moderno che prenda in esame l’evoluzione del lessico attraverso lo studio

di testi non letterari, bensì filosofici, teologici, scientifici, tecnici ove la lingua

e soprattutto il lessico si sono dovuti impegnare a dare espressione a nuove

esperienze di pensiero e dove quindi si può registrare una forte creatività del

latino che costituisce altresì il presupposto del vocabolario scientifico delle lin-

gue nazionali.

In questa prospettiva e in questo ambito della produzione scritta è evi-

dente come non sia possibile indicare alcuna cesura fra il latino tardomedieva-

le e il moderno: ciò perché se negli ambienti umanistici forte è stata la pole-

mica contro il «barbaro latino» medievale con il recupero dei modelli antichi,

contemporaneamente la produzione filosofica, scientifica, teologica, proseguiva

e arricchiva la lingua e il lessico degli ultimi secoli del Medioevo assicurando-

ne la continuità ben oltre la polemica umanista. Si era costituito fra XII e XIII

secolo un patrimonio lessicale in gran parte nuovo rispetto al latino «classico»

e altomedievale sia con la ripresa di una terminologia tecnica tardo-antica, sia

soprattutto per l’influenza delle traduzioni dal greco e dall’arabo dei testi di

Aristotele e dei suoi commentatori, delle grandi opere della tradizione filosofi-

ca e scientifica ellenistica e araba: tale patrimonio lessicale, entrato a far parte

di una cultura fortemente legata alla lezione dei testi recentemente scoperti,

offrirà le strutture linguistiche fondamentali non solo della tradizione scolasti-

ca, ma di gran parte della successiva produzione filosofica e scientifica.

Le ricerche avviate dal Lessico Intellettuale Europeo per un Thesaurus

mediae et recentioris latinitatis
(opera coordinata da Giacinta Spinosa) hanno già in

altre sedi documentato l’interesse delle traduzioni per la costituzione di un

nuovo lessico tecnico7, mettendo in evidenza i limiti di gran parte dei dizio-

nari del latino medievale che o si arrestano alle soglie del XIII secolo o, quan-

5

do si spingono più oltre, fanno uso limitato delle traduzioni: nel primo caso è

sotteso il presupposto di una «unità» del latino medievale sino al XII secolo

poi perduta; nel secondo (come nel Mittellateinisches Wörterbuch, nel Lexicon latini-

tatis nederlandicae Medii Aevi e nel Dictionary of medieval latin from British sources,

tutti in corso di pubblicazione) pur facendosi spazio a testi non letterari (sempre

molto prevalenti), la documentazione offerta può spesso essere retrodatata sul-

la base delle traduzioni dal greco e dall’arabo episodicamente spogliate. Qui mi

limiterò a ricordare solo alcuni termini (assenti dai lessici del latino classico,

tardo antico e degli scrittori cristiani dei primi secoli) molti dei quali, nati

dalla penna dei traduttori e non altrimenti documentati prima, erano destinati

a passare, attraverso il latino moderno, nelle lingue nazionali. Adattamenti di

aggettivi: banausicus, diafanus, metallica, microfonus, monarchicus, oligarchicus, omogenea,

paralogisticus, sklirodermus, thesaurizabilis; di avverbi: cyclopice; di sostantivi: anthre-

na, antiperistasis, aorta, atechnia, autarchia, cytharistica, despotica, dikhotomia, entoma, epi-

sodion
, eutrofia, microfonia, monopolia, omofonia, peripetia, protagonista, rapsodia,rinobata

, tragicitas; adattamenti di verbi: analogizo, metaforizo, poetizo, sophistico, sophisticor, yro-

nizo
. Calchi semantici in -tas, -atio, -alis, -aris, -ivus, -ilis: actibilis, adhesivus, agricul-

tivus
, assuefactivus, auditivus, augmentabilis, benefactivus, bestialitas, caudale(-is), cognosciti-

vus
, commutativa, congeneitas, decisionalis, emissivus, extraneitas, incoagulabilis, ineligibilis

,infallibilitas, intransmutabilis, investigativa, legalitas, nutritivus, oppressivus, persequibilis

, prudentialis, punitivus, receptivus, remunerativus, totalis, transmutabilis. Calchi semantici

di sostantivi semplici o composti: agricultura, concausa, contrapassum, excrescentia

, influentia, pubescentia, senescentia, superstructura; di aggettivi: gaudiosus, incommensura-

tus
, ingubernatus, unctuosus; di verbi: artificio, beneficio, condivido, coordino, ingrosso,

ramificor,superhabundo

Si tratta di parole – adattamenti, calchi semantici – di cui dovrebbero8



6

tener conto anche gli studiosi delle etimologie delle lingue moderne che trop-

po spesso risalgono direttamente al greco ignorando l’esistenza di attestazioni

medievali, e che interessano altresì gli storici della lingua i quali possono tro-

vare nelle traduzioni vocaboli spesso documentati nei lessici con autori più

tardi.

È noto come contro questa irruzione di termini barbari abbiano reagito

molti umanisti proponendo nuove versioni – a volte rimaneggiamenti secon-

do criteri letterari – di testi greci: «fugiat – scrive polemicamente nella cele-

bre De interpretatione recta Leonardo Bruni – et verborum et orationis novita-

tem, praesertim ineptam et barbaram» e insisteva denunciando l’uso di termini

come politia, aristocratia, democratia, oligarchia, ai quali debbono sostituirsi le classi-

che locuzioni respublica, optimorum gubernatio, populare statum, pauciorum potentia; e

così infatti procede nella revisione della traduzione medievale dell’Etica a Nico-

maco
, sostituendo nelle sue versioni a economica, res familiaris; a politica, res publica;

a communicatio politica, civilis societas; a despoticus, dominus. Ai termini semigreci e semi-

latini
debbono sostituirsi quelli attinti dalla corretta conoscenza della lingua

classica usando «probata… verba et ab optimis auctoribus frequentata»: tra-

durre è «unius linguae in alteram expressio», «non divinare neque coniectare

nec pro arbitrio suo dicere», né la lingua latina degli autori classici ha qualcosa

da invidiare ai Greci: «nihil graece dictum est, quod latine dici non pos-

sit»9.

Pure non tutti i traduttori dell’età umanistica erano dello stesso avviso, se

già Alfonso Garcia in polemica con il Bruni non solo faceva osservare l’uso

corrente di vocaboli latini di origine greca – nelle scienze e nelle arti come

7

anche nel parlare comune, tanto il latino è radicato nel greco («reperies non

dicam omnia, sed magna ex parte Latina vocabula a Graeca descendisse radi-

ce») – ma difendeva la forza della lingua latina, il suo primato e la sua ric-

chezza (praecipua praeminentia, interminabilis latitudo, infinita potentia) nell’esser capa-

ce di far propri voces et nomina di diversa origine: «nec enim latinae linguae

penuriam accusamus, quia graecas dictiones vel etiam de nationibus peregrinis

quodam alluvionis modo paulatim ad se continue trahit: immo haec est eius

praecipua praeminentia, haec interminabilis latitudo, quod quasi ab hostibus

capta alienas voces et nomina ex quodam iure gentium ad proprium domi-

nium adducit: inops namque esset et prorsus egena, si certis finibus claudere-

tur. Sed ingens et paene infinita est potentia eius, et nedum a graecis, sed a

barbaris et universis mundi nationibus quicquid ei libet licet accipere»10.

Non diversamente Guarino Veronese aveva difeso proprio i vocaboli che

saranno ripudiati dal Bruni non solo perché gli insueta vocabula graeca «gratioris

aliquid varietatis aspergunt», ma per il carattere specifico della terminologia

delle arti liberali e delle scienze che debbono conservare i graeca nomina per non

perdere il significato autentico dell’originale: «id adeo verum est, ut omnes

liberales artes, omnes scientiae, quibus latinitas utitur, graeca prae se ferant

nomina, immo si latinis appellentur vocabulis, quasi mutata veste ac habitu,

vix dignosci queant»11.

Dal canto suo, con molta forza polemica e grande senso della storia, Era-

smo poteva liquidare ogni purismo ciceroniano in nome dei radicali mutamen-

ti intercorsi in tutto l’orizzonte culturale dai tempi di Roma antica: «quocum-

que me verto video mutata omnia, in alio sto proscenio, aliud conspicio thea-

trum, imo mundum alium», non ha dunque più senso fermarsi al linguaggio di

Cicerone: vocabula nova cum rebus novis exorta sunt12. Negli stessi anni, Georg

Agricola tentando di fissare una terminologia scientifica de re metallica, trascrive

con queste parole la sua esperienza, la stessa di tutti gli scrittori neolatini

8

impegnati su nuove frontiere di ricerca: «verbis novis ut utar necesse est, quod

ista veteribus explicata aut non sint, aut si maxime sint non extent»13.

Ma non della polemica umanistica sul tradurre si voleva qui far cenno,

bensì dell’importanza cruciale delle traduzioni, troppo spesso dimenticate dalla

lessicografia e dagli storici della lingua in quanto considerate opere non origi-

nali, contrapponendo gli autori ai traduttori: in realtà se il tradurre è sempre

un’interpretazione in senso totale e originale nel necessario sforzo di confron-

tare il proprio patrimonio culturale e linguistico con uno radicalmente diverso,

quando nel confronto e nella trascrizione da una ad altra lingua ci si trova

innanzi orizzonti di pensiero affatto ignoti, il tradurre impone in maniera

cogente la creazione di un lessico e di strutture lessicali idonei a trascrivere

l’originale. Il traduttore diviene l’autore di un testo che spesso assicura all’ori-

ginale una più ampia e duratura fortuna, a volte ne permette la sopravvivenza.

Né il tradurre è necessariamente legato alla versione di un testo, ma più

ampiamente si realizza ogni qual volta si imponga l’acquisizione di esperienze

estranee a quelle sedimentate nella propria lingua14. Da Lucrezio e Cicerone a

Mario Vittorino e Boezio, dalle traduzioni dello Ps.-Dionigi nel secolo IX, alle

versioni di testi greci e arabi nei secoli XII-XIII, poi ancora nei secoli XV e

XVI, la lingua latina è venuta assorbendo e trasformando culture diverse,

modificando e ampliando il proprio lessico la cui storia potrebbe essere scandi-

ta attraverso il succedersi di quelle traduzioni. Viene in mente la considerazio-

ne di Diels che non solo riteneva premessa indispensabile al Thesaurus linguae

latinae
la redazione di un Thesaurus della lingua greca, ma sottolineava in questa

9

prospettiva come la lingua latina, nella sua storia, abbia subito a tre riprese

l’influenza determinante del greco, prima attraverso la letteratura, poi la filo-

sofia infine la teologia15. Se Diels si arrestava al VII secolo dopo Cristo, la sua

considerazione investe tutta la storia della latinità che si arricchirà altresì

dell’apporto dell’arabo e dell’ebraico e, contemporaneamente, dell’influenza

dei volgari.

E se mi è permesso un accenno a un’epoca che è fuori delle nostre attuali

ricerche, vorrei richiamare la necessità di dedicare maggiore attenzione ai

secoli della cosiddetta decadenza perché proprio nei primi secoli della nostra

era il lessico subisce nuove profonde trasformazioni: non solo, è noto, per tra-

scrivere i nuovi orizzonti dell’esperienza cristiana (molti aspetti del latino cri-

stiano sono stati studiati per quanto concerne le versioni latine della Bibbia, la

liturgia, l’agiografia, la teologia), ma per un nuovo rapporto con la cultura

ellenistica e per un ampliarsi della riflessione filosofica e teologica. Si ricordi

l’importanza che assumono termini quali essentia, substantia, hypostasis, persona, sub-

sistentia
, substantialitas, consubstantialis, consubstantialitas lungo le polemiche trinita-

rie16; ma anche termini e famiglie forse meno studiati come essentialitas, existen-

tialis
, consistentia, inexistens; l’uso attivo di causare per «produrre», «causare», con

connessi o derivati causalis, causale, causaliter, causativus, causativum, causatus; il

cospicuo gruppo di derivati di intellego (intellectibilis, intellectio, intellectivus, intellector,

intellectuabiliter
, intellectualis, intellectualiter, intellectualitas, intellectus, intellegentia (meno

raro), intellegentialis, intellegentialitas, intellegibilis, intellegens, intellegenter): vocaboli

scarsamente documentati o assenti nell’età classica, attestati in autori dei primi

secoli della nostra era e destinati alla più grande fortuna in età medievale e

moderna.

Di qui la necessità di un attento studio del latino tardo antico in mancan-

za del quale ogni confronto diretto del latino medievale e moderno con il lati-

no «classico» resta sempre approssimativo e spesso fuorviante: vale ancora il

severo ammonimento del Thesaurus eruditionis scholasticae «neque enim ut barbara

culpanda statim est vox, quae apud Ciceronem, Terentium aut similes non

extet. Potest enim apud Vitruvium aut Columellam aliquem, aut Plinium aut

Senecam aut alios inveniri».17.

Ma l’ampliamento del lessico latino non si ferma ovviamente all’apporto

delle traduzioni: in mancanza di lessici del latino moderno, di spogli sistemati-

10

ci di testi, ci muoviamo in una zona di ricerca esposta a molti rischi e dobbia-

mo procedere per sondaggi. La sezione latina del Lessico filosofico dei secoli XVII e

XVIII
in preparazione presso il Lessico Intellettuale Europeo (fondato sullo

spoglio di 55 opere dal 1601 al 1804) di cui è responsabile Marta Fattori in

collaborazione con Massimo Bianchi, può presentare un utile punto di riferi-

mento e permettere alcune annotazioni, arricchendo la lista dei neologismi

latini più noti e studiati, come quelli relativi ad alcune scoperte e invenzioni

(quali telescopium e microscopium che emergono in ambiente linceo e segnano

emblematicamente la nascita della scienza moderna), al nuovo mondo, alla

polvere da sparo, all’arte della stampa, alle nomenclature scientifiche. Limitan-

doci all’ambito dei lemmi dalla A a D si trovano attestati un numero ingente

di vocaboli che non sono presenti né nei lessici classici né nel Mittellateinisches

Wörterbuch
che è senza dubbio il più ricco dei lessici del latino medievale dan-

do largo spazio a testi non letterari. Non si può datare l’origine di questi voca-

boli, ma può essere interessante segnalarne alcuni che sono variamente rimasti

nelle lingue moderne: adquidditas, aequemultiplex, aesthetica (con tutto il suo grup-

po dovuto a Baumgarten), aestimativitas, affirmatorius, algebraicus, alcali, alteratrix,

americanus, anabaptista, anaclastica, analogismus, analista, anatomista, angustiatio, animad-

versivus
, animadvertentia, animalculum, animifico, antediluvianus, antegressus, antemundanus,

anthropologia, anthropomorfismus, antilogia, antitipia, apagogicus, aphelion, apodictice, apper-

ceptio
, appercipio (derivati dal francese), aptitudinalis, aqueositas, archetypalis, archetypi-

cus
, architectalis, aristotelismus, aristotelizo, aseitas, assignabilis, astrologismus, atheismus,

atmosphaera, atomistae, atrabiliosus, attrattrix, attributrix, automa, autopsia, cabbalista

, canonista, characteristica, chemica, chimica, chiromantia, colchodea, chimista, coalescentia

, cogitabilitas, combinatorius, concreator, connaturalitas, contractivus (si ricordi che da co-

mancano i fascicoli del Mittellateinisches Wörterbuch ancora da pubblicare), contrac-

tivus
, copernicaeus, corporeitas, corpuscularis, cosmetica, cosmogonia, cosmologia, cosmosophia,

cossa, cossicus, credibilitas, cumulativus, daemonologia, deificabilis, deismus, deista, demonstra-

bilitas
, dendrologia, despoticus, despotismus, determinabilitas, diallelum, dianoetica,dianoeti-

cus
, diaphaneitas, differentialis, dimensivus, dioptrica, discongruens, discongruentia, disconti-

nuo
, disconvenientia, discriminabilitas, discursivus, dispensabilis18. Ma l’esemplificazione

potrebbe continuare anche solo scorrendo il nostro lemmario per le lettere

successive: elasticus, expansivus, horizontalis, inflammabilis, molecula, rationatum, repulsi-

11

vus
, respectivus, undulatorius, vibratorius, sono vocaboli che Kant usa correntemente

attingendoli a una consolidata tradizione neolatina.

Questi esempi, se fosse necessario, sarebbero sufficienti a mostrare la dut-

tilità del latino moderno, la sua creatività linguistica, la sua capacità di aderire

a nuove esperienze di pensiero. Difficile quindi sottoscrivere la pur autorevole

affermazione che il latino fin dal Cinquecento aveva perso la capacità di espri-

mere pensieri moderni, sia nel suo lessico classico («fait pour exprimer les

démarches intellectuelles d’une civilisation morte depuis d’une douzaine de

siècles»), sia nel latino scolastico che sarebbe stato liquidato dalla polemica

umanistica; sicché solo con Descartes e il suo francese sarebbe iniziato un

modo nuovo di filosofare: «depuis il n’y plus en France de philosophes pour

latiniser…»19. In realtà non solo in Francia e in tutta l’Europa alcune delle

grandi opere del pensiero moderno saranno ancora in latino, ma proprio

Descartes aveva scelto il latino per scrivere le sue opere più tecnicamente filo-

sofiche contribuendo fra l’altro a dare significato nuovo a parole e sintagmi

latini (da conscientia a causa sui); e non sarà inutile ricordare che al latino ricorre

anche in scritti più colloquiali e privati come le lettere inserendo termini e

frasi latine in contesti francesi. Tutti conoscono le celebri lettere a Mersenne

del 1630 sulle verità eterne ove questi inserti avvengono spontaneamente pro-

prio per le carenze della lingua volgare: «elles [les vérités mathématiques] sont tou-

tes mentibus nostris ingenitae…»; «pour les vérités éternelles, je dis derechef que

sunt tantum verae aut possibiles, quia Deus…»; «... car en Dieu ce n’est qu’un de

vouloir et de connaître; de sorte que ex hoc ipso quod aliquid velit, ideo cogno-

scit…»; «il ne faut donc pas dire que, si Deus non esset, nihilominus istae veritates

essent verae, car l’existence de Dieu…»; «Vous me demandez in quo genere causae

Deus disposuit aeternas veritates? Je vous réponds que c’est in eodem genere causae qu’il

a crée toutes choses, c’est à dire ut efficiens et totalis causa»20.

Né solo per discorsi e termini tecnicamente filosofici si verifica questa

naturalezza nell’uso del latino in contesti francesi: anche discussioni di proble-

mi matematici presentano nelle lettere analoghi intarsi.

Questo uso di inserire parole, sintagmi, locuzioni latine in discorsi svolti

in una lingua moderna meriterebbe maggiore attenzione: non si tratta della

12

spiegazione di una parola tecnica, ma dell’uso spontaneo e dinamico del latino

che naturalmente interviene a supplire con la sua tecnicità carenze della lingua

in cui si scrive o si parla. Interessante testimonianza, fra le molte, potrebbe

ancora essere la Reportatio delle lezioni di logica di Kant note come Logik Blom-

berg
, coeva alla Dissertatio. Kant aveva innanzi come manuale di logica il testo

di Georg Friedrich Meier, Auszug aus der Vernunftlehre ove frequenti erano i rin-

vìi fra parentesi a parole latine per precisare o chiarire espressioni tedesche;

nelle lezioni di Kant il latino è presente nella continuità del discorso, costruito

secondo le strutture morfologiche e sintattiche della lingua tedesca, e non sem-

pre in rapporto al testo di Meier che presenta un minor numero di parole

latine. Oltre a das Contrarium, das Totale, ricorderemo qualche passaggio: «Wir

begreifen niemahls etwas totaliter oder absolute»; «Alle conceptus sind…»,

«Die conceptus dati sunt vel abstracti von der Erfahrung vel rationales», «Er-

kenntniss, das ist, die die conceptus summos unter sich enthält...», «Erkennt-

niss kann materialiter wahr, und formaliter falsch seyn…» «Das Materiale der

Repraesentation...», «Die Nota eines Dinges überhaupt ist die Nota Remotis-

sima eines Dinges»; «Alle Dogmata sind ihrer Natur nach Objective rational»,

«in dem Objecto selbst», «die... grosse Menge der Originalium», «die Schön-

heit ist eine Perfectio Phaenomenon…», «die Quantitates der Dinge», «alle

Requisita der Erkenntniss»21.

Del resto Kant – come abbiamo visto – era ben consapevole della

necessità del ricorso costante al latino che usa correntemente negli scritti pre-

critici (dei quali abbiamo pubblicato gli indici e le concordanze a cura di

A. Lamarra, P. Pimpinella, L. Procesi)22, maneggiando una terminologia

tutt’altro che classica ma solo in un caso da lui sentita come barbara: quando

introduce phaenomenon intellectuatum aggiunge si barbarae voci venia est23.

Prima di Kant forte era stato l’impegno e l’influenza di autori come Tho-

masius e Wolff per dare con i loro manuali dignità scientifica e filosofica alla

lingua tedesca, riprendendo un programma che era stato di Leibniz.

Ma sarà opportuno sottolineare ad esempio come Christian Thomasius

13

non sempre riesca a stabilire una traduzione diretta dei termini latini in tede-

sco e sia costretto sovente a inserire il latino nel tedesco sottoponendolo alle

leggi grammaticali e sintattiche di questo senza darne la traduzione o affidan-

dosi a perifrasi esplicative: «Die nomina stellen das universale als ein totum indivi-

sum vor… Die definitio nominalis oder descriptio stellet das universale für als ein

totum cum aliis utcunque collatum aut in partes utcunque divisibile… Die definitio realis

oder definitio stricte dicta, die eigentlich hujus loci ist / stellet das universale für als



ein totum cum aliis totis proximioribus collatum, et in partes praeeipuas divisibile» «Dasje-

nige Ding / dergleichen schon gewesen ist und künfftig wieder seyn wird /

wird Ens potentiale genennet; das in des Menschen Gedancken alleine ist /

heisse ich ens rationis, und was würcklich ausser des menschen ist / heisst ens

reale… Also ist nun Ens rationis und non-ens, gantz unterschieden. Denn der

Mensch denckt allezeit etwas und kan nicht nichts gedencken»24.

Consistente è il numero dei termini latini che restano non tradotti (per

esempio: subjectum, praedicatum, analyticus, syntheticus, terminus, universale, infinitum,

axioma, postulatum, hypothesis, syllogismus, idea mathematica, idea arithmetica, idea quanti-

tatis, idea numeri, idea mensurae, idea temporis), mentre alcune corrispondenze fra

latino e tedesco vengono con Thomasius acquisite definitivamente: essentia

(Wesen), essentiale (wesentliche Beschaffenheit, Hauptwesen), ens (Ding, Wesen, Etwas),

ens reale (euserliches Ding), entia naturalia (natürliche Dinge), ens supernaturale (überna-

türliches Ding
), propositio (Satz), individuum (eintzeln Ding), inventio (Erfindung)25.

Più decisamente impegnato a rendere in tedesco il lessico latino sarà

Wolff, che correda i suoi testi di preziosi indici tedesco-latini e introduce nella

lessicografia filosofica nazionale termini destinati a grande fortuna: ricorderò

alcuni di quelli che Thomasius non aveva tradotto e che qui trovano invece il

loro corrispondente tedesco:

subjectum, Förder-Glied; praedicatum, Hinter-Glied; postulatum, Heische-Satz; con-

clusio
, Hinter-Satz; axioma, Grund-Satz; syllogismus, Schluß26.

Questi esempi di Thomasius e Wolff, che traggo dallo studio di Dagmar

14

von Wille pubblicato dal Lessico27, sono di per sé sufficienti a indicare le

difficoltà che le lingue nazionali dovevano superare per sostituirsi completa-

mente al latino la cui tecnicità era segno non marginale della sua vitalità come

superstrato dotto28.

Sarebbe tuttavia limitativo considerare la storia del latino moderno solo

dal punto di vista dell’arricchimento lessicale: vi è un altro aspetto, assai più

complesso, dell’evoluzione del latino ed è quello dei nuovi significati che ter-

mini antichi vengono ad assumere in contesti moderni. Si potrebbe anzi dire

che la storia del pensiero moderno è un continuo sostituire significati tradizio-

nali di parole antiche, quasi un progressivo liberarsi dalle strutture concettuali

imposte da termini che, per la loro storia, erano carichi di riferimenti a sistemi

intellettuali dai quali si voleva uscire. L’evoluzione del significato di trascenden-

tale
dalla Scolastica a Kant potrebbe da sola indicare questo complesso itinera-

rio.

Di qui la necessità della storia dei termini e di famiglie lessicali attraverso

i secoli per rintracciare, dietro l’identità grafica, il variare dei significati,

tenendo conto dei passaggi e degli scambi con le lingue volgari. Per il latino

moderno il Lessico Intellettuale Europeo ha studiato fra l’altro il sintagma

mathesis universalis nel volume di Giovanni Crapulli, il termine momento nel volu-

me di Paolo Galluzzi, mentre i vari volumi collettanei sui termini ordo, res,

spiritus
, phantasia/imaginatio, idea constituiscono un insieme di contributi non

marginali alla storia così della terminologia di cultura come delle idee29. Allo

15

stesso fine sono destinati i lessici di autore: per il latino moderno il lessico del

Novum Organum di Francesco Bacone curato da Marta Fattori è uno dei pochis-

simi strumenti di cui oggi disponiamo per il latino del Seicento e per lo studio

di un autore che ebbe vivissimo il senso del problema cui qui si accenna30.

Proprio perché impegnato in una instauratio magna capace di procedere ab imis

fundamentis
alla distruzione di antichi idola e alla costruzione di un nuovo sape-

re, Bacone avverte il problema cruciale della terminologia filosofica: «cogitavit

et illud: etiam verborum naturam vagam et male terminatam Intellectui homi-

num illudere, et fere vim facere». Ai nova inventa devono corrispondere nuovi

significati conferiti a parole antiche per uscire dal complesso degli idola fori

«quae ex foedere verborum et nominum se insinuarunt in intellectum». Di qui

un imperativo preciso: «hic autem locus admonendi videtur de nostro, in

genere, circa usum vocabulorum instituto. Id huiusmodi est, ut in praemisso

vocabulo Metaphysicae quam in aliis ubi conceptus et notiones nostrae novae

sunt et a receptis recedunt, maxime certa cum religione antiqua vocabula reti-

neamus». Non è necessario procedere alla creazione di parole nuove: è essen-

ziale anzitutto purificare la terminologia filosofica corrente attraverso l’«ordo

ipse et dilucida rerum explicatio» così da liberarsi «a prava vocabulorum qui-

bus utimur intelligentia»31.

16

Era epigrammaticamente espresso il cammino della filosofia moderna pri-

ma di abbandonare, come ormai consunto, l’abito latino. Dal punto di vista

del passaggio e dello scambio fra latino e lingue moderne ha notevole interesse

lo studio delle traduzioni latine di testi moderni che spesso hanno garantito

una più ampia circolazione all’originale volgare: si pensi al Dialogo di Galilei

tradotto in latino da Matthias Bernegger e pubblicato dagli Elzeviri nel 1635;

al Discours de la méthode di Descartes (tradotto da Étienne de Courcelle de verbo ad

verbum
come avverte Descartes nel presentarlo, 1644), alle sue Passions de l’âme

subito rese in latino da Henri Desmarets (pubblicate 1650), all’Essay di Locke

(due traduzioni latine, una di R. Burridge edita a Londra, 1701, l’altra di

S. H. Thiele a Lipsia, 1741 e ancora nel 1758), alla Critica della ragion pura di

Kant (di F. G. Born, Lipsiae 1796; si veda l’avvertenza ad lectorem sulle difficol-

tà del tradurre la terminologia kantiana – «nonnullis verbis technicis uti ut

suis… aliis suo peculiari modo» – e in genere di opere «cuius usus vulgaris

non sit»). A volte è l’autore stesso a tradurre in latino il suo scritto con quella

libertà che è propria dell’autore rispetto al traduttore: si pensi all’Advancement

di Bacone (tradotto e ampliato nel De augmentis), al Leviathan di Hobbes. Si può

cogliere, soprattutto in questi ultimi casi, la difficoltà dei passaggi, la perdita di

significati forti e peculiari che, presenti nel volgare, non trovano spazio in lati-

no: lingua ormai esclusivamente dotta e erudita sembra aver perso anche quel-

la creatività che fu dei traduttori medievali. Se ad esempio prendiamo la ver-

sione latina del Leviatano, dettata dallo stesso Hobbes verso la fine della sua

vita, posteriore nella sua forma attuale alla redazione inglese, notiamo subito

le difficoltà di alcune traduzioni: così il concetto di sovereign e di sovereignty cru-

ciali nella teoria politica di Hobbes si stemperano nel classico summa potestas,

quindi il sovereign è «qui habet summam potestatem», la sovereign authority, è la

summi imperantis authoritas; ma sovereignty è anche reso con civitas che traduce

altresì government e commonwealth; subject diviene civis (più raramente subditus et

civis
), l’institution of sovereignty, institutio civilis o institutio civitatis32.

17

Altrettanto importanti le traduzioni coeve da un originale latino al volga-

re. Così per esempio nella traduzione delle Meditationes de prima philosophia di

Descartes – opera del Due de Luynes ma rivista e approvata dall’autore –

abbiamo molti casi interessanti che documentano da un lato la difficoltà di

rendere francese una terminologia filosofica latina di antica tradizione, dall’al-

tro la più netta modernità del francese che avvia un lessico destinato a grande

avvenire. Da questo ultimo punto di vista si noterà l’uso forte di esprit che

rende e unifica una terminologia varia: mens, animus, ingenium, mentis acies. Incer-

to è invece il modo di rendere il latino percipere: penser, entendre, concevoir, connaî-

tre, comprendre; per la locuzione sensu percepta abbiamo reçues par les sens; perceptio è

resa con connaissance; ma i termini usati per tradurre percipere sono utilizzati

anche per cogitare; l’idea innata è «née et produite avec moi»; intueri è reso con

una perifrasi: per la bella espressione latina «acie mentis intueor» abbiamo «la

force et l’application intérieure de mon esprit»33; i verbi esse e existere hanno

ciascuno bisogno di venir specificati con l’endiadi d’être ou d’exister34; sicché il

je pense, donc je suis, nella traduzione latina del Discours diviene ego cogito, ergo sum

18

sive existo
35; conscius esse è reso con le penser et en avoir connaissance36; credo – che

introduce e regge tre periodi, è per tre volte diversamente tradotto: «je me

persuade… je pense… je crois
»37. A volte tuttavia nel passaggio da un originale

volgare al latino, vediamo nascere neologismi di grande fortuna: ricorderò il

latino acquiescentia (sconosciuto ai lessici del latino antico e medievale) con cui

Henri Desmarets rende il francese satisfaction delle Passions de l’âme di Descartes

(soprattutto nell’espressione satisfaction de soy-mesme: acquiescentia in seipso) e che

Wolff attribuirà direttamente a Descartes («in significatu a Cartesio in philo-

sophiam introducto»)38; o il latino apperceptio che Leibniz trae per calco dal

francese apperception da lui stesso coniato: «apperceptionis nomine utitur Leibni-

tius; coincidit autem cum conscientia...», avvertirà Wolff assicurando larga

diffusione al termine; «Bewusstsein seiner selbst (apperceptio)» ripeterà Kant

nell’Anthropologie39. Anche la terminologia scientifica offre cospicui esempi di

19

passaggio dal volgare al latino: come per es. cobaltum e quarzum che già l’Agri-

cola derivava dal tedesco con la semplice aggiunta di desinenza latina40.

Per il problema del passaggio dal latino alle lingue moderne sarebbe inol-

tre di grande utilità lo studio dei lessici generali e speciali editi fra il Cinque-

cento e il Settecento. Manca in questo campo una guida bibliografica esausti-

va41, ed è ancora utile ricorrere al Polyhistor di Morhof nel capitolo De lingua

latina
che offre preziose indicazioni per i lessici latini (Libro V, capitolo IX), così

come per i lessici greci (Capitolo VII) e delle lingue nazionali (Capitolo IV).

Pure, per fare solo un esempio, si dovrebbe finalmente studiare la struttura,

nelle sue varie edizioni, del celebre Calepino che dagli inizi del Cinquecento

accompagna per tre secoli la cultura europea: potrebbe chiamarsi, notava argu-

tamente Morhof, non Calepinus ma in maniera anagrammata pelicanus per indi-

care come con il suo sangue e il suo lavoro si siano alimentate intere genera-

zioni di lessicografi («sanguine suo et succo minorum gentium lexicographis

vitam dedit»)42: arricchito e completato via via anche con un indice di voci

20

barbare (poi ripreso e ampliato nell’edizione patavina del Forcellini a cura di

A. Jos. Furlanetto, 1831), il Calepino offre una documentazione ricchissima sia

per i vari equivalenti nelle lingue moderne, sia per le fonti antiche e tardo-

antiche utilizzate. Quanto al latino-tedesco vorrei ricordare solo il Thesaurus

eruditionis scholasticae
di Basilio Faber, nelle sue successive edizioni dopo la prima

del 1571, ampliate a cura di CI. Buchner, poi di Chr. Cellarius di J. G. Graeve

e di A. Stübel, ripubblicato fino a tutto il Settecento: qui ingente la mole di

documentazione che accompagna le voci, ricche di riferimenti fino al VI e VII

secolo dopo Cristo, non senza omettere usi umanistici e voci barbare e dando

ampio spazio a terminologia scientifica e a commenti recenti: cogitamen docu-

mentato da Tertulliano a Pierre de Blois, argumentosus da Quintiliano a Pico,

inductio nel passaggio dall’uso retorico a tipo di argomentazione; il complesso

spettro di termini legati a intelligere e intellectus, o quelli legati a duco (superinductio,

superinducere), momentaneum da Tertulliano a Fulgenzio.

Il discorso potrebbe essere ampliato, ma si voleva solo indicare l’impor-

tanza dei lessici latini bilingui o multilingui, e l’interesse dei dizionari dei vari

settori disciplinari assai più ricchi di neologismi. Forse un tesoro dei lessici,

cominciando da questi ultimi sarebbe di particolare utilità: per alcuni lessici

filosofici del Seicento e del Settecento è in corso una ricerca di E. Canone

presso il nostro Centro al fine non solo di costituirne un Thesaurus che raccordi

e confronti le definizioni, ma anche per cogliere l’inserimento via via di termi-

ni nuovi : i lessici – che sono solitamente in ritardo sulla lingua – divengono

testimoni preziosi non solo dell’evoluzione ma della stabilizzazione e diffusione

di vocaboli di conio recente.

Ho cercato sin qui di indicare alcuni problemi e suggerire linee di ricerca :

se un voto fosse lecito esprimere, è quello di far convergere le ricerche sul

latino moderno verso la costituzione di un lessico, o almeno di un lemmario

accompagnato da brevi contesti, capace di documentare tanto l’uso nuovo di

vocaboli antichi come l’affermarsi di nuovi. «Hic vero cum pudore nostri

seculi dicendum est, non habere nos perfectum aliquid Lexicon Latinum»,

annotava Morhof sul cadere del Seicento43. Se quel pudor non ha più ragion

d’essere per il latino antico dopo il Thesaurus linguae latinae, le parole del grande

erudito possono forse valere per il latino moderno, parte essenziale e integran-

te di un futuro lessico Totius Latinitatis.

*.
Relazione presentata al Congresso Internazionale di studi sull’uso scritto e parlato del

latino dal Rinascimento ad oggi (Roma 15-18 aprile 1991). Ringrazio il Comitato scientifico del

Congresso, e in particolare il prof. R. Avesani, per averne autorizzato la pubblicazione in questa

sede. La relazione comparirà negli Atti del Congresso.
1.
La lettera di Pico a Ermolao Barbaro (3 gennaio 1485) può leggersi in E. Garin, Prosa-

tori latini del Quattrocento
, Milano-Napoli 1952, pp. 805-823: i luoghi citati alle pp. 806, 808, 818-

820, 814.
2.
I. Kant, Critica della ragion pura, trad. it. G. Gentile-G. Lombardo Radice, Bari 19402,

vol. I, p. 290 (Ak. Ausg. III, pp. 245-246).
3.
D’Alembert, Sur l’harmonie des langues, et en particulier sur celle qu’on croit sentir dans les langues

mortes; et à cette occasion sur la latinité des modernes, in Œuvres complètes, t. IV, 1, Paris 1822, pp. 25-

26.
4.
Cfr. P. Burke, Lingua, società e storia, trad, it., Roma-Bari 1990, pp. 46, 99 n. 48.
5.
Cfr. R. Olry, Histoire des nomenclatures anatomiques, in «Documents pour l’histoire du voca-

bulaire scientifique», n. 9 (1989), p. 94.
6.
Cfr. I. Ijsewijn, Companion to Neo-Latin Studies, Amsterdam-New York-Oxford 1990,

p. 27.
7.
T. Gregory, Pour un Thesaurus Mediae et Recentioris Latinitatis, in Ordo. II Colloquio Internazio-

nale del Lessico Intellettuale Europeo
, Roma 7-9 gennaio 1977, Atti a cura di M. Fattori e M. L. Bian-

chi, Roma 1979, pp. 719-738; A. Duro, Aspects techniques, ivi pp. 739-745; T. Gregory, Lessico

Intellettuale Europeo: Recherches sur la terminologie intellectuelle du moyen âge
, in Terminologie de la vie intellec-

tuelle au moyen âge
, Actes du Colloque Leyde-La Haye 20-21 septembre 1985, Turnhout 1988,

pp. 105-108; G. Spinosa, Gli indici dell’«Aristoteles latinus»: esperienze di lavoro in vista di una loro inclu-

sione nel «Thesaurus»
, in Spiritus. IV Colloquio Internazionale del Lessico Intellettuale Europeo, Roma 7-9

gennaio 1983, Atti a cura di M. Fattori e M. L. Bianchi, Roma 1984, pp. 545-566; Idem, Alcune

traslitterazioni nelle versioni greco-latine di Aristotele
, in Lexicon philosophicum, 1-1985, pp. 117-126; Idem ,

Le origini del lessico scientifico moderno nell’Aristotele latino, in Knowledge and the sciences in Medieval Philosophy

, Proceedings of the Eighth International Congress of Medieval Philosophy
, Helsinki 24-29 august 1987

, Helsinki 1990, vol. III, pp. 670-678.
8.
Alcuni di questi vocaboli sono attestati nel Mittellateinisches Wörterbuch: banausicus, anthrena,

aorta, autarchia, actibilis, adhesivus, agricultivus, auditivus, augmentabilis, benefactivus, bestialitas, caudale(-is),

cognoscitivus, commutativa, agricultura, artificio, beneficio. Non è qui il luogo per accennare ad altri stru

menti di ricerca lessicografica come le concordanze e gli indici; fra questi ben ampio discorso

meriterebbe la grande impresa del Thesaurus Patrum Latinorum del CETEDOC (Louvain-la-Neu-

ve) diretto da P. Tombeur, per la straordinaria ricchezza di documentazione che mette a disposi-

zione con gli indici e le concordanze: oceano di informazioni di cui forse i medievisti non

hanno ancora preso piena conoscenza (cfr. T. Gregory, Instrumenta Lexicologica Latina. Verso un

«Thesaurus Patrum Latinorum»
, in «Studi Medievali», 3a serie, XXV (1984), pp. 449-457; P. Tom-

beur
, Banques de données constituées au CETEDOC pour l’étude de la tradition occidentale, in Studies in

h onour of Roberto Busa S. J.
[= «Linguistica computazionale», IV-V (1987)], Pisa 1987, pp. 259-

278). Qui si vuole ricordare solo lo scarso uso, nei lessici, delle traduzioni come fonti primarie

di documentazione. Si potrebbe ampliare ancora il discorso su fonti linguistiche poco utilizzate,

come quelle riguardanti la vita quotidiana, gli atti notarili, i ricettari ove più forte è l’influenza

dei volgari.
9.
Leonardo Bruni Aretino, Humanistisch-Philosophische Schriften… herausgegeben und er-

läutert von H. Baron, Leipzig-Berlin 1928, pp. 86, 95. A. Birkenmajer, Der Streit des Alonso von

Cartagena mit Leonardo Bruni Aretino
, in «Beiträge zur Gesch. der Philos. des Mittelalters», XX, 5,

Münster i. W. 1922, pp. 129-210, ora in Etudes d’histoire des sciences et de la philosophie du Moyen Age,

Wroclaw-Warszawa-Krakov 1970, pp. 405-512 (da cui citiamo), p. 470 (p. 194 dei «Beiträge»).

Ivi anche la risposta di Bruni: «Probat vero Alphonsus et laudat permixtionem linguarum

omnium, ego autem puritatem latini sermonis observandam censeo neque coinquinandam Grae-

cis aut barbaris dictionibus» (p. 484; p. 208 dei «Beiträge»): tornano gli esempi di terminologia

politica barbara del De interpretatione recta. Cfr. E. Garin, Le traduzioni umanistiche di Aristotele nel

secolo XV
, in «Atti dell’Accademia fiorentina di scienze morali la Colombaria» XVI (1950),

pp. 55-104 (in partic. pp. 8-14); anche E. Garin, Ricerche sulle traduzioni di Platone nella prima metà

del secolo XV, in Medioevo e Rinascimento – Studi in onore di Bruno Nardi
, Firenze 1955, pp. 339-374;

ivi alle pp. 297-319 il saggio di E. Franceschini, Leonardo Bruni e il «vetus interpres» dell’Etica a

Nicomaco.
Sul problema delle traduzioni e del tradurre nell’Umanesimo, cfr. G. Folena, Volgariz-

zare e tradurre
, Torino 1991, in partic. pp. 58 sgg.; B. P. Copenhaver, Translation, terminology and

style in philosophical discourse
, in The Cambridge History of Renaissance Philosophy, ed. by Ch. B. Schmitt –

Q. Skinner, Cambridge 19902, pp. 75-110, in partic. pp. 86 sgg., 96 sgg.
10.
Cf. A. Birkenmajer, Der Streit des Alonso von Cartagena mit Leonardo Bruni Aretino, cit.,

pp. 443-444 (pp. 167-168 dei «Beiträge»).
11.
Guarino Veronese, Epistolario raccolto, ordinato, illustrato da R. Sabbadini, Venezia,

vol. I, 1915, p. 5 («Vix enim esse poterit – precisa – ut aliqua ex parte proprium patriae non

sapiat eloquium», p. 5); p. 99: «Et profecto verum est – aggiunge – quod a clarissimo philo-

sopho et eius aetatis lumine Manuele Chrysolora dici saepenumero audiebam, a quo manarit

quicquid graecorum hodie studiorum ad nostrates derivatum est homines. Is crebro commemo-

rare solebat maximarum rerum scientiam et doctissimos illos apud nos defecisse viros, cum grae-

ca defecere studia»; cfr. Folena, op. cit., pp. 66-67.
12.
Erasmo, Ciceronianus sive de optimo dicendi genere dialogus, in Opera omnia, Lugduni Batavorum

1703, t. I, col. 992-993.
13.
G. Agricola, Bermannus sive de re metallica dialogus, Basileae 1546 [I ed. 1530, presentata

da una lettera di Erasmo], p. 449: «His tuo modo utaris – risponde l’interlocutore di Berman-

nus – nihil nos offendet, res enim ipsas cognoscere percupimus»; scriverà nella lettera dedica-

toria del De re metallica (cito l’ed. Basileae 1557; I ed. 1555): «Verum quo magis ars metallica

abhorret ab omni sermonis elegantia, eo minus hi mei libri sunt politi: certe res, in quibus ars

illa versatur, interdum nominibus carent, vel quod novae sint, vel quod, etiamsi veteres, nomi-

num, quibus vocabantur, memoria interierit: quare necessitate, cui venia datur, coactus quasdam

significavi pluribus verbis conjunctis, quasdam notavi novis... quasdam veteribus verbis desi-

gnavi…». Dell’attenzione di Agricola ai problemi della terminologia scientifica è testimonianza

anche l’Interpretatio germanica vocum rei metallicae («verba Germanica e Latinis, vel Graecis quibus

latini, aut nos usi sumus», p. 469) che, datata nella lettera dedicatoria al 1546, segue il Bermannus

nell’ed. citata (pp. 471-487). Cfr. più avanti, n. 40.
14.
Sul tradurre ricondotto al più ampio problema dell’interpretazione cfr. il lucido studio di

G. Steiner, After Babel. Aspects of Language and Translation, Oxford 1975 (trad. it. Firenze 1984).

Osservava E. Garin che «i problemi storico-interpretativi in filosofia sono per una parte rilevante

problemi di traduzione in senso lato, ossia confronto fra contesti culturali, di passaggio e di inseri-

mento da un contesto in un altro, e quindi di trasformazione, di variazione di sistemi di riferimen-

to di spazio, di tempo, di situazioni d’insieme» (Relazione introduttiva al I Colloquio Internazionale del

Lessico Intellettuale Europeo
, Roma 7-9 gennaio 1974, Roma 1976, pp. 7-8).
15.
Cfr. H. Leclerq, art. Latin, in Dictionnaire d’archéologie chrétienne et de liturgie, Paris 1928,

col. 1458.
16.
Cfr. I. de Ghellinck, L’entrée d’essentia, substantia, et autres mots apparenteés dans le latin

médiéval
, in ALMA, 16 (1941), pp. 77-112.
17.
Basilii Faber Sorani, Thesaurus eruditionis scholasticae… novam hanc editionem Ch. Cellarius…

locupletavit…
Lipsiae 1696, sub voce barbarus (barbarismus), col. 298.
18.
Alcuni di questi vocaboli sono variamente presenti nel Dictionary of med. latin from British

sources
(per ora disponibile A-H) e nel Lex. Lat. Nederl. Medii Aevi (per ora disponibile A-C):

affirmatorius, alcali, anabaptista, animadvertentia, animalculum, antiperistasis, apodictice, aptitudinalis, assigna-

bilis
, attrattrix, cabalista, canonista, chiromantia, chymista, corporeitas, credibilitas, demonstrabilitas, despoticus,

determinabilitas, diaphaneitas, differentialis, dimensivus, disconvenientia, discursivus, dispensabilis.
19.
II giudizio è di L. Febvre, Le problème de l’incroyance au XVIe siècle. La religion de Rabelais,

Paris 1947, pp. 399 sgg., in partie, pp. 396-399.
20.
Descartes à Mersenne, 15 aprile 1630, in Œuvres, A.T., t. I, p. 145; 6 maggio 1630, ivi,

pp. 149-152 (in Correspondence du P. Marin Mersenne, vol. II, Paris 1945, pp. 431, 481, 490-91);

ancora in questa ultima lettera: «Vous me demandez ce que Dieu a fait pour les produire. Je dis

que ex hoc ipso quod illas ab aeterno esse voluerit et intellexerit, illas creavit, ou biens (si vous n’attribuez le

mot creavit qu’à l’existence des choses) illas disposuit et fecit. Car c’est en Dieu une mesme chose de

vouloir, d’entendre et de creer, sans que l’un precede l’autre, ne quidem ratione».
21.
Mi servo dei preziosi indici e concordanze della Logik Blomberg pubblicati da N. Hinske

nell’ambito del grande progetto Kant-Index cui il Centro L.I.E. collabora per le opere latine di

Kant: N. Hinske, Kant-Index, Bd. 3, Stellenindex und Konkordanz zur «Logik Blomberg», 3 voll., Stutt-

gart-Bad Cannstatt 1989-1990; cfr. dello stesso Hinske, Kant-Index, Bd. 1, Stellenindex und Konkor-

danz zu Georg Friederich Meier «Auszug aus der Vernunftlehre»
, ivi 1986.
22.
P. Pimpinella-A. Lamarra, Indici e concordanze degli scritti latini di Immanuel Kant, vol. I De

mundi sensibilis atque intelligibilis forma et principiis
, Roma 1987; P. Pimpinella-A. Lamarra-L. Pro-

cesi
, Indici e concordanze degli scritti latini di Immanuel Kant, vol. II, De igne, Nova dilucidatio, Monadologia

physica
, Roma 1991.
23.
I. Kant, De mundi sensibilis atque intelligibilis forma et principiis, § 24, Ak. Ausag. II, p. 412.
24.
Chr. Thomasius, Einleitung zu der Vernunfft-Lehre [...], Halle 1691; rist. anast. a cura di

W. Schneiders, Hildesheim 1968, pp. 278-279 e p. 123; qui si legga la Vorrede an die studierende

Jungend
sull’opportunità di scrivere di filosofia in tedesco (in partic., pp. 11-19).
25.
Per gli esempi di Thomasius qui considerati, si veda, oltre alla Einleitung cit. (pp. 83,

123-135, 147-148, 171, 207, 272-273, 281-283), anche la Ausübung der Vernunfft-Lehre [...], Halle

1691 (rist. anast. a cura di W. Schneiders, Hildesheim 1968), pp. 17, 23, 143-144, 277-280.
26.
Si veda, per gli esempi terminologici wolffiani, l’indice tedesco-latino della Deutsche

Logik
, ristampato in Wolff-Index. Stellenindex und Konkordanz zu Christian Wolffs «Deutsche Logik», a

cura di H. P. Delfosse, B. Krämer, E. Reinardt, Stuttgart-Bad Cannstatt 1987, pp. 623-624.
27.

Cfr. D. von Wille, Lessico filosofico della Frühaufklärung. Christian Thomasius, Christian

Wolff, Johann Georg Walch
, Roma 1991.

28.
Cfr. G. Devoto, Storia della lingua di Roma, Bologna 1944, Vol. II, p. 359.
29.
Fra le pubblicazioni del Lessico Intellettuale Europeo che interessano la storia della

terminologia filosofica e scientifica latina medievale e moderna cfr. G. Crapulli, Mathesis univer-

salis. Genesi di un’idea nel XVI secolo
, 1969; G. Crapulli, E. Boscherini, Ricerche lessicali su opere di

Descartes e Spinoza
, 1969; P. Michaud-Quantin, Etudes sur le vocabulaire philosophique du Moyen Âge,

avec la collaboration de M. Lemoine, 1971; A. Maierù, Terminologia logica della tarda scolastica,

1972; R. Roques, Libres sentiers vers l’érigénisme, 1975; J.-R. Armogathe, J.-L. Marion, Index des

«Regulae ad directionem ingenii» de René Descartes avec des listes de leçons et conjectures établies par G. Crapulli
,

1976 (Corpus Cartesianum, vol. I); M. Ficino, Lessico greco-latino. Laur. Ashb. 1439, a cura di

R. Pintaudi,1977 (Lexica Humanistica, vol. I); P. Galluzzi, Momento. Studi galileiani, 1979; Ordo.

II Colloquio Internazionale del Lessico Intellettuale Europeo
, Roma 7-9 gennaio 1977, Atti a cura di

M. Fattori e M. L. Bianchi, 1979; M. Fattori, Lessico del «Novum Organum» di Francesco Bacone,

1980, 2 voll.; Res. III Colloquio Internazionale del Lessico Intellettuale Europeo, Roma 7-9 gennaio 1980,

Atti a cura di M. Fattori e M. L. Bianchi,1982; A. M. Bartoletti Colombo, Lessico delle «Novel-

lae» di Giustiniano nella versione dell’«Authenticum»
, vol. I (A-D), 1983, vol. II (E-M), 1986; Spiritus.

IV Colloquio Internazionale del Lessico Intellettuale Europeo
, Roma 7-9 gennaio 1983, Atti a cura di

M. Fattori e M. L. Bianchi,1984; O. Weijers, Terminologie des Universités au XIIIe siècle, 1987; Phan-

tasia/imaginatio. V Colloquio Internazionale del Lessico Intellettuale Europeo
, Roma 9-11 gennaio 1986,

Atti a cura di M. Fattori e M. L. Bianchi, 1988; Giordano Bruno, Summa terminorum metaphysico-

rum
, ristampa anastatica dell’edizione Marburg 1609, presentazione di T. Gregory, nota e indici

di E. Canone, 1989; Idea. VI Colloquio Internazionale del Lessico Intellettuale Europeo, Roma 5-7 gen-

naio 1989, Atti a cura di M. Fattori e M. L. Bianchi, 1990; L’infinito in Leibniz Problemi e terminolo-

gia
, Simposio Internazionale del Lessico Intellettuale Europeo e della G.-W.-Leibniz-Gesell-

schaft, Roma 6-8 novembre 1986, a cura di A. Lamarra, 1990; M. Veneziani, Indici e concordanze

delle «Orazioni Inaugurali» di Giambattista Vico
, 1991. Dell’opera latina di G. Vico De antiquissima

Italorum sa pientia
sono in preparazione indici e concordanze a cura di G. Adamo; dell’Aesthetica e

delle Meditationes di Baumgarten sono in preparazione indici e concordanze a cura di A. Lamarra

e P. Pimpinella.
30.
M. Fattori, Lessico del Novum Organum di Francesco Bacone, 2 voll., Roma 1980; si veda

l’ampia introduzione e per il problema cui si fa cenno le pp. XI-XVI, XXVI sgg.
31.
F. Bacone, Cogitata et visa, in Works by J. Spedding-R. L. Ellis-D. D. Heath, vol. III, Lon-

don 1859, p. 599; Novum Organum in Works, vol. I, London 1858, p. 170; De augmentis scientiarum,

in Works, vol. I, p. 548. Bacone difende l’uso di vocaboli antichi in polemica con Aristotele il

quale, per distruggere ogni traccia dei filosofi a lui precedenti, avrebbe radicalmente mutato la

terminologia filosofica: «Aristoteles qui impetu quodam percitus contradictionis et bellum uni-

versae antiquitati indicens, non solum nova artium vocabula pro libitu cudendi licentiam usur-

pavit, sed etiam priscam omnem sapientiam extinguere et delere annisus est»; di qui la difesa

baconiana dell’antiquitas, nello sforzo di «inter vetera et nova in literis foedus et commercium

contrahere… atque vocabula antiqua retinere, quamquam sensum eorum et definitiones saepius

immutemus» (De augmentis scientiarum, in Works, I, pp. 548-549). Per la redazione latina dell’Ad-

vancement
, cfr. la Preface in Works, I, pp. 425-420.
32.
Basteranno pochi esempi (uso l’ed. W. Molesworth, The English Works of Thomas Hob-

bes
, vol. III e Latin Works, vol. III, nel reprint Scientia, Aalen 1962): live in commonwealth

(p. 153), in statu civili vivere (p. 127); «he that carrieth this person, is called Sovereign, and said

to have sovereign power; and every one beside, his Subject» (p. 158), «Is autem, qui civitatis

personam gerit, summam habere dicitur potestatem. Ceteri omnes subditi, et cives appellantur»

(p. 131); «the true liberty of a subject» (p. 203), «libertas vera civium» (p. 164); «the end of

the institution of sovereignty, namely the peace of the subjects» (p. 203), «Finis autem insti-

tutionis civilis est pax civium» (p. 165); «Sovereignty by institution is by convenant…»

(p. 204), «institutio civilis fit per pacta...» (p. 165); «the end for which the sovereignty was

ordained» (p. 205), «finem institutionis civitatis» (p. 166); «very essence of government»

(p. 206), «ipsam civitatis essentiam» (p. 166); «A monarch, or sovereign assembly» (p. 207),

«Monarcha vel summam habens potestatem coetus» (p. 168); «the obligation of subjects to

the sovereign» (p. 208), «Obligatio quam cives habent erga eum qui summam habet potesta-

tem» (p. 168); «The sovereignty is the soul of the commonwealth» (p. 208), «Is, qui sum-

mam habet potestatem, civitatis anima est» (p. 168); «If a subject have a controversy with

his sovereign» (p. 206), «Si inter civem et eum qui summam habet potestatem controversia

sit» (p. 167); «by contract between sovereigns... by the amity of the sovereigns» (p. 209),

«per contractum inter civitates... ab amicitia inter se amborum civitatum» (p. 169); «Seeing

therefore I have already proved, that sovereigns in their own dominions are the sole legis-

lators; those books only are canonical, that is, law, in every nation, which are established

for such by the sovereign authority» (p. 366), «Cum autem ostensum sit supra, illos qui

summam habent in civitate sua potestatem, solos legislatores esse, sequitur libros illos solos

canonicos, id est leges esse in unaquaque civitate, quae summi imperantis authoritate latae

sunt» (p. 270). Nel testo inglese commonwealth è dato come equivalente di civitas («is called

commonwealth in latin civitas», p. 158), ma la trad. lat. è obbligata a dire «vocatur Civitas

et Respublica» (p. 131). Sul problema della datazione della traduzione lat. del Leviathan, cfr.

l’intr. e la trad. francese di F. Tricaud (Paris 1971) che tiene sempre presente la versione

latina.
33.
Descartes, Meditationes de prima philosophia, (cito dall’ed. G. Rodis Lewis che pubblica a

fronte del latino la versione francese del Duc de Luynes), per i vari equivalenti latini del fr.

esprit, pp. 2, 3, 4, 7, 13, 16, 21, 25, 26, 28, 71, 83; del lat. percipere, pp. 4, 7, 16, 31, 35, 46, 67,

69, 72, 73, 80; di perceptio, pp. 23, 60, 61; di mentis acies, pp. 36, 48, 51, 68, 71; per innatus, p. 51;

intueor, pp. 36, 70.
34.
Ivi, pp. 33, 50, 53, ecc.; cfr. p. 27 «illico toto esse desinerem», «je cesserais en même

temps d’être, ou d’exister»; p. 29: «verum sit ac me esse», «qu’il est certain que je suis, et que

j’existe».
35.

Cf. Discours de la méthode, texte et commentaire par Et. Gilson, Paris 1947, p. 292, «l’ad-

dition, existo, s’explique par la difficulté d’employer le verbe latin sum au sens absolu d’exister

qu’il reçoit ici»; nelle Meditationes invece la trad. della formula ego sum, ego existo è più diretta: «je

suis, j’existe
» (p. 27).

36.
Ivi, p. 49.
37.
Ivi, p. 25.
38.
Debbo l’indicazione a P. Totaro; per il testo di Wolff, Psychologia empirica, § 754, Franco-

furti-Lipsiae 17382 [rist. anastatica in Ch. Wolff, Gesammelte Werke, II Abt., Bd. 5, Hildesheim

1968], p. 568.
39.

Cfr. Wolff, Psychologia empirica, § 25, Francofurti-Lipsiae 17382, p. 17: «Menti attribuitur

apperceptio, quatenus perceptionis suae conscia est. Apperceptionis nomine utitur Leibnitius:

coincidit autem cum conscientia, quem terminum in praesenti negotio Cartesius adhibet»,

I. Kant, Anthropologie, § 4, Ak. Ausg., VIII, p. 134; cfr. Kr. der reinen Vernunft, Tr. Aest. § 8 II, Ak.

Ausg. III, 70. Cfr. R. Eucken, Geschichte der philosophischen Terminologie, Hildesheim 1964 (rist.

dell’ed. Leipzig 1879), p. 103.

Leibniz usa il termine apperception nella Préface dei Nouveaux essais sur l’entendement, ed. C. J. Ger

hardt, Phil. Schr., V, pp. 46-47 e nel corso dell’opera, preferendo tuttavia a volte il verbo appercevoir

(II, 9: «j’aimerois mieux distinguer entre perception et s’appercevoir…», p. 121; qui anche l’agg.

apperceptible), a volte sottolineando con un’endiadi il significato del termine (II, 27: «apperceptions

ou consciences», p. 227); poi anche nei Principes de la nature et de la grâce, fondés en raison, § 4 (éd. C. J.

Gerhardt, Die philosophischen Schriften, VI, p. 600): «... l’apperception qui est la conscience, ou la

connaissance reflexive de cet état intérieur [scil., la perception]». Per il lat. apperceptio (e apperceptibilis)

cf. Phil. Schr., II, p. 311 in nota: sembra essere la sola testimonianza negli scritti latini editi dal

Gerhardt di cui esistono le concordanze in microfiches (Leibniz Lexicon. A dual Concordance to Leib-

niz’s Philosophischen Schriften, Compiled by R. Finster, G. Hunter, R. Mc Rae, M. Miles and W.

Seager
, Part. 2: Key-Word-In-Context Concordance of the Complete Vocabulary, Hildesheim 1988).

Il termine lat. deve la sua diffusione alla trad. lat. della Monadologia (Principia philosophiae auctore

G. G. Leibnitio
) negli Acta Eruditorum del febbraio 1721 che precede, come è noto, di oltre un secolo

l’ed. dell’originale francese da parte dell’Erdmann (per la composizione, le traduzioni e edizioni

della Monadologia, cfr. l’introduzione di A. Robinet, G. W. Leibniz, Principes de la nature et de la grâce…

Principes de philosophie ou Monadologie…
, Paris 1954): apperceptio al § 14 trad. apperception («percep-

tion… qu’on doit distinguer de l’apperception ou de la conscience», lat.: «quod perceptionem

appellamus, quam probe distinguere debemus ab apperceptione seu conscientia»); ma al § 19 è

usato anche per il fr. sentiment («comme le sentiment est quelque chose de plus qu’une simple

perception»: «cum vero apperceptio aliquid amplius importet»); peraltro al § 23 il verbo s’apperce-

voir
è reso con conscii sumus; al § 26 avoir la perception con percipere (per la trad. lat. uso l’ed. L. D.

Dutens, G. G. Leibnitii Opera omnia, t. II, Genevae 1768, per i luoghi cit. pp. 21-23).

Sulla scorta di Wolff il termine apperceptio entra nei lessici, a cominciare dal Philosophisches

Lexicon aus Christian Wolffs sämtlichen deutschen Schriften
di H. A. Meissner, Bayreuth-Hof 1737:

«Apperceptio. Diesen terminum hat der Herr von Leibniz zuerst aufgebracht, und heisset, inso-

ferne die Seele sich etwas cum conscientia sui vorstellet, oder da sie sich zugleich desjenigen

bewust ist, was sie sich vorstellet» (p. 27). Il termine è anche in Ch. Baumeister, Philosophia

definitiva
(prima ed. 1735; ed. qui utilizzata: Vienna 1775) che raccoglie, secondo partizioni siste-

matiche, definizioni ricavate dalle opere di Wolff: «Apperceptio mentis est actus, quo mens

perceptionis suae sibi conscia est. Vocabulum hoc a Leibnitio adhibitum, idem exprimit, quod

Cartesianorum conscientia (…). Sic, dum audis Musicam, eam percipere diceris sed appercipis,

dum tibi conscius es, te percipere Musicam» (p. 129).

40.
Cfr. R. Halleux, Le Bermannus de Georg Agricola et la réinterpretation du vocabulaire minéralogi-

que
, in «Documents pour l’histoire du vocabulaire scientifique», n. 4 (1983), p. 88.
41.
Delle bibliografie esistenti cfr. B. Quemada, Les dictionnaires du français moderne 1539-

1863
, Paris 1967; G. Tonelli, A short-title list of subject dictionaries of the sixteenth, seventeenth and

eighteenth centuries as aids to the history of ideas
, London 1971; H. Henne (ed.), Deutsche Wörterbücher des

17. und 18. Jahrhunderts
, Hildesheim-New York 1975; F. Claes, Bibliographisches Verzeichnis der deut-

schen Vokabulare und Wörterbücher bis 1600
, Hildesheim-New York 1977; F. A. Kafker (ed.), Nota-

ble Encyclopedias of the seventeenth and eighteenth centuries: nine predecessors of the Encyclopédie
, Oxford

1981.
42.
D. G. Morhofii Polyhistor literarius philosophicus et practicus, Lubecae 1714, t. I, p. 822.
43.
D. G. Morhofii Polyhistor literarius philosophicus et practicus, p. 820.


Tullio Gregory . :

This page is copyrighted

Refbacks

  • There are currently no refbacks.