IL LESSICO INTELLETTUALE DI IPPOCRATE σημαίνειν e τεκμαίρεσθαι
Lorenzo Perilli
IL LESSICO INTELLETTUALE DI IPPOCRATE*σημαίνειν e τεκμαίρεσθαι
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Con una precoce intuizione, Omero afferma, all’inizio della Iliade, la cen-

tralità per l’uomo della connessione logico-causale dei fatti: della capacità,

compiutamente «umanistica», di individuare in essi un prius ed un posterius,

correlati consequenzialmente. In un luogo, in cui B. Marzullo1 identifica «la

nascita dell’intelletto, in Grecia», il primo e miracoloso emergere di una con-

sapevole razionalità, la sua rigorosa formalizzazione. Si tratta di A 343:

οὐδέ τι οἶδε νοῆσαι ἅμα πρόσσω καὶ ὀπίσσω2.

Achille nega ad Agamennone la capacità, in origine ambigua prerogativa di

indovini, di stabilire un nesso funzionale tra i dati oggettivi disponibili, così da

ottenerne un orientamento prospettico verso il futuro. La dimensione tempo-

rale è ancora primordialmente (e metaforicamente) denotata da due locativi

(πρόσσω καὶ ὀπίσσω, con la marca del futuro significativamente anticipata), il

rapporto di implicazione causale viene evidenziato da un arcaico ma efficace

nesso, ἅμα ... καί (cf. Marzullo, l.c.). L’aoristo νοῆσαι indica, già sul piano

grammaticale, la fulmineità dell’atto dell’intelletto3: di una «percezione

mentale» (K. von Fritz) di ordine razionale, destinata a consolidarsi progressi-

vamente in ambiti più specifici, fino alla definitiva canonizzazione. Che coinci-

derà con la sua assunzione a più severi livelli, quale operata dagli scritti che

della emergente scienza costituiscono la più limpida ed avvertita testimonian-

za, quelli tradizionalmente raccolti sotto il nome di Ippocrate. Contestualmen-

te, si sviluppa un lessico che diverrà specialistico, inteso a delineare con ogni

precisione quello che sarà uno dei procedimenti cardine della epistemologia

ippocratica: l’estrapolazione logica del futuro, fondata sulla inferenza e sul suo

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procedere induttivo. L’uso linguistico corrisponde puntualmente alle istanze

metodologiche, che la cultura, soprattutto filosofico-scientifica, del tempo era

impegnata a definire: la più significativa testimonianza in proposito è quella di

«Ippocrate»4. La cui opera rappresenta un campo di indagine privilegiato,

per chi tenti di identificare emergenti nuclei concettuali, sulla base degli ele-

menti formali che li esprimono. Non a caso, del resto, W. H. S. Jones sottoli-

neava, che in Ippocrate «il linguaggio è usato per esprimere il pensiero, non

per adornarlo. Non una parola è gettata via.... Il pensiero, e l’espressione del

pensiero, sono perfettamente bilanciati» (Hippocrates, London/Cambridge

Mass., I 1923, XV).

Attraverso l’universo terminologico ippocratico è quindi possibile indivi-

duare i modelli logici e concettuali, di cui si sostanziano le procedure della

rinnovata scienza medica. Il loro influsso sulla cultura contemporanea e poste-

riore, dalla filosofia «presocratica» a Tucidide, da Sofocle (più che dallo stesso

Euripide) ad Aristofane, a Platone, è di tutt’altro che trascurabile e finora

accertato rilievo. Meccanismo centrale, s’è detto, è l’estrapolazione. I termini

atti a denotarla sono numerosi quanto congrui. Particolarmente rilevanti si

dimostrano, ad esempio, λογίζεσθαι/λογισμός (con vari composti, tra cui spicca

συλλογισμός), ἐλπίζειν/ἐλπίς, συμβάλλεσθαι. Ma più peculiarmente si riferiscono

alla inferenza due lessemi, reciprocamente connessi, σημαίνειν e τεκμαίρεσθαι,

con le relative forme sostantivali. Essi designano rispettivamente l’Ausgangs-

punkt
dell’operazione logica, e l’operazione stessa: a fornirne la più efficace

formalizzazione prearistotelica è proprio la «nuova» scienza5, la medicina

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ippocratica. Seguendo la evoluzione semantica dei due lessemi nelle loro coor-

dinate storico-concettuali, vale a dire nella cultura greca da Omero ad Ari-

stotele, ma preminentemente nel Corpus Hippocraticum (CH), emergono prezio-

se indicazioni a proposito dell’origine e dello sviluppo del procedere logico,

dopo quella «nascita dell’intelletto» che il primo canto dell’Iliade aveva sor-

prendentemente anticipato.

L’uso di σημεῖον / σημαίνειν

Il sostantivo costituisce in genere colloquiale variante, più frequente in

prosa, della forma omerica σῆμα, da cui ha origine l’intero sistema nominale e

verbale. Esso non è testimoniato prima di Eschilo, equivale a σῆμα in tutti i

sensi, non però in quello di «segnale» funerario (quindi «tomba»). Con questo

significato, il termine σῆμα, altrimenti poetico (epico, lirico, tragico), è attesta-

to in Erodoto, Tucidide, Platone. Significa «tutto ciò che costituisce un segno,

un segnale, una marcatura, un segno di riconoscimento, un segno inviato dagli

dei, emblema di uno scudo, ciò che indica la presenza di un morto, tumulus,

monumento funerario» (P. Chantraine, Dict. étym. langue grecque, s.v.): cf. Hom.

Κ 466 δέελον δ᾽ ἐπὶ σῆμα τ᾽ ἔθηκε6, ed in particolare Ψ 326 σῆμα δέ τοι ἐρέω

μάλ᾽ ἀριφραδές, οὐδέ σε λήσει7. La valenza primaria sembra, tuttavia, quella

attestata in Ψ 842s. ἔρριψε μέγας ... Αἴας, ... καὶ ὑπέρβαλε σήματα πάντων

8 (cf. θ 192): ove σῆμα denota il contrassegno della distanza cui si lancia un

disco di metallo.

Nelle ulteriori caratterizzazioni, centrale risulta la nozione di «segno» tout

court
; in σῆμα, peculiare sarà la caratura aulica, la patente arcaicità, mentre lo

sviluppo semantico ruoterà attorno ai derivati σημεῖον e σημαίνειν. Il verbo (su

cui cf. n. 61) è già omerico, il sostantivo farà la sua comparsa solo nel V seco-

lo: di entrambi, la collocazione semasiologica è agevole, analoga a quella evi-

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denziata per σῆμα, ne conferma la ridotta peculiarità in ambito prescientifico.

Alcune testimonianze possono risultare significative, cf. Aesch. Suppl. 506 κλά-

δους μὲν αὐτοῦ λείπε, σημεῖον πόνου9. Ma rilevante è il ν. 218 ὁρῶ τρίαιναν

τήνδε, σημεῖον qeou'10 (la prima attestazione, sembra, del lessema), nel quale

primordialmente si intravedono le potenzialità, in seguito poste consapevol-

mente in atto, di quel procedere indiziario, per cui dal tridente (che qui è non

solo «segno», ma «simbolo») si risale, con rudimentale induzione, al dio con

esso in relazione. Si veda ancora Ag. 1355, nonché Herodot. II 38,2, II 41,4 τὸ

κέρας τὸ ἕτερον ἢ καὶ ἀμφότερα ὑπερέχοντα σημείου εἵνεκεν11. Più consapevole

si rivela, non a caso, Sofocle, soprattutto in Edipo Re ed Elettra, opere (la prima

in particolar modo), significativamente connesse al rovello intellettuale, e cul-

turale in genere, dell’ultimo trentennio del V secolo. Alla struttura (basilare

per la scienza ippocratica) «dato oggettivo → inferenza logica → verifica» (la

cui ultima fase è spesso introdotta dal sintagma σημεῖον dev vel simm.12) va

ricondotto il φανῶ δέ σοι σημεῖα τῶνδε13 di OR 710. La frase, orgo-

gliosamente pronunciata da Giocasta, è intesa a dimostrare la precedente affer-

mazione, secondo cui «non c’è mortale dotato di ars divinandi» (v. 709). La regi-

na interessatamente esprimeva il proprio scetticismo per le capacità di Calcan-

te. Ella otterrà l’effetto opposto, la dimostrazione (ed il correlato σημεῖον) si

riveleranno fallaci, introducendo la καταστροφή della tragedia, la finale consa-

pevolezza che Edipo avrà del proprio ed atroce misfatto. Il lessema assurge

dunque a più specifica funzione, analogamente a quanto avverrà in El. 23s. ᾥς

μοι σαφῆ σημεῖα φαίνεις, ἐσθλὸς εἰς ἡμᾶς γεγώς14, e nel rilevante

(ν. 885s.) ἐγὼ μὲν... σαφῆ σημεῖ᾽ ἰδοῦσα τῷδε πιστεύω λόγῳ 15. II σημεῖον

è divenuto razionale indizio sull’altro da sé, solo talvolta probante; di

esso è d’obbligo chiarire (σαφῆ) il grado di un’attendibilità, di per sé non

implicita nel termine16. Di gran lunga più rilevante si rivela, tuttavia, ancora

nell’Edipo Re, l’edipica fermezza espressa in due versi (1058s.), che sembrereb-

bero il manifesto di un (ottimistico) illuminismo avant la lettre:

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οὐκ ἂν γένοιτο τοῦθ᾽, ὅπως ἐγὼ λαβὼν

σημεῖα τοιαῦτ᾽ οὐ φανῶ τοὐμὸν γένος17.

Ciò è detto dell’assillante desiderio di conoscenza di Edipo, rivela nel σημεῖον

il fondamento di una razionale indagine e della connessa scoperta, quali la

nuova scienza andava proclamando. La modalità di siffatto processo conosciti-

vo è indicata dal successivo v. 1065: οὐκ ἂν πιθοίμην μὴ οὐ τάδ᾽ ἐκμαθεῖν

σαφῶς18, che con ἐκμαθεῖν evidenzia il suo carattere induttivo, significato

dall’ἐκ- preverbo19. L’uso euripideo raramente si distacca da quello più

comune (cf. Phoen. 1332, fr. 382 N.), lo stesso Aristofane non sembra interes-

sato ad appropriarsi del lessema nella sua nuova «dignità», se non nella inten-

zionale parodia di Nub. 369, di cui infra (p. 10). Con la storiografia tucididea,

il σημεῖον viene assunto a strumento logico (come già nel cit. OR 1059), rag-

giunge evidente peculiarità. Né sempre, ché parallelamente continua a coesi-

stere altra e differente connotazione, secondo cui il lessema, come ancora in

Erodoto, denota le «insegne» militari (e.g. I 49, III 22, 8) ο navali (VI 31, 3),

ove primario è il carattere distintivo, a livello elementare. In relazione all’uso

ippocratico, invece, sintomatico si rivela Thuc. VI 2 σημεῖον δ᾽ ἐστὶ κτλ., in cui

è ancora, come già in Sofocle (OR 710 cit.) e principalmente in Ippocrate,

l’uso «argomentativo» del termine: ma soprattutto I 10, di metodologico rilie-

vo. A principio guida della ἀρχαιολογία Tucidide ha infatti elevato, nel Proemio,

il nuovo procedere per mezzo di τεκμήρια, sottolineando (I 2), che seppur

impossibile una conoscenza certa del passato più remoto, una indagine fondata

su procedimenti «indiziari» (e quindi induttivi) avrebbe dato risultati soddisfa-

centi:

τὰ γὰρ πρὸ αὐτῶν καὶ τὰ ἔτι παλαίτερα σαφῶς μὲν εὐρεῖν διὰ χρό-

νου πλῆθος ἀδύνατον ἦν, ἐκ δὲ τεκμηρίων ὧν ἐπὶ μακρότατον

σκοποῦντί μοι πιστεῦσαι ξυμβαίνει, νομίζω κτλ.20.

Poco oltre (I 10), è l’ἀκριβὲς σημεῖον a svolgere ruolo analogo, a costituirsi

quale unico fondamento di una corretta conclusione logica:

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καὶ ὅτι μὲν Μυκῆναι μικρὸν ἦν, ἢ ἔι τῶν τότε πόλισμα νῦν μὴ ἀξιόχρεων

δοκεῖ εἶναι οὐκ ἀκριβεῖ ἄν τις σημείῳ χρώμενος ἀπιστοίη μὴ

γενέσθαι τὸν στόλον τοσοῦτον ὅσον οἵ τε ποιηταὶ εἰρήκασι καὶ ὁ λόγος

κατέχει21.

Individuare dunque un indizio sicuro, adeguatamente servirsene per ricostru-

zioni storiche, che abbiano carattere scientifico: a sancire una sdegnosa dicoto-

mia con altrui e pregresse approssimazioni. Allo stesso tempo Tucidide mette

in guardia da eventuali abusi di tale metodo, consiglia di non trarre errate

conclusioni in base alle dimensioni di Micene. In proposito H. Diller (ΟΨΙΣ

ΑΔΗΛΩΝ ΤΑ ΦΑΙΝΟΜΕΝΑ
, «Hermes» 1XVII (1932) 14-42) opportunamente

segnalava, che «il monito contro l’abuso del metodo mostra quanto saldamen-

te esso fosse già radicato nel pensiero di Tucidide». Poco oltre, emblematica-

mente viene ribadita identica concezione. In I 21, infatti, con tono polemico

quanto esplicito, l’A. enuncia ancora una volta la propria e superiore metodo-

logia, palesemente mediata dalla nuova scienza: essa contiene, in nuce, gli ele-

menti della futura formalizzazione aristotelica. Tucidide argomenta, in proprio

favore, che:

ἐκ δὲ τῶν εἰρημένων τεκμηρίων ὅμως τοιαῦτα ἄν τις νομίζων μάλιστα

ἃ διῆλθον οὐχ ἁμαρτάνοι22.

Scarsa fiducia, prosegue, si può attribuire agli abbellimenti dei poeti, agli stessi

logografi, intesi a dilettare l’uditorio piuttosto che a ricercare il vero. Del

resto, ὄντα ἀνεξέλεγκτα καὶ τὰ πολλὰ ὑπὸ χρόνου αὐτῶν ἀπίστως ἐπὶ τὸ

μυθῶδες ἐκνενικηκότα, ηὑρέσθαι δὲ ἡγησάμενος ἐκ τῶν ἐπιφανε-

στάτων σημείων ὡς παλαιὰ εἶναι ἀποχρώντως23. La polemica va oltre

poeti e logografi espressamente ricordati, elegantemente investe il μυθῶδες, già

erodoteo, l’ἀκρόασις. Ad esso associata nel successivo e notorio I 22,4: ἐς μὲν

ἀκρόασιν ἴσως τὸ μὴ μυθῶδες αὐτῶν ἀτερπέστερον φανεῖται ὅσοι δὲ

βουλήσονται ... τῶν τε γενομένων τὸ σαφὲς σκοπεῖν24. Lo κτῆμα ἐς αἰεί,

cui ambisce l’opera tucididea, si fonda sull’εὑρεῖν ἐκ σημείων, su un metodo

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semiotico, che la medicina aveva già elevato a sistema25. In ambito filosofico

(«presocratico»), l’uso non sembra rivestire particolare rilievo. Diogene di

Apollonia fornisce, tuttavia, significativa testimonianza di un ormai consolida-

to carattere argomentativo, ἀποδείκτικος si direbbe, dell’emblematico lessema,

cf. fr. 4 DK ἔτι δὲ πρὸς τούτοις καὶ τάδε μεγάλα σημεῖα26 (cf. Aristoph. Nub.

369, che ne offre significativa parodia), per introdurre prove ulteriori della

propria dottrina pneumatica. Anche prima della sistematizzazione aristotelica,

si registrano tentativi di individuare le specifiche differenze tra due termini

(σημεῖον e τεκμήριον) a volte concorrenziali, per quanto nella sostanza diversi.

Spicca la acuta affermazione del retore Antifonte (fr. 72 Bl.), secondo cui τὰ

μὲν παροιχόμενα σημείοις πιστοῦσθαι, τὰ δὲ μέλλοντα τεκμηρίοις27 (ripresa da

Ammonio, ρ. 127 Valck.): il tentativo è apparso «sofistico», è stato ricondotto

all’interesse sinonimico di Prodico, come suggerisce Nestle (Vom Mythos zum

Logos
, Stuttgart 194 0 p. 390). Nonostante la eccessiva genericità dell’enunciato

(anche il σημεῖον poteva riferirsi al futuro, già in Aesch. Ag. 1355, nella basica

tendenza a sovrapporsi semanticamente al τεκμήριον, cf. infra), esso sembra

cogliere, almeno in parte, nel segno. Il τεκμήριον va oltre il σημεῖον in quanto

è sì, come questo, indizio sull’altro da sé, ma, orientato rigorosamente verso il

futuro (τὰ μέλλοντα )28, inaugura la congettura, in ultima istanza quella infe-

renza, peculiare nella dottrina logica di Aristotele. Egli assumerà il τεκμήριον

come premessa del sillogismo di prima figura, dotato di un maggior grado di

probabilità, mentre il σημεῖον resta il «segno» che caratterizza gli entimemi, ed

ha pertanto valore non più che probabilistico, con conseguenze ipotetiche e

malsicure. Non era così, tuttavia, in Ippocrate, né altrove nella stessa filosofia

dello Stagirita, al di fuori di Rhetorica ed Analitica Priora: Aristotele canonizza

ed inserisce in un sistema logico finalmente rigoroso le nozioni espresse dai

due lessemi, in una trattazione, che meriterebbe separata analisi. Qui non si

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può che ricordarne a grandi linee gli sviluppi fondamentali, sottolineando che

loro verosimile premessa era anche l’uso che dei termini in questione aveva

fatto la terminologia medica, ed ippocratica in particolare. Aristotele ne radi-

calizza, da un punto di vista logico, le conseguenze, ne delinea teoricamente i

confini, schematizzandoli29. Il σημεῖον viene definito come segno non neces-

sario (μὴ ἀναγκαῖον) e confutabile (λυτόν), mentre il τεκμήριον rivela caratteri-

stiche opposte di necessità ed inconfutabilità, assurgendo ad elemento sicuro,

«prova» rigorosa. Emblematica è in proposito Rhet. 1357b 3:

τούτων (sc. τῶν σημείων) δὲ τὸ μὲν ἀναγκαῖον τεκμήριον, τὸ δὲ

μὴ ἀναγκαῖον ἀνώνυμόν ἐστι κατὰ τὴν διαφοράν. ἀναγκαῖα μὲν

οὖν λέξω ἐξ ὧν γίνεται συλλογισμός διὸ καὶ τεκμήριον τὸ

τοιούτων τῶν σημείων ἐστίν. ὅταν γὰρ μὴ ἐνδέχεσθαι οἴωνται

λῦσαι τὸ λεχθέν, τότε φέρειν οἴονται τεκμήριον ὡς δεδειγμένον καὶ

πεπερασμένον30.

Qui il τεκμήριον, considerato quale particolare categoria del più generale con-

cetto di σημεῖον, assume il valore di «segno probante». Più avanti (b 13), e con

maggior precisione: τοῦτο μὲν οὖν σημεῖον, λυτὸν δὲ κἂν ἀληθὲς ᾖ τὸ

εἰρημένον· ἀσυλλόγιστον γάρ· ... τεκμήριον μόνον ... ἄλυτόν ἐστιν31.

Egli insiste in 1403a 2-4 λύεται δὲ καὶ τὰ σημεῖα καὶ τὰ διὰ

σημείου ἐνθυμήματα ...· ὅτι γὰρ ἀσυλλόγιστόν ἐστιν πᾶν

σημεῖον δῆλον ἡμῖν ἐκ τῶν ἀναλυτικῶν32 II «segno» diventa strumento

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gnoseologico per eccellenza, permette al soggetto della conoscenza di stabilire

nessi (causali) tra i dati oggettivi, anche a livelli diversi della stratificazione

cronologica. Ciò anche, e soprattutto, nella «semeiotica» medica, nella quale

ha, come in Aristotele, valore epistemologico preponderante lo stesso tekmaiv-

resqai, rispetto all’assai più diffuso (e generico) σημεῖον. Le cui occorrenze,

nell’intero CH, sono 260: 49 nelle opere qui prese in considerazione, tra le

quali spicca il Prognostico (33x). Nel cui tessuto linguistico il lessema ripetuta-

mente si innesta, fino a rappresentarne uno degli elementi costitutivi. Né

casualmente, se il σημεῖον (nonostante la ricordata affermazione antifontea) è

«segno prognostico» per eccellenza, rispetto all’inconfutabile τεκμήριον, segno

probante. Nella sua acuta e suggestiva indagine (cit., pp. 22-26), lo stesso Dil-

ler conclude che nel V secolo τεκμήριον «viene in sostanza utilizzato solo per

quegli indizi, che confermano una tesi già concepita», mentre σημεῖον

è inteso a denotare anche quei segni, che «per la prima volta conducono alla

tesi»: un rapporto oppositivo, dunque. In genere, i segni che conducono alla

prognosi, si direbbero σημεῖα, quelli che ne forniscono la verifica, conferman-

dola, τεκμήρια. Anche nel cosiddetto λόγος περὶ τεκμηρίου καὶ σημείου, cui

Galeno fa riferimento nel commento al De victu acutorum (XV p. 420 Kühn, che

Helmreich, diversamente da Diller, considerava opera perduta dello stesso

Galeno), si accennava ad una analoga distinzione. In proposito si può osserva-

re (ancora con Diller), come la differenza tra le diverse categorie di indizi in

questione vada individuata anche nel fatto che gli uni (i τεκμήρια) si riferisco-

no ai dati oggettivi sulla base della consequenzialità logica, gli altri si fondano

invece sull’osservazione empirica: parallelamente, il τεκμήριον è ritenuto in

grado di inferire conclusioni necessarie, il σημεῖον non più che probabili. Ma è

proprio uno schema probabilistico, a contraddistinguere la logica medica (che

si dichiara induttiva)33. Ciò giustifica l’importanza assunta dal σημεῖον: che

in Ippocrate esprime sia la nozione di «segno», sia quella di «sintomo»34.

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Non sempre, tuttavia, la distinzione tra σημεῖον e τεκμήριον è netta. Tal-

volta, σημεῖον significa anche mezzo logico, come emblematicamente indica

Hippocr. Prorrh. II 1,21:

ἐγὼ δὲ τοιαῦτα μὲν οὐ μαντεύσομαι, σημεῖα δὲ γράφω οἷσι χρὴ

τεκμαίρεσθαι τούς τε ὑγιέας ἐσομένους κτλ.35.

Ove a fondamento della congettura, della inferenza logica, sono assunti pro-

prio i σημεῖα, per testimoniare una connessione più che implicita. Lo stesso

Prognostico, su cui il passo citato è certo esemplato, ne fornisce, come vedremo,

sintomatica dimostrazione.

La consapevolezza dell’importanza epistemologica del σημεῖον, la sua con-

nessione con il τεκμήριον, è confermata dalla parodia aristofanea di Nub. 369ss.

(del 423 a.C.), che già Diller pose in relazione con Hippocr. MSac. V 16ss., e,

concettualmente, con Aër XXII (soprattutto 40ss.). Ippocrate vuol dimostrare

che il cosiddetto «Morbo Sacro» tale non è (altrimenti colpirebbe tutti, indi-

stintamente, e non solo alcune categorie di potenziali malati), considera quindi

siffatto argomentare un μέγα τεκμήριον. Allo stesso modo Aristofane si accinge

a negare (per bocca di Socrate!) la esistenza di Zeus, sostenendo che se fosse il

dio a provocare la pioggia, invece delle nuvole (novelle «divinità» del raziona-

lismo), essa cadrebbe anche a ciel sereno. Ciò non avviene, dunque le nuvole

se ne dimostrano unica causa: conclusione, questa, introdotta da un emblema-

tico e tutt’altro che casuale μεγάλοις δὲ σ᾽ ἐγὼ σημείοις αὐτὸ (sc. ὅτι οὐκ ἔστι

Ζεύς) διδάξω36. Il ragionamento, in entrambi i casi, si sviluppa secondo la

logica di quello che da Aristotele sarà formalizzato come modus tollens, secondo

cui «se a, allora b, dunque se non-a, allora non-b»37. Ribadisce il nesso con la

emergente cultura illuministica la successiva attribuzione, quale causa dei tuo-

ni, all'αἰθέριος Δῖνος, di anassagorea memoria (riproposto come attuale, sem-

bra, da Diogene di Apollonia e da Antifonte): ormai ludicramente personifica-

to, deificato buffonescamente.

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Per siffatto codice gnoseologico, riflesso nell’opera letteraria di Aristofane

e di Tucidide, oltre che in ambito strettamente filosofico, paradigmatico è

l’uso ippocratico del lessema. Nella scienza medica, infatti, come sottolinea il

Vegetti (Ippocr., Torino 19762, 49), momento centrale è l’assurgere del sempli-

ce ἕκαστον, originariamente irrelato, a σημεῖον, segno, indizio sull’altro da sé,

significando un nesso di consequenzialità logica, e successivamente a τεκ-

μήριον, la prova. Con un movimento logico au rebours, questa chiude il cerchio,

permettendo la verifica della inferenza stessa, e la applicabilità su nuovi casi

singoli (ἕκαστα) ed analoghi, delle conclusioni raggiunte per via induttiva, con

un margine di sicurezza minore rispetto ad un procedere unicamente dedutti-

vo. Il sistema ippocratico è infatti probabilistico, in esso essendo applicata la

logica dell’οἱ πλεῖστοι, piuttosto che quella del πάντες38. Peculiare, ed essen-

ziale innovazione, è l’inserimento del segno in una compiuta struttura logica di

riferimento. Esso «costituisce proprio il prodotto del ragionamento inferenzia-

le applicato alla ricorrenza dei fenomeni, i quali in tanto acquisiscono senso,

divenendo segni, in quanto sono riconducibili appunto al loghismós»39, cioè

all’inferenza logico-concettuale (Vegetti).

Si è già indicata nel Prognostico la sede privilegiata del termine σημεῖον (e

del verbo σημαίνειν). Il trattato presenta, anche terminológicamente, un fitto

tessuto «semeiotico», si rivela illuminante, denota lucida quanto consapevole

familiarità con processi inferenziali, che si confermano premessa costitutiva

della τέχνη medica, della nuova scienza, non più primordialmente e solo ana-

logica.

Tre sono i luoghi del Prognostico, in cui paradigmaticamente manifesta è la

consapevolezza metodologica della struttura semiotico-inferenziale del proce-

dere scientifico: nel secondo e nell’ultimo capitolo, coerentemente con la evi-

dente Ringstruktur del trattato. In II 13, a seguito della fondamentale e notoria

descrizione della facies hippocratica40, si consiglia una rinnovata indagine, qua-

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lora non sia ancora possibile τοῖσι ἄλλοισι σημείοισι συντεκμαίρε-

σθαι41, quanto dire formulare, su ulteriori basi indiziarie, conclusioni pro-

gnostiche raggiunte per via congetturale. Il discorso è più esplicitamente ripre-

so nella conclusione dell’opera, ove, nell’ambito di più generali enunciati

metodici, nuovamente si sostiene (XXV lss.): χρὴ δὲ τὸν μέλλοντα ὀρθῶς προ-

γινώσκειν τούς τε περιεσομένους καὶ τοὺς ἀποθανευμένους ... τὰ σημεῖα

ἐκμανθάνοντα πάντα δύνασθαι κρίνειν, ἐκλογιζόμενον τὰς δυνάμιας

κτλ.42. II σημεῖον viene esplicitamente connotato, dunque, come segno pro-

gnostico, l’orientamento verso il futuro è specificamente dichiarato dal προ-

γινώσκειν (ove il προ- esprime l’angolazione prospettica, cf. B. Marzullo,

«MCr» cit., 203 e 213s.) e dai connessi futuri: va sottolineato, inoltre, come i

composti ἐκ-μανθάνειν ed ἐκ-λογίζεσθαι denotino una proce dura razionale di

tipo logico-inferenziale, fondata induttivamente (cf. n. 19). Immediatamente

prima, una analoga istanza metodica era stata così formulata (XXIV 71): τοὺς

δέ περιεσομένους τε καὶ ἀπολλυμένους (v.l. ἀπολουμένους), an recte?)43 ... τεκ-

μαίρεσθαι τοῖσι σύμπασι σημείοισιν44, fornendo adeguata confer-

ma45. Il Prognostico prosegue (XXV 11): εὖ μέντοι χρὴ εἰδέναι περὶ τῶν

τεκμηρίων καὶ τῶν ἄλλων σημείων, ὅτι ... τά τε κακὰ κακόν τι

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σημαίνει, καὶ τὰ χρηστὰ ἀγαθόν46: una rigorosa teoria semiotica, dunque, ante

litteram
. Ove l’espressione τεκμηρίων ... καὶ ἄλλων σημείων presuppone

nell’Autore la coscienza del τεκμήριον come specifica articolazione del più

generale e comprensivo σημεῖον. Ciò che Aristotele (cit.) espressamente ribadi-

rà (cf. n. 24).

Il lessema in questione costituisce asse portante di enunciazioni propria-

mente gnoseologiche, delle quali emblematica è la chiusa della medesima ope-

ra. Ove si dichiara, che non è da deplorare la assenza nell’opera dei nomi delle

varie malattie, allegando che πάντα γὰρ ὁκόσα ἐν τοῖσι χρόνοισι τοῖσι προειρημέ-

νοισι κρίνεται, γνώσῃ τοῖσι αὐτοῖσι σημείοισι47. Il segno diviene

fondamento del γνῶναι, rende possibile la conoscenza. In un passo che è pale-

semente polemico, come non di rado nel Corpus, nei confronti delle tendenze

per così dire «onomasiologiche» (si direbbero «nominalistiche») di altre scuole

mediche, le quali attribuivano uno specioso ruolo alla attribuzione di nomi

differenti alle malattie, ed alla conoscenza di questi. Non sorprende, che il

brano, in posizione di rilievo (in conclusione del trattato), sia perfettamente

analogo, da un punto di vista concettuale, al rifiuto tucidideo del μυθῶδες che

caratterizzava narrazioni pseudostoriche, orientate al diletto dell’uditorio: la

sua opera si rivelerà, per questo, meno gradevole (ἀτεπρέστερον, I 22,4 cit.). In

entrambi i casi, si rivendica una personale e più attendibile metodologia, inno-

vativamente scientifica: appare verosimile, che la strada maestra fosse stata,

concretamente, inaugurata da Ippocrate48.

Di gran lunga più diffuso è tuttavia l’uso del termine σημεῖον con valenza

«clinica», riferito cioè ad un dato empiricamente determinato, la manifestazio-

ne nel malato delle conseguenze della affezione: diviene segno propriamente

clinico e/o sintomo (cf. n. 34). Cf. Progn. II 20 ἢν δὲ μηδὲν τούτων φῇ μηδὲ ...

καταστῇ, εἰδέναι τοῦτο τὸ σημεῖον θανατῶδες εόν49, ancora riferito alla ricorda-

ta facies hippocratica, nonché ib. 36-9 ἢν γάρ τι ὑποφαίνηται συμβαλλομένων τῶν

166

βλεφάρων τοῦ λευκοῦ, ... φαῦλον τὸ σημεῖον καὶ θανατῶδες σφόδρα50. È com-

prensibile, che siffatte Erscheinungen divengano privilegiato oggetto di indagine,

della osservazione, fisica e mentale assieme. A testimoniarlo, oltre al cit. Progn.

XXV 3 (τὰ σημεῖα ἐκμανθάνοντα) è Progn. II 25 ἢν δὲ ... τὸ πρόσωπον τοιοῦτον

ῇ περὶ τε τούτων ἐπανερέσθαι ... καὶ τὰ ἄλλα σημεῖα σκέπτεσθαι, τὰ τε

ἐν τῷ σύμπαντι σώματι καὶ τὰ ἐν τοῖσι ὀφθαλμοῖσιν51, nonché IX 13 καὶ τὰ ἄλλα

σημεῖα σκέπτεσθαι χρή. Cf. inoltre XIX 4 προσέχειν οὖν δεῖ τὸν

νόον καὶ τοῖσι ἄλλοισι σημείοισιν52 (identico in XXII 5), cui fa seguito

ὡς ἤν τι καὶ τῶν ἄλλων σημείων πονηρὸν ἐπιφαίνεται, ἀνέλπιστος ὁ ἂνθρω

πος53. Ove il sintomatico ἀνέλπιστος (da ἀνελπίζειν/ἐλπίς come razionale atte-

sa, congetturale, unico significato del termine nel Corpus, e non «infondata

speranza») suggerisce una angolazione prospettica, che si è vista essenziale per

il σημεῖον in quanto «segno prognostico», il rapporto con il futuro conferman-

dosi costante, e costitutivo (cf. anche il successivo εἰ ... τὰ ἄλλα σημεῖα μὴ

πονηρὰ ἐπιγίνοιτο, ἔμπυον ἔσεσθαι πολλαὶ ἐλπίδες εἰσίν)54.

Analoga nozione esprime il lessema in tutte le altre occorrenze del Progno-

stico
, ed in alcune del De victu acutorum (per cui cf. n. 55). Così è sempre in Epid.

I
55 e nell’hapax di MSac. XII 8, mentre particolari sfumature assume in ulte-

riori e sporadiche occorrenze (2x Vet. Med., 1x Aër.). In Vet. Med. XVIII 1,

all’usuale valore di «segno», «sintomo», si affianca quello di fondamento logi-

co, probante, di una affermazione clinica. Il testo recita: δῆλα δὲ ταῦτα ὅτι ὧδε

ἔχει ἐπὶ τῶνδε τῶν σημείων· πρῶτον μὲν κτλ.56. Esso ha carattere argomen-

tativo, poco sopra recava, infatti, (XVII 5) ἐγὼ δέ μοι τοῦτο μέγιστον τεκ-

167

μήριον ἡγεῦμαι εἶναι57, con riferimento alla medesima affermazione (secon-

do la quale, il calore non è causa unica né elemento predominante nella feb-

bre). L’ulteriore XX 36 offre un uso affatto insolito del lessema: τυρὸς γάρ,

ἐπειδὴ τοῦτῳ σημείῳ ἐχρησάμεν, οὐ πάντας ἀνθρώπους ὁμοίως λυμαίνε-

ται 58, ove σημεῖον viene per lo più inteso con «esempio». Tale specifica con-

notazione non sembra ritrovarsi altrove in greco, Vegetti, coerentemente con

la corrente interpretazione del termine, lo rende con «indizio». In realtà, appa-

re implicita una sfumatura semantica, ancora una volta, di carattere argomen-

tativo: 1’«esempio» del formaggio, infatti, svolge il ruolo di dimostrazione con-

creta di un’affermazione generale, che nella fattispecie verteva sull’opportuni-

tà, per il medico, di sapere (nell’ambito delle sue conoscenze περὶ φύσιος)

«cos’è l’uomo in relazione a ciò che mangia e a ciò che beve» (XX 18ss.). Il

termine in questione ha lo stesso valore che nel sintagma σημεῖον δέ, di cui s’è

detto, e per cui cf. anche Acut. VI 4 ἐπεί τοι μέγα σημεῖον τόδε59; significa la

«prova», il «fattore dimostrativo» dell’enunciato di principio. Significativo è

anche Aër. X 4 ἢν μὲν γὰρ κατὰ λόγον γένηται τὰ σημεῖα ἐπὶ τοῖς ἄστροισι

δύνουσί τε καὶ ἐπιτέλλουσιν, ἐν τε τῷ μετοπώρῳ ὕδατα γένηται, καὶ ὁ χειμὼν

μέτριος, ... οὕτω τὸ ἔτος ὑγιεινότατον εἰκὸς εἶναι60. I fenomeni meteorologici

divengono segno sull’altro da sé, fondano una conclusione logica, in un passo

che costituisce perspicuo esempio dell’assurgere degli ἕκαστα a σημεῖα, possibi-

le, e necessario, in ambito razionale. Vegetti intende il termine non (come

avviene di norma tra gli interpreti) con «segni», ma con «fenomeni», che, pur

essendo interpretazione corretta, riduce semanticamente a livello premetafori-

co il lessema, lo priva così della specifica valenza «semiotica»61.

168

L’uso di τεκμήριον / τεκμαίρεσθαι

A differenza del più tardo deverbale τεκμήριον, attestato solo a partire da

Eschilo, il verbo τεκμαίρεσθαι è già nell’epos: va ricondotto a τέκμωρ, già ome-

rico, ceppo di una famiglia terminologica che abbraccia, come nota Chantrai-

ne, «un campo semantico che contiene il senso di ‘marchio, confine, termine,

linea’ come quello di ‘marcatura, congettura, prova’. È plausibile che il senso

originale sia quello di ‘linea demarcata’, da cui ‘indizio’». (Chantraine, Dict.

étym. langue grecque
, s.v.).

In Omero, come in Esiodo ed ancora in Pindaro, l’ambito di τεκμαίρεσθαι

è divino e divinatorio. Gli dei omerici, Zeus in testa, possono «assegnare in

sorte»62 il destino: spesso negativo, come in Ζ 349 τάδε γ᾽ ὧδε θεοὶ κακὰ

τεκμήραντο63, cf. Η 70ss. Il verbo subisce una secolarizzazione in η 317,

riferito ad Alcinoo che stabilisce la data della partenza di Ulisse per il ritorno,

dicendo πομπὴν δ᾽ ἐς τόδ᾽ ἐγὼ τεκμαίρομαι ... αὔριον ἐς64. Analogamente (cf.

LSJ s.v.), a proposito di Circe, a[llhn d’ h|min oJdo;n tekmhvrato Kivrkh65 (κ 563).

Ove il significato è quello stesso sopra ricordato, e non, come per molti inter-

preti66, il volgare «indicare» (la via verso l’Ade): nel suo discorso, Circe non

intende «dare un segno, un’indicazione», bensì comunicare una necessità, con-

seguente ad una decisione sovrana, dichiarando ad Odisseo (v. 490) l’inevitabi-

lità di un altro viaggio, di giungere «alla casa di Ade»67. L’ulteriore λ 112 (=

m 139), detto da Tiresia, εἰ δέ κε σίνηαι, τότε σοι τεκμαίρομ᾽ ὄλεθρον68, testimo-

nia dell’avvenuto passaggio del termine alla sfera della divinazione, ed intro-

duce all’uso pindarico del lessema69. Significativa è in particolar modo O.

VIII 3 μάντιες ἄνδρες ἐμπύροις τεκμαιρόμενοι70, per cui valga quanto

annota Corcella, cit., secondo cui si resta nell’ambito di una mantica puramen-

te induttiva: «tekmairomai, a partire – per noi – da Pindaro, esprime appunto

169

il procedimento dell’indovino induttivo, che, servendosi di particolari segni e

riti, cerca dalla divinità un responso sull’aphanés. Si è creato cioè un verbo che

esprime l’azione induttiva dell’indovino considerata dal punto di vista umano,

come ‘orientarsi’ usando un segno divino». L’ambito rimane divinatorio, la

capacità dell’indovino (come nota Marzullo l.c.) è soltanto affine alla congettu-

ra razionale: è la tragedia a fornire invece isolate, ma sintomatiche testimo-

nianze dell’emergere di una «intelligenza induttiva» (Marzullo), quale trionferà

in ambito scientifico. Verso il quale la poesia dello scorcio del V secolo mostra

un debito non sempre evidente. Non è un caso, che il termine non c ompaia in

Eschilo (se non nello spurio Prometeo, di cui infra), e che la prima attestazione

tragica sia nell’Alcesti euripidea (438 a.C.).

Sofocle esibisce il lessema in una emblematica occorrenza, all’interno in

un’opera, l’Edipo Re, che si dimostra sede privilegiata di stilemi «intellettuali»,

connessi all’insorgente dibattito epistemologico: al v. 916, infatti, Giocasta

rimprovera Edipo, in quanto ... οὐδ᾽ ὁποῖ᾽ ὰνὴρ ἔννους τὰ καινὰ τοῖς

πάλαι τεκμαίρεται71. Verso, questo, che riassume un enunciato metodo-

logicamente centrale per la scienza contemporanea72. Sofocle testimonia

dell’avvenuta laicizzazione di una facoltà, originariamente riservata agli indo-

vini73: stabilire, ma razionalmente, un nesso consequenziale tra eventi passati

e presenti, ottenerne una prospettiva rivolta al futuro, quale era negata

all’omerico Agamennone in Α 343 (οὐδέ τι οἶδε νοῆσαι ἅμα πρόσσω

καὶ ὀπίσσω). Una capacità «umanisticamente» congetturale, quella che Gioca-

sta esige da Edipo. Ribadita, sia pur non esplicitamente, dallo stesso Sofocle,

fr. 330 R. τοῖς μὲν λόγοις τοῖς σοῖσιν οὐ τεκμαίρομαι74: con il quale va

170

posto in relazione [Aesch.] Prom. 336 ἔργῷ κοὐ λόγῷ τεκμαίρομαι75, ove nel

verbo è implicito il senso di «formarsi un giudizio»76.

Rilevanza cronologica oltreché semantica, ha l’uso che Euripide fa del

lessema. Anzitutto in Alc. 239ss. τοῖς τε πάροιθεν τεκμαιρόμενος καὶ

τὰσδε τύχας λεύσσων βασιλέως ὅστις ἀρίστης ἀπλακὼν ἀλόχου τῆσδ᾽ ἀβίωτον τὸν

ἔπειτα χρόνον βιοτεύσει77: al riguardo, opportunamente Β. Marzullo

(cit., 224) annotava, che «il passato (τὰ πάροιθεν) viene connesso col presente

(τὰσδε τύχας), dalla loro congiunta osservazione (τε … καί) si potrà congettu-

rare il comportamento futuro (τὸν ἔπειτα χρόνον)». Imprescindibile punto di

riferimento è ancora l’ormai «classico» Hom. Α 34378. Ma tale concezione si

inserisce in una ampia, sorprendente costellazione di analoghe formulazioni,

che confermano in τεκμαίρεσθαι un valore ormai «tecnico», un circoscritto

campo semantico. Esprimono l’esigenza di una procedura logica, che appare

liberatoriamente acquisita, continuamente ribadita: ne garantiscono il pieno

diritto in un lessico (e soprattutto in una concezione), che si vuole «intellet-

tuale». Cf. lo spurio Rhes. 705 εἰ τοῖς πάροιθε χρὴ τεκμαίρεσθαι79,

palesemente riconducibile al cit. Alc. 239, nonché il rilevante fr. 811 N2.

τἀφανῆ τεκμηρίοισιν εἰκότως ἀλίσκεται80,

che esprime analoga istanza. Ancora Euripide sembra avere ormai canonizzato

l’espressione, cf. fr. 574 Ν2. τεκμαιρόμεσθα τοῖς παροῦσι

τἀφανῆ81, ed inoltre frr. 60 et 898 N2. Se ne dimostra interessata l’oratoria,

come è rilevabile ad es. da Andoc. III 2 χρὴ γὰρ τεκμηρίοις χρῆσθαι τοῖς

πρότερον γενομένοις περὶ τῶν μέλλοντων ἔσεσθαι82, nonché da

Isocr. IV 441 τὰ μέλλοντα τοῖς γεγενημένοις τεκμαίρεσθαι83.

Numerose le analoghe testimonianze, ad es. in Hyper. fr. 195 J., Xen. Mem. IV

171

1,2, Din. I 33, et al.84: ma lucida consapevolezza di siffatti meccanismi razio-

nalmente induttivi mostrava già, con tutta evidenza, Erodoto. Ribadendo la

specificità del verbo, egli lo integra con peculiari, reciprocamente glossematici

lessemi, ed in particolar modo nella più rilevante delle sei occorrenze. In II

33,2 si legge, infatti:

ὡς ἐγὼ συμβάλλομαι τοῖς ἐμφανέσι τὰ μὴ γινοσκώμενα

τεκμαιρόμενος85.

La dichiarazione è programmatica, denota una modernità di metodo, ritenuta

insospettabile nello storico di Alicarnasso, sulla base del riduttivo se pur inevi-

tabile confronto con parallele istanze tucididee. Del verbo in questione si evi-

denzia la caratura «tecnica», lo si fa quindi precedere dall’esplicativo συμβάλ-

λομαι. Ma da rilevare è che quella erodotea costituisce la prima formulazione

di simile enunciato in ambito letterario: è consapevole anticipazione di mecca-

nismi semiotici e induttivi, cardine attorno al quale ruoterà l’intera costruzione

epistemologica e filosofica che sta per emergere. Lo stesso Erodoto non manca

di ribadire questa coscienza procedurale, in I 57 τεκμαιρόμενον ... τοῖσι νῦν ἔτι

ἐοῦσι Πελασγῶν86, immediatamente sottolineato dal contiguo εἰ τούτοις τεκ-

μαιρόμενον δεῖ λέγειν87. Cf. ancora VII 16 γ 2 τῇ σῇ ἐσθῆτι τεκμαιρόμενον88,

nonché il significativo VII 234 ove Serse, affermato l’ἀγαθὸς εἶναι di Demara-

to, fornisce il fondamento della propria convinzione: τεκμαίρομαι δὲ τῇ

ὰληθείῃ89, ad evidenziare l’oggettiva validità della procedura espressa dal ver-

bo, negarne l’opinabilità. D’altro canto, che il τεκμήριον, in opposizione al

σημεῖον, fosse segno «aristotelicamente» necessario ed inconfutabile, s’è visto a

proposito di σημεῖον (p. 7s.), cf. Suda τ 245 ... τεκμηριώδης ὰπόδειξις

λέγεται τὸ ἐκ τοῦ καπνοῦ τὸ πῦρ εὑρεῖν90 (segnalato da Marzullo, cit., 224), a

ribadire il carattere di consequenzialità necessaria implicito nel lessema. Di cui

Tucidide fa sintomatico uso, e tutt’altro che casualmente, nell’esordio dell’ope-

ra. Egli sembra riecheggiare Erodoto, sia pur in un contesto di ben altro rilie-

172

vo metodologico e scientifico. Dichiara d’acchito, che fondamento logico-

razionale della propria ricerca è l’aver induttivamente argomentato le propor-

zioni della futura guerra (I 1):

ἐλπίσας μέγαν τε ἔσεσθαι καὶ ἀξιολογώτατον τῶν προγεγενημένων,

τεκμαιρόμενος ὅτι κτλ.91.

Poco oltre, accosta il procedere ἐκ τεκμηρίων allo auspicabile σαφῶς εὑρεῖν (I

1,2), in I 20 pone di nuovo in evidenza «il monito contro l’abuso del metodo».

(Diller), sottolineando che, nello studio del passato, è difficile prestar fede a

tutti gli indizi (τεκμήρια) nel loro susseguirsi: una cautela che, forse in polemi-

ca con lo stesso Erodoto, dimostra (con Diller, cit.) quanto profondamente

fosse ormai radicata tale procedura. Cf. il successivo (I 21) ἐκ δὲ τῶν

εἰρημένων τεκμηρίων ὅμως τοιαῦτα ἄν τις νομίζων μάλιστα ἃ διῆλθον οὐχ

ἁμαρτάνοι92, che è da ricondurre all’explicit del De Aëribus ippocratico

(XXIV 65) ἀπὸ δὲ τούτων τεκμαιρόμενος τὰ λοιπὰ ἐνθυμείσθαι

καὶ οὐχ ἁμαρτήσῃ93. Meno esplicite, per quanto anch’esse significative, sono

le due ulteriori occorrenze in Tucidide (III 53,2 et IV 123,2), che testimonia-

no dell’applicazione anche pragmatica di tale metodo. L’istanza di una indu-

zione laica si rivela peculiare anche della riflessione scientifico-filosofica: non

a caso, proprio un medico introduce la secolarizzazione di siffatta procedura.

Con sorprendente tempestività: verosimilmente già agli inizi del V secolo,

infatti, Alcmeone di Crotone poteva affermare (fr. 1 DK):

περὶ τῶν ἀφανέων, περὶ τῶν θνητῶν σαφήνειαν μὲν θεοὶ

ἔχοντι, ὡς δὲ ἀνθρώποις τεκμαίρεσθαι94.

Sancisce una frattura tra divino ed umano, alle superiori capacità degli dei

contrappone l’umano (ed «umanistico») congetturare: un autorevole parallelo

fornisce Senofane, nel notorio fr. 34 DK καὶ τὸ μὲν οὖν σαφὲς οὔτις ἀνὴρ

ἴδεν οὐδέ τις ἔσται εἰδὼς ἀμφὶ θεῶν τε καὶ ἅσσα λέγω περὶ πάντων. εἰ γὰρ καὶ

173

τὰ μάλιστα τύχοι τετελεσμένον εἰπών, αὐτὸς ὥμος οὐκ οἶδε· δόκος δ᾽ ἐπὶ

πᾶσι τετύκται95. Alcmeone, in un testo che, a quanto sembra, apriva la

prima opera greca di medicina (cf. H. Fränkel l.c.), formula un procedere pre-

cocemente scientifico, nel quale «da dati di fatto percettibili, vengono tratte

conclusioni su circostanze non accessibili all’osservazione diretta». Ciò assume

maggiore importanza, se posto in relazione con la elaborazione, da parte dello

stesso Alcmeone, di una dottrina encefalocentrica, che sarà definitivamente

riformulata da Ippocrate. L’allievo di Pitagora è convinto del fatto che la real-

tà oggettiva non si rivela all’uomo, bensì esclusivamente al dio. La «verità»

non si dà di propria iniziativa, è un ἀφανές: come tale, va raggiunta per via

logica. Al τῇ μὲν ὄψει ἀφανές si oppone il τῷ δὲ λογισμῷ φανερός (Hippocr. Flat.

III 10). Alla sapienza concessa dagli dei, si sostituisce l’indagine, alla rivelazio-

ne (come ricorda Vegetti cit., 33) la congettura. In sostanza, si verifica un pri-

mo tentativo di superare una metodica puramente analogica. Che Regenbo-

gen96 dichiara come eminentemente ionica, un «processo inferenziale analo-

gico» (Diller) individuabile ancora nel cit. Herodot. II 33, 2 ὡς ἐγὼ συμβάλλο-

μαι τοῖς ἐμφανέσι τὰ μὴ γινοσκωένα τεκμαιρόμενος, τῷ Ἴστρῳ ἐκ τῶν ἴσων

μέτρων ὁρμᾶται97. Ove dalle nozioni conosciute sul corso del Danubio, si

conclude per analogia sul corso, però ignoto, del Nilo: le due situazioni vengo-

no ritenute analoghe, se ne traggono le obbligate conseguenze98. Il

metodo del τεκμήριον invece (come ancora Diller rileva, in polemica con

Regenbogen), è sì inteso anch’esso ad illuminare mediante phaenomena qualcosa

di non immediatamente percepibile, tu ttavia «questi fenomeni non costituisco-

no dei paralleli (analogie), ma segni del processo da riconoscere». Pertanto,

«non si costruisce una analogia come struttura di una ipotesi, ma si risale

dall’effetto percepibile alla sua causa, che è invisibile; in una parola, si procede

non in modo analogico, bensì semeiotico» (Diller, 20). Emblematica espressio-

174

ne sembra esserne l’anassagoreo fr. 21 a DK ὄψις τῶν ἀδήλων τὰ φαι-

νόμενα99, testimoniato da Sext. Emp. VII 140. La pregnanza della formula-

zione (su cui fondamentale è l’omonimo saggio di Diller, cit.) è evidente, per

quanto si tratti di probabile semplificazione scolastica100, in cui procedere

analogico e semiotico risultano associati, nel comune tentativo di «vedere»

l’invisibile nelle «rappresentazioni» sensibili. La congettura sull’ἀφανές diviene

nozione centrale della riflessione filosofica, e l’uso di τεκμαίρεσθαι ne è, come

s’è visto, privilegiato strumento espressivo. Non sempre, tuttavia, siffatto «illu-

minismo» gnoseologico sembra condiviso: proprio all’interno del CH è rin-

tracciabile un marcato scetticismo (cf. Vict. XI cit. supra, n. 82, et n. 71), che

sembra diventare, come osserva B. Marzullo (cit., 222), sprezzante ripulsa in

Aristotele (Phys. 193a 4)101. Su questa scia, si arriverà a posizioni palesemente

reazionarie, quali espresse da una sentenza attribuita a Menandro, che al para-

digma anassagoreo oppone una uguale e contraria formulazione, su quella

polemicamente esemplata, cf. Sent. 20:

ἀφεὶς τὰ φανερὰ μὴ δίωκε τἀφανῆ102.

Con Diller, si può affermare che la concezione espressa dalla sentenza di Anas-

sagora emerge, nel suo carattere originariamente analogico, già con Anassime-

ne, consolidandosi successivamente con Empedocle103: la sua definitiva af-

fermazione è, tuttavia, «inscindibilmente connessa allo scorcio del V secolo»

(Diller, 39s.). Ne conferma l’unica occorrenza di τεκμαίρεσθαι reperibile in

Aristofane, Vesp. 67ss. (del 422 a.C.): dove il contesto è significativamente (e

parodicamente) medico, a testimoniare del carattere tecnico del termine, attin-

to da un lessico specificamente scientifico. Filocleone è malato, tentativi tera-

peutici risultano inefficaci, la conoscenza stessa del male è negata: infatti,

νόσον γὰρ ὁ πατὴρ ἀλλόκοτον αὐτοῦ νοσεῖ, ἣν οὐδ᾽ ἂν εἰς γνοίη ποτ᾽ οὐδ᾽ ἂν

ξυμβάλοι (ν. 71)104, non si dà né il γιγνώσκειν, né lo ξυμβάλλειν. Con buo-

na pace delle pratiche proclamate dalla nuova scienza, lo stesso τεκμαίρεσθαι si

rivela insufficiente, viene ludicamente rappresentato al v. 76 μὰ Δι᾽, ἀλλ᾽ ἀφ᾽

175

αὑτοῦ τὴν νόσον τεκμαίρεται105, ove è parodiata la centralità cui il medi-

co, secondo Aristofane, volutamente tende (cf. B. Marzullo, 225ss., cui si deve

la argomentata indicazione della testimonianza aristofanea). Si prosegue, rifiu-

tando di concedere attendibilità alle soluzioni proposte (v. 85 οὐ γὰρ ἐξευρήσε-

τε, con termine a sua volta tecnico), comprese quelle della medicina magica

tradizionale (v. 115, 118, 119s., 122ss.)

Dei τεκμήρια, come si è visto a proposito di σημεῖον, sarà Aristotele a

fornire una compiuta formalizzazione, inserendoli in un elaborato sistema logi-

co, e delineandone i confini semasiologici. Soprattutto nella Rhetorica e negli

Analytica Priora (cf. supra p. 7s.): la definizione più generale di τεκμήριον è

quella di segno necessario (ἀναγκαῖον) ed inconfutabile (ἄλυτον), inteso a stabi-

lire nessi di rigorosa consequenzialità tra i dati, a differenza del σημεῖον, che

resta connotato in senso non più che probabilistico106.

L’area di sviluppo di τεκμαίρεσθαι / τεκμήριον s’è rivelata scientifica,

medica in particolare (Alcmeone): Ippocrate lucidamente ne conferma, assu-

mendo a centralità metodologica quel «paradigma indiziario» (con espressione

mediata da C. Ginzburg, Spie. Radici di un paradigma indiziario, in A. Gargani,

Crisi della ragione, Torino 1979, 59, il quale a sua volta rinvia a T.S. Kuhn, La

struttura delle rivoluzioni scientifiche
, Torino 1969, per l’uso del termine «paradig-

ma») in tal modo designato. L’uso dei pertinenti lessemi, infrequente quanto

peculiare, si integra nella costellazione fin qui evidenziata, fornendone i più

rilevanti riscontri. Le occorrenze sono esplicite, significano un metodo semio-

tico, costitutivo per la nuova scienza. Cf. Progn. XVII 46 ἐκ πάντων τῶν τεκ-

μηρίων τῶν ἐόντων ἐν τούτοισι τεκμαίρεσθαι καὶ τοῖσι ἄλλοισι

σημείοισι107, che testimonia del tentativo di progressiva generalizzazione di

tale «intelligenza induttiva»108. Analogamente, sottolineando l’angolazione

prospettica implicata dal lessema, in XXIV 71 si ribadisce: τοὺς δὲ περισομέ-

νους τε καὶ ἀπολλυμένους (v.l. ἀπολουμένους, cf. supra, n. 43) ... τεκμαίρε-

σθαι τοῖσι σύμπασι σημείοισιν109. Il passo va ricondotto, nel medesimo

trattato, sia a I 26 τοὺς ἀποθανευμένους τε καὶ σωθησομένους προγινώσκων τε καὶ

176

προλέγων 110, sia a II 13 τοῖσι ἄλλοισι σημείοισι συντεκμαίρεσθαι111.

Rilevante è anche il citato (p. 20) explicit del De aëribus, ove ricorre il pro-

grammatico ἀπὸ δὲ τούτων τεκμαιρόμενος τὰ λοιπὰ ἐνθυμεῖσθαι

καὶ οὐχ ἁμαρτήσῃ, sul quale è verosimilmente esemplato il tucidideo I

21 ἐκ δὲ τῶν ... τεκμηρίων ... οὐχ ἁμαρτάνοι (cit. supra, p. 20).

Nel De arte, il verbo è relegato nel solo cap. XIII, dove ricorre per ben quattro

volte, cf. l. 10 (ἰητρική) ... τεκμαίρεται ᾧ τε σημεῖα tau'ta, ταῦτα, ἅ τε πεπονθότων, ἅ τε

παθεῖν δυναμένων112, seguito a breve distanza dalla riproposizione del motto

anassagoreo sopra discusso, che assume valore paremiografico. Con ricercata

eleganza formale, infatti, l’A. (in stretta relazione con l’ambiente sofistico)

riformula un principio ormai acquisito, secondo cui la techne (l. 17)

τεκμήρεταί τι ὀφθὲν περὶ ἐκείνων ὧν αὐτῇ ἐν ἀμηχάμῳ τὸ ὀφθῆναι ἦν113.

L’intero capitolo, d’altronde, rappresenta per Vegetti una «ricostruzione del

metodo di indagine per sintomi, tekmeria ed esperimenti, essenziale alla medici-

na ippocratica» (Ippocr. 472)114.

L’uso del deverbale τεκμήριον, oltre ai luoghi citati, in cui esso è la base

della congettura, riveste il ruolo semantico di «prova» di una affermazione,

secondo lo schema «dato oggettivo → inferenza logica → verifica»: di

quest’ultima costituisce lo strumento. Il τεκμήριον assurge così a «prova» della

validità dell’inferenza tratta su base semiotica: alla costruzione del sistema

logico fa seguito la verifica della correttezza e della applicabilità dello stes-

so115. Di particolare rilievo, già per Diller, era la verifica sperimentale di un

enunciato di principio, esposta in Aër. VIII 52-68, ove si sostiene, che l’acqua

derivante dalla neve e dal ghiaccio è sempre dannosa: γνοίης δ᾽ ἂν ὧδε116,

177

prosegue l’Α., esponendo l’esperimento che ne costituisce la prova. Tale espe-

rimento è chiamato τεκμήριον, e l’intero brano è per Diller significativo del

superamento, epperò della insufficienza, della analogia, nel passaggio dal noto

all’ἄδηλον. Esso viene reso compiutamente possibile solo da quella che Diller

definisce «induzione semeiotica». È il senso di «probante», che al termine τεκ-

μήριον compete nella maggior parte dei casi117.

La procedura designata dal τεκμαίρεσθαι doveva rivelarsi di tale impor-

tanza, da indurre Ippocrate a creare un nuovo termine che la esprimesse pecu-

liarmente. Eccezionale si rivela infatti l’Eigenwort τέκμαρσις. Formazione certa-

mente ippocratica, di agevole collocazione semantica, indica l’atto di τεκμαίρε-

σθαι: essa ricorre esclusivamente in Acut. (2x), ma è attestata quale hapax in

Thuc. II 87, palesemente attinto dalla terminologia medica. In Acut. I 10 si

legge: ὁπόσα δὲ προσκαταμαθεῖν δεῖ τὸν ἰητρὸν μὴ λέγοντος τοῦ κάμνοντος ... ἄλλ᾽

ἐν ἄλλοισιν καὶ ἐπίκαιρα ἔνια ἐόντα ἐς τέκμαρσιν118, cui fa seguito ὁπόταν

δὲ ἐς τέκμαρσιν λέγηται ὡς χρὴ ἕκαστα ἰητρεύειν, ἐν τούτοισι πολλὰ ἑτε-

ροίως γινώσκω κτλ.119 (II 1). Tucidide fa analogo «sfoggio» terminologico: ἡ μὲν

γενομένη ναυμαχία, ... εἴ τις ἄρα δι᾽ αὐτὴν ὑμῶν φοβεῖται τὴν μέλλουσαν, οὐχὶ

δικαίαν ἔχει τέκμαρσιν τὸ ἐκφοβῆσαι120, «non offre alcuna valida base

all’inferenza
che possa allarmarci» (LSJ s.v. τέκμαρσις). Il termine riapparirà solo

più tardi, in Dion. Halic. VII 71 et al. (τέκμαρσιν ποιεῖσθαι in luogo di τεκμαί-

ρεσθαι), ribadendo il livello altamente tecnicistico di questa famiglia verbale.

In proposito, significativo commento è quello di Foes (ThGL s.v. τέκμαρσις).

Secondo cui, «τέκμαρσις vox est Hippocr. usurpata initio lib. De rat. in morb. ac.,

quae conjecturalem cognitionem et eam quae per signa finita et necessaria fit

conjecturam signifìcat, qualis est syllogistica, et a philosophis celebratur ac

medicis usurpatur». Prosegue, puntualmente rilevando che essa comprende

γνῶσις, διάγνωσις, πρόγνῶσις, e θεραπεία: infatti, «eo nomine tota fere medendi

178

artis complexio, quae conjectura artificiali nititur, comprehenditur», con l’im-

prescindibile rinvio ad Ippocrate. Conclude ricordando, aristotelicamente, che

suo fondamento sono i «necessaria et perpetua signa, quae syllogistica appel-

lantur». È in sostanza quella che Galeno, più schematicamente, definisce una

γνῶσις διὰ τεκμηρίου: intesa come ormai è evidente, ad illuminare, per così

dire, obscurum per clarius.

Il lessico ippocratico, che diciamo «intellettuale», è impegnato a definire i

principi euristici, ed il metodo della ricerca. Esprime, per la prima volta nella

storia del pensiero, fondamentali istanze epistemologiche. Appare strumentale

alle emergenti esigenze di scientificità, quali evidenziate nell’ultimo trentennio

del quinto secolo, ma costituisce a sua volta imprescindibile elemento ed

aggressivo stimolo alla ricerca medesima. L’uso linguistico rispecchia fedel-

mente l’attività intellettuale dello scienziato, volta ad individuare e formulare i

princìpi e le procedure di una conoscenza, che supera prassi cognitive fondate

sulla successione puramente seriale dei fatti, rilevati in ordine casuale. Il pro-

cedere logico, razionale, il meccanismo induzione-deduzione, la capacità estra-

polatoria di tracciati futuri (quale già formalizzata nell’omerico A 343 citato in

apertura), governano l’intero edificio della nuova scienza, l’uso linguistico ne

fornisce puntuale testimonianza: il principio cardine della induzione, significa-

to da τεκμαίρεσθαι e dal contestuale σημεῖον, è esemplare in proposito. Il pro-

cedimento, all’apparenza elementare, per cui, movendo dalla correlazione logi-

ca di oggettive premesse, si getta «un fascio di luce sull’invisibile» (Nestle), è

inteso ad integrare i dati dell’osservazione mediante una «percezione menta-

le», che li surroga. Si pone quale elemento costitutivo, principio essenziale del-

la ricerca, il cui fondamento è razionale, costitutivamente «ipotetico».

Superiore alla percezione ed a risultati dovuti al caso (cf. rispettivamente

Ars XI 15 et Vet. Med. XII 14ss.), la procedura inferenziale di cui si sostanzia

la scienza ippocratica ribadisce la (pragmatica) istanza della anticipazione logi-

ca del futuro, quale rivendicata già all’omerico Achille. Essa è anteposta, per

quanto correlata, a processi anamnestici e diagnostici. Nell’integrarsi reciproco

di τὰ παρεόντα, τὰ προγεγονότα, e τὰ μέλλοντα ἔσεσθαι (Hippocr. Progn. I 3)

trionfa l’orientamento prospettico rivolto al futuro121: serialità, casualità,

analogiche illusioni, cedono alla razionalità della induzione.

179

Il consolidarsi del metodo designato da τεκμαίρεσθαι, formulato per la

prima volta con Alcmeone, esige una partecipazione attiva del soggetto cono-

scente. Il mondo non si disvela più da sé, offrendosi «miracolosamente» nella

sua essenza all’osservatore. Va invece responsabilmente interpretato, «costrui-

to» intellettualmente: la ricerca della verità deve avvenire per via logica, il

principio-guida è quello dell’inferenza, che proprio in Ippocrate si afferma

come epistemologicamente centrale.

180

APPENDICE*

σημεῖον σημαίνειν Hom. desid. 15x Hes. desid. desid. Pind. desid. desid. Aesch. 3x (+ 1x Prom.) 8x (+ 5x Prom.) Soph. 7x 21x Eur. 11x 59x Aristoph. 9x 1x Herodot. 9x 70x Thuc. 19x 17x Presocr. 15x 5x Xen. 19x Cf. Sturz, Lex. Xen. , s.v. Plat. 45x Cf. Brandwood, Ind. Plat., s.v. Aristot. Cf. Bonitz, Ind. Aristot., s.v. Cf. Bonitz, Ind. Aristot., s.v. CH 260x 223x opp. maggiori 49x 26x Progn. 33x 16x Epid. I 6x 2x Acut. 5x 7x Vet. Med. 2x / Aër. 1x / MSac. 1x / Ars 1x / Epid. III / 1x τέκμαρ τεκμήριον τεκμαίρεσθαι τέκμαρσις Hom. 8x (xÉKmop) desid. 6x desid. Hes. 1x desid. 2x desid. Pind. 3x desid. 4x desid. Aesch. 6x (+ 1x Prom.) 8x (+ 1x Prom.) desid. (2x Prom.) desid. Soph. desid. 4x 3x (1x d.l.) desid. Eur. 1x 15x 5x desid. Aristoph. desid. 5x 1x desid. Herodot. desid. 7x 5x desid. Thuc. desid. 11x 3x 1x Presocr. 1x 1x 2x desid. Xen. desid. 25x 13x desid. Plat. desid. 73x 27x desid. Aristot. 1x 21x 4x desid. CH 1x 41x 44x opp. maggiori desid. 15x 8x 2x (Acut.)

* I rinvii ai lessici o indici dei singoli AA. indicano una frequenza particolarmente ele­-

vata delle occorrenze del lessema.

*.
Il presente lavoro è stato eseguito con il contributo del Consiglio Nazionale delle

Ricerche.
1.
La nascita dell’intelletto, in Grecia, «<H>euresis» 1985, 19ss. (di difficile reperibilità):

ripreso e dettagliatamente integrato in Hippocr. Progn. 1 (Prooem.), «Museum Criticum» XXI-

XXII (1986-87) 199-254, cui si farà in questo scritto costante riferimento.
2.
«Non sa percepire il nesso tra futuro e passato».
3.
Cf. B. Marzullo, «MCr» cit., 219s.
4.

Quello di «Ippocrate» è nome di comodo: al pari di «Omero», «Aristotele», e altri,

costituisce convenzionale referenza pratica. Con cui si è soliti designare gli Auctores di quella

settantina di opere, raccolte sotto l’etichetta di Corpus Hippocraticum. Tra queste, sostanzialmente

oltre che cronologicamente assai eterogenee, sono tuttavia identificabili alcuni trattati, che,

accomunati da una sostanziale convergenza sui princìpi fondamentali della medicina, spiccano

dal punto di vista metodologico. Punto di partenza della presente analisi, essi si possono ragio-

nevolmente ricondurre agli anni compresi tra il 440 e il 410 a.C.: si tratta di Prognosticon, De vetere

medicina
, De aëribus aquis locis, Epidemiarum liber I et III, De victu acutorum, De morbo sacro. A questi si

affianca, lucida testimonianza estranea all’ambito più propriamente medico, il De arte, trattato di

ispirazione filosofico-sofistica (o comunque dovuto ad un Autore che ne risente fortemente l’in-

flusso), che contribuisce ad illuminare dall’esterno gli assunti delle altre opere, ad esse facendo

costante riferimento, sostanziale e formale.

5.
La novità della scienza ippocratica consiste essenzialmente nel vigoroso rifiuto di sche­

mi arcaici, appannaggio di civiltà teocratiche orientali, e delle connesse pratiche mediche magi-

co-religiose: significativamente esercitate da sacerdoti, fondate sulla superstizione. Di queste,

nuovi, inattesi barbagli coincidono con l’epoca del presunto ma verosimile arrivo di Ippocrate

ad Atene (testimoniato da Plinio XXX 10, e presupposto da Plat. Phaedr. 270c et Prot. 311b)

intorno al 430 a.C., con il primo insorgere della peste, dunque. Tucidide notoriamente registra

il rifiorire, in quella occasione, della medicina magica, in seguito (420 a.C.) rinfocolato dall’in-

troduzione del culto di Asclepio nella stessa città. La nuova medicina, laica e razionale, reagisce

contro tali pratiche mistificatorie con un intero e rilevante trattato, il De morbo sacro, inteso a

negare il punto cardine della terapia magica, il supposto intervento divino nelle affezioni

dell’uomo.
6.
«Vi pose sopra un segnale evidente». Il passo testimonia dell’uso funerario del termi-

ne: il σῆμα («trofeo») in questione, finalizzato all’identificare il punto esatto al momento del

ritorno, è infatti segno distintivo delle spoglie di Dolone.
7.
«Ti dirò un segno affatto chiaro, e non ti sfuggirà». Poco oltre, ipoteticamente si pro-

pone ἤ τευ σῆμα βροτοῖο πάλαι κατατεθνηῶτος («Forse tomba di un uomo morto da lungo tem-

po»).
8.
«Lanciò il grande Aiace, ed oltrepassò i contrassegni di tutti».
9.
«Lascia lì i rami, segno d’affanno».
10.
«Ecco, vedo il tridente, simbolo di un dio».
11.
«Con uno dei corni, o anche entrambi, che sporgono da terra in funzione di segnale»

(della presenza dei buoi sepolti).
12.
L’espressione σημεῖον δέ è ricorrente anche nell’oratoria, per introdurre le prove di

anticipate conclusioni, cf. e.g. Isocr. IV 86 et 107, Demosth. XXI 149, et al.
13.
«Te ne offrirò la prova».
14.
«Quali segni evidenti mi mostri della tua innata fedeltà verso di noi!».
15.
«Io ho visto segni evidenti: queste sono le parole in cui ho fiducia».
16.
Sulla potenziale fall acia del σημεῖον (contrapposto in ciò al τεκμήριον), cf. infra,

pp. 7ss., quanto segnalato a proposito di Aristotele.
17.
«Non accada che io, sulla base di tali indizi, non scopra la mia origine».
18.
«Non mi farei convincere a non sviscerarlo con esattezza».
19.
II preverbo ἐκ- conferisce analoga connotazione induttivo-deduttiva (o più generica-

mente ablativa) a numerosi verbi dal carattere «intellettuale», principalmente nell’uso ippocrati-

co: significativi sono ad esempio ἐκλογίζεσθαι, ἐξευρίσκειν, ἐκμανθάνειν, ἐκδιηγεῖσθαι (probabile

neoformazione ippocratica).
20.
«I fatti precedenti a questi, e quelli ancora più antichi, era impossibile scoprirli con

esattezza, a causa del lungo tempo trascorso, ma sulla base degli indizi in cui posso confidare a

seguito di un’indagine la più estesa possibile, ritengo etc.».
21.
«E il fatto che Micene fosse piccola, o che qualcuna delle città di allora non appaia

ora degna di considerazione, non sarebbe indizio valido perché si dubiti del fatto che la spedi-

zione fosse così grande come i poeti narrarono, e l’opinione comune accoglie».
22.
«Ciononostante, non sbaglierebbe chi giudicasse, sulla base degli indizi suddetti, tali

fatti all’incirca nel modo in cui io li ho esaminati».
23.
«Trattandosi di eventi non controllabili e per lo più, dato il tempo passato, non degni

di fede, in quanto viziati da elementi leggendari (non sbaglierebbe) chi ritenesse che io, sulla

base di indizi evidentissimi, ho compiuto indagini sufficienti, data l’arcaicità dei fatti».
24.
«Per l’uditorio, probabilmente, l’assenza di elementi leggendari si rivelerà meno gra-

devole : ma quanti vorranno indagare con sicurezza riguardo al passato, etc. ».
25.
II σημεῖον riveste particolare importanza nelle occasioni in cui è più vicino al terminus

technicus
τεκμήριον, fondamento (di perfetta attendibilità) della congettura razionale. Lo stesso

σημαίνειν si rivela, a volte, surrogato del più pregnante τεκμαίρεσθαι: in proposito, cf. B. Marzul-

lo («MCr» XIX-XX (1985) 281ss., soprattutto p. 284 n. 26), che richiama Hesych. τ 378 τεκμαί-

ρομαι ... σημειώσομαι riferito tuttavia al peculiare Soph. OR 916, e lo schol. ad l. τεκμαίρεται·

ἀντὶ τοῦ σημειοῦται. Di Esichio è da ricordare ancora τ 382 τεκμήριον: σημεῖον ἀληθές, che con-

ferma il carattere glossematico del lessema.
26.
«Oltre a ciò vi sono anche queste prove importanti».
27.
«Riguardo al passato bisogna aver fede nei σημεῖα, riguardo al futuro nei τεκμήρια».
28.
II sintagma τὰ μέλλοντα + inf. fut. indica «ciò che razionalmente c’è da aspettarsi»,

differenziandosi dall’oggettivamente inespressivo τὰ ἐσόμενα. Con esso «si esprime non la ogget-

tiva struttura del futuro, ma un suo particolare significato, quale scaturisce da una angolazione

prospettica, soggettiva. [...] La perifrasi [...] esprime l’attendibile frutto di una deduzione»

(così B. Marzullo, «MCr» XXI-XXII (1986-87) 216).
29.
L’argomentazione aristotelica si sviluppa sia nella Rhetorica sia negli Analytica Priora: in

quest’ultima opera, tuttavia, la trattazione si fa decisamente più specialistica, in definitiva meno

chiara, riferendosi dettagliatamente alla struttura del sillogismo. Per questa, sarà necessario far

ricorso ad opere specifiche: ai nostri fini, risulta sufficientemente indicativa un’analisi del I e II

libro della Rhetorica, dove l’ambito generale permette all’Autore categorizzazioni più ampie, dun-

que più facilmente comprensibili e riferibili anche ad altre situazioni. Altrove, tuttavia, l’uso che

Aristotele fa dei termini σημεῖον e τεκμήριον non è così nettamente definito: le distinzioni tra i

due sostantivi sono meno percepibili, l’uso è per così dire «fluido», e coinvolge anche l’omologo

μαρτύριον. Cf. in proposito J. M. Le Blond, Logique et méthode chez Aristote, Paris 1973 (19391), 241:

va ricordato, da ultimo, G. Manetti, Le teorie del segno nell’antichità classica, Milano 1987, cap. 5

passim, in particolare p. 248 n. 13.
30.
«Di tali segni, quello necessario è il τεκμήριον, quello non necessario non ha un nome

che ne esprima la differenza. Definirò necessari quelli dai quali deriva un sillogismo. Perciò un

simile segno è anche un τεκμήριον: infatti, quando si ritiene che non è possibile confutare un

enunciato, allora si pensa di fornire un τεκμήριον, in quanto elemento dimostrato e compiuto».
31.
«Questo dunque è un σημεῖον, ma è confutabile anche quando l’enunciato sia vero,

poiché è asillogistico; soltanto il τεκμήριον è inconfutabile».
32.
«Si confutano sia i σημεῖα sia gli entimemi basati sul σημεῖον: che infatti ogni σημεῖον

è asillogistico, ci è chiaro dagli Analytica». Cf. inoltre Anal. Pr. 70a 2-b6, e l’intera analisi aristo-

telica dei lessemi.
33.

Cf. in proposito V. Di Benedetto, Tendenza e probabilità nell’antica medicina greca, «Crit.

Stor.» 1966, 315-368. Per una rapida analisi della nozione espressa da σημεῖον e τεκμήριον in

alcune delle opere più «tecniche» del Corpus, cf. Id., Il medico e la malattia, Torino 1986, 97ss.

34.
In Ippocrate, comprensibilmente, appare non ancora costante e rigorosa quella distin-

zione tra le due nozioni di «segno» e di «sintomo», che sarà conquista della medicina moderna.

Nella quale, il segno esprimerebbe «ogni alterazione obbiettiva manifestata dal paziente», oggetti-

vamente rilevabile, dunque, in questo. Il sintomo, invece, indicherebbe «ogni sensazione soggetti-

va
avvertita dal paziente» (così N. Dioguardi – G. P. Sanna, Moderni aspetti di semeiotica medica,

Milano 19762, 2). Sarà tuttavia opportuno sottolineare, come, anche per quel che concerne i

sintomi, il rilievo assunto dall’aspetto «soggettivo» vada comunque ricondotto all’intervento del

medico: tramite il quale soltanto, i dati, dei quali il paziente può avere ο meno consapevolezza,

possono divenire significativi sull’altro da sé. Se dunque il «segno» si presenta quale caratteristi-

ca direttamente verificabile dell’oggetto, il «sintomo» andrà considerato come ciò che indirettamente

si configura all’attenzione del medico, il cui intervento consente di elevare segni e sintomi ad

indizi, in grado di costituire un fondamento per l’inferenza. L’interazione di segni e sintomi

(dunque di medico e paziente) dà luogo, per i citati Autori, alla «sindrome». Nel CH, il termine

σημεῖον sembra implicare entrambe le valenze, a differenza del τεκμήριον che si configura piutto-

sto come «indizio», oltreché come «prova». Nelle traduzioni proposte, il concetto di «segno» è

stato considerato più generico e comprensivo, implicante, spesso, anche quello di «sintomo»:

entrambi vanno ritenuti, per lo più, compresenti.
35.
«Io non trarrò tali conclusioni per divinazione, ma espongo i fondamenti sulla base

dei quali si deve inferire chi guarirà etc.».
36.
«Te lo spiegherò con argomenti efficaci».
37.
Cf. al riguardo anche G. Manetti, cit., 64.
38.

Oltre a Di Benedetto cit., cf., per questo e per la concezione del segno nella medicina

greca, il recente, per quanto generico, G. Manetti, cit., 57-79, in particolare p. 75 per la struttura

probabilistica del Corpus.

39.
G. Manetti cit., 58.
40.
Tale sintomatologia, per Diller (cit., 21), costituiva un esempio della originaria inter-

dipendenza tra «procedere semiotico ed analogico». Egli sottolineava, come la facies hippocratica

da un lato «indica la incombente morte del malato,... quindi dovrebbe denotare la morte»

(essendo dunque esempio del metodo semiotico indiziario), dall’altro «non è più una combina-

zione di segni, in base ai quali si riconosce la morte imminente, bensì l’immagine della morte

stessa, il volto che è più simile a quello di un morto». Su analogia e congettura, cf. infra, quanto

rilevato a proposito di τεκμαίρεσθαι, oltre a Diller, cit. Sembra opportuno, a questo punto, sotto-

lineare la differenza tra «semiotica» e «semeiotica» (termine quest’ultimo preferito dal Diller).

L’Oxf. Engl. Dict., Suppl., s.v. semeiotics, evidenzia soprattutto che il primo è variante morfologica

di quest’ultimo, «semiotica» essendo stato introdotto più di recente (ed utilizzato nel

senso moderno, «comunicazionale», per la prima volta da Ch. Peirce). Ciononostante, la diffe-

renza semantica, senza dubbio presente, consiste nel fatto che il termine «semeiotica» si pone

quale specializzazione di «semiotica», costituendo lo studio dei «segni» medici, il primo stadio

della diagnostica, dunque l’atto del rilevamento dei segni, dei sintomi e di tutti i dati riguardanti

una malattia, da collegare con le alterazioni che li determinano (cf. Dioguardi – Sanna cit.,

1s.). Da questa si distingue l’analisi delle varie manifestazioni espressive, dei segni di qualsiasi

tipo, soprattutto linguistici, sviluppatasi in epoca moderna, di tutti i sistemi comunicativi in

genere: su tale distinzione semasiologica, si soffermano Cortelazzo – Zolli, Diz. etim. d. lingua

ital.
, vol. V, 1178s.
41.
«Fare congetture in connessione con gli ulteriori indizi».
42.
«È necessario che chi intende fare una esatta prognosi riguardo ai malati che guari-

ranno e a quelli che periranno, sappia valutare, con un attento esame, tutti i sintomi, traendone

conclusione sull’efficacia etc.».
43.
La lectio accolta da Jones viene così giustificata in nota: «I take ἀπολλυμένους to be a

present with future sense». Ma è l’esplicito futuro ad esprimere adeguatamente tale orientamen-

to prospettico, come confermano il contiguo χρὴ δὲ τὸν μέλλοντα ὀρθῶς προγινώσκειν τούς τε

περιεσομένους καὶ τοὺς ἀποθανευμένους (XXV 1), ed analoghe espressioni (e.g. I 26

τοὺς ἀποθανευμένους τε καὶ σωθησομένους προγινώσκων κτλ.).
44.
«Chi sopravviverà e chi perirà, bisogna inferirlo dall’insieme dei segni».
45.
Una nuova testimonianza della connessione τεκμαίρεσθαι / σημεῖον è in Ars XIII 10

(ἡ ἰητρική) τεκμαίρεται, ὧν τε σημεῖα ταῦτα, ἅ τε πεπονθότων, ἅ τε παθεῖν δυναμένων («La

scienza medica inferisce, a cosa si riferiscono questi segni, sia ad organi già malati, sia a quelli

potenzialmente tali»).
46.
«Bisogna dunque avere un’adeguata conoscenza riguardo agli indizi sicuri ed agli altri

segni, in quanto quelli negativi indicano qualcosa di negativo, quelli favorevoli qualcosa di posi-

tivo».
47.
«Poiché tutte le affezioni che giungono a crisi nei periodi suddetti, le identificherai

con i segni medesimi».
48.
Parallelo orientamento gnoseologico era anticipato in XVII 1 τοὺς δὲ σύμπαντας

ἐμπύους γινώσκειν χρὴ τοῖσδε τοῖσι σημείοισι («Tutti i malati di empiema si devono rico-

noscere sulla base di questi segni»), nonché ib. 20, analogo. Rilevante conferma è ancora in

Acut. XLIV 16 γεγράψεται οὖν καὶ περὶ τούτων σημεῖα, οἷσι χρὴ ἕκαστα τούτων διαγι-

νώσκειν («Anche riguardo a ciò si descriveranno i segni, in base ai quali si deve distinguere

ciascuno di questi casi»),
49.
«Se non dice nulla di simile e non si rimette, bisogna sapere che tale sintomo è mor-

tale».
50.
«Se dalle palpebre socchiuse si scorge una parte del bianco, questo è un segno negati-

vo e foriero di morte». Si può rinviare, inoltre, a XII 30 συντέξιος γὰρ σημεῖα, («Questi sono

infatti segni di colliquazione»), et XVII 13 ὁκόσα μὲν οὖν ἐγχρονίζει τῶν ἐμπυημάτων, ἴσχει τὰ

σημεῖα ταῦτα καὶ πιστεύειν αὐτοῖσι χρὴ κάρτα («Tutti gli empiemi che durano a lungo presentano

questi segni, e in essi bisogna avere robusta fiducia»).
51.
«Se il volto ha queste caratteristiche, bisogna porre domande in proposito, e indagare

gli altri segni, quelli in tutto quanto il corpo, e quelli negli occhi».
52.
«Anche agli altri segni bisogna rivolgere la mente».
53.
«Poiché se qualcuno degli altri segni si rivela negativo, il paziente non può aspettarsi

di salvarsi».
54.
«Se altri segni sopraggiunti non sono negativi, ci sono fondati motivi per attendersi

che ci sarà un empiema».
55.
Forniamo di seguito l’elenco completo degli altri passi (non presi in considerazione

dettagliatamente) di Progn. ed Acut., e di quelli di Epid. I, in cui ricorre il termine σημεῖον: Progn.

II 42, IX 15, X 10, XII 26 et 38, XVIII 12, XX 4, 7, 34 et 36, XXI 3 et 4, XXII 17, XXIII 2,

XXIV 2 et 69, XXV 16; Acut. XLVIII 8, LXVIII 16; Epid. I 8, 14; 10, 7; 19, 8; 14; 18; 25,

14.
56.
«Che le cose stiano in questo modo, appare chiaro sulla base di questi elementi pro-

banti: anzitutto etc.».
57.
«Io reputo che questa sia una prova assai valida».
58.
«Il formaggio infatti, poiché mi sono servito di questo “esempio”, non danneggia

allo stesso modo tutti gli uomini».
59.
In Acut. XXXV 1 è un ulteriore esempio di tale uso, insolito in Ippocrate: ἱκανὸν μὲν

οὖν καὶ τοῦτο σημεῖον, ὅτι κτλ. («Anche questa è prova fondata, del fatto che etc.»), dove il lesse-

ma ha il valore di «segno probante», «prova».
60.
«Se infatti i segni riguardanti il tramontare ed il sorgere degli astri sono secondo la

norma, se in autunno ci so no piogge, e l’inverno è temperato, l’anno sarà verosimilmente molto

salubre».
61.
La griglia esegetica che si è cercato di elaborare per σημεῖον, si adatta anche al verbo

corrispondente, assai diffuso nel CH. Con σημαίνειν, infatti, nelle opere più genuinamente ippo-

cratiche si intende nient’altro che «fornire un σημεῖον», ο «costituire un σημεῖον». Non sarà

pertanto necessaria un’analisi separata dell’uso del verbo, per cui valga quanto si è osservato a

proposito del sostantivo. Da segnalare è l’unico ed emblematico Heracl. fr. 93 DK, che illumina

il rapporto tra i due termini nel modo più efficace. L’oracolo di Delfi, afferma il filosofo, οὔτε

λέγει οὔτε κρύπτει ἀλλὰ σημαίνει: egli intende il fornire elementi di valutazione

(σημεῖα appunto) sulla base dei quali trarre le dovute conclusioni, contrapposto a rivelazioni

esplicite (λέγειν) così come a deliberati occultamenti (κρύπτειν).
62.
Come sottolinea B. Marzullo, «MCr» XXI-XXII (1986-87) 223.
63.
«Cosi gli dei hanno stabilito queste sventure».
64.
«La partenza io la stabilisco così, per domani».
65.
«Circe ci ha assegnato una via inevitabilmente diversa».
66.
Cf. e.g. G. A. Privitera, in Omero. Odissea, vol. III, Milano 1983 ad l.
67.
È opinabile convinzione di A. Corcella (Erodoto e l’analogia, Palermo 1984, 42), che in

Omero il valore di τεκμαίρεσθαι sia soltanto quello di «dare un’indicazione», riferito agli dei in

esclusiva: ciò non appare confermato dal riscontro testuale, viene suggerito forse proprio dal

discusso κ 563.
68.
«Ma se fai del male (ai buoi del Sole), allora prevedo rovina per te».
69.
Esiodo non fornisce elementi nuovi, riferisce il τεκμαίρεσθαι esclusivamente a Zeus,

cf. gli unici Op. 229 et 239. Al v. 398 della stessa opera, ricorre il rarissimo διατεκμαίρεσθαι (ἔργα

ἀνθρώποισι), con senso analogo a quello riscontrabile nel discorso di Circe.
70.
«Gli indovini, traendo auspici da sacrifici fatti sul fuoco», etc.
71.
«Non è in grado, come un uomo razionale, partendo dai fatti precedenti, di trarre

conclusioni su quelli recenti».
72.
Sul passo sofocleo, e sul rilevante termine ἔννους, cf. B. Marzullo, «MCr» cit., 224 e

n. 65.
73.
Proprio il CH offre una lucida definizione del procedere della mantica: cf. Vict. XII 3

μαντικὴ τοιόνδε· τοῖσι μὲν φανεροῖσι τὰ ἀφάνεα γινώσκει, καὶ τοῖσιν ἀφανέσι τὰ

φανερά, καὶ τοῖσι ἐοῦσι τὰ μέλλοντα κτλ. («Questa è la mantica: conosce ciò che è

inaccessibile ai sensi grazie a ciò che è visibile, ciò che è visibile grazie a ciò che è inaccessibile ai

sensi, ciò che accadrà grazie a ciò che è etc.».
74.
«Non traggo conclusioni sulla base delle tue parole». In Soph. OR 795ss. τὴν κοριν

θίαν ἄστροις τὸ λοιπὸν, ἐκμετρούμενος χθόνα ἔφευγον («Abbandonai per sempre la terra di Corin-

to, misurandola con l’aiuto delle stelle»). Nauck suggerì τεκμαρούμενος: fortasse recte, come ritiene

B. Marzullo, cit., 224, e cf. Id. «MCr» XIX-XX (1985) 284. Di τεκμαρούμενος, il «bassamente

tecnologico» (Marzullo) ἐκμετρούμενος costituirà un volenteroso glossema: su questo modello

appare esemplato Eur. Phoen. 180s. ... ἐκεῖνος προσβάσεις τεκμαίρεται πύργων ἄνω τε καὶ κάτω

τείχη μετρῶν («Valuta il modo per scalare le torri, misurando su e giù le mura») (segnalato da

Marzullo).
75.
«Traggo conclusioni in base ai fatti, non alle parole».
76.
Cf. anche l’eccezionale diatesi attiva del v. 605, dove si intende il «fornire», i.e. ele-

menti di valutazione, eventualmente congetturale. L’attivo è ancora ad es. in Pind. O. VI 73

(«mettere alla prova») e N. VI 8, dal senso più vicino a quello evidenziato per Prom. 605 («for-

nire segni»),
77.
«Giudicando in base al passato e osservando la sorte presente del re, per il quale,

perduta questa ottima moglie, il tempo a venire sarà intollerabile da vivere».
78.
Per cui cf. B. Marzullo «MCr» cit., soprattutto pp. 219ss., e più in particolare Id., La

nascita
, cit.: «umanistico» egli ne definisce il rivoluzionario impatto.
79.
«Se bisogna trarre conclusioni in base agli avvenimenti passati».
80.
«Ciò che è inaccessibile ai sensi viene raggiunto congetturalmente mediante indizi».
81.
«Congetturiamo in base ai dati presenti ciò che non è accessibile ai sensi».
82.
«Riguardo a ciò che ragionevolmente accadrà, bisogna servirsi di indizi tratti da ciò

che è accaduto prima».
83.
«Congetturare ciò che verosimilmente accadrà sulla base di ciò che è già accaduto».
84.
Scettico riguardo alla generica secolarizzazione di tale facoltà induttiva si dimostra,

nel CH, l’Autore di Vict. XI 1 οἱ δὲ ἄνθρωποι ἐκ τῶν φανερῶν τὰ ἀφανέα σκέπτεσθαι οὐκ ἐπίστανται

(«Gli uomini non sanno indagare ciò che è oscuro in base a ciò che è visibile»), rivendicandone

esclusivamente alla mantica la capacità, cf. Vict. XII 3 cit., supra n. 71.
85.
«Per quanto io posso congetturare, inferendo ciò che è ignoto sulla base di quanto è

manifesto».
86.
«Inferendolo dai Pelasgi che ancor oggi vivono».
87.
«Se si deve parlare inferendolo da questi».
88.
«Inferendolo dalla tua veste».
89.
«Traggo questa conclusione in base alla evidenza».
90.
«Dicesi dimostrazione inferenziale, l’arguire il fuoco dal fumo».
91.
«Prospettando che sarebbe stata grande, la più notevole delle precedenti, inferendolo

dal fatto che etc.».
92.
«Ciononostante non sbaglierebbe, chi giudicasse, sulla base degli indizi suddetti, tali

fatti nel modo in cui io li ho esaminati».
93.
«Inferendo su questa base bisogna indagare i rimanenti fatti, e non sbaglierai».
94.
«Su ciò che è oscuro, sui mortali gli dei hanno conoscenza certa: mentre degli uomini

è proprio il congetturare». Questo il testo, problematico, accolto da Diels-Kranz: spesso espunto

è περὶ τῶν θνητῶν, da Zeller in poi, B. Marzullo propone di salvare tale espressione, di considera-

re invece περὶ τῶν ἀφανέων tardivo titolo dell’opera, cf. «MCr» cit., 223. Analoga espunzione

proponeva il Wachtler, che tuttavia sostituiva l’affine (ed improbabile) ἀθηήτων a θνητῶν, reinte-

grando il valore di ἀφανέων.
95.
«La certezza nessun uomo l’ha raggiunta, e nessuno vi sarà che la raggiunga, sia

riguardo agli dei sia a tutto ciò di cui parlo. Se pure, infatti, a qualcuno capitasse di dire nel

modo migliore una cosa compiuta, ugualmente anche costui non la conoscerebbe: su tutto

domina l’“opinione”». Anche H. Fränkel, Dicht. u. Phil., 387 sottolinea, che «handgreiflich wird

der Zusammenhang mit Xenophanes bei Alkmaion», e ricorda il fr. 34. Frammento di discussa

interpretazione, soprattutto per quanto riguarda il termine δόκος: un riassuntivo panorama delle

principali posizioni esegetiche (che oscillano tra i due opposti della mera opinabilità e della

fondata conoscenza congetturale) fornisce N. Marinone, Lessico di Senofane, Hildesheim 1972

(Roma 1967), s.v. δόκος.
96.
Eine Forschungsmethode antiker Naturwissenschaft, «Quelle u. Stud. zur Gesch. d. Math.»,

Abt. B, Bd. 1 (1929-30), 131ss. (= Kleine Schriften, München 1961, 141ss.).
97.
«Per quanto io posso congetturare, inferendo ciò che è ignoto sulla base di quanto è

manifesto, (il Nilo) nasce dalla stessa posizione geografica rispetto all’Istro».
98.
II passo è discusso più dettagliatamente da Diller, cit., 16.
99.
«Ciò che appare ai sensi è vista sull’invisibile».
100.
Così B. Marzullo, cit., 222.
101.
Per quanto altrove Aristotele non disdegni di accogliere l’istanza canonizzata nella

formula di Anassagora, cf. ad esempio Eth. Nicom. 1104a 13.
102.
«Non inseguire ciò che è oscuro, abbandonando ciò che è evidente».
103.
Per l’evolversi di tale concezione nella filosofia presocratica, e soprattutto per il suo

consolidamento nella «prova indiretta» della geometria euclidea (cf. e.g. Eucl. Elem. I 19), attra-

verso perciò una procedura matematica, cf. Diller, cit. (per Euclide, pp. 27s.).
104.
«Suo padre è affetto da una strana malattia, che nessuno potrebbe mai riconoscere né

cogliere per congettura».
105.
«Per Giove, cerca di ipotizzare la malattia in base alla sua!».
106.
Cf. in proposito Rhet. 1357b 3-14, 1403a 1ss., Anal. Pr. 70a 1-b 6 citt., e l’intera

complessa argomentazione aristotelica, su cui cf. n. 29.
107.
«Bisogna trarre conclusioni dal complesso degli indizi presenti in questi casi, fondan-

dosi anche sugli altri sintomi».
108.
Varia lectio è σημαίνεσθαι (codd. MV), termine che risulta spesso glossematico nei

confronti dello specifico τεκμαίρεσθαι: cf. supra n. 25, e B. Marzullo, ivi citato.
109.
«Chi si salverà e chi perirà, bisogna inferirlo dall’insieme dei segni».
110.
«Riconoscendo in anticipo e dichiarando formalmente chi perirà e chi si salverà

etc.».
111.
«Inferire dalla connessione degli altri segni». Cf. ancora Progn. XXV 11 εὖ μέντοι χρὴ

εἰδέναι περὶ τῶν τεκμηρίων καὶ τῶν ἄλλων σημείων, di cui supra, p. 13.
112.
Cf. n. 44.
113.
«Essa argomenta su qualcosa di visibile, riguardo a ciò che prima era impossibilitata

a vedere».
114.
Cf. ancora 1. 21 ἱδρῶτάς τε ... ἄγουσα ὑδάτων θερμῶν ἀποπνοίῃσι πυρὶ ὅσα τεκμαί-

ρονται, τεκμαίρεται («Induce sudore, e deduce quelle conclusioni, che si traggono con

l’evaporazione dell’acqua calda dovuta al fuoco»), nonché Acut. LXVIII 10 τεκμαίρεσθαι

δὲ χρὴ τοῖσι προγεγραμμένοισιν, οὕς τε μέλλει λουτρὸν ὠφελεῖν κτλ.

(«Bisogna inferire, sulla base di quanto s’è detto, chi verosimilmente può trarre vantaggio dal

bagno etc.»), riferito ad un caso particolare, ed in cui evidente è ancora il riferimento ad una

razionale estrapolazione.
115.
Cf. anche Vegetti, Ippocr. 49, e sulla sua scia G. Manetti, cit., 73s.
116.
«Lo puoi riconoscere in questo modo».
117.
Cf. Aër. VIII 15 τεκμήριον δὲ μέγιστον, IX 43 τεκμήριον δὲ, ὅτι κτλ., XVI 33 μέγα δὲ

τεκμήριον τούτων, XX 1, XXI 18, nonché il rilevante Vet. Med. VIII 19 ταῦτα δὲ πάντα τεκ-

μήρια, ὅτι αὕτη ἡ τέχνη πᾶσα ἡ ἰητρικὴ τῇ αὐτῇ ὁδῷ ζητεομένη εὑρίσκοιτ᾽ ἄν. («Tutte

queste sono prove del fatto che questa ars medica potrebbe essere disvelata nella sua interezza,

conducendo l’indagine con lo stesso metodo»). Si può rinviare inoltre a Vet. Med. XVII 6, non-

ché MSac. V 16 et VII 9, Ars V 9, Acut. LI 10: in Acut. XX 12, il termine sembra assumere la

medesima valenza di σημεῖον.
118.
«Quanto il medico deve inoltre individuare, quando non lo dice il paziente, pur

diverso nei diversi casi, si presta talvolta a porre in atto l’inferenza».
119.
«Quando si tratta di fare inferenze, su come curare ciascun caso, in ciò io la penso

molto diversamente, etc.».
120.
«La precedente battaglia navale – se qualcuno di voi a causa di questa teme la

prossima – non dà valido fondamento logico a questo panico».
121.
Non troppo diversamente (sebbene in ambito diverso), come ricorda B. Marzullo, La

nascita
, cit., 22, I, Kant attribuirà finalistica organicità al rapporto tra signum rememorativum, demon-

strativum
, prognosticon, in esso riponendo la possibilità di progresso per l’uomo (cf. I. Kant, Der

Streit der Fakultäten in drei Abschnitten
, ed. K. Volander – E. Frey, VII, Berlin 1917, 83). Di fronte

alla preminenza del principio della «anticipazione temporale» negli scritti ippocratici, rilevante

appare il tentativo di M. Grmek, di restituire ruolo non secondario alla diagnosi, essendo «la

prognosi ippocratica, almeno in parte, una diagnosi camuffata», e svolgendo essa un ruolo ana-

logo a quello della diagnosi dei medici moderni (Le malattie all’alba della civiltà occidentale, tr. it.

Bologna 1985 (Paris 1983), 499s.).


Lorenzo Perilli . :

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